domenica 19 maggio 2013

"Sister Furong": la bruttina che piace



Quando alla fine del 2011 "Sister Furong" apparve sulla CCTV con un maquillage da diva e 15 chili in meno, qualcuno salutò la sua trasformazione come un incentivo per chi lotta quotidianamente contro qualche maniglia di troppo; qualcun'altro si abbandonò alle critiche giudicandola un escamotage volto a catalizzare nuovamente l'attenzione del pubblico in un momento di graduale perdita di popolarità.
Di fatto, con il suo "reinventarsi", la giovane 35enne ha lasciato di stucco chi otto anni fa le aveva dato non più che qualche mese di celebrità, etichettandola come un fenomeno mediatico grossolano e passeggero.

Nata in un piccolo villaggio dello Shaanxi, nel nord-ovest della Cina, con il vero nome di Shi Hengxia, circa dieci anni fa percorse oltre 1.100 chilometri per raggiungere la capitale. In tasca una laurea in ingegneria e in mente un preciso obiettivo: riuscire ad entrare nella scuola di specializzazione di qualche nota università di Pechino. Un viaggio che lei stessa ha paragonato alla lotta di un grosso pesce che tenta di sguisciare fuori da uno stagno angusto. "Ero una persona eccezionale e pertanto avevo bisogno di maggior spazio per poter esprimere la mia personalità" ha spiegato non troppo modestamente. Tramontate le ambizioni accademiche dopo i tre no delle rinomate Beida e Tsinghua University, l'orgoglio di Shi ha tratto nutrimento da ben altri successi.

"Il desiderio di ottenere una laurea specialistica dipendeva dalla volontà di competere con gli studenti di università elitarie. Comunque, in seguito, ho realizzato che sarei stata più facilmente accettata da loro come star di internet, così ho abbandonato il mio obiettivo iniziale senza rimpianti" ha commentato in un'intervista esclusiva rilasciata lo scorso anno all'agenzia di stampa Xinhua. Detto fatto: nel 2005 è diventata un fenomeno nazionale semplicemente pubblicando sulle BBS di Beida e Tsinghua alcune foto accompagnate da breve didascalie del tipo: "Ho mani che si accordano armoniosamente al mio corpo straordinariamente sottile. La mia pelle è liscia come quella di un bambino e tutte le mie doti mi hanno aiutata a diventare un'eccellente ballerina. Nella danza comprendo la mia vita, e con essa cerco il mio amore". Parole difficili da leggere senza lasciarsi sfuggire una risata; sopratutto se affiancate dall'immagine di una ragazza niente affatto bella, niente affatto magra, niente affatto aggraziata, e, anzi, diciamo pure "volgarotta" e priva di gusto nel vestire.

Da quel momento Shi per i netizen è diventata "Sister Furong", suo nick traducibile come "Sorella Loto", per via di quella beltà naturale che la accomunerebbe ad "un fiore di loto nell'acqua chiara". Davanti a tanta spavalderia, il popolo del web -come spesso accade- ha reagito in maniera variegata. Tant'è che mentre il suo microblog toccava quota 3 milioni di follower, la strada del successo per Furong presentava una serie interminabile di dossi. Seppellita dalle critiche di quanti la giudicavano una squilibrata megalomane, ha ammesso che "i commenti offensivi mi hanno fatto molto male, e alcune volte, sentendomi estremamente depressa, mi sono nascosta sotto le coperte per abbandonarmi ad un pianto dirotto".

D'altronde, quasi tutti concordano almeno su un punto: nella sua rivalsa sociale Furong ha avuto coraggio da vendere. Per Zhu Chunyang, professore presso la scuola di giornalismo della Fudan University di Shanghai, la perseveranza dimostrata nel perseguimento dei propri obiettivi è "abbastanza encomiabile": nonostante le umili origini, infatti, Furong ha continuato ad inseguire il suo sogno senza vacillare.

Dubbia, però, la scelta presa alcuni anni fa di rimodellare la propria immagine dimagrendo vistosamente. Quel "fiore di loto" non si doveva sentire poi tanto "puro", "aggraziato" e "bello" come amava scrivere sul web. Colpa dei pregiudizi sociali di cui è vittima la figura femminile, ha spiegato Zhou Meizhen dello Shanghai Women Cadre Institute. "Le donne oggi sono spesso giudicate per la loro apparenza piuttosto che per la loro personalità e i loro successi".

D'altra parte si sa: nell'era del web 2.0, la notorietà la si raggiunge e la si perde con la velocità di un click di mouse. E per tenersi stretto il suo sogno Furong le ha provate tutte. Persi i 15 chili, di recente è tornata alla ribalta esibendosi in una danza del ventre con tanto di tartaruga in bella mostra, dopo che lo scorso settembre un ambiguo tweet aveva mandato nel panico i fan convinti che la loro diva si fosse tolta la vita. "Addio mondo!" aveva "cinguettato". Secondo molti, soltanto un'altra trovata pubblicitaria al fine di attrarre nuovamente i riflettori su un personaggio passato decisamente di moda. E piuttosto, verrebbe da chiedersi come possa aver avuto vita tanto lunga.

Per cercare di fare chiarezza sul fenomeno mediatico di "Sister Furong" e approfondire il discorso donne-media oltre la Muraglia -già trattato in precedenza (link)- Uno sguardo al femminile ha intervistato Zhang Ning, professore di cultura cinese presso l'Università Normale di Pechino.

Qual'è il segreto del successo di "Sister Furong"?

"E' evidente che a prima vista personaggi come "Sister Furong" "Sister Feng" (Luo Yufeng) e "Sister Hold-zhu" suscitano una risata. Ridere è espressione del senso di superiorità del genere umano. Quando le scimmie imitano il comportamento degli uomini, tutti ridono perché sembrano delle persone, ma in realtà non lo sono. La popolarità del "gusto per il brutto" è dovuta al fatto che esso, attraverso la rete, ha concentrato le debolezze del genere umano sul corpo di singoli individui, fornendo l'elemento scatenante che genera un senso di superiorità nella gente comune. Questo è un processo inconscio, non si manifesta espressamente, per questo le persone reagiscono impulsivamente ridendo. "Sister Furong", "Sister Feng" e "Sister Hold-zhu" sono diventate famose perché in realtà tutti hanno bisogno di loro: sono come dei clown da circo. Per quale ragione in tutto il mondo i prodotti della cultura popolare rivestono una parte così ampia del mercato culturale? Dipende dal fatto che i personaggi pop sono di livello medio-basso. Per esempio "Rain Man" e "Forrest Gump" sono entrambi eroi medio-bassi, e osservare il modo in cui hanno ottenuto successo è fonte d'ispirazione, e fornisce agli spettatori nuove possibilità. Quello che ci piace vedere su internet è ciò che dà fiducia alle persone e che è fonte d'ispirazione nella vita reale; per questo la presenza di questi personaggi ha una sua ragionevolezza.

In che misura i canoni occidentali hanno influenzato la percezione estetica delle donne cinesi? Si può parlare di "globalizzazione della femminilità"?

Oggi, ai tempi della globalizzazione, grazie al supporto di internet, della televisione, dei cellulari e di altri mezzi d'informazione basati sulla moderne tecnologie, le notizie da Occidente arrivano velocemente fino in Cina. Per questo gli stessi media cinesi hanno già subito un "processo di globalizzazione". I media occidentali hanno influenzato in maniera diretta soltanto quelle poche donne cinesi in grado di capire e leggere lingue straniere. La maggior parte delle persone, invece, ha subito l'influsso dell'Occidente attraverso i mezzi di comunicazioni cinesi. Per esempio, i film e la musica pop occidentale, la presentazione delle collezioni di moda, la pubblicazione dell'edizioni cinesi di Elle e Vogue, così come le pubblicità di cosmetici e prodotti di bellezza, stanno tutti riplasmando gli standard e i criteri del gusto estetico femminile in Cina.
Per questo, le donne che oggi vediamo camminare per strada nelle grandi città cinesi (come Pechino, Shanghai e Canton) non sono poi molto diverse da quelle di qualsiasi altra parte del mondo. In quanto provenienti da un paese in via di sviluppo, le donne cinesi hanno bisogno, attraverso il proprio comportamento, di cambiare la "vecchia immagine" con la quale venivano viste dagli altri Paesi e di mostrarsi al resto del mondo come "moderne" e "internazionali". Per loro è ormai abbastanza facile accettare i messaggi propagati dai paesi sviluppati.

Si può ancora rintracciare un certo gusto per la bellezza tradizionale cinese?

I canoni estetici tradizionali della femminilità cinese sono stati stabiliti dagli uomini. Per esempio gli uomini ritenevano che una donna per essere bella dovesse avere "piedi di loto", così le donne non potevano fare altro che fasciarli; credevano che fosse essenziale avere una bocca piccola, così le donne la tenevano contratta per farla sembrare più piccola; amavano la bellezza "nascosta" e così le donne si coprivano parte del volto utilizzando ventagli. Le sopracciglia "come foglie di salice", il volto ovale e le labbra come ciliege sono tutte caratteristiche proprie di parametri estetici tradizionali: bocca, piedi e viso grandi rendevano una donna poco gradevole. In poche parole, tutto doveva essere piccolo perché riuscisse a stuzzicare l'uomo. Tutti questi standard ormai non sono più validi, e più una città è di grande dimensioni, più questi canoni vengono rifiutati e osteggiati; più un villaggio è lontano e isolato, più questi parametri antiquati riscuotono apprezzamento. Una cosa, d'altra parte, non è cambiata: il linguaggio allusivo. Le donne ancora non amano esprimere apertamente quello che pensano, e sopratutto, quando si parla di "passioni", preferiscono nascondersi. Se una ragazza ha un carattere particolarmente estroverso e manifesta troppo esplicitamente le proprie "passioni" viene considerata inopportuna. Per quanto riguarda l'aspetto esteriore, si può dire vi siano parametri diversificati. A volte anche la "bruttezza" può rivelarsi un'arma vincente per le donne, come nel caso di "Sister Furong".

Qual'è il ruolo ricoperto dai media (nazionali e non) nel processo di trasformazione degli standard estetici in Cina? 

Nella cultura tradizionale cinese, il corpo delle donne era assente. Piuttosto veniva inteso come un oggetto in una cultura sostanzialmente maschile. Nelle poesie le donne si trasformavano in "fiori e piante", in "api" o "fine giada". Adesso invece accade l'esatto contrario: il corpo femminile è veramente ovunque. Foto di ragazze riempiono le riviste, gli spot pubblicitari si avvalgono di modelle, giovani donne in abiti succinti posano accanto ad automobili e così via. Oggi la Cina è diventata uguale all'America. Il consumo del corpo femminile non è diverso da quello di un prodotto commerciale, e si realizza nella connessione con un "desiderio". Ma la presenza ossessionante del corpo femminile è l'effetto di un'influenza esterna. Questo ha anche influito sul comportamento delle ragazze. In un certo senso per loro è un po' come una liberazione dalla cultura antica, anche se oggi sono schiave della "business culture". In ogni cosa ci sono sempre vantaggi e svantaggi, è difficile che sia tutto perfetto.

(Scritto per Uno sguardo al femminile)



giovedì 16 maggio 2013

I "cento fiori" di Xi: tra apertura e repressione




"Che cento fiori sboccino, che cento scuole di pensiero gareggino". Con queste parole nel maggio 1956 Mao Zedong inaugurava una stagione di liberalizzazione culturale volta a cementare le relazioni tra Partito, intellighenzia e pancia del paese. Riviste, pamphlet e dazibao si riempirono di critiche e consigli rivolti alla classe dirigente cinese, al tempo impegnata a prendere le distanze dal comunismo sovietico che proprio nello stesso periodo stava attraversando un processo di destalinizzazione promosso da Nikita Kruscev. La radicalizzazione delle proteste lasciò vita breve alla libera circolazione di idee trucidata nel 1957 con l'inizio dell Campagna Antidestra. Tutti coloro avevano seguito l'invito ad esprimere liberamente il proprio pensiero finirono vittima di una repressione violenta, che alcuni ancora stentano a riconoscere. Recentemente la smentita delle atrocità messe in atto durante la Rivoluzione Culturale da parte del vice-presidente dell'Accademia Cinese delle Scienze Sociali, Li Shenming, non ha mancato di sollevare un vespaio di polemiche.

In questi giorni più che mai le parole del Grande Timoniere riecheggiano oltre la Muraglia. Una leadership schizofrenica trasmette messaggi contrastanti, invitando il popolo a dire la sua, per poi ingabbiare l'opinione pubblica che sulla rete trova la propria piattaforma di dialogo privilegiata.
A fornire l'occasione per una rinnovata cooperazione tra netizen e Partito il caso di Liu Tienan, vice-direttore della Commissione Nazionale per le Riforme e lo Sviluppo indagato per corruzione: primo funzionario a livello ministeriale a finire sotto scacco per una denuncia partita dal web. La soffiata era giunta alcuni mesi fa grazie a Luo Chanping, giornalista della rivista finanziaria Caijing, primo a rimestare nei torbidi affari di Liu sul Twitter cinese Weibo.

"Le autorità e il popolo hanno unito le proprie forze, e questo è un incoraggiamento per il potere pubblico nella lotta alla corruzione" si legge sul quotidiano statale Beijing News. Sullo stesso spartito l'agenzia di stampa governativa Xinhua rimarca come "il potere degli internauti cinesi si è dimostrato ancora una volta una forza anti-corruzione nel caso della rimozione dal proprio incarico di un importante decisore di politiche economiche, grazie alle indiscrezioni riportate da un giornalista su Internet." Ma parafrasando le parole di Zhou Shuzhen, docente presso la Renmin University, la Xinhua non perde l'occasione per sottolineare come "il tracollo di Liu suggerisce che il Partito invita i netizen a partecipare alla campagna contro la corruzione in maniera razionale e in accordo con le leggi, denunciando i comportamenti illeciti dei funzionari utilizzando il proprio vero nome." Una misura volta ad arginare la diffusione di voci infondate da parte di quanti minacciano la reputazione di "persone innocenti" nascondendosi dietro l'anonimato.

Proprio negli ultimi giorni i censori di Pechino hanno preso di mira i microblog di noti intellettuali e scrittori cinesi, manifestando la chiara intenzione di non voler concedere sconti a chiunque metta a rischio la stabilità e l'armonia sociale. Tra le vittime più autorevoli il professor He Bin, che si è visto chiudere il proprio account in quanto colpevole di aver "volutamente messo in giro rumors". Alle accuse formalizzate sul sito del China Internet Network Information Center He ha controbattuto affermando che "è responsabilità di ogni cittadino promuovere un governo basato sullo Stato di diritto"

Soltanto lo scorso weekend era stata la volta dello scrittore Hao Qun (nome di penna di Murong Xuecun), che su Weibo vanta quattromilioni di seguaci, fatto sparire da quattro differenti siti di microblogging per poi essere parzialmente "riabilitato". Per Murong la Cina starebbe attraversando un periodo di tensione paragonabile a quello vissuto alla vigilia della campagna di repressione maoista o delle proteste di piazza Tian'anmen, precedute da una vivacità di pensiero brevemente tollerata dalle autorità. "Come nel 1957, nel 1966 e nel 1989, gli intellettuali cinesi avvertono la stessa paura che si prova prima dell'arrivo di una tempesta di montagna" ha scritto in un saggio pubblicato mercoledì dal Guardian "noi non abbiamo paura di essere ridotti al silenzio o di finire in prigione; è piuttosto il senso di impotenza e di incertezza verso il futuro che ci terrorizza...è un po' come camminare in un campo minato con gli occhi bendati".

Ma c'è anche chi mette in guardia la leadership da un possibile effetto boomerang innescato dalla stretta sulla rete. Se Weibo viene imbavagliato e "la gente non potrà più comunicare su Internet, così si finirà per scambiarsi informazioni per strada. E se nessuno parla, allora si passerà all'azione" è il monito dello storico Zhang Lifan, convinto che il giro di vite sulla libertà di parola rifletta la profonda insicurezza che attanaglia il regime.

Un'insicurezza che negli ultimi tempi è sfociata in una psicosi che va ben oltre i confini informatici. Lunedì scorso alcuni avvocati per la difesa dei diritti umani sono stati picchiati da sconosciuti assalitori mentre tentavano di raggiungere uno dei centri di detenzioni illegale -detti anche "prigioni nere"- nella città di Ziyang, nel nord-ovest del Paese, mentre di recente, a Pechino e in altre città, alcuni attivisti sono stati presi in custodia mentre manifestavano per chiedere maggior trasparenza sulle ricchezze dei funzionari. Non è mai facile definire se dietro queste ritorsioni vi sia la mano del  governo centrale o piuttosto quella delle autorità locali, come sembrerebbero suggerire gli ultimi arresti nell'ambito delle detenzioni illegali di petizionisti. Sta di fatto che in tutta risposta martedì Pechino ha rilasciato il libro bianco sui progressi effettuati dal Dragone lo scorso anno nel campo dei diritti umani, ostentando una serie di vittorie nel campo della sanità, del welfare e degli standard di vita. La Cina ha assunto una serie di misure per "accrescere il diritto dei cittadini a sapere e a farsi ascoltare" si legge nel rapporto.

D'altra parte, le ultime manovre messe in atto dalla leadership cinese sembrerebbero rientrare in una campagna ideologica che lascia poche speranze a quanti avevano vagheggiato una virata in senso democratico da parte dei "nuovi imperatori". Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, la scorsa settimana alcune università sarebbero state invitate a glissare su argomenti ritenuti "potenzialmente pericolosi" come valori universali, diritti civili ed errori commessi dal Partito comunista cinese, in un'opera di pulizia che va a colpire principalmente le idee esportate dall'Occidente. Una tendenza già evidenziata il 16 aprile con l'annuncio dell'Amministrazione Generale per la Stampa, Pubblicazioni, Radio, Film e Televisione di nuove norme che vietano alle agenzie di stampa e ad altre organizzazioni di diffondere senza permesso notizie comparse sui media stranieri.

Come spiegato da Gao Yu, un decano del giornalismo, le voci circa una più ampia strategia ideologica adottata dalla nuova dirigenza sarebbero da ricollegare ad un incontro avvenuto (ma non reso noto) all'inizio di quest'anno ai vertici del Partito e incentrato proprio sui "sette problemi chiave" che i funzionari della propaganda dovrebbero placcare: democrazia, costituzionalismo, società civile, neoliberismo e stampa "con caratteristiche occidentali". Le linee guida sarebbero apparse in un documento emesso dal Comitato Centrale del Partito e i cui contenuti sono filtrati per breve tempo sulla rete. "Il Partito sta attraversando diverse sfide, dall'inquinamento ambientale al divario di ricchezza, ma tutto questo segna un netto passo indietro. Chi avrebbe mai potuto credere che saremmo tornati all'epoca di Mao Zedong?" ha commentato Gao.

E' un intreccio di segnali difficili da decifrare quello che trapela dalle segrete stanze di Zhongnanhai, il Cremlino cinese. Minxin Pei, professore di politica cinese presso il Claremont McKenna College vi scorge una volontà di soddisfare le richieste del popolo -che spinge per una più equa distribuzione del benessere e un governo più "pulito"- bilanciata dalla necessità di difendere la centralizzazione del potere e il sistema a partito unico.

Così se da una parte vengono lasciati ampi spiragli alla possibilità di riforme economiche e al "mercato come creatore di ricchezza sociale", dall'altra viene soffocata qualsiasi spinta democratica. Almeno per come la intendiamo noi. Xi Jinping ha tenuto a farlo presente fin dallo scorso dicembre, quando nel suo viaggio al Sud ha rammentato gli errori commessi dall'Unione Sovietica, collassata a causa del lassismo ideologico del riformista Mikhail Gorbaciov. Concetto ripreso proprio la scorsa settimana in un discorso in cui ha predetto la morte del Partito comunusta cinese qualora venga rinnegata la figura di Mao, così come la condanna di Stalin è costata cara all'URSS, riporta il Guangming Daily.

Non è schizofrenia, piuttosto un delicato gioco di pesi e contrappesi quello messo in atto dal nuovo uomo forte di Pechino. Prima di avanzare qualsiasi liberalizzazione economica occorre rassicurare i propri potenziali avversari che la posizione del Partito non verrà minacciata. Ne è convinto Robert Lawrence Kuhn, uomo d'affari americano vicino ad alcuni alti funzionari e autore di una biografia di Jiang Zemin, il grande vecchio della politica cinese: "sono convinto che (Xi, ndr) pronunci alcuni discorsi al fine di consolidare la propria posizione, in modo da non subire attacchi dall'estrema sinistra. Le persone possono leggere in Xi quello che vogliono, perché egli dà modo ad ogni fazione di vedere ciò che desidera".

Ma non passerà molto tempo che anche costituzionalismo e democrazia verranno presi seriamente in considerazione dalla leadership. Questa la posizione assunta da Ma Licheng, ex giornalista del Quotidiano del Popolo, secondo il quale un chiaro indizio ci viene fornito dai reiterati riferimenti della dirigenza allo Stato di diritto, primo passo verso qualsiasi forma di democrazia, come insegna il "modello Singapore". "Il Partito ha spesso promesso di costruire un Paese altamente democratico" ha spiegato Ma in un'intervista comparsa su China File "ora è stato posto come termine ultimo il 2049. Ad ogni modo, è da intendersi positivamente il fatto che il Partito non etichetti più in maniera negativa il termine democrazia. All'estero alcune persone hanno perso la pazienza, ma io rimango cautamente ottimista".

(Pubblicato su Dazebao)

sabato 11 maggio 2013

Sun Liping: Il "modello Chongqing" e la Cina del futuro

Alla fine del 2011, poco prima che lo scandalo più eclatante dell'ultimo ventennio cinese inghiottisse l'astro nascente Bo Xilai, l'allora segretario del partito del Guangdong, Wang Yang, pronunciò una frase che passerà alle cronache come lo slogan del cosiddetto "modello Guangdong": "occorre rendere la torta più grande prima di dividerla". Di rimbalzo Bo disse la sua: "se la distribuzione della torta avviene in modo ingiusto, chi fa la torta non sarà motivato a cuocerla e così saremo incapaci di renderla più grande". Due paradigmi di sviluppo antagonisti, due figure di spicco date in corsa per il comitato permanente del Politburo, la stanza dei bottoni del potere cinese rinnovata durante il Diciottesimo Congresso dello scorso novembre. Eppure nessuno di loro ce l'ha fatta. 
Oggi Bo è in attesa di essere processato; fonti della Reuters lo vogliono reticente a collaborare, con barba lunga fino al petto e notevolmente dimagrito. Wang, al contrario, pur essendosi visto sfumare un posto nel sancta sanctorum del Partito, è diventato vice-premier e -secondo Duowei- si starebbe rapidamente conquistando i favori del nuovo numero uno di Pechino, Xi Jinping. Lo testimonia la sua fitta agenda che spazia dall'economia e la finanza, sino all'agricoltura e le attività di soccorso in caso di calamità, settori, questi ultimi, che non sarebbero di sua stretta competenza e che fanno presagire una possibile rivincita di Wang al Diciannovesimo Congresso previsto per il 2017.
Fine di Bo, fine del "modello Chongqing"? Neanche per idea. Ne è convinto Sun Liping professore del Dipartimento di Sociologia della Tsinghua University, che proprio al piccolo capolavoro di Bo Xilai ha dedicato due post sul suo blogPer Sun, più che criticare il "modello Chongqing" occorre capire quali siano i catalizzatori che ne hanno permesso nascita e sviluppo e, sopratutto, se sarà in grado di sopravvivere nonostante la morte politica del esponente di punta -per molti, semplicemente vittima dei sotterranei giochi politici di Zhongnanhai. D'altra parte, come riporta un sondaggio della rivista Oriental Outlook, nel 2011 Chongqing è stata selezionata tra le 20 città più felici della Cina, e Bo viene ancora ricordato con nostalgia nella municipalità dell'Ovest, suo feudo politico per circa un lustro. A lui continuano a guardare con rimpianto la "Nuova Sinistra", i fedelissimi del maoismo e quanti rimasti indietro nella corsa verso l'arricchimento glorioso. 

(Traduzione e testo cinese in coda)

Vi sono due differenti punti di vista sul fatto se il "modello Chongqing" possa essere considerato o no un vero modello. Forse sarò un po' riduttivo ma per me si può parlare di modello nel caso in cui questo riesca a soddisfare sostanzialmente due criteri: quando possiede un proprio sistema e un proprio specifico modo di operare, e quando serve a prevedere qualcosa che avverrà in futuro. Prese in considerazione queste due caratteristiche, ritengo che la seconda sia sicuramente più importante.
Non ho mai speso parole d'elogio riguardo il "modello Chongqing", nemmeno nel periodo del suo massimo splendore. Al contrario, ho sostenuto con forza il "modello Guangdong". Eppure non mi trovo d'accordo nemmeno con quanti contestano il "modello Chongqing", perché credo che la maggior parte delle critiche non abbiano colto l'essenza del problema. Per prima cosa occorre fare chiarezza sulle relazione che intercorrono tra "modello Cina" e "modello Chongqing". Certamente non vi è modo di giudicare se sia giusto o meno parlare di "modello Cina". D'altra parte, sulla base delle due condizioni riportate sopra, credo fermamente che esista un "modello Cina", e che esso consista in null'altro che nel metodo adottato e nei frutti ottenuti nell'arco di questi trent'anni di riforme, con tanto di successi e problemi.

Ciò che va osservato è che il cosiddetto "modello Chongqing" è apparso non appena sono cominciati a diventare evidenti le prime pratiche illecite e la situazione di stallo in cui le riforme si sono impantanate. Per questo, in passato ho affermato che il "modello Chongqing" consiste in quanto ponderato in questi anni da alcune persone e che Bo Xilai, nella città di Chongqing, ha previsto anticipatamente come modo per fare ordine nella situazione attuale. Anche se non posso negare che alcuni sostengono che in futuro il "modello Chongqing" rischi di estremizzare alcuni metodi contenuti nel "modello Cina".

Nel complesso il "modello Chongqing" deve il suo successo ai problemi e alla corruzione innescati dal processo di riforma. Se no non si spiegherebbe perché i sostenitori del "modello Chongqing" e quelli delle riforme e della politica di apertura abbiano idee completamente differenti e prendano posizioni agli antipodi (certamente la situazione reale è ben più complessa). Io credo che Bo e i suoi sostenitori partano dal presupposto che la Cina ha diversi problemi e che ora è giunto il momento di trovare un modo per risolverli.

Quali sono i metodi adottati? Il primo è quello di trovare un leader forte e carismatico, come riscontrabile dalla figura che Bo si è costruito. Ma il modello predominante è oligarchico e richiede una limitazione reciproca (tra i membri del Partito, ndr).
Secondo: considerando come fonti ideologiche della Cina la tradizione, il comunismo e ciò che filtra da Occidente, Bo ha scelto il comunismo.
Il terzo metodo consiste nell'uso della forza. Bo non aveva pieno controllo sull'esercito ma aveva in mano la pubblica sicurezza, per questo si è potuto constatare l'importanza rivestita da Wang Lijun e dal sistema del quale era a capo. In questo modello, pertanto, è fondamentale la totale fiducia nell'efficacia del potere e della forza. Ovviamente si potrebbe dire che agendo in questo modo Bo abbia violato lo Stato di diritto, ma forse in fondo egli credeva veramente che i problemi attuali potessero essere risolti solo con la forza.
Quarto punto da sottolineare l'importanza data alle masse nell'utilizzo delle risorse sociali, o anche meglio noto come populismo. Ciò che non sono in grado di dire con chiarezza è se alla fine Bo sfruttasse il popolo oppure fosse mosso in parte da idee utopistiche.
Quinto: concentrare ogni tipo di risorsa nelle mani del governo, anche i metodi ritenuti illegali, perché riteneva fosse assolutamente indispensabile per raggiungere i propri obiettivi. Infine, il metodo della mobilitazione sociale; per questo era fondamentale eliminare gli outsider e reprimere le opinioni diverse.

Alla luce di quanto detto finora, cosa possiamo pensare accadrà in Cina in futuro? Onestamente non mi interessano le semplice valutazione sul "modello Chongqing", per non parlare delle argomentazioni e delle critiche. Piuttosto trovo interessante cercare di capire in che modo esso potrà influenzare il Paese. Forse così sarò più chiaro: Bo e il "modello Chongqing" non appartengono alla Cina del passato, bensì a quella del futuro. Se alcuni problemi del nostro Paese non verranno risolti con successo, la crisi sociale si aggraverà. Si può immaginare facilmente che le persone non vedono l'ora di risolvere la situazione in qualsiasi modo possibile...

Qual'è lo spazio che rimane per il "modello Chongqing"?

Il secondo problema è che, secondo me, occorrerebbe discutere su quale sia lo spazio in cui può continuare a sopravvivere il modello Chongqing. Poiché sarebbe stata una cosa inimmaginabile supporre che negli anni '90, e in un certo senso anche negli anni '80, un modello proposto e messo in pratica dalle autorità locali fosse molto diverso da quello dominante, o persino concorrente rispetto a quello ufficiale. Questo punto deve far riflettere sul fatto che la società è profondamente cambiata.

Immaginiamo di prendere il "modello Chongqing" come modello chiaramente diverso da quello principale. La domanda seguente sarebbe allora: in un sistema caratterizzato da un alto grado di unitarietà questo modello riuscirebbe a sopravvivere cinque anni? Io penso che in primo luogo occorra fare attenzione ai cambiamenti nella struttura del potere. Una volta presi in prestito il concetto di "nido d'ape" per spiegare questa caratteristica, ma attualmente non sarebbe più appropriato.

Ora parlerò brevemente di alcuni fattori che considero importanti. In poche parole, questo spazio consiste nella nuova società totalitaria originatasi in seguito alla fine della società totalitaria d'origine da me analizzata in precedenza. Nel dettaglio teniamo presenti i seguenti fattori.

Per prima cosa, la situazione generale di stallo in cui verte il processo di riforma. Ora l'atteggiamento che si ha verso Bo Xilai è diventato praticamente il criterio per distinguere riformisti e anti-riformisti. Ma quello che voglio dire è che i primi a dover fare mea culpa sono proprio i riformisti. Se la riforma non fosse così terrorizzata da sé stessa, se non avesse portato in definitiva alla realizzazione di una società fatta di alcune figure dominanti, allora l'emergere del "modello Chongqing" sarebbe stato impensabile. Ed è precisamente, la situazione spiegata sopra, insieme ad una società nel suo insieme tanto confusa -che i leader allora hanno tollerato senza fare nulla- ad aver fatto si che tutti i "esperimenti" avessero una propria logica. Inoltre il "metodo Chongqing", in questi anni ha avuto ampia risonanza tra le classi più basse.

In secondo luogo, proprio in questo momento, la struttura del potere sta subendo cambiamenti importanti, che riflettono la fine di un'epoca caratterizzata da un'unico "Timoniere". In realtà anche se fossimo ancora in quell'epoca, i segni del "nido d'ape" rimarrebbero. Ma con la fine di un'unica autorità questa "situazione a nido d'ape" si aggrava chiaramente, e ciò mette in luce una reazione confusa e contraddittoria dei ceti più elevati al "modello Chongqing". A dire il vero, questa questione riflette profondamente la situazione di difficoltà in cui verte il sistema del potere: oggi che un'autorità unica non può più sopravvivere a lungo e pensieri e interessi tendono verso il pluralismo, il sistema del potere come può portare avanti un'azione unitaria, qual'è il meccanismo che controlla il potere dall'interno? Le circostanze attuali evidenziano che questi problemi non sono stati ancora risolti, e che i decreti governativi non sono stati capaci di farlo agevolmente.

Terzo elemento da valutare è la diffusione del "potere rosso". Anche considerate le due precedenti condizioni, non significa che l'emergere del "modello Chongqing" sia da dare per scontato. Se Bo Xilai non avesse avuto un background familiare rivoluzionario e il "potere rosso" non fosse tornato in voga, "il modello Chongqing" non sarebbe stato neppure immaginabile. Non ha importanza come la gente giudichi nello specifico il "potere rosso"; i fatti concreti testimoniano che nel corso della storia, in tempi di crisi economica e di politica, le "forze rosse" sono salite alla ribalta. Esse traggono la loro forza dai legami di parentela, dalla posizione e dalle risorse acquisite, così come dall'identità collettiva e dai social network.

Quarto punto: l'uso delle risorse e del "pensiero rosso". Tuttavia, l'analisi del precedente aspetto si rivela alquanto riduttiva, perché quando Bo assunse il suo incarico nella megalopoli di Chongqing il "potere rosso" non era ancora così forte come lo è oggi. Pertanto, la situazione attuale e la struttura del potere presente al momento è il risultato di un processo di costruzione graduale. Si potrebbe dire che il "modello Chongqing" ha tratto beneficio dalla progressiva fioritura del "potere rosso", ma ha anche contemporaneamente fornito un simbolo di riferimento e una base ideologica alla grande espansione e allo sviluppo del "potere rosso" stesso. Questa risorsa ideologica per prima cosa deve dare merito a Bo che l'ha scelta come come base per la Cina attuale. Come spiegato sopra, la Cina oggi ha tre tipi di risorse: la tradizione, il comunismo e ciò che filtra da Occidente. Bo ha scelto la seconda. Questa risorsa ideologica -secondo lui- è sia lancia (un'arma per attaccare gli avversari, ndr) che scudo (un modo per difendersi dagli attacchi verbali dei rivali, ndr). Allo stesso tempo questo concentrato di forze correlate ha fornito un simbolo e una bandiera ideologica.

Infine, vi è il fattore della monopolizzazione del potere da parte di una figura dominante. In precedenza ho già sottolineato l'elemento delle figure autoritarie nel "modello Chongqing". Ma l'accezione e i requisiti di questi uomini forti sono differenti a seconda che si parli di governo locale o centrale. Nello specifico, considerando il "modello Chongqing", l'elemento degli uomini forti e la tendenza -che ha preso forma in questi ultimi anni- della monopolizzazione del potere hanno relazioni molto strette. Il "modello Chongqing" si è sviluppato nel giro di pochissimi anni e ha in Bo il suo esponente di punta. Di riflesso, in questi ultimi anni, è emersa la tendenza di figure dittatoriali. Una volta dissi che la vecchia società totalitaria aveva un solo centro, e che, al contrario, nella nuova esiste una certa tendenza verso una struttura "a nido d'ape". Ora questa nuova società totalitaria, poiché il potere centrale non ha più la stessa autorità di un tempo e prevede uno scambio di opinioni tra i vari leader, è emersa la tendenza di una struttura totalitaria "a nido d'ape". Tutti i differenti livelli hanno assunto una struttura totalitaria isomorfa a quella del governo centrale, duplicandone progressivamente i meccanismi. E giurando la loro lealtà politica, le figure di spicco a livello locale sono diventate ne più ne meno che dei despoti.

(Consiglio, inoltre, la lettura dell'intervista a Ma Licheng, ex editorialista del Quotidiano del Popolo Maoism: The Most Severe Threat to China)

重庆模式是一种什么模式(散论重庆模式之一)?

关于重庆能不能称为一种模式,一直有两种不同的看法。可能我对模式的要求比较低,能满足两个条件,我就将其称之为模式。第一,有一套较为系统的、有特点的且能自恰的做法。第二,对今后可能预示了什么。在这两者当中,我更看重的是后者。
对于重庆模式,在其如日中天的时候,我从来没说过一句赞成的话,反倒力挺广东模式。但我也不赞成现在对重庆模式进行批判的方式。因为我认为现在的一些批判没有抓住问题的实质。
这里首先要澄清的一个问题是重庆模式与中国模式的关系。当然关于中国模式存在不存在的问题,就莫衷一是。我还是按照前面说的两条标准,认定有中国模式的存在,这就是30多年来改革中的一些基本做法及其结果,包括其成就与问题。
要看到的是,所谓重庆模式是在中国改革开始显现出明显弊端,改革陷入困境的情况下出现的。所以,以前我就说过,重庆模式是这些年一些人一直在酝酿的,由薄在重庆提前预演了的,收拾局面的一种方式。尽管我也不否认有人说的重庆模式是将中国模式中的某些做法推向了极端。但从整体看,重庆模式是冲着改革中的问题和弊端去的。不然就无法解释,为什么重庆模式支持者与改革开放的支持者之间是如此的泾渭分明和如此的尖锐对立(当然实际的情况要更为复杂)。
我觉得,薄和支持者的一个基本前提是认为中国出了问题,改革开放出了问题,现在需要有一套收拾局面或解决问题的办法。
现在可以看看这些做法是什么。第一,一个有人格魅力的强势的领袖。这在对薄的塑造中可以看出。而现实的主流模式是互相制约的寡头制。第二,如果说中国现在有传统、共产、西方三种意识形态资源的话,他用的是第二种。第三,强力的运用。薄不掌握军队,但掌握公安。由此可知王立军及其公安系统对于他的重要性。从中也可以看出这种模式相信权力或强力的有效性。人们当然可以说他破坏法治。但也许他内心里或有一个理由,现在的问题只有强力才可以解决。第四,在社会资源的运用上,强调的是群众基础,或者说是人们说的民粹。但我现在说不清的是,他究竟对民众是纯粹的利用还是夹杂着乌托邦理念。第五,将各种资源集中到政府手中,包括用非法的手段。因为他认为这是为了实现他的目标所必需的。第六,运用的是社会动员的方式,为此,排除异己和打压不同意见是题中应有之义。
如果说是这样,这对中国的未来预示了什么?
老实说,我对关于薄及重庆模式的简单褒贬甚至所谓论证和批判都并不感兴趣。我在意的是其对中国未来可能有的影响。我不知道这么说是不是明白点:薄与重庆模式之于中国不是过去时,而是将来时。假如中国社会中的一些重要问题不能有效解决,社会危机加重,你可以想象人们会期待用什么方式来解决问题。

重庆模式存在的空间是什么(散论重庆模式之二)?

重庆模式存在的空间是什么?

 第二个问题,我觉得需要讨论的是重庆模式存在的空间是什么?因为假设在90年代,甚至某种意义上在80年代,一个由地方主政者提出并实施与主导性模式有很大差异,甚至在潜台词的意义上与主导性模式叫板的发展模式,是不可想象的。这背后一定体现这个社会发生了某些重要变化。
假如我们将重庆模式视之为一种与主流模式有明显不同的模式。接着的问题就是,在一个强调高度统一的体制中,这个模式存在了长达5年(?)的时间?我想首先要注意的就是权力结构的变化。我原来曾经借用蜂窝状结构的概念来表明这个特征。但现在看这个概念也并不确切。
现在简单说说我考虑的一些因素。概括地说,这个空间是我以前分析过的原有的总体性社会结束之后形成的新总体性社会。具体说有如下因素。
第一,改革陷入困局的大环境。现在对于薄的态度似乎成了改革与反改革的标准。但我要说,首先要检讨的应当是改革者。如果改革不是如此的畏首畏尾,如果不是最终导致了权贵社会的形成,重庆模式的出现是不可想象的。正是上述状况以及如此产生的整个社会的迷茫,当时领导人的无所作为,使得任何的“试”都具有了合理性。而且,重庆的做法无疑在这些年利益受损的下层民众中引起广泛的共鸣。
第二,恰恰是在这个时候,权力结构发生了重要变化。这个变化突出体现在单一权威时代的结束。其实,即使在单一权威时代,权力结构蜂窝化的迹象也是存在的。而单一权威的结束,使得这种蜂窝化的状况明显加剧。表现在上层,对于重庆模式的反应是模糊而矛盾的。实际上,这件事情深刻地反映出现有权力体制的一种困境,即在单一权威不复存在,思想和利益趋向多元化的情况下,权力体系如何作为一个整体行动,权力内部控制的机制是什么。现在的情况表明,这个问题没有解决,连政令的顺畅都已经无法做到。
第三,红色力量的兴起。即使有前面两个条件,也并不意味着重庆模式的出现是理所当然的。假如薄没有红色家族的背景,没有红色力量崛起作为背景,重庆模式也是无法想象的。不管人们对红色力量的具体评价是什么,一个客观的事实是,在经历了青黄不接以及不断的挫折之后,红色力量已经作为中国社会中的独特群体登上了历史的舞台。父辈的资源、已经获得的资源和位置、集体认同与社会网络,是这个群体的力量之所在。
第四,红色思想资源的使用。然而,第三条的分析还是有点简单化的,因为薄开始主政重庆的时候,红色力量还没有今天强大。因此,今天的局面与力量格局,其实也是建构的结果。可以说,重庆模式既得益于红色力量的逐渐崛起,同时也为红色力量的发育壮大提供了符号和思想资源。而这个思想资源首先得归功于薄对当前中国思想资源的选择。如前所述,中国现在有传统、共产、西方三种资源,他用的是第二种。这个思想资源对于薄来说,既是矛也是盾。说盾,是我利用了我挑战对象口头标榜的东西。说矛,是我既利用了你标榜的反对了你实质的,同时也相关力量的凝聚提供了符号和旗帜。
第五,一把手专权因素。前面强调过重庆模式中的强人因素。但在地方层面和中央层面,强人因素的条件和含义是不一样的。具体在重庆模式中,强人因素与近些年形成的一把手专权趋势有着密切关系。重庆模式是在短短几年时间形成的。其中主要是薄的个人所为。背后反映的近些年一把手集权的趋势。我原来曾经说过,老总体性社会只有一个中心,而新总体性社会存在一种蜂窝状的趋势。新总体性社会由于中央不再具有原来的权威性,且服从开始建立在交换关系基础上,便出现了一种蜂窝状总体性结构的趋势。在不同的层级上都形成与中央同构的总体性结构,在机制上出现逐级复制的过程。现在,在政治上表示忠诚的前提下,地方的一把手已经与土皇帝无异。








giovedì 2 maggio 2013

Un reporter cinese nella Grande Mela: ambiente e democrazia


"Essere giornalista in Cina è un po' rischioso, però hai anche sempre un sacco di cose da scrivere". Ha scelto di presentarsi con ironia sottile Liu Jianqiang, uno dei più noti reporter investigativi della Cina, invitato il 26 aprile scorso presso la Scuola di giornalismo della Columbia University, nel cuore della Grande Mela.

Una vita professionale intensa, dallo sportello di una banca alle colonne del Southern Weekly, il settimanale cinese celebre per le sue inchieste resosi protagonista all'inizio dell'anno di un'accesa protesta contro i meccanismi della censura. Poi nel 2006 la troppa notorietà, amplificata oltre la Muraglia dal Wall Street Journal (link), gli costò il posto nel giornale del Sud.

"E' un fatto molto sensibile per chi lavora nei media cinesi venire coperti da media stranieri. Il WSJ utilizzò le mie storie per accusare il governo cinese di mettere in atto un giro di vite sul giornalismo investigativo. Ciò fece arrabbiare molto il mio capo. Temeva qualche punizione da parte del governo", ha spiegato.

La penna di Liu aveva rivelato i molti lati oscuri di Pechino: scandali ed episodi di corruzione a tutti i livelli del Partito, e il business dei casinò in Corea del Nord, alimentato dalla passione dei cinesi per il gioco d'azzardo. "Poi ho scoperto che tutto questo non serviva a niente. Raccontare le malefatte dei funzionari non permette alcun cambiamento perché il governo cinese è ancora molto suscettibile quando si tratta di storie politicamente scomode". Così nel 2004 decise di cominciare la propria battaglia "verde", coprendo progetti sensibili avviati da Pechino a discapito di costi ambientali enormi. Oggi è editor di Chinadialouge, organizzazione no-profit focalizzata sulle tematiche ambientali con sedi a Londra, Pechino e San Francisco.

"L'ambiente in Cina non viene considerato politica e per i giornalisti è più facile parlarne. Ma la mia domanda è sempre stata: chi danneggia veramente l'ambiente? Non sei tu o la gente comune. Sono i grandi gruppi d'interesse, governi locali, aziende e corporazioni hanno grande interesse nella massimizzazione dei profitti", ha spiegato, "molti funzionari locali sono soliti mentire ai leader sui reali rischi ecologici". Proprio la parola "mentire" ricorrerà più e più volte nel corso del suo racconto.

Negli ultimi anni, grazie allo sforzo congiunto di popolazione, giornalisti investigativi e Ong sono stati evitati -o quantomeno arginati- terribili disastri ambientali. In diversi casi, messo con le spalle al muro, il governo cinese ha preferito fare marcia indietro sospendendo opere colossali, quali la costruzione di una centrale idroelettrica sul corso medio del fiume Jinsha, nella provincia meridionale dello Yunnan. Il progetto che, oltre a mettere a serio rischio la Gola del Salto della Tigre, uno dei punti paesaggistici più incantevoli della Cina, minacciava le abitazioni di 100mila residenti locali e oltre 13mila ettari di terreni coltivabili, fu arrestato dopo un'agguerrito campagna di protesta durata dal 2004 al 2006. Per il movimento della difesa ambientale cinese certamente uno dei successi più eclatanti dell'ultima decade, nonché un primo sintomo di una nascente "coscienza verde" tra i cittadini.

"E' molto incoraggiante il fatto che dopo le contestazioni i progetti siano stati interrotti" ha commentato Liu, raccontando come i lavori sul fiume Jinsha fossero stati fortemente voluti dalla China Huaneng Group Corporation, una compagnia idroelettrica gestita niente meno che da Li Xiaopeng, figlio dell'ex premier Li Peng. La costruzione della stazione di Jinanqiao, alla quinta delle otto dighe previste, procedeva illegalmente dal 2002 senza l'approvazione del governo, come avrebbe poi confermato a Liu un funzionario della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, il più importante organo di pianificazione economica del Dragone.

Con l'aiuto degli abitanti dei villaggi vicini, il collega di Liu, Cheng Gong, riuscì a visitare il sito smarcandosi dai controlli delle guardie impiegate dalla società responsabile per il progetto. "Il nostro articolo fu pubblicato sulla prima pagina del Southern Weekly il 29 settembre 2004 con il titolo di 'Emergenza nella Gola del Salto della Tigre'. Dopo il nostro report anche altri media cinesi e internazionali cominciarono ad interessarsi alla questione. Il leader locale Ge Quanxiao fece centinaia di fotocopie del pezzo e le distribuì tra i cittadini". Nel giro di pochi giorni la storia finì sulla scrivania dell'allora premier Wen Jiabao, il quale ordinò di fermare il progetto e avviare delle ricerche approfondite sull'impatto ambientale.

Da quel momento, nonostante tutto, Pechino ha continuato a conservare una posizione ambigua sulla sorte dell'area. "Quando ci viene chiesto di commentare lo sviluppo della Gola del Salto della Tigre, di solito ci atteniamo alle dichiarazioni secondo le quali i lavori sono stati messi in attesa e non ci resta che aspettare e vedere come andrà a finire" aveva dichiarato lo scorso agosto Wang Shucheng, ministro delle Risorse Idriche dal 1998 al 2007.

Le rassicurazioni del governo centrale stridono con la costante pressione esercitata dalle autorità locali e dalle società coinvolte per la ripresa del progetto, osteggiato il 19 marzo 2006 da 10mila contadini riunitisi per protestare. Nessuno di loro era mai stato avvertito del trasferimento forzoso al quale sarebbero stati sottoposti nel caso in cui la diga fosse stata approvata.

E' dal 2003, l'annus horribilis della Sars e dell'emergere delle proteste contro la costruzione di 13 dighe sul fiume Nu, nella Cina occidentale, che Pechino ha cominciato a dover fare i conti con un'opinione pubblica sempre più esigente, fiancheggiata da un nuovo alleato: internet. La polemica circa il progetto idroelettrico lungo il corso del Nu imperversò per un anno, fino a quando il fantasma di un pericolo terremoto, agitato da geologi ed esperti, indusse il governo cinese ad un primo ripensamento. Anche questa volta a dare l'alt fu Wen Jiabao, il quale invitò a mantenere "una approccio cauto e scientifico".

Ma il boccone era troppo ghiotto perché l'economia energivora del Dragone -sempre più orientata verso la sostenibilità- vi potesse rinunciare. Così, dopo 10 anni di stallo il progetto è stato reinserito nel Dodicesimo Piano quinquennale, che stabilisce le linee guida dello sviluppo nazionale fino al 2015. Il Nu viene considerato il quinto fiume più grande del paese, con oltre 20 gigawatt di potenziale idroelettrico soltanto nel suo corso medio e inferiore. Sebbene la querelle tra sviluppatori e ambientalisti sia destinata a continuare -come sottolineato da Liu- se non fosse stato per la diffusione di notizie coordinata da Ong e giornalisti investigativi, i 500mila residenti nella zona sarebbero rimasti all'oscuro dei rischi a cui andavano incontro.

"I report incoraggiano le persone e accrescono la loro consapevolezza" ha commentato. Ed è per questa ragione che la crisi ambientale affrontata dalla Cina può essere considerata un catalizzatore per una nuova democrazia.

Liu cominciò a maturare questa convinzione nel 2004, quando decise di abbandonare scandali e corruzione per occuparsi di inchieste "verdi". Il suo primo reportage del genere coprì il progetto della Diga delle Tre Gole, entrata in funzione nel giugno 2012, e fino a non molti anni fa presentata come il fiore all'occhiello della leadership cinese. La centrale più grande al mondo, "il progetto più grandioso degli ultimi mille anni di storia nazionale". Nonostante quasi vent'anni di dibattito, solo di recente Pechino ha cominciato ad ammetterne gli effetti negativi.

Da tempo gli esperti avevano mostrato preoccupazione per le sorti del porto della megalopoli di Chongqing, il principale sul corso superiore dello Yangtze, la cui navigabilità rischiava di essere messa a repentaglio dall'innalzamento del livello dell'acqua nel serbatoio dovuto al deposito di sedimenti. Ma nei piani della statale Three Gorges Project Corporation il giro d'affari sarebbe stato tale da permettere la cessione di parte del ricavato al governo della municipalità per effettuare il dragaggio necessario. Non sembrava, invece, venir preso in considerazione il rischio inondazioni, con conseguente seconda massiccia delocalizzazione della popolazione, o la possibilità di perdere definitivamente l'accesso al porto, qualora sedimenti e ghiaia avessero raggiunto un livello ingestibile.

"Durante la mia visita presso le Tre Gole ho potuto notare come la diga avesse causato un collo di bottiglia nei trasporti fluviali sul fiume Yangtze. Molte navi di grandi dimensioni non erano più in grado di passare direttamente attraverso la chiusa. La gente ha presto realizzato che la diga non era così facile da attraversa come previsto. La sua capacità annua non ha mai raggiunto le 50milioni di tonnellate stabilite da progetto, né un'imbarcazione da 10mila tonnellate è mai riuscita a raggiungere direttamente Chongqing". Le autorità avevano mentito su tutto.

"Una volta completate le interviste sul posto, ho inviato una copia del mio report alla Three Gorges Corporation, in modo da poter verificare la presenza di errori. Questa era la condizione alla quale la compagnia aveva accettato di essere intervistata. La sera mi chiamarono per dirmi di non pubblicare il reportage o di tagliare le parti sul porto di Chongqing e il collo di bottiglia dei trasporti. Chiesi se vi fossero delle inesattezze e mi risposero che no, era tutto giusto ma che si trattava di questioni di 'interesse nazionale'. Mi dissero inoltre che diversi esperti contrari al progetto erano stati bollati come 'nemici dello Stato' e che non avrei dovuto legarmi a loro."

E' normale prassi edulcorare simili report prima della pubblicazione, "per fortuna io però lavoravo per un giornale dedito alla narrazione del vero, così l'articolo è uscito integralmente". La motivazione conclamata della costruzione della diga era quella di prevenire le inondazioni, eppure, risulta sempre più evidente che la sua capacità di arginare le piene sarà ben inferiore a quanto inizialmente pronosticato.

"Possiamo trarre conforto dal fatto che negli ultimi anni è stata portata alla luce un po' di verità, e le persone hanno una comprensione più realistica del progetto della diga delle Tre Gole. Per la prima volta nella storia del Paese, la gente ha potuto discutere di qualcosa e dire no. Ricordo ancora quando fu ripresa in considerazione la costruzione della diga, ai tempi in cui frequentavo l'università a Shanghai. Era così eccitante l'idea di poter dire finalmente la nostra."

Ma per Liu la pietra miliare della mobilitazione "verde" è rappresentata dal caso che ha coinvolto il Yuanmingyuan, l'Antico Palazzo d'Estate andato quasi completamente distrutto nel 1860, durante la Seconda Guerra dell'oppio. Nel 2005 il progetto di impermeabilizzazione del parco e dei suoi laghi, per evitare che l'acqua filtrasse nel terreno, causò un'alzata di sopracciglio da parte degli ecologisti allarmati dalle possibili ripercussioni ambientali. La notizia divenne virale quando, a sorpresa, un giornalista dell'ufficialissimo Quotidiano del Popolo decise di occuparsi del caso.

"Cominciai ad investigare sulla questione e scoprii che il progetto era stato avviato senza studi adeguati e senza un'approvazione ufficiale. Dopo non molto fu organizzata la prima conferenza pubblica nel campo della difesa ambientale, alla quale presero parte esperti, Ong e media, tutti invitati a commentare il progetto. L'evento fu anche trasmesso su internet da alcune emittenti", ha raccontato Liu.

Dietro questo successo mediatico si cela la figura di Pan Yue, uno dei cosiddetti "principi rossi", i figli dei padri della Patria, dichiaratamente riformista, e da diversi anni al ministero per la Protezione dell'Ambiente, un braccio relativamente debole del governo di Pechino. Ostracizzato da parte della dirigenza, a Pan va il merito di aver posto l'accento sulla necessità di implementare le normative in materia di difesa ambientale, e di aver aperto le porte ai mezzi di comunicazione di massa. "E' stato un grandissimo esempio di democrazia" ha affermato Liu, dicendosi molto soddisfatto del crescente interessamento mostrato dal Partito verso le ambizioni ecologiste del popolo.

"La Cina è pronta per la democrazia, ma è anche chiaro che essa ha vari livelli. Al momento per i cittadini la cosa più importante è poter difendere sé stessi e la propria famiglia. Questo sarebbe abbastanza per ora. E' incoraggiante vedere che molti progetti rischiosi siano stati sospesi in seguito all'emergere di proteste".

Intanto, in tempi di "socialismo con caratteristiche cinesi", la democrazia non resta che esercitarla in rete. Già nel 2007 il web aveva sprigionato tutta la sua potenza quando nella città di Xiamen, i cittadini erano scesi in strada per dire no ad un impianto chimico pianificato da una società taiwanese con il placet del governo locale. In quell'occasione, le autorità si erano date la briga di comprare il silenzio dei media provinciali, così che ai manifestanti non restò che diffondere notizie e organizzare "passeggiate in un determinato posto ad una determinata ora", comunicando tra loro via internet o attraverso messaggi di testo. Lo scorso luglio le proteste di Shifang, nel Sichuan, e Qidong, ad un'ora d'auto da Shanghai, sono terminate a loro volta con una vittoria "verde" e il trionfo dei social network. Quando le notizie cominciano a scorrere sul filo del web fermarle diventa un'impresa quasi impossibile anche per i censori di Pechino.

Quale sia il grado di sopportazione della leadership cinese, però, non sembra essere chiaro nemmeno a Liu. Estraneo agli equilibrismi della censura, ritiene che non esista alcuna strategia per aggirare i controlli, né alcuna linea rossa invalicabile. Non resta che procedere per tentativi fino a quando la scure non si abbassa.

In questo clima di mobilitazione sociale, a fare la differenza sarà la neonata classe media cinese, adulata dai nuovi “signori di Pechino” con un piano di riforme che vede in cima alle priorità sicurezza alimentare, salute pubblica e protezione ambientale.

Liu non ha dubbi: soltanto il problema ambientale può smuovere veramente la "middle class", sempre più preoccupata per l'inquinamento devastante, diffusamente percepito come una grave minaccia per la salute. Un argomento non politicamente sensibile, e dunque tollerato e monitorato con crescente interesse dalle autorità in quanto motivo di malumore popolare e causa di "incidenti di massa"; in grado di esercitare un impatto più esteso rispetto alle espropriazioni forzate o alle dispute sul lavoro.

Esattamente quello che ci vuole a fare da ponte tra funzionari, gente comune e alte sfere del Partito.
"Il fatto che non ci siano più manifestazioni in piazza Tian'anmen non significa che in Cina non esista più un movimento democratico", sentenzia Liu, "il movimento ambientalista è un nuovo movimento per la democrazia".

(Scritto per China Files)

giovedì 25 aprile 2013

Chinese Dream VS American Dream

"Social Change and the Chinese Dream". Dal titolo sembra una gran figata. Ad organizzarla è la Columbia University, che di per sé è già una sicurezza. E poi è gratis. Che fai non ci vai?!

Sembrava l'occasione giusta per tornare al dipartimento di Affari Internazionali, nel Morningside Campus.
Da quando sei a New York non fai altro che setacciare giornalmente il calendario degli eventi di tutti i principali atenei alla ricerca di conferenze sui paesi asiatici. Non ti perdonerai mai di esserti persa quella sui rapporti Mosca-Pechino. Il "Sogno cinese", però, quello non te lo puoi far sfuggire. E così ti prepari al solito viaggio di un'ora per raggiungere la Columbia. La stanze è sempre lei: la 918. La stessa che la settimana prima aveva ospitato una conferenza sulla democrazia in Malesia e Singapore. Ovviamente ti eri fatta pure quella.

Nell'abstract sul sito web del dipartimento veniva definita "brown bag lecture". Se avessi saputo cosa voleva dire probabilmente avresti messo in conto il tanfo di aglio misto a Oreo -quelli non mancano mai. Esattamente come la settimana prima, quando l'uditorio era ancora una volta per la maggior parte asiatico. Il costante ruminare a tutte le ore del giorno e della notte è forse tra le principali somiglianze che hai riscontrato tra popolo americano e cinese (non ce la fai proprio a non fare paragoni eh?!)

Le mascelle rallentano, non si fermano, all'arrivo dei due "illustri accademici" Low Chengwu e Zhang Lei. Il primo docente di Amministrazione Pubblica alla Northeastern University, il secondo professore di Scienze Politiche nel medesimo ateneo. A fare gli onori di casa è Andrew Nathan, del dipartimento di Scienze Politiche. Sarà sempre lui a fare da interprete per quei due unici occidentali presenti (te compresa). Il compito è quantomai gravoso. A cominciare è infatti il prof. Low, un vecchietto sugli ottanta completamente canuto, privo di denti e dalla pronuncia incomprensibile. Più volte il povero Nathan si incepperà completamente "lost in translation".

"Abbiamo assistito ad una globalizzazione dell'economia", comincia Low, tracciando un quadro degli ultimi trent'anni di riforme in Cina. "L'economia pianificata ha lasciato il posto ad un'economia di libero mercato, le aziende sono amministrate da un management indipendente. Ora abbiamo un piccolo governo e una grande società (?!!!!!, ndr)." Ogni singola frase termina con una fragorosa risata, una battuta, un aneddoto scherzoso sui vecchi tempi. "Quando ero giovane e abitavo in campagna spesso si andava a comprare il tofu nel villaggio vicino perché nel nostro non si trovava. Ci chiamavano speculatori" ha raccontato Low, sottolineando come negli ultimi anni sia aumentata l'indipendenza delle organizzazione di villaggio attraverso un sistema di elezioni.

Il pubblico, composto da giovani studenti cinesi, sembra abboccare. Mi guardo intorno: nessuno fa una piega. Nemmeno quando Low dichiara che "la società cinese è una società aperta". Altri cinque minuti così e me ne vado, penso tra me e me.

L'intervento del professore ottuagenario termina con la constatazione (embè, vorrei vedere...) che la Cina deve ancora affrontare molti problemi, disparità sociale in primis, e che la strada è resa più tortuosa dal fatto che si tratta della nazione più popolosa al mondo. In scarsi venti minuti ci togliamo di torno le ovvietà del vecchio Low. La palla passa al giovane Zhang Lei; a lui spetta il compito di parlare di censura e democrazia della rete. Tutt'altra marcia e -grazie a dio- tutt'altra pronuncia!

Zhang -almeno quarant'anni meno di Low- sembra aver capito che è il caso di tenere viva l'attenzione rendendo il discorso più agile. "Con internet la vita dei leader è diventata di dominio pubblico" comincia il prof., portando l'esempio della nuova colorata first lady Peng Liyuan, citando il caso controverso del blog "Imparare da Xi" (interamente dedicato al presidente Xi Jinping), e gli ultimissimi trending topic della rete: il premier Li Keqing nel Sichuan, immortalato nelle zone colpite dal recente terremoto in compagnia di un quadro senza orologio costoso, ma con un bel segno dell'abbronzatura sul polso, e Zhang Aihua, segretario del partito della zona industriale di Bingjiang, pizzicato e circondato dai residenti locali mentre consumava un lauto banchetto alla faccia della "campagna contro gli sprechi" lanciata dal neo presidente Xi.

"Internet ha cambiato la vita politica cinese" scandisce Zhang "ogni persona diventa un media outlet. Negli ultimi anni si è diffuso il citizen journalism ed è aumentata la trasparenza della vita politica. Le relazioni tra cittadini e funzionari sono rese più facili e dirette". Trasparenza e ovviamente anche "democratizzazione": "ogni persona può esprimersi su internet. Ormai il 90% degli utenti cinesi accede al web attraverso uno smartphone" continua il giovane prof., richiamando tuttavia l'attenzione sulle insidie della rete. "Il 60% dei netizen sono giovani studenti, i quali mettono in giro voci irrazionali" e così, talvolta, qualche post viene eliminato. Eliminato non censurato. Non ci giurerei, ma non mi pare si sia mai parlato di "censura" in senso proprio.

Sommando i due interventi, la conferenza sarà durata circa un'ora. Dopo l'applauso di rito si passa al dibattito. "Qualcuno ha delle domande?" chiede Nathan. E qui viene il bello. Probabilmente né Low né Zhang si sarebbero mai aspettati di venire messi in difficoltà da un pubblico tanto smart. "Come fa a parlare di democratizzazione del web quando personaggi influenti vengono continuamente messi a tacere dalla censura?", chiede una delle presenti con sguardo furibondo (solo successivamente avrei scoperto essere una giornalista cinese residente in Francia). Cala il silenzio. Qualche risatina di sottofondo accompagna un tentativo di intortamento da parte di Zhang. Colpito e affondato. Sullo stesso spartito altri presenti cercano di fare chiarezza sulle possibilità di una reale libertà di parola. Alcuni lo fanno in modo soft, altri insoddisfatti dalla spiegazione ricevuta replicano con un "ma lei non ha risposto alla mia domanda!".

Stiamo parlando di giovani expat cinesi, quelli col soldo e ambizioni che vanno al di là di un buon posto in un'azienda statale della mainland. Quelli che si stanno già vivendo il "sogno americano" e che a quello cinese, ancora "work in progress", ci credono poco. Forse in patria i due "illustri accademici" avranno più fortuna.



mercoledì 24 aprile 2013

Cina: le donne, il corpo e i media

L'economia del Dragone -e con essa i consumatori cinesi- è lo specchio di una società in continuo mutamento, caratterizzata per tradizione, come molti altri paesi dell'Asia orientale, da "tendenze collettiviste" che inducono l'individuo ad un uniformarsi al tutto. D'altra parte, come sottolinea l'antropologo olandese, Geert Hoefstede, "quando un'economia comincia a fiorire e i suoi abitanti si arricchiscono, le culture collettiviste tendono naturalmente a divenire più individualiste, dando vita ad una società assai più libera di quanto non fosse in precedenza". E' innegabile che lo sviluppo della Cina abbia ormai raggiunto questo stadio. Ad accelerare il processo ha giocato un ruolo di primo piano l'influsso del modello culturale occidentale, "individualista" per antonomasia, penetrato negli ultimi anni attraverso una sempre più massiccia presenza di messaggi pubblicitari d'oltremare. Con il risultato che ora i cinesi vengono spinti ad affermare la propria personalità attraverso ciò che comprano e nel modo in cui si presentano all'esterno.

Ma se nel Regno di Mezzo i prodotti "made in Occidente" hanno ricevuto un alto indice di gradimento, non è altrettanto chiaro l'effetto che gli spot pubblicitari stranieri, portatori di nuovi canoni e valori, possano avere sulla psiche dei cinesi. Secondo Richard Gordon, psichiatra e autore di diverse pubblicazione, "l'occidentalizzazione" di culture lontane ha fatto sì, tra le altre cose, che paesi un tempo estranei a disturbi del comportamento alimentare -quali Cina, India, Corea del Sud, Argentina e Brasile- abbiano cominciato a dover far fronte agli stessi problemi che tormentano l'Ovest.

Le fattezze rotonde delle divinità tradizionali e dei portafortuna cinesi, simbolo di ricchezza e successo finanziario, non hanno impedito ai canoni estetici occidentali di valicare la Muraglia. La penetrazione era già avvenuta circa un ventennio fa, come dimostra lo studio "Dissatisfaction Among Chinese Undergraduates and Its Implications for Eating Disorders in Hong Kong", realizzato nel 1996 da alcuni studiosi cinesi su un campione di 1.581 soggetti. Il sondaggio rivela l'evidente frustrazione dei maschi cinesi per la loro scarsa altezza e una struttura fisica troppo gracile, mentre per le donne -ossessionate dal peso- vita, fianchi e cosce vengono elencati tra i propri punti deboli. Preoccupazioni che riflettono una netta virata rispetto all'estetica tradizionale del Dragone tutta focalizzata su sopracciglia, occhi, orecchie, naso e bocca. Oggi il chiodo fisso delle giovani cinesi sembra essere proprio quella "magrezza", un tempo sintomo di povertà, sfortuna e malattia. Ad accrescere il senso di insoddisfazione verso il proprio aspetto contribuiscono i modelli sponsorizzati dai media, riviste e programmi televisivi in primis. E lo fanno fin dagli anni dell'adolescenza.

Eppure -come rivela un sondaggio del 2011 effettuato su 50 ventenni cinesi provenienti dalle città settentrionali di Ningbo e Tangshan- anche se la maggior parte delle intervistate si è dimostrata decisamente critica nei confronti della figura femminile sponsorizzata dai mezzi di comunicazione di massa, d'altra parte molte di loro non sembrano pienamente consapevoli dell'influenza esercitata dai media sui propri gusti estetici. Che, nonostante tutto, coincidono con l'"essere formosa", "avere gambe lunghe" e indossare "vestiti alla moda".

Il corpo delle donne
Tradizionalmente in Cina il corpo veniva considerato in termini morali, percepito come parte della natura e descritto attraverso un vasto repertorio di metafore. Fino a quando la distruzione del passato voluta da Mao Zedong non finì per colpire anche il modo di intendere la propria fisicità. Mentre alla fine degli anni '60 gli slogan delle “streghe” facevano tremare l’Occidente, nel Regno di Mezzo la de-sessualizzazione imposta sotto la Rivoluzione Culturale aveva annullato qualsiasi distinzione di genere, mortificando la femminilità stessa. La partecipazione alla lotta di classe e alla crescita del Paese si era esplicata anche attraverso l’imposizione dell’uniformità tra i sessi; studentesse e lavoratrici dai capelli corti, insaccate nelle smorte divise maoiste. “L’eredità rossa” ha indotto il popolo cinese a maturare una percezione del proprio corpo atipica.

Poi negli anni '80 un primo risveglio: permanenti e abiti alla moda cominciarono ad evidenziare una percezione del corpo più sana e sensuale. La decade successiva avrebbe visto la diffusione dei primi concorsi di bellezza nelle province meridionali del Guangdong, Fujian e Shanghai, con conseguente presa di coscienza del valore commerciale della bellezza stessa. Ebbe così inizio la mercificazione del corpo femminile.

Ciò che dà valore al corpo inteso come "prodotto commerciale" non è tanto lo stato di salute o la sensualità. E' piuttosto il rispetto di certi canoni e misure imposte dal mercato della moda e accettate più o meno incondizionatamente dalla popolazione femminile. Il desiderio di rientrare negli standard sponsorizzati dalla società dell'immagine si è tradotta in una competizione tra donne, fonte di grandi guadagni per l'industria del fashion e dei cosmetici.

Le cose, tuttavia, stanno cambiando, ha sottolineato Zhang Ning, professore di cultura cinese presso l'Università Normale di Pechino in un'intervista apparsa sul sito di "citizen journalism" My1510 (link). Una recente tendenza mette in risalto un rinnovato interesse dei giovani per ciò che è "fresco, semplice e naturale", estendendo il concetto di bellezza a seconda della percezione individuale. In questa direzione si inserisce il fenomeno dilagante sulla rete delle "donne semplici", che vede "ragazze della porta accanto" proporsi come nuove bellezze, acquisendo un certo successo popolare nonostante spesso le loro performance sfiorino la soglia del ridicolo. Il fenomeno di "Sister Furong" (di cui Uno sguardo al femminile proporrà a breve un approfondimento) è uno degli esempi più eclatanti del desiderio di affermare la propria bellezza, sebbene non conforme ai canoni estetici convenzionali.

Lo scorso anno piovvero critiche sui concorsi di bellezza della mainland per l'elezione di vincitrici ritenute dal pubblico decisamente "bruttine", in quello che Zhang Ning ha definito una "distorsione" deliberata degli organizzatori al fine di attrarre l'attenzione. Ad aver l'ultima parola nelle "gare tra le belle" sono spesso i poteri amministrativi, finanziari e mediatici. Sono loro a legittimare la vincitrice, ha sottolineato Zhang. D'altra parte, in questo caso la decisione di scegliere giovani fuori dagli standard estetici condivisi potrebbe essere interpretata come una pacca sulla spalla a tutte le "ragazze normali" presenti tra il pubblico.

A testimoniare un'evoluzione nella percezione della propria fisicità, lo scorso novembre alcune giovani cinesi avevano deciso di pubblicare su internet le loro foto senza veli nell'ambito di una campagna contro le violenze domestiche. Il linguaggio utilizzato è molto forte: seni nudi cosparsi di scritte rosso sangue e teste rasate. Il corpo diventa così un "campo di battaglia", aveva spiegato Xiong Jing, una delle organizzatrici. "Orgogliosa di essere piatta; vergogna per le violenze domestiche", "Non picchiarla; ama il suo corpo" e "Liberate la sessualità; eliminate la violenza" sono alcuni dei messaggi espressi dalle manifestanti attraverso la propria nudità.

"Sexy con caratteristiche cinesi"
"Xinggan" è la parola che in cinese si avvicina di più al concetto di "sexy" per come viene inteso in Occidente. Una parola giovane per un concetto giovane. Fino a vent'anni fa, infatti, in Cina si era soliti esaltare la bellezza dello spirito più che quella del corpo, così che il linguaggio scritto era sprovvisto di un termine che indicasse in maniera appropriata l'attrattiva sessuale esercitata attraverso la fisicità.

"E' soltanto con i libri illustrati in arrivo da Europa, America e Giappone e sopratutto con l'accesso al web che abbiamo imparato cosa vuol dire 'sexy'", ha spiegato Li Fang, fino a qualche tempo particolarmente prolifico di commenti su Zhongqing Luntan, un blog simile a quello attualmente gestito da Han Han, una delle voci più pungenti della rete cinese. Glutei e seni prominenti a gogò in arrivo dall'estero: una vera sfortuna per le ragazze cinesi non particolarmente dotate di curve, chiosa Li.

A guidare la rivoluzione in questo scenario di "colline sinuose" è stata For Him Magazine (FHM) grazie ad un'intuizione a suo modo geniale. L'unico modo per sopravvivere nel mercato cinese è sinizzarsi; ormai sembrano averlo capito le aziende d'oltreconfine che giungono nell'ex Impero Celeste a caccia di clienti. E così ha fatto anche la nota rivista per maschietti, che ha semplicemente deciso di dirottare il proprio interesse da fianchi e seni verso quelle parti del corpo per secoli celebrate nella letteratura cinese: piedi, pancia e vita.

Fu creato un nuovo standard per la sensualità cinese, con conseguente ripercussione sull'"economia della bellezza femminile". Tutti gli obiettivi cominciarono a puntare ventri scoperti e sandali con tacchi mozzafiato, anche in pieno inverno. Continua a sopravvivere, però, il gusto per il decoltè strizzato e un uso sconsiderato di photoshop che ispira normalmente una lunga sfilza di commenti negativi sotto le immagini ritoccate pubblicate su internet. Quando è troppo è troppo, sembrano pensare i netizen.

Asiatico-americane: "le eleganti ed astute dee del male"
Esotiche, servili e attraenti. Così i media del Nuovo Continente amano dipingere le donne asiatico-americane, relegate a ruoli spesso stereotipati che le rendono vittime, non soltanto di discriminazioni razziali, ma anche di genere. Una lunga tradizione, che affonda le radici negli anni della colonizzazione occidentale in Asia, identifica nelle bellezze orientali un "oggetto sessuale", una merce da possedere priva di identità propria.

Come riportato nel documentario "Ancestors in the Americas", nei primi anni di vita degli Stati Uniti l'individualità delle immigrate cinesi fu annullata attraverso l'uso dell'appellativo generico di "China Mary", nome con il quale venivano chiamate indistintamente tutte le donne provenienti dal Paese di Mezzo. "Durante il coinvolgimento degli americani nella guerra con le Filippine, con Cina e Giappone durante la Seconda guerra mondiale, e più di recente nelle guerre di Corea e Vietnam, le donne asiatiche venivano considerate dai soldati americani come prostitute e oggetti sessuali che offrivano riposo e recupero dalle zone di guerra" [Chan, C. (1988). "Asian American women: The psychological responses to sexual exploitation and cultural stereotypes"].

La filmografia anni '50 e '60 ha continuato ad alimentare una visione distorta della femminilità asiatica, dipingendo le donne dell'estremo Est come "eleganti dee del male con  gli occhi a mandorla e dai modi astuti, o sorridenti fanciulle dei mari del Sud avvolte nei sarong, con fianchi ondulati, capelli neri e pelle candida oscurata dal trucco". E sebbene i media occidentali si stiano adoperando per eliminare i vecchi stereotipi dal piccolo e dal grande schermo, la "sexploitation" delle donne cinesi è ancora evidente.

La comunità asiatico-americana sembra non essere ancora convinta circa la vera natura di Lucy Liu, una delle attrici sino-americane più popolari protagonista di pellicole quali Kill Bill e Charlie's Angels, che non di rado si trova a rivestire i panni della "puttanella", intrecciando relazioni sessuali occasionali al fine di raggiungere un preciso obiettivo. La potenza erotica viene sovente sfruttata a proprio vantaggio dai personaggi femminili asiatici, comunemente bollati come astuti, esotici e sexy.

Ma se la logica del commercio spinge immancabilmente i media a servirsi delle bellezze asiatico-americane e di stereotipi vincenti al botteghino, c'è da chiedersi quale impatto possa avere una visione viziata della femminilità orientale sulle "non-Caucasian" nate oltremare.

(Scritto per Uno sguardo al femminile)




giovedì 18 aprile 2013

"Succede in Nord Corea". Intervista a Flavio Pettinari della KFA Italia


(Segue da Succede in Corea del Nord)

Raggiunto telefonicamente da Dazebao, Flavio Pettinari offre uno scorcio del Regno eremita osservato da una posizione privilegiata. A differenza di chi entra in Corea con le agenzie turistiche straniere (tutte corrispondenti col KITC, l'ente per il turismo statale), chi ha accesso nel Paese con la KFA -che corrisponde con il Comitato per le Relazioni Culturali coi Paesi Esteri di Pyongyang- viene visto come "dongji" o anche un amico. D'altra parte proprio gli stretti legami con il governo nordcoreano hanno da sempre attirato sull'associazione diversi sospetti. Pettinari ha tenuto a specificare come i rapporti con Pyongyang vengano filtrati attraverso il Comitato per le Relazioni Culturali coi Paesi Esteri, un ente interministeriali simile a quelli esistenti all'epoca dell'URSS anche in altri Paesi socialisti e che costituisce il referente in loco della KFA Italia.

Quando il giovane Kim assunse il potere alla morte del padre Kim Jong-il, Pechino si aspettava che, pur mantenendo uno stretto controllo sul sistema politico, questi avrebbe avviato riforme economiche prendendo ad esempio "il modello Cina". Tuttavia i funzionari nordcoreani debbono aver pensato che strizzare l'occhio al capitalismo non avrebbe soltanto minato la purezza ideologica della Nazione, ma avrebbe anche dato al Dragone accesso illimitato al proprio mercato. A Dandong la frustrazione cinese per l'intransigenza del Regno eremita è palpabile. Miliardi di yuan sono stati investiti in una zona economica speciale che ancora verte in una fase di stallo, e uguale sorte sembra essere toccata all'area industriale di Rason, vicino alla frontiera nordcoreana con Cina e Russia. Per Qiu Lin, noto analista finanziario cinese, l'apertura di Pechino ad un "sistema socialista con caratteristiche cinesi" ha indignato profondamente la leadership di Pyongyang, che avrebbe pertanto preferito riannodare i rapporti con la Russia di Boris Eltsin, prima, e Vladimir Putin, poi,. Di recente però la rinomina a primo ministro di Pak Pong-ju, noto per le sue tendenze riformiste costategli il posto nel 2007, ha scatenato una girandola di voci sulla possibilità di un'apertura del Paese eremita. Cosa ne pensi? Condividi l'opinione di Qiu? 

Negli ultimi mesi della sua vita, Kim Jong-il ha visitato diverse volte sia la Russia che la Cina. In quelle occasioni ha espresso grande apprezzamento per i progressi ottenuti da Pechino. Allo stesso tempo, però, in questi comunicati si diceva chiaramente che la strada del socialismo nordcoreano è un'altra. Sicuramente all'interno del Partito del Lavoro di Corea, cioè nell'Assemblea Popolare Suprema, esistevano già, negli anni '80 e poi '90, delle componenti che guardavano con favore alla Cina. Anzi, negli anni '80 ci sono stati frizioni all'interno del Parlamento tra chi ammiccava alla Cina e chi invece era più legato allo sviluppo nordcoreano che prendeva in quegli anni la linea del Songun, che dà priorità all'esercito. Questo dualismo è ancora presente. Ci sono stati tentativi di mediazioni  attraverso l'introduzione delle zone economiche speciali (Zes), dove gli stranieri possono investire più o meno liberamente, possono fare joint-venture a capitale totalmente straniero, con delle particolarità però: queste joint venture sono a durata e non a durata fissa. Lo Stato rimane in qualche modo il partner perché non garantisce delle concessioni per quanto riguarda i terreni. C'è un tipo di mediazione in stile coreano anche sull'inserimento di elementi di economia di mercato limitati però sempre alle Zes. Inoltre, gli stranieri possono investire anche all'interno del Paese, fuori dalle Zes, stabilendo joint venture con partner coreani, cioè con aziende coreane statali. Tutto questo è sottoposto ad una legislazione abbastanza complessa, ma è ugualmente fattibile. Si tratta comunque di un'evoluzione molto diversa dal socialismo di mercato cinese.

Qualche notizia sullo stato di sviluppo della Zes di Rason? 

In realtà Rason è risultata un po' penalizzata. Nata come zona di libero scambio tra Corea del Nord e Cina, rappresenta l'equivalente di Kaesong per Pyongyang e Seul. Non so se negli ultimi anni ci sono stati sviluppi. Un anno e mezzo fa Cina e Corea del Nord hanno aperto un'altra Zes, che ha coinvolto anche le isole Hwanggumphyong e Wihwasul sul fiume Yalu. Penso che alla fine Rason sia stata penalizzata dal fatto che i cinesi abbiano cominciato a investire massicciamente all'interno del Paese, al di fuori dell'area industriale speciale.

In una tua precedente intervista facevi notare che in realtà è da circa un decennio che la DPRK "si propone come Paese dove poter investire: ricordiamo l’istituzione di zone speciali come la già citata Kaesong (nata nel 2002), e il corposo volume Laws and regulations on foreign investments (pubblicato nel 2006) che raccoglie le leggi in materia – un volume interessante, per capire come far operare partner stranieri senza intaccare il sistema socialista." Quali sono i segnali tangibili di un cambiamento nella situazione economica del Paese?

Per quanto riguarda la questione economica, i nordcoreani sono un po' vaghi nel fornire i dati statistici. Lo scorso anno hanno rilasciato numeri molto molto generici per quanto riguarda il bilancio statale. Quello che sono riuscito a vedere andando lì, ma che si può notare anche osservando le riviste commerciali nordcoreane, è che ci si rende conto come molte cose che all'inizio di questo secolo non erano reperibili nel Paese e andavano importate -per esempio la frutta- adesso si trovano. Non è un caso che vengano richiesti dall'estero macchinari per la lavorazione della frutta e la produzione di succhi. E', inoltre, in espansione l'esportazione di macchine tecnologiche, come per esempio i torni o macchine generali a controllo numerico, sistemi CAD/CAM che richiedono anche conoscenze informatiche per quanto riguarda i softwear. Da questo punto di vista c'è stata una crescita evidente. Per quanto riguarda invece la popolazione -quello che loro chiamano la crescita e lo sviluppo del benessere della popolazione- già nel 2004 e 2005- il governo aveva messo in programma l'aumento dello standard di vita del popolo. Nel senso che raggiunta una determinata potenza militare hanno ritenuto si potesse pensare di investire anche nei beni di consumo. Infatti è aumentata la produzione di piccoli elettrodomestici, giocattoli e beni di consumo in generale. Anche andando nei negozi della distribuzione socialista, dove un tempo erano reperibili solo le cose essenziali, ora si trovano prodotti più variegati, anche per quanto riguarda l'abbigliamento.

Uno degli aspetti che più preoccupa la comunità internazionale è lo stato in cui verte la popolazione nordcoreana, soggetta a malnutrizione e a standard di vita ancora molto bassi. Il tutto sotto gli occhi di una leadership che continua ad investire massicciamente nel suo programma nucleare e missilistico. Come giustifichi il budget militare di Pyongyang?

Lo scorso anno si parlava di investimenti per la difesa del 14-15%, cifre altissime rispetto a quello a cui siamo abituati noi, ma anche rispetto a quanto stanziato da altri paesi socialisti come la Cina, che investe molto meno. Una precisazione che si può fare è che nel 15% per il settore della difesa rientrano anche le infrastrutture destinate all'esercito e alla Guardia Rossa Popolare. L'esercito in Corea non gestisce unicamente la difesa ma riveste anche il ruolo di protezione civile, gestisce anche le politiche forestali, l'apertura delle fabbriche. La maggior parte dei cantieri stradali si avvale del lavoro dei soldati. Vi è una sorta di ammortamento dell'enorme spesa militare a livello di costruzioni e infrastrutture che vengono realizzate dall'esercito. Avviene un livellamento di questo tipo, tenendo presente che tutte le aziende sono statali e tutto quello che il Paese guadagna dalla produzione di queste aziende e delle esportazioni è all'interno dello Stato. Il 15% viene impiegato nella difesa, ma più o meno le stesse cifre sono utilizzate per la cultura, lo sport e l'istruzione. Non ci sono buchi neri nel bilancio e per il regime gli altri settori hanno uguale importanza.

La stampa internazionale ama dipingerlo con tratti grotteschi e caricaturali. Per alcuni Kim Jong-un è il ragazzo rotondetto che ama il basket e i fast food, ma che in preda all'impulsività dei suoi trent'anni potrebbe fare una provocazione di troppo, causando una guerra devastante per il proprio Paese. Per altri è un burattino nelle mani dei due zii, ai quali il Caro Leader, prima di morire, lo aveva lasciato in custodia. Lei -si mormora-  la grande stratega, la mente ideatrice delle recenti minacce nordcoreane, lui l'uomo di Pechino, in passato spesso oltre la Muraglia per studiare il modello economico cinese. Pare che all'interno del Partito si sia creata una spaccatura: qualcuno sembrerebbe non gradire che a guidare il Paese sia il giovanissimo leader. Pensi sia uno scenario plausibile? Quanta influenza ha Kim Jong-un nei meccanismi decisionali del Partito?

All'interno del Partito ci sono figure diverse. Spesso vengono fatte illazioni, si parla di fonti autorevoli che riferiscono di problemi interni alla leadership, ma non darei troppo credito a queste voci. Anche un po' per esperienza. Più volte in passato la stampa aveva dato Kim Jong-il per morto. Eviterei di prendere per buone le voci di corridoio quando mancano informazioni ufficiali, perché non ci sono basi concrete per dare un giudizio. Il Collegio è un sistema un po' diverso al nostro sistema elettorale. Il candidato alle elezioni, poniamo all'Assemblea Popolare Suprema, di ogni circoscrizione viene scelto dagli stessi elettori della circoscrizione che si riuniscono in consigli popolari e designano i candidati. Questi candidati si presentano alle elezioni e possono essere iscritti al Partito del Lavoro, al Partito Social Democratico oppure al Partito Chondoist Chongu, ma possono essere anche senza partito. Una volta designati si candidano alle elezioni e vengono eletti nell'Assemblea Popolare Suprema e nelle altre assemblee territoriali. Per quanto riguarda decisione e scelte, per esempio quando si è riuniti l'ultimo Comitato Centrale del Partito hanno votato all'ordine del giorno delle proposte che i deputati del Partito avrebbero dovuto poi presentare all'Assemblea Popolare Suprema. Alcune riguardavano la questione nucleare, altre il benessere e lo sviluppo di alcuni settori. Lo stesso fanno gli altri partiti. Ognuno elabora le proposte che poi saranno presentate dai rappresentanti al Parlamento. Chiaramente hanno preso anche le proposte avanzate dal Commissione di Difesa Nazionale, l'organo di fatto più importante del Paese. Gran parte dei parlamentari sono eletti nell'Esercito e hanno peso nell'approvazione delle leggi e nella discussione sul bilancio. La figura di Kim Jong-un, e prima di lui del padre e del nonno Kim il-sung, oltre a simboleggiare a livello formale il massimo grado dello Stato, rappresenta per i coreani un po' il simbolo nazionale del popolo, l'unità del Paese. Se vogliamo la Corea del Nord è il più asiatico tra i paesi dell'Estremo Oriente. La figura del maestro è molto importante. Spesso si parla in maniera denigratoria della Corea come di un Paese stalinista e confuciano, quasi se fosse un insulto. Il Confucianesimo è alla base della cultura e del modo di fare dei coreani. Ne è prova il rispetto degli antenati e la devozione che hanno per il culto dei morti. C'è questo connubio tra una tradizione confuciana, con grosse influenze buddhiste, che resiste nonostante l'impianto invece comunista dell'ideologia del Juche. La moralità dei coreani ha profondissime radici nelle tradizioni popolari nazionali. Forse è proprio per questo che negli anni '40 i nazionalisti hanno sostenuto Kim Il-sung durante la guerra, molti sono entrati nel Partito Comunista e nel Partito del Lavoro. Sono stati molto intelligente Kim Il-sung e Kim Jong-il a non seguire la strada della distruzione del passato intrapresa da Mao Zedong con la rivoluzione culturale. Proprio in quegli stessi anni, invece, il governo nordcoreano ha investito moltissimo nella ristrutturazione dei templi buddhisti, così come nel recupero delle vestigia del passato. Non hanno mai voluto distruggere i retaggi del feudalesimo.

Molti pensano che le minacce di Pyongyang, più che essere dettate da sentimenti di ostilità verso Washington, siano motivate da ragioni di politica interna. Sei d'accordo?

Si possono fare dei parallelismi con Kim Jong-il. Anche lui dopo morte del padre Kim il-sung, quando prese il potere, fece uno sfoggio di muscoli causando grandi momenti di tensione e si arrivò ad una crisi nucleare. Sicuramente c'è la volontà di dimostrare al popolo e all'esercito che la nuova leadership è degna del ruolo che ricopre; è un elemento che anche io sottolineo. D'altra parte le esercitazioni congiunte tra Seul e Washington, che durano da mesi, hanno visto un'ingente presenza militare nella penisola, e si tratta di una cosa gravissima visti anche i precedenti. In passato, nel caso di altre esercitazioni su larga scala c'è stato l'episodio del bombardamento dell'isola sudcoreana di Yeonpyeon e la questione insabbiata dell'affondamento della corvetta Cheonan nel 2010. E' una cosa veramente fastidiosa vedere queste mobilitazioni militari al confine tra Nord e Sud, sopratutto calcolando che Pyongyang aveva offerto sia a Seul che a Washington di tornare al tavolo delle trattative. C'è la volontà da parte dei nordcoreani di stabilire una certa calma nella penisola, ma quando vedono che la controparte reagisce con l'organizzazione di vaste esercitazioni la risposta nordcoreana è equivalente. I coreani, probabilmente, vorrebbero la ripresa dei "colloqui a sei". In realtà, negli ultimi comunicati ufficiali si dichiara l'intenzione di voler stabilire un dialogo direttamente con il Sud, senza la mediazione straniera. Anche un ritorno ai "tavoli a sei" sarebbe comunque una cosa positiva.

Pare che David Rodman, lo stravagante giocatore di pallacanestro americano "amico" di Kim, tornerà nel Regno eremita ad agosto. Secondo sue recenti dichiarazioni, sarebbe stato persino contattato dall'FBI dopo il suo incontro di febbraio con il leader nordcoreano. "Volevano sapere com'era andata e chi comanda davvero" ha spiegato il cestista. Come interpreti queste amicizie a stelle e strisce di Kim Jong-un? Si è parlato di una sorta di "diplomazia del basket"...

Quando si legge sulla stampa internazionale che Kim Jong-un utilizza l'iPod tutti rimangono stupiti. Gli Stati Uniti non sono odiati per niente dai coreani. Loro odiano la politica imperialista degli Usa ma sanno benissimo che la società americana non è soltanto caratterizzata dall'imperialismo di chi comanda. Per esempio Kim Il-sung e Kim Jong-il avevano rapporti di amicizia con Jimmy Carter ed i nordcoreani sono in ottimi rapporti con Bill Clinton. Non c'è questa grande ostilità che si pensa normalmente; niente a che vedere con il fanatismo dimostrato da alcuni gruppi islamici verso l'Occidente. Quando i coreani utilizzano il termine "nemici" è perché si riferiscono ai soldati americani che sono a sud del 38esimo parallelo. Noi della KFA abbiamo anche dei membri statunitensi, persone che hanno fatto parte delle nostre delegazioni in Corea del Nord e sono state accolte come tutti noi altri. Addirittura quando c'erano state altre manifestazioni antimperialiste, nel 2009, abbiamo portato un professore di medicina americano per fare scambi di studio, in quell'occasione abbiamo anche introdotto in Corea del Nord dei macchinari.
Lo stesso discorso vale per la Corea del Sud. Sui giornali occidentali si scrive che nordcoreani e sudcoreani sono nemici storici, ma in realtà sono lo stesso popolo. Mi ha colpito l'intervista ad un cittadino nordcoreano che in occasione della squalifica ai mondiali della sua squadra rispose che comunque era sollevato dal fatto che quella della Corea del Sud fosse ancora in gara. Alla fine si tratta dello stesso popolo: lo spirito dei coreani di Nord e Sud è lo stesso. E' cosa ben diversa quello che pensa chi bombarda o si trova a dirigere un Paese da quello che pensa il popolo. Io spero che alla fine di questo mese, quando finiranno le manovre militari congiunte Usa-Corea del Sud, si possa tornare ad un clima di distensione. Nel comunicato del ministero della Difesa uscito il 17 aprile si prendeva atto delle dichiarazioni di Obama (del fatto che non vuole una guerra), dell'arretramento delle truppe americane dalle linee di confine, così come delle modifiche del piano di esercitazioni militari tra Washington e Seul. Mi pare che i toni siano più rilassati. Negli ultimi anni, in occasione della nascita di Kim Il-sung e Kim Jong-il, i nordcoreani hanno portato avanti delle provocazioni, come il lancio del satellite poi fallito. Probabilmente staranno preparando qualcosa nei prossimi giorni; se hanno spostato la data è perché hanno preso atto di queste novità nella posizione assunta dagli Stati Uniti. Se però comunicano al mondo che faranno una cosa, poi la fanno: non tirano indietro la mano dopo aver lanciato il sasso con il rischio di sfigurare. Se annunciano che lanceranno un satellite è perché il satellite è già quasi sulla rampa di lancio. Questo è un po' il loro modo di comunicare con l'Occidente. Ma se porteranno avanti qualche azione si tratterà soltanto di atti dimostrativi, niente di più: se non vengono attaccati non attaccheranno mai per primi.