venerdì 24 maggio 2013

La democrazia che vogliono i cinesi


(Aggiornato il 27 maggio)

"La Cina non adotterà mai una democrazia occidentale". Se a dirlo è Wu Banguo, l'ex presidente dell'Assemblea Nazionale del Popolo (il parlamento cinese), l'affermazione, pur assumendo un certo peso data l'ufficialità della fonte, non suonerà certo nuova alle orecchie di chi bazzica abitualmente il mondo della sinologia. Se a pensarlo però è una fetta consistente della popolazione nazionale allora magari capiterà di vedere sollevarsi qualche sopracciglio in più. 
Conservatori, cinici e pragmatici: così descrive i cittadini cinesi dell'ultimo quarto di secolo Zhang Mingshu, researcher presso l'Accademia Cinese delle Scienze Sociali e autore di uno studio dal titolo eloquente di "Che tipo di democrazia vogliono in cinesi?" L'esito della ricerca è stato riportato in maniera stringata dal South China Morning Post all'inizio del mese corrente; sotto propongo la traduzione integrale dell'articolo comparso sul Nanfang Zhoumo il 3 maggio.  

Zhang Mingshu, professore associato e direttore del centro di ricerca di cultura politica presso l'Accademia Cinese delle Scienze Sociali, a ridosso dall'uscita del libro "Che tipo di democrazia vogliono i cinesi?", il 18 aprile ha invitato alcuni amici intellettuale per una discussione informale. Inaspettatamente, ancora non era cominciato il dibattito, quando Zhang ricevette un messaggio in cui un amico lo avvertiva che non sarebbe andato perché riteneva di pensarla in maniera diversa.

Il libro nasce dall'estensione del progetto "Ricerca sulla qualità politica dei cittadini cinesi" promosso dall'Accademia Cinese delle Scienze Sociali. Nel 2011 Zhang condusse questa ricerca per far luce sulle aspirazione del popolo cinese riguardo alla democrazia. Nel 2012 attraverso l'analisi e la comparazione dei dati ricavati giunse a delle conclusioni inaspettate.

Dividendo l'opinione dei cinesi sulla democrazia in correnti di sinistra, centro e destra, la sinistra (che in Cina corrisponde alla corrente più conservatrice, ndr) costituisce il 38,1%, la fazione intermedia il 51,1%, la destra solo l'8%.

I cittadini cinesi vogliono che la democrazia e la regola della virtù abbiano la meglio sullo Stato di diritto; pensano che la questione della corruzione e della vigilanza da parte del popolo debbano avere la precedenza sulla tutela dei diritti e delle libertà del popolo. Credono che occorra dare maggior importanza al contenuto e alla sostanza più che alla forma e alle procedure, e che le consultazioni debbano avere la priorità sul voto. I cinesi vogliono una propria democrazia, che non è quella adottata dai Paesi stranieri.

Utilizzando indicatori specifici e tecnici per evidenziare l'evoluzione dell'opinione delle persone riguardo alla democrazia, Zhang ha scoperto che l'approccio politico dei cinesi tende verso una posizione di centro e che c'è un gap tra partecipazione politica virtuale e partecipazione politica effettiva. La partecipazione politica idealista si sta trasformando in una partecipazione politica realista. Dal punto di vista dell'ideologia politica, i nati tra il 1960 e il 1969 stanno cambiando orientamento, passando da sinistra verso posizioni moderate e di destra.

Non è la prima volta che Zhang conduce questa ricerca. Si era già occupato dello stesso argomento nel 1988. Non molto dopo che il Tredicesimo Congresso del Partito aveva proposto la riforma del sistema politico, nell'aprile dell'89 terminò il primo rapporto sulla "Ricerca sulla qualità politica dei cittadini cinesi"; nel '94 lo ampliò in una monografia dal titolo "Il popolo politico della Cina".

Per mettere a confronto i cambiamenti registrati nelle inclinazioni politiche dei cinesi nelle due differenti epoche, delle trenta tematiche affrontate nell'indagine del 2011 venti erano sostanzialmente le stesse già proposte nel 1988.

Il sondaggio e il questionario conservano caratteristiche cinesi. La parola chiave "democrazia" è stata adattata alle questioni specifiche "locali". Ricorrono domande del tipo: "Nella città in cui vivi quale credi sia il leader più importante?" Oppure: "Qualcuno ha scritto un articolo dal titolo 'La democrazia è una buona cosa', tu sei d'accordo che lo sia?" e così via.

Dato che la ricerca doveva riflettere la situazione nazionale, sono state prese in considerazione le quattro tipologie di città cinesi, ovvero: le municipalità direttamente sotto il controllo del governo centrale e le grandi vittà, le città provinciali e sub-provinciali, quelle a livello di prefettura, le contee e le città a livello di contea. Tra queste sono state selezionate in maniera casuale Pechino, Shenzhen, Xiaogan e Yulin. I soggetti presi in esame sono tutti "cittadini sopra i 18 anni, residenti in città e sobborghi", per un totale di 1750 campioni. Attraverso metodi tecnici è stato garantito che gli indicatori statistici degli intervistati -età, sesso, livello di istruzione ecc...- fossero sostanzialmente identici ai dati sul censimento emessi dall'Istituto Nazionale di Statistica.

Sinistra, centro e destra possono collidere?

NFZM: L'ambiente accademico e quello sociale come sono cambiati rispetto al sondaggio del 1988?

Zhang: L'intervista dell'88 fu portata a termine nell'aprile dell'anno successivo. Al tempo il Tredicesimo Congresso aveva proposto di avviare una riforma del sistema politico. Questa volta ho proceduto più cautamente: mi sono riproposto di rimanere all'interno del sistema senza superare la linea di confine.

NFZM: Nella nuova indagine venti domande sono uguali a quelle comparse nel 1988. Le altre dieci su quali argomenti vertono?

Zhang: Il questionario si divideva in tre parti: idee politiche, partecipazione politica e conoscenza politica. Le nuove domande aggiuntive sono focalizzate per lo più sulle idee politiche. Quelle sulla partecipazione e conoscenza politica sono praticamente uguali a quelle della scorsa volta. Per esempio: "se ti imbatti in un qualcosa di irragionevole protesti con le autorità oppure lo riporti ai rappresentati del popolo e ai media?" Nell'88 queste erano le due uniche scelte possibili, questa volta abbiamo aggiunto internet.

NFZM: Per quanto riguarda le domande che ricorrono in entrambe le ricerche, quali differenze si notano?

Zhang: Nell'ultima indagine il focus si concentra sulla differenziazione tra sinistra, centro e destra. I risultati evidenziano che la destra è in minoranza, la sinistra ottiene più vasto consenso e che la maggior parte delle persone segue l'orientamento dei media mainstream. Tutto questo mi ha stupito molto. Le persone intervistate nel 1988 manifestarono chiaramente un maggior grado di "occidentalizzazione". Allora, all'inizio della politica di apertura, la società era più incline ad abbracciare tutto quello che era occidentale. Al contrario questa volta scopriamo che intellettuali di sinistra e idee anacronistiche esercitano una forte influenza sulla società. Secondo i dati raccolti, oggi il 38,1% dei cinesi si riconosce nella sinistra, il 51,5% ha idee moderate, mentre l'8% è di destra. Questo mi ha colpito molto. Ma basta osservarsi intorno, non soltanto negli ambienti culturali, ma anche mentre si passeggia per strada, nella propria città, per rendersi conto che queste statistiche in effetti sono esatte.

NFZM: La proporzione che alcune classi di persone ricoprono nei dati demografici è uguale all'influenza che queste esercitano nella vita reale?

Zhang: Una volta terminato il progetto, lo studioso Yang Dongping ha dichiarato che in questa società,  l'influenza del ceto colto è ancora maggiore.

NFZM: Crede che le percentuali rivelate dalla sua ricerca (38% a sinistra, 51% moderati, 8% a destra) possano portare ad una collisione tra le varie parti?

Zhang: L'indagine dimostra che la tendenza al liberalismo -propria della destra- è in qualche modo correlata al grado di istruzione. Allo stesso tempo, però, maggiore è livello d'istruzione, maggiore è la capacità di accettare idee pragmatiche e moderate. Perciò potremmo dire in maniera approssimativa che le persone di livello culturale più elevato tendono verso il centro o verso destra.
C'è una parola che utilizziamo spesso: "cinismo". Per diverso tempo non ne ho capito il significato; ho consultato molti libri, ma tutti davano spiegazioni in maniera confusa. Poi finalmente ho trovato un testo in cui si spiega che il "cinismo" in realtà consiste in due tendenze: finchè il proprio interesse non viene violato, uno è un saggio. Quando invece si subisce qualche violazione, subito emerge il proprio lato da "cane". Ecco, io credo che questa parola descriva perfettamente la situazione in cui verte l'intellighenzia della Cina moderna. Oggi gli intellettuali cinesi appartenenti alla corrente ufficiale sono fondamentalmente coloro che hanno accumulato interessi acquisiti. Appena escono un po' fuori dalla strada maestra, i loro interessi acquisiti immediatamente vengono lesi e non resta loro che cooperare con il sistema assumendo posizioni moderate. E' possibile che il ceto intellettuale e le altre categorie sociali collidano? L'iniziativa spetta a chi prende le decisioni politiche. I decisori dovrebbero apprendere qualcosa dagli intellettuali e qualcosa dagli strati sociali più bassi per poi fare una considerazione d'insieme.

NFZM: La sua ricerca ha rivelato che i moderati sono in percentuale di più. Lei ritiene che questo dato abbia strette relazioni con la recente formazione di un ceto medio. Eppure nel mondo accademico cinese si discute ancora molto su quali persone possono essere considerate appartenenti alla "middle class", su quante siano effettivamente e se le loro posizioni siano radicali o conservatrici. Si può dire che la fazione di centro è allo stesso modo un gruppo altamente variabile?

Zhang: Si, questa volta possiamo dire che chi crede che "la democrazia non sia una cosa buona a prescindere, ma che occorre considerare la situazione nazionale senza cadere in semplicistici paragoni tra Cina e Stati Uniti" è un moderato. Non siamo, però, in grado di fare una distinzione all'interno di questo gruppo, lo potremo desumere soltanto con l'esperienza. Tra i centristi alcuni credono veramente che "la democrazia non sia una cosa buona a prescindere, ma che occorre considerare la situazione nazionale", tesi propagata dai media mainstream. Altri non sono soddisfatti di come vanno le cose ma hanno paura del caos (che un cambiamento drastico potrebbe portare, ndt), pertanto confidano in una riforma "soft". In realtà, i leader sono già su posizioni moderate, riguardo alcune questioni sono un po' più a destra, riguardo ad altre pendono più a sinistra. Ricoprendo un ruolo regolatore confuso non possono lasciare che la società venga nuovamente squassata da un'aspra lotta tra destra e sinistra.

NFZM: Dal suo studio è emerso che tra gli intervistati, soltanto il 15,3% approva la democrazia come sistema in cui un paese fissa elezioni periodiche e sceglie i propri leader attraverso la competizione tra diversi partiti. Il 67,1% mantiene un approccio positivo verso la partecipazione politica, il 32,5%, invece, ritiene che spetti al governo essere responsabile circa diverse questioni. Questo spiega che tra le idee politiche dei cinesi e la loro consapevolezza di cittadini sussiste una disposizione errata?

Zhang: A promuovere la consapevolezza democratica dei cittadini cinesi è una forza che va in due direzioni: da una parte, il governo guida spontaneamente i cittadini verso la conoscenza della logica degli interessi materiali in politica, li spinge verso una partecipazione politica moderata e rispettosa delle leggi in modo da difendere i propri interessi. Da questo punto di vista, oggi si sta facendo molto male, portando la maggior parte delle persone ad intendere la politica da un prospettiva etica invece che scientifica. Così si ritiene che la legge morale debba prevalere sullo Stato di diritto e che la risoluzione del problema corruzione e la supervisione di massa debbano prevalere sulla difesa dei diritti e della libertà del popolo. La cultura politica etica facilmente porta ad una partecipazione politica appassionata, ma (come dimostrano gli attacchi alle macchine giapponesi durante le proteste per l'acquisizione nipponica delle isole Diaoyu) difficilmente duratura, ordinata e stabile. L'altra forza è costituita dalle riforme orientate al mercato. La ricerca evidenzia un netto calo del numero di coloro che sviluppano idee e comportamenti politici secondo un'angolazione idealista e moralista, di contro sono in aumento coloro che assumono comportamenti politici per difendere i propri interessi.

NFZM: Il sondaggio dimostra che i nati dopo il 1960 hanno una maggior consapevolezza politica, ma allo stesso tempo non hanno voglia di perdere tempo partecipando alla vita politica. Questa è una conclusione che induce ad essere pessimisti.

Zhang: Anche io sono rimasto stupito da questo risultato. Probabilmente tutto ciò ha a che fare con la tendenza dei giovani ad accettare facilmente nuove idee e con la loro reticenza ad adoperarsi perché tali idee vengano messe in pratica. In Occidente la situazione è completamente diversa: lì i giovani già al liceo cominciano a fare programmi e ad autogestirsi. E' per via del metodo d'insegnamento. Una volta ho messo a paragone le norme che vengono insegnate agli studenti delle scuole elementari cinesi con quelle che vengono insegnate agli studenti di altre nazioni. Per gli scolari cinesi la prima regola è "amare la Patria, amare il popolo e amare il Partito comunista cinese"; la seconda è "rispettare le leggi e gli ordinamenti e accrescere la consapevolezza giuridica. Rispettare le norme e la disciplina scolastica, rispettare l'etica sociale". In Gran Bretagna la prima regola è invece "crescere in maniera stabile e tranquilla è più importante che raggiungere il successo". In Giappone è "non arrivare tardi, e una volta che sei a scuola non andartene a tuo piacimento." "Quando senti il segnale di richiamo mettiti in fila come indicato; quando entri in classe fai piano; fai silenzio quando sei nei corridoi e sull'ascensore; procedi tenendoti sulla destra". In altri Paesi l'educazione civica è una cosa che si ottiene un po' per volta attraverso piccole cose, mentre in Cina è formata da un'ammasso di norme imponenti e astratte.

NFZM: Nel rispondere alla domanda "quale democrazia vogliono i cinesi?" lei ha detto che i cinesi pensano che il contenuto e l'essenza della democrazia debbano avere la priorità sulla forma e sulle procedure. Ma, alla fine, cosa sono un contenuto e un'essenza se prive di forma e ordine?

Zhang: Questo è esattamente quello che intendo, la cultura politica moralista cinese dà importanza alla sostanza. Nel 2011, il direttore dell'Accademia Cinese delle Scienze Sociali Li Tieying ha pubblicato "On Democracy". In questo libro egli definì la democrazia in una frase: "L'essenza della democrazia consiste nell'essere padrone in casa propria". Spesso parliamo di rappresentanza del popolo, ma il concetto stesso di "popolo" è confuso.

NFZM: Nel tracciare il futuro delle riforme, nel suo libro lei ha affermato che occorre prendere ad esempio i vicini. Quando una famiglia vuole trascorrere giorni lieti dovrebbe studiare come fare, osservando i vicini di casa che hanno una vita migliore della propria.

Zhang: Giusto, guardarsi a destra e a sinistra e osservare chi vive meglio di te. Alcune persone hanno paura di "copiare indiscriminatamente", ma in realtà nessuno nessuno sarà mai in grado di copiare abbastanza dell'esperienza altrui. Quanto alle riforme, oggi ci sono moltissimi modi di dire: "progettare ai piani alti", "attraversare il fiume tastando le pietre", "aprirsi un varco". Penso che la chiave sia avere la determinazione e il senso di responsabilità di cambiare. Se si vuole veramente cambiare, allora questa società sarà come la catena di una bicicletta. Qualsiasi punto diventerà un varco, e a qualsiasi anello metterai mano sarai in grado di far muovere tutta la catena. Ma se non si ha la volontà di cambiare, anche "trovare un varco" non avrà alcun senso.
Per quanto riguarda il settore economico siamo soliti dire: "Non importa se il gatto sia nero o bianco, purché acchiappi i topi". Questo pragmatismo andrebbe esteso anche alla politica, agendo con calma e sottomissione. Non occorrono grandi proclami.

调查“中国人眼中的民主”

中国社会科学院政治学所政治文化研究室主任、副研究员张明澍,刚出了本新书《中国人想要什么样的民主》,4月18日邀请一些知识界的朋友座谈,没料到会议还没开始,他就收到了这个短信,一个朋友不来了,估计对他的观点有不同意见。

这本书由中国社科院的一个重点科研项目“中国公民政治素质调研”扩展而来。张明澍2011年进行了这一调查,希望勾勒出中国公民对民主的主观愿望。2012年,他通过数据分析、比对,得出一些让他自己都感到意外的结论——

如果以左、中、右划分中国人对民主的看法,左的占38.1%,中间化立场的51.5%,右的8%。

中国人想要的民主,德治优先于法治;解决反腐败和群众监督政府问题优先于保障公民的权利和自由;重视实质和内容优先于重视形式和程序;协商优于表决。中国人想要中国自己的而不是外国的民主。

以更技术化、更具体的指标来勾勒中国人嬗变中的民主观,张明澍发现:中国人的政治态度出现中间化趋势;政治的潜在参与到实际参与之间存在一条鸿沟;理想主义的政治参与正在向现实主义的政治参与转变;在政治观方面,“60后”(即1960年到1969年出生的人)是由“左”向“中”和“右”转变的转折点。

这不是张明澍第一次做“中国公民政治素质调研”。他上一次做同题调研是在1988年。当时正值十三大提出政治体制改革任务不久,时年33岁的张明澍于1989年4月完成了“中国公民政治素质”调查报告,1994年扩展成专著《中国“政治人”》。于光远为该书作序。

为了对比两个时代中国公民政治素质的变化,2011年的调查中,30道调查题目中有20道与1988年调查时基本一样。

调查和问卷颇具中国特色——调查的关键词“民主”,这一源自西方的概念被转化成“本土化”的具体问题,例如在你所生活的城市中,你认为最重要的领导人是?有人写过一篇文章,《民主是个好东西》,你觉得民主好不好?等等。

由于调查样本要反映全国情况,调查机构在全国四类城市——直辖市及特大城市、省级及副省级城市、地级市、县及县级市中,随机抽取北京、深圳、孝感、榆林做随机入户调查。对象锁定在“18周岁以上的在城镇生活的公民”,样本数量1750人次,并通过技术手段,保证受调查对象的人口统计学指标——年龄、性别、受教育程度等,与国家统计局公布的人口调查资料基本相同。

左、中、右会不会“对撞”?

南方周末:这次调查跟1988年相比,学术环境和社会大环境有什么变化?

张明澍:1988年的调查到1989年4月已经完成。当时十三大刚提出要进行政治体制改革。这次调查比上次稍微谨慎一点。我对自己的要求是,最多贴到体制内的边,不过线。

南方周末:这次调查的20个问题跟1988年的调查一样,10个新问题主要是针对哪些方面?

张明澍:问卷一共分为三部分:政治观念、政治参与和政治知识。新增问题主要针对政治观念。政治参与和政治知识这个部分,跟以前几乎一样。比如遇到不合理的事情,你是愿意游行、向单位领导反映,还是向人民代表、向媒体反映。1988年调查就这几个选择。这次增加了网络。

南方周末:对相同的问题,两次调查结果差异最大的是?

张明澍:这次有新的关注点:特别关注左中右划分。结果显示:右的比例低,左的比例高,社会上很大一部分人跟着主流媒体导向走,这三点很出乎我的意料。1988年的调查中,受调查对象的西方化程度比现在明显高很多。当时刚改革开放,社会对西方的东西是一种拥抱的姿态。

反观这次,我们发现:一些在知识阶层看来左的、脱离时代的观点,事实上在社会上有相当影响力。按照调查数据,当今中国社会的左派占38.1%,中间派占51.5%,右派占8%。这让我感到意外。但你冷静地去观察你身边,不要只往知识分子里面套,到你自己的家乡去,到街头去,你会发现这个比例是基本准确的。

南方周末:某一类人在人口统计学意义上所占比例,跟这类人的实际影响力是否一样?

张明澍:项目结项时,学者杨东平说:这个社会,知识分子的影响力还是更大些。我老婆也说:不同人群的权重不一样。

南方周末:你认为,你调查所显示的38%的左派、51%的中派和8%的右派会形成“对撞”吗?

张明澍:调查显示,政治观念上的自由主义倾向(即右派倾向)跟受教育程度有一点正相关。但同时受教育程度越高,也越有可能接受温和务实的观念。所以我们可以粗略地说,文化程度较高的人比较倾向政治上的中派或右派。

有一个词我们常说:犬儒主义。但我老没弄懂这个词,我查了好多书,但都说得模模糊糊。后来终于查到一个说到点子上的——犬儒主义实际上是两种倾向:自己的利益不受侵害的时候,他是儒;自己的利益受到侵害的时候,他狗那一面就出来了。用这个词去描述中国主流知识分子的现状,我觉得是对的。

今天的主流知识分子,基本都是既得利益者。他稍微有一点出轨,既得利益马上受到损害,只能温和地配合体制。

知识阶层和社会其他阶层会不会发生观念上的“对撞”?主动权还是在决策层。决策层应该既从知识分子那里了解一些东西,也从下层了解些东西,做出综合考量。

南方周末:你的调查结果显示,政治上的中间派占很大比重。你认为,这和中产阶级的成长有很大关系。但在中国,什么样的人叫中产阶级,到底有多少中产阶级,中产阶级在政治上的态度是激进还是比较保守,学界依然争论不休。是否可以说,中国的“政治中间派”也是一个变数极高的群体?

张明澍:对。这次我们把认同“民主好不好,要看适不适合中国国情,不能把美国和中国简单比较”的人认定为“中派”。但“中派”里更具体的划分我们并没做,凭经验可以想见,“中派”里有一部分人确实是跟着主流媒体走的——“民主好不好,要看适不适合中国国情”基本就是主流媒体的语汇;也有一部分人对现状不满,但怕乱,希望有比较温和的改革。

事实上,决策层大致上就站在中间,在有的问题上偏右一点,有的问题上偏左一点,起一个模糊的调节作用,不会让这个社会再次陷入左和右的尖锐冲突中。

悲观?乐观?

南方周末:你的调查,不同的数据之间会形成有趣的对照。如认可“民主就是一个国家要定期举行选举,并且通过几个政党竞争选出国家领导人”的受调查者,仅占样本总量的15.3%。但有67.1%的受调查者对政治参与持肯定态度,35.2%的受调查者在很多事情上能想到让政府负责。是不是说明,中国人的政治观念和公民意识之间存在某种错位?

张明澍:推动中国公民民主意识的是两个方向的力量:一是政府主动引导公民去认识政治下面的物质利益逻辑,引导公民以温和的、守规则的政治参与来维护自己的利益。这方面目前做得不好,导致大多数公民对政治的认识还停留在伦理主义而非科学主义层面上。如认为德治优于法治;在选拔领导人的时候,把廉洁奉公和作风正派排在遵守法律前面;认为解决腐败和群众监督政府的问题优于保障公民的权利和自由。

伦理主义政治文化比较容易导致激情型的政治参与(如因钓鱼岛事件砸日本车),但不容易形成持久的、稳健有序的政治参与。

另一个力量是市场化改革。调查显示,中国公民从伦理主义、理想主义角度出发的政治判断及相应政治行为的数量在降低,而从维护自身利益出发的政治行为的数量上升。

南方周末:调查报告中提出了“60后”和“倒60后”定律:在政治意识上,1960年后出生的人更为积极,但他们却不愿意花时间进行政治参与。这是个让人颇感悲观的结论。

张明澍:我也没有料到这个结果。可能跟年轻人愿接受新思想,但不愿意投入精力去实践有很大关系。这个跟西方真的截然不同。西方国家中,到高中,年轻人基本上已经有了自我组织、自我管理的意识了。

这跟教育有很大关系。我曾对比中国和其他国家的小学生守则。中国小学生守则,第一条是“热爱祖国,热爱人民,热爱中国共产党”,第二条是“遵守法律法规,增强法律意识。遵守校规校纪,遵守社会公德”。英国的小学生守则第一条:“平安成长比成功更重要”,第二条:“背心、裤衩覆盖的地方不许别人摸”。日本小学生守则前两条:“不迟到;进校后不随便外出。”“听到集合信号时,迅速在指定场所列队;进教室开门要轻;在走廊和楼梯上保持安静,靠右行”。在别的国家,公民教育是从一点一滴的小事做起的,而中国公民教育是由大而抽象的原则堆积而成的。

南方周末:在回答“中国人想要什么样的民主时”,你提出的观点是:中国人认为民主的内容和实质优先于形式和程序。没有形式和程序的“内容”和“实质”究竟指什么?

张明澍:这正是我要说的,中国的伦理主义政治文化重实质。2001年,中国社会科学院院长李铁映出版了《论民主》一书,书中对民主是什么的回答就是一句话:“民主的实质是‘人民当家作主’。”此前一年,世界上一百多个国家参与的国际非政府组织“民主社区”成立,成员国签署了《华沙宣言》。宣言解释“民主”的办法,是一条一条地列举出民主的条件,比如“人人皆有平等权利充当公务员”等,满足这些条件,就是民主,而满足其中一些条件,就是实现民主的过程。

我们常说代表人民的利益,但“人民”这个概念很模糊。比如公安局把我抓了,我说,我是人民当家作主,你抓我干什么?人家说,你能代表人民吗?一句话就让你哑口无言了。

南方周末:提到未来的改革方向,你在书中以向邻居学习为例:一家人想要过好日子,应该向比他们过得好的邻居学习。

张明澍:对,左看右看,往比你过得好的邻居那边看。有人担心“照搬”,其实没有任何人能够“照搬”别人的经验。

提到改革,现在有各种说法:“顶层设计说”、“摸着石头过河说”、“突破口说”。我觉得关键是有没有决心和责任感要改。如果要改,这个社会就像自行车的链条一样,任何一个地方都可以成为突破口,你从任何一环着手,都会让整根链条动起来。如果不想改,寻找什么突破口都没有意义。

我们在经济领域说“白猫黑猫,逮到老鼠就是好猫”,实事求是的原则也应当贯彻到政治领域中。心平气和、波澜不惊地去做,也不需要宣布。






domenica 19 maggio 2013

"Sister Furong": la bruttina che piace al web



Quando alla fine del 2011 "Sister Furong" apparve sulla CCTV con un maquillage da diva e 15 chili in meno, qualcuno salutò la sua trasformazione come un incentivo per chi lotta quotidianamente contro qualche maniglia di troppo; qualcun'altro si abbandonò alle critiche giudicandola un escamotage volto a catalizzare nuovamente l'attenzione del pubblico in un momento di graduale perdita di popolarità.
Di fatto, con il suo "reinventarsi", la giovane 35enne ha lasciato di stucco chi otto anni fa le aveva dato non più che qualche mese di celebrità, etichettandola come un fenomeno mediatico grossolano e passeggero.

Nata in un piccolo villaggio dello Shaanxi, nel nord-ovest della Cina, con il vero nome di Shi Hengxia, circa dieci anni fa percorse oltre 1.100 chilometri per raggiungere la capitale. In tasca una laurea in ingegneria e in mente un preciso obiettivo: riuscire ad entrare nella scuola di specializzazione di qualche nota università di Pechino. Un viaggio che lei stessa ha paragonato alla lotta di un grosso pesce che tenta di sguisciare fuori da uno stagno angusto. "Ero una persona eccezionale e pertanto avevo bisogno di maggior spazio per poter esprimere la mia personalità" ha spiegato non troppo modestamente. Tramontate le ambizioni accademiche dopo i tre no delle rinomate Beida e Tsinghua University, l'orgoglio di Shi ha tratto nutrimento da ben altri successi.

"Il desiderio di ottenere una laurea specialistica dipendeva dalla volontà di competere con gli studenti di università elitarie. Comunque, in seguito, ho realizzato che sarei stata più facilmente accettata da loro come star di internet, così ho abbandonato il mio obiettivo iniziale senza rimpianti" ha commentato in un'intervista esclusiva rilasciata lo scorso anno all'agenzia di stampa Xinhua. Detto fatto: nel 2005 è diventata un fenomeno nazionale semplicemente pubblicando sulle BBS di Beida e Tsinghua alcune foto accompagnate da breve didascalie del tipo: "Ho mani che si accordano armoniosamente al mio corpo straordinariamente sottile. La mia pelle è liscia come quella di un bambino e tutte le mie doti mi hanno aiutata a diventare un'eccellente ballerina. Nella danza comprendo la mia vita, e con essa cerco il mio amore". Parole difficili da leggere senza lasciarsi sfuggire una risata; sopratutto se affiancate dall'immagine di una ragazza niente affatto bella, niente affatto magra, niente affatto aggraziata, e, anzi, diciamo pure "volgarotta" e priva di gusto nel vestire.

Da quel momento Shi per i netizen è diventata "Sister Furong", suo nick traducibile come "Sorella Loto", per via di quella beltà naturale che la accomunerebbe ad "un fiore di loto nell'acqua chiara". Davanti a tanta spavalderia, il popolo del web -come spesso accade- ha reagito in maniera variegata. Tant'è che mentre il suo microblog toccava quota 3 milioni di follower, la strada del successo per Furong presentava una serie interminabile di dossi. Seppellita dalle critiche di quanti la giudicavano una squilibrata megalomane, ha ammesso che "i commenti offensivi mi hanno fatto molto male, e alcune volte, sentendomi estremamente depressa, mi sono nascosta sotto le coperte per abbandonarmi ad un pianto dirotto".

D'altronde, quasi tutti concordano almeno su un punto: nella sua rivalsa sociale Furong ha avuto coraggio da vendere. Per Zhu Chunyang, professore presso la scuola di giornalismo della Fudan University di Shanghai, la perseveranza dimostrata nel perseguimento dei propri obiettivi è "abbastanza encomiabile": nonostante le umili origini, infatti, Furong ha continuato ad inseguire il suo sogno senza vacillare.

Dubbia, però, la scelta presa alcuni anni fa di rimodellare la propria immagine dimagrendo vistosamente. Quel "fiore di loto" non si doveva sentire poi tanto "puro", "aggraziato" e "bello" come amava scrivere sul web. Colpa dei pregiudizi sociali di cui è vittima la figura femminile, ha spiegato Zhou Meizhen dello Shanghai Women Cadre Institute. "Le donne oggi sono spesso giudicate per la loro apparenza piuttosto che per la loro personalità e i loro successi".

D'altra parte si sa: nell'era del web 2.0, la notorietà la si raggiunge e la si perde con la velocità di un click di mouse. E per tenersi stretto il suo sogno Furong le ha provate tutte. Persi i 15 chili, di recente è tornata alla ribalta esibendosi in una danza del ventre con tanto di tartaruga in bella mostra, dopo che lo scorso settembre un ambiguo tweet aveva mandato nel panico i fan convinti che la loro diva si fosse tolta la vita. "Addio mondo!" aveva "cinguettato". Secondo molti, soltanto un'altra trovata pubblicitaria al fine di attrarre nuovamente i riflettori su un personaggio passato decisamente di moda. E piuttosto, verrebbe da chiedersi come possa aver avuto vita tanto lunga.

Per cercare di fare chiarezza sul fenomeno mediatico di "Sister Furong" e approfondire il discorso donne-media oltre la Muraglia -già trattato in precedenza (link)- Uno sguardo al femminile ha intervistato Zhang Ning, professore di cultura cinese presso l'Università Normale di Pechino.

Qual'è il segreto del successo di "Sister Furong"?

"E' evidente che a prima vista personaggi come "Sister Furong" "Sister Feng" (Luo Yufeng) e "Sister Hold-zhu" suscitano una risata. Ridere è espressione del senso di superiorità del genere umano. Quando le scimmie imitano il comportamento degli uomini, tutti ridono perché sembrano delle persone, ma in realtà non lo sono. La popolarità del "gusto per il brutto" è dovuta al fatto che esso, attraverso la rete, ha concentrato le debolezze del genere umano sul corpo di singoli individui, fornendo l'elemento scatenante che genera un senso di superiorità nella gente comune. Questo è un processo inconscio, non si manifesta espressamente, per questo le persone reagiscono impulsivamente ridendo. "Sister Furong", "Sister Feng" e "Sister Hold-zhu" sono diventate famose perché in realtà tutti hanno bisogno di loro: sono come dei clown da circo. Per quale ragione in tutto il mondo i prodotti della cultura popolare rivestono una parte così ampia del mercato culturale? Dipende dal fatto che i personaggi pop sono di livello medio-basso. Per esempio "Rain Man" e "Forrest Gump" sono entrambi eroi medio-bassi, e osservare il modo in cui hanno ottenuto successo è fonte d'ispirazione, e fornisce agli spettatori nuove possibilità. Quello che ci piace vedere su internet è ciò che dà fiducia alle persone e che è fonte d'ispirazione nella vita reale; per questo la presenza di questi personaggi ha una sua ragionevolezza.

In che misura i canoni occidentali hanno influenzato la percezione estetica delle donne cinesi? Si può parlare di "globalizzazione della femminilità"?

Oggi, ai tempi della globalizzazione, grazie al supporto di internet, della televisione, dei cellulari e di altri mezzi d'informazione basati sulla moderne tecnologie, le notizie da Occidente arrivano velocemente fino in Cina. Per questo gli stessi media cinesi hanno già subito un "processo di globalizzazione". I media occidentali hanno influenzato in maniera diretta soltanto quelle poche donne cinesi in grado di capire e leggere lingue straniere. La maggior parte delle persone, invece, ha subito l'influsso dell'Occidente attraverso i mezzi di comunicazioni cinesi. Per esempio, i film e la musica pop occidentale, la presentazione delle collezioni di moda, la pubblicazione dell'edizioni cinesi di Elle e Vogue, così come le pubblicità di cosmetici e prodotti di bellezza, stanno tutti riplasmando gli standard e i criteri del gusto estetico femminile in Cina.
Per questo, le donne che oggi vediamo camminare per strada nelle grandi città cinesi (come Pechino, Shanghai e Canton) non sono poi molto diverse da quelle di qualsiasi altra parte del mondo. In quanto provenienti da un paese in via di sviluppo, le donne cinesi hanno bisogno, attraverso il proprio comportamento, di cambiare la "vecchia immagine" con la quale venivano viste dagli altri Paesi e di mostrarsi al resto del mondo come "moderne" e "internazionali". Per loro è ormai abbastanza facile accettare i messaggi propagati dai paesi sviluppati.

Si può ancora rintracciare un certo gusto per la bellezza tradizionale cinese?

I canoni estetici tradizionali della femminilità cinese sono stati stabiliti dagli uomini. Per esempio gli uomini ritenevano che una donna per essere bella dovesse avere "piedi di loto", così le donne non potevano fare altro che fasciarli; credevano che fosse essenziale avere una bocca piccola, così le donne la tenevano contratta per farla sembrare più piccola; amavano la bellezza "nascosta" e così le donne si coprivano parte del volto utilizzando ventagli. Le sopracciglia "come foglie di salice", il volto ovale e le labbra come ciliege sono tutte caratteristiche proprie di parametri estetici tradizionali: bocca, piedi e viso grandi rendevano una donna poco gradevole. In poche parole, tutto doveva essere piccolo perché riuscisse a stuzzicare l'uomo. Tutti questi standard ormai non sono più validi, e più una città è di grande dimensioni, più questi canoni vengono rifiutati e osteggiati; più un villaggio è lontano e isolato, più questi parametri antiquati riscuotono apprezzamento. Una cosa, d'altra parte, non è cambiata: il linguaggio allusivo. Le donne ancora non amano esprimere apertamente quello che pensano, e sopratutto, quando si parla di "passioni", preferiscono nascondersi. Se una ragazza ha un carattere particolarmente estroverso e manifesta troppo esplicitamente le proprie "passioni" viene considerata inopportuna. Per quanto riguarda l'aspetto esteriore, si può dire vi siano parametri diversificati. A volte anche la "bruttezza" può rivelarsi un'arma vincente per le donne, come nel caso di "Sister Furong".

Qual'è il ruolo ricoperto dai media (nazionali e non) nel processo di trasformazione degli standard estetici in Cina? 

Nella cultura tradizionale cinese, il corpo delle donne era assente. Piuttosto veniva inteso come un oggetto in una cultura sostanzialmente maschile. Nelle poesie le donne si trasformavano in "fiori e piante", in "api" o "fine giada". Adesso invece accade l'esatto contrario: il corpo femminile è veramente ovunque. Foto di ragazze riempiono le riviste, gli spot pubblicitari si avvalgono di modelle, giovani donne in abiti succinti posano accanto ad automobili e così via. Oggi la Cina è diventata uguale all'America. Il consumo del corpo femminile non è diverso da quello di un prodotto commerciale, e si realizza nella connessione con un "desiderio". Ma la presenza ossessionante del corpo femminile è l'effetto di un'influenza esterna. Questo ha anche influito sul comportamento delle ragazze. In un certo senso per loro è un po' come una liberazione dalla cultura antica, anche se oggi sono schiave della "business culture". In ogni cosa ci sono sempre vantaggi e svantaggi, è difficile che sia tutto perfetto.

(Scritto per Uno sguardo al femminile)



giovedì 16 maggio 2013

I "cento fiori" di Xi: tra apertura e repressione




"Che cento fiori sboccino, che cento scuole di pensiero gareggino". Con queste parole nel maggio 1956 Mao Zedong inaugurava una stagione di liberalizzazione culturale volta a cementare le relazioni tra Partito, intellighenzia e pancia del paese. Riviste, pamphlet e dazibao si riempirono di critiche e consigli rivolti alla classe dirigente cinese, al tempo impegnata a prendere le distanze dal comunismo sovietico che proprio nello stesso periodo stava attraversando un processo di destalinizzazione promosso da Nikita Kruscev. La radicalizzazione delle proteste lasciò vita breve alla libera circolazione di idee trucidata nel 1957 con l'inizio dell Campagna Antidestra. Tutti coloro avevano seguito l'invito ad esprimere liberamente il proprio pensiero finirono vittima di una repressione violenta, che alcuni ancora stentano a riconoscere. Recentemente la smentita delle atrocità messe in atto durante la Rivoluzione Culturale da parte del vice-presidente dell'Accademia Cinese delle Scienze Sociali, Li Shenming, non ha mancato di sollevare un vespaio di polemiche.

In questi giorni più che mai le parole del Grande Timoniere riecheggiano oltre la Muraglia. Una leadership schizofrenica trasmette messaggi contrastanti, invitando il popolo a dire la sua, per poi ingabbiare l'opinione pubblica che sulla rete trova la propria piattaforma di dialogo privilegiata.
A fornire l'occasione per una rinnovata cooperazione tra netizen e Partito il caso di Liu Tienan, vice-direttore della Commissione Nazionale per le Riforme e lo Sviluppo indagato per corruzione: primo funzionario a livello ministeriale a finire sotto scacco per una denuncia partita dal web. La soffiata era giunta alcuni mesi fa grazie a Luo Chanping, giornalista della rivista finanziaria Caijing, primo a rimestare nei torbidi affari di Liu sul Twitter cinese Weibo.

"Le autorità e il popolo hanno unito le proprie forze, e questo è un incoraggiamento per il potere pubblico nella lotta alla corruzione" si legge sul quotidiano statale Beijing News. Sullo stesso spartito l'agenzia di stampa governativa Xinhua rimarca come "il potere degli internauti cinesi si è dimostrato ancora una volta una forza anti-corruzione nel caso della rimozione dal proprio incarico di un importante decisore di politiche economiche, grazie alle indiscrezioni riportate da un giornalista su Internet." Ma parafrasando le parole di Zhou Shuzhen, docente presso la Renmin University, la Xinhua non perde l'occasione per sottolineare come "il tracollo di Liu suggerisce che il Partito invita i netizen a partecipare alla campagna contro la corruzione in maniera razionale e in accordo con le leggi, denunciando i comportamenti illeciti dei funzionari utilizzando il proprio vero nome." Una misura volta ad arginare la diffusione di voci infondate da parte di quanti minacciano la reputazione di "persone innocenti" nascondendosi dietro l'anonimato.

Proprio negli ultimi giorni i censori di Pechino hanno preso di mira i microblog di noti intellettuali e scrittori cinesi, manifestando la chiara intenzione di non voler concedere sconti a chiunque metta a rischio la stabilità e l'armonia sociale. Tra le vittime più autorevoli il professor He Bin, che si è visto chiudere il proprio account in quanto colpevole di aver "volutamente messo in giro rumors". Alle accuse formalizzate sul sito del China Internet Network Information Center He ha controbattuto affermando che "è responsabilità di ogni cittadino promuovere un governo basato sullo Stato di diritto"

Soltanto lo scorso weekend era stata la volta dello scrittore Hao Qun (nome di penna di Murong Xuecun), che su Weibo vanta quattromilioni di seguaci, fatto sparire da quattro differenti siti di microblogging per poi essere parzialmente "riabilitato". Per Murong la Cina starebbe attraversando un periodo di tensione paragonabile a quello vissuto alla vigilia della campagna di repressione maoista o delle proteste di piazza Tian'anmen, precedute da una vivacità di pensiero brevemente tollerata dalle autorità. "Come nel 1957, nel 1966 e nel 1989, gli intellettuali cinesi avvertono la stessa paura che si prova prima dell'arrivo di una tempesta di montagna" ha scritto in un saggio pubblicato mercoledì dal Guardian "noi non abbiamo paura di essere ridotti al silenzio o di finire in prigione; è piuttosto il senso di impotenza e di incertezza verso il futuro che ci terrorizza...è un po' come camminare in un campo minato con gli occhi bendati".

Ma c'è anche chi mette in guardia la leadership da un possibile effetto boomerang innescato dalla stretta sulla rete. Se Weibo viene imbavagliato e "la gente non potrà più comunicare su Internet, così si finirà per scambiarsi informazioni per strada. E se nessuno parla, allora si passerà all'azione" è il monito dello storico Zhang Lifan, convinto che il giro di vite sulla libertà di parola rifletta la profonda insicurezza che attanaglia il regime.

Un'insicurezza che negli ultimi tempi è sfociata in una psicosi che va ben oltre i confini informatici. Lunedì scorso alcuni avvocati per la difesa dei diritti umani sono stati picchiati da sconosciuti assalitori mentre tentavano di raggiungere uno dei centri di detenzioni illegale -detti anche "prigioni nere"- nella città di Ziyang, nel nord-ovest del Paese, mentre di recente, a Pechino e in altre città, alcuni attivisti sono stati presi in custodia mentre manifestavano per chiedere maggior trasparenza sulle ricchezze dei funzionari. Non è mai facile definire se dietro queste ritorsioni vi sia la mano del  governo centrale o piuttosto quella delle autorità locali, come sembrerebbero suggerire gli ultimi arresti nell'ambito delle detenzioni illegali di petizionisti. Sta di fatto che in tutta risposta martedì Pechino ha rilasciato il libro bianco sui progressi effettuati dal Dragone lo scorso anno nel campo dei diritti umani, ostentando una serie di vittorie nel campo della sanità, del welfare e degli standard di vita. La Cina ha assunto una serie di misure per "accrescere il diritto dei cittadini a sapere e a farsi ascoltare" si legge nel rapporto.

D'altra parte, le ultime manovre messe in atto dalla leadership cinese sembrerebbero rientrare in una campagna ideologica che lascia poche speranze a quanti avevano vagheggiato una virata in senso democratico da parte dei "nuovi imperatori". Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, la scorsa settimana alcune università sarebbero state invitate a glissare su argomenti ritenuti "potenzialmente pericolosi" come valori universali, diritti civili ed errori storici commessi dal Partito comunista cinese, in un'opera di pulizia che va a colpire principalmente le idee esportate dall'Occidente. Una tendenza già evidenziata il 16 aprile con l'annuncio dell'Amministrazione Generale per la Stampa, Pubblicazioni, Radio, Film e Televisione di nuove norme che vietano alle agenzie di stampa e ad altre organizzazioni di diffondere senza permesso notizie comparse sui media stranieri.

Come spiegato da Gao Yu, un decano del giornalismo, le voci circa una più ampia strategia ideologica adottata dalla nuova dirigenza sarebbero da ricollegare ad un incontro avvenuto (ma non reso noto) all'inizio di quest'anno ai vertici del Partito e incentrato proprio sui "sette problemi chiave" che i funzionari della propaganda dovrebbero placcare. Tra questi: democrazia, costituzionalismo, società civile, neoliberismo e stampa "con caratteristiche occidentali". Le linee guida sarebbero apparse in un documento emesso dal Comitato Centrale del Partito e i cui contenuti sono filtrati per breve tempo sulla rete. "Il Partito sta attraversando diverse sfide, dall'inquinamento ambientale al divario di ricchezza, ma tutto questo segna un netto passo indietro. Chi avrebbe mai potuto credere che saremmo tornati all'epoca di Mao Zedong?" ha commentato Gao.

E' un intreccio di segnali difficili da decifrare quello che trapela dalle segrete stanze di Zhongnanhai, il Cremlino cinese. Minxin Pei, professore di politica cinese presso il Claremont McKenna College vi scorge una volontà di soddisfare le richieste del popolo -che spinge per una più equa distribuzione del benessere e un governo più "pulito"- bilanciata dalla necessità di difendere la centralizzazione del potere e il sistema a partito unico.

Così se da una parte vengono lasciati ampi spiragli alla possibilità di riforme economiche e al "mercato come creatore di ricchezza sociale", dall'altra viene soffocata qualsiasi spinta democratica. Almeno per come la intendiamo noi. Xi Jinping ha tenuto a farlo presente fin dallo scorso dicembre, quando nel suo viaggio al Sud ha rammentato gli errori commessi dall'Unione Sovietica, collassata a causa del lassismo ideologico del riformista Mikhail Gorbaciov. Concetto ripreso proprio la scorsa settimana in un discorso in cui ha predetto la morte del Partito comunusta cinese qualora venga rinnegata la figura di Mao, così come la condanna di Stalin è costata cara all'URSS, riporta il Guangming Daily.

Non è schizofrenia, piuttosto un delicato gioco di pesi e contrappesi quello messo in atto dal nuovo uomo forte di Pechino. Prima di avanzare qualsiasi liberalizzazione economica occorre rassicurare i propri potenziali avversari che la posizione del Partito non verrà minacciata. Ne è convinto Robert Lawrence Kuhn, uomo d'affari americano vicino ad alcuni alti funzionari e autore di una biografia di Jiang Zemin, il grande vecchio della politica cinese: "sono convinto che (Xi, ndr) pronunci alcuni discorsi al fine di consolidare la propria posizione, in modo da non subire attacchi dall'estrema sinistra. Le persone possono leggere in Xi quello che vogliono, perché egli dà modo ad ogni fazione di vedere ciò che desidera".

Ma non passerà molto tempo che anche costituzionalismo e democrazia verranno presi seriamente in considerazione dalla leadership. Questa la posizione assunta da Ma Licheng, ex giornalista del Quotidiano del Popolo, secondo il quale un chiaro indizio ci viene fornito dai reiterati riferimenti della dirigenza allo Stato di diritto, primo passo verso qualsiasi forma di democrazia, come insegna il "modello Singapore". "Il Partito ha spesso promesso di costruire un Paese altamente democratico" ha spiegato Ma in un'intervista comparsa su China File "ora è stato posto come termine ultimo il 2049. Ad ogni modo, è da intendersi positivamente il fatto che il Partito non etichetti più in maniera negativa il termine democrazia. All'estero alcune persone hanno perso la pazienza, ma io rimango cautamente ottimista".

(Pubblicato su Dazebao)

sabato 11 maggio 2013

Sun Liping: Il "modello Chongqing" e la Cina del futuro

Alla fine del 2011, poco prima che lo scandalo più eclatante dell'ultimo ventennio cinese inghiottisse l'astro nascente Bo Xilai, l'allora segretario del partito del Guangdong, Wang Yang, pronunciò una frase che passerà alle cronache come lo slogan del cosiddetto "modello Guangdong": "occorre rendere la torta più grande prima di dividerla". Di rimbalzo Bo disse la sua: "se la distribuzione della torta avviene in modo ingiusto, chi fa la torta non sarà motivato a cuocerla e così saremo incapaci di renderla più grande". Due paradigmi di sviluppo antagonisti, due figure di spicco date in corsa per il comitato permanente del Politburo, la stanza dei bottoni del potere cinese rinnovata durante il Diciottesimo Congresso dello scorso novembre. Eppure nessuno di loro ce l'ha fatta. 
Oggi Bo è in attesa di essere processato; fonti della Reuters lo vogliono reticente a collaborare, con barba lunga fino al petto e notevolmente dimagrito. Wang, al contrario, pur essendosi visto sfumare un posto nel sancta sanctorum del Partito, è diventato vice-premier e -secondo Duowei- si starebbe rapidamente conquistando i favori del nuovo numero uno di Pechino, Xi Jinping. Lo testimonia la sua fitta agenda che spazia dall'economia e la finanza, sino all'agricoltura e le attività di soccorso in caso di calamità, settori, questi ultimi, che non sarebbero di sua stretta competenza e che fanno presagire una possibile rivincita di Wang al Diciannovesimo Congresso previsto per il 2017.
Fine di Bo, fine del "modello Chongqing"? Neanche per idea. Ne è convinto Sun Liping professore del Dipartimento di Sociologia della Tsinghua University, che proprio al piccolo capolavoro di Bo Xilai ha dedicato due post sul suo blogPer Sun, più che criticare il "modello Chongqing" occorre capire quali siano i catalizzatori che ne hanno permesso nascita e sviluppo e, sopratutto, se sarà in grado di sopravvivere nonostante la morte politica del esponente di punta -per molti, semplicemente vittima dei sotterranei giochi politici di Zhongnanhai. D'altra parte, come riporta un sondaggio della rivista Oriental Outlook, nel 2011 Chongqing è stata selezionata tra le 20 città più felici della Cina, e Bo viene ancora ricordato con nostalgia nella municipalità dell'Ovest, suo feudo politico per circa un lustro. A lui continuano a guardare con rimpianto la "Nuova Sinistra", i fedelissimi del maoismo e quanti rimasti indietro nella corsa verso l'arricchimento glorioso. 

(Traduzione e testo cinese in coda)

Vi sono due differenti punti di vista sul fatto se il "modello Chongqing" possa essere considerato o no un vero modello. Forse sarò un po' riduttivo ma per me si può parlare di modello nel caso in cui questo riesca a soddisfare sostanzialmente due criteri: quando possiede un proprio sistema e un proprio specifico modo di operare, e quando serve a prevedere qualcosa che avverrà in futuro. Prese in considerazione queste due caratteristiche, ritengo che la seconda sia sicuramente più importante.
Non ho mai speso parole d'elogio riguardo il "modello Chongqing", nemmeno nel periodo del suo massimo splendore. Al contrario, ho sostenuto con forza il "modello Guangdong". Eppure non mi trovo d'accordo nemmeno con quanti contestano il "modello Chongqing", perché credo che la maggior parte delle critiche non abbiano colto l'essenza del problema. Per prima cosa occorre fare chiarezza sulle relazione che intercorrono tra "modello Cina" e "modello Chongqing". Certamente non vi è modo di giudicare se sia giusto o meno parlare di "modello Cina". D'altra parte, sulla base delle due condizioni riportate sopra, credo fermamente che esista un "modello Cina", e che esso consista in null'altro che nel metodo adottato e nei frutti ottenuti nell'arco di questi trent'anni di riforme, con tanto di successi e problemi.

Ciò che va osservato è che il cosiddetto "modello Chongqing" è apparso non appena sono cominciati a diventare evidenti le prime pratiche illecite e la situazione di stallo in cui le riforme si sono impantanate. Per questo, in passato ho affermato che il "modello Chongqing" consiste in quanto ponderato in questi anni da alcune persone e che Bo Xilai, nella città di Chongqing, ha previsto anticipatamente come modo per fare ordine nella situazione attuale. Anche se non posso negare che alcuni sostengono che in futuro il "modello Chongqing" rischi di estremizzare alcuni metodi contenuti nel "modello Cina".

Nel complesso il "modello Chongqing" deve il suo successo ai problemi e alla corruzione innescati dal processo di riforma. Se no non si spiegherebbe perché i sostenitori del "modello Chongqing" e quelli delle riforme e della politica di apertura abbiano idee completamente differenti e prendano posizioni agli antipodi (certamente la situazione reale è ben più complessa). Io credo che Bo e i suoi sostenitori partano dal presupposto che la Cina ha diversi problemi e che ora è giunto il momento di trovare un modo per risolverli.

Quali sono i metodi adottati? Il primo è quello di trovare un leader forte e carismatico, come riscontrabile dalla figura che Bo si è costruito. Ma il modello predominante è oligarchico e richiede una limitazione reciproca (tra i membri del Partito, ndr).
Secondo: considerando come fonti ideologiche della Cina la tradizione, il comunismo e ciò che filtra da Occidente, Bo ha scelto il comunismo.
Il terzo metodo consiste nell'uso della forza. Bo non aveva pieno controllo sull'esercito ma aveva in mano la pubblica sicurezza, per questo si è potuto constatare l'importanza rivestita da Wang Lijun e dal sistema del quale era a capo. In questo modello, pertanto, è fondamentale la totale fiducia nell'efficacia del potere e della forza. Ovviamente si potrebbe dire che agendo in questo modo Bo abbia violato lo Stato di diritto, ma forse in fondo egli credeva veramente che i problemi attuali potessero essere risolti solo con la forza.
Quarto punto da sottolineare l'importanza data alle masse nell'utilizzo delle risorse sociali, o anche meglio noto come populismo. Ciò che non sono in grado di dire con chiarezza è se alla fine Bo sfruttasse il popolo oppure fosse mosso in parte da idee utopistiche.
Quinto: concentrare ogni tipo di risorsa nelle mani del governo, anche i metodi ritenuti illegali, perché riteneva fosse assolutamente indispensabile per raggiungere i propri obiettivi. Infine, il metodo della mobilitazione sociale; per questo era fondamentale eliminare gli outsider e reprimere le opinioni diverse.

Alla luce di quanto detto finora, cosa possiamo pensare accadrà in Cina in futuro? Onestamente non mi interessano le semplice valutazione sul "modello Chongqing", per non parlare delle argomentazioni e delle critiche. Piuttosto trovo interessante cercare di capire in che modo esso potrà influenzare il Paese. Forse così sarò più chiaro: Bo e il "modello Chongqing" non appartengono alla Cina del passato, bensì a quella del futuro. Se alcuni problemi del nostro Paese non verranno risolti con successo, la crisi sociale si aggraverà. Si può immaginare facilmente che le persone non vedono l'ora di risolvere la situazione in qualsiasi modo possibile...

Qual'è lo spazio che rimane per il "modello Chongqing"?

Il secondo problema è che, secondo me, occorrerebbe discutere su quale sia lo spazio in cui può continuare a sopravvivere il modello Chongqing. Poiché sarebbe stata una cosa inimmaginabile supporre che negli anni '90, e in un certo senso anche negli anni '80, un modello proposto e messo in pratica dalle autorità locali fosse molto diverso da quello dominante, o persino concorrente rispetto a quello ufficiale. Questo punto deve far riflettere sul fatto che la società è profondamente cambiata.

Immaginiamo di prendere il "modello Chongqing" come modello chiaramente diverso da quello principale. La domanda seguente sarebbe allora: in un sistema caratterizzato da un alto grado di unitarietà questo modello riuscirebbe a sopravvivere cinque anni? Io penso che in primo luogo occorra fare attenzione ai cambiamenti nella struttura del potere. Una volta presi in prestito il concetto di "nido d'ape" per spiegare questa caratteristica, ma attualmente non sarebbe più appropriato.

Ora parlerò brevemente di alcuni fattori che considero importanti. In poche parole, questo spazio consiste nella nuova società totalitaria originatasi in seguito alla fine della società totalitaria d'origine da me analizzata in precedenza. Nel dettaglio teniamo presenti i seguenti fattori.

Per prima cosa, la situazione generale di stallo in cui verte il processo di riforma. Ora l'atteggiamento che si ha verso Bo Xilai è diventato praticamente il criterio per distinguere riformisti e anti-riformisti. Ma quello che voglio dire è che i primi a dover fare mea culpa sono proprio i riformisti. Se la riforma non fosse così terrorizzata da sé stessa, se non avesse portato in definitiva alla realizzazione di una società fatta di alcune figure dominanti, allora l'emergere del "modello Chongqing" sarebbe stato impensabile. Ed è precisamente, la situazione spiegata sopra, insieme ad una società nel suo insieme tanto confusa -che i leader allora hanno tollerato senza fare nulla- ad aver fatto si che tutti i "esperimenti" avessero una propria logica. Inoltre il "metodo Chongqing", in questi anni ha avuto ampia risonanza tra le classi più basse.

In secondo luogo, proprio in questo momento, la struttura del potere sta subendo cambiamenti importanti, che riflettono la fine di un'epoca caratterizzata da un'unico "Timoniere". In realtà anche se fossimo ancora in quell'epoca, i segni del "nido d'ape" rimarrebbero. Ma con la fine di un'unica autorità questa "situazione a nido d'ape" si aggrava chiaramente, e ciò mette in luce una reazione confusa e contraddittoria dei ceti più elevati al "modello Chongqing". A dire il vero, questa questione riflette profondamente la situazione di difficoltà in cui verte il sistema del potere: oggi che un'autorità unica non può più sopravvivere a lungo e pensieri e interessi tendono verso il pluralismo, il sistema del potere come può portare avanti un'azione unitaria, qual'è il meccanismo che controlla il potere dall'interno? Le circostanze attuali evidenziano che questi problemi non sono stati ancora risolti, e che i decreti governativi non sono stati capaci di farlo agevolmente.

Terzo elemento da valutare è la diffusione del "potere rosso". Anche considerate le due precedenti condizioni, non significa che l'emergere del "modello Chongqing" sia da dare per scontato. Se Bo Xilai non avesse avuto un background familiare rivoluzionario e il "potere rosso" non fosse tornato in voga, "il modello Chongqing" non sarebbe stato neppure immaginabile. Non ha importanza come la gente giudichi nello specifico il "potere rosso"; i fatti concreti testimoniano che nel corso della storia, in tempi di crisi economica e di politica, le "forze rosse" sono salite alla ribalta. Esse traggono la loro forza dai legami di parentela, dalla posizione e dalle risorse acquisite, così come dall'identità collettiva e dai social network.

Quarto punto: l'uso delle risorse e del "pensiero rosso". Tuttavia, l'analisi del precedente aspetto si rivela alquanto riduttiva, perché quando Bo assunse il suo incarico nella megalopoli di Chongqing il "potere rosso" non era ancora così forte come lo è oggi. Pertanto, la situazione attuale e la struttura del potere presente al momento è il risultato di un processo di costruzione graduale. Si potrebbe dire che il "modello Chongqing" ha tratto beneficio dalla progressiva fioritura del "potere rosso", ma ha anche contemporaneamente fornito un simbolo di riferimento e una base ideologica alla grande espansione e allo sviluppo del "potere rosso" stesso. Questa risorsa ideologica per prima cosa deve dare merito a Bo che l'ha scelta come come base per la Cina attuale. Come spiegato sopra, la Cina oggi ha tre tipi di risorse: la tradizione, il comunismo e ciò che filtra da Occidente. Bo ha scelto la seconda. Questa risorsa ideologica -secondo lui- è sia lancia (un'arma per attaccare gli avversari, ndr) che scudo (un modo per difendersi dagli attacchi verbali dei rivali, ndr). Allo stesso tempo questo concentrato di forze correlate ha fornito un simbolo e una bandiera ideologica.

Infine, vi è il fattore della monopolizzazione del potere da parte di una figura dominante. In precedenza ho già sottolineato l'elemento delle figure autoritarie nel "modello Chongqing". Ma l'accezione e i requisiti di questi uomini forti sono differenti a seconda che si parli di governo locale o centrale. Nello specifico, considerando il "modello Chongqing", l'elemento degli uomini forti e la tendenza -che ha preso forma in questi ultimi anni- della monopolizzazione del potere hanno relazioni molto strette. Il "modello Chongqing" si è sviluppato nel giro di pochissimi anni e ha in Bo il suo esponente di punta. Di riflesso, in questi ultimi anni, è emersa la tendenza di figure dittatoriali. Una volta dissi che la vecchia società totalitaria aveva un solo centro, e che, al contrario, nella nuova esiste una certa tendenza verso una struttura "a nido d'ape". Ora questa nuova società totalitaria, poiché il potere centrale non ha più la stessa autorità di un tempo e prevede uno scambio di opinioni tra i vari leader, è emersa la tendenza di una struttura totalitaria "a nido d'ape". Tutti i differenti livelli hanno assunto una struttura totalitaria isomorfa a quella del governo centrale, duplicandone progressivamente i meccanismi. E giurando la loro lealtà politica, le figure di spicco a livello locale sono diventate ne più ne meno che dei despoti.

(Consiglio, inoltre, la lettura dell'intervista a Ma Licheng, ex editorialista del Quotidiano del Popolo Maoism: The Most Severe Threat to China)

重庆模式是一种什么模式(散论重庆模式之一)?

关于重庆能不能称为一种模式,一直有两种不同的看法。可能我对模式的要求比较低,能满足两个条件,我就将其称之为模式。第一,有一套较为系统的、有特点的且能自恰的做法。第二,对今后可能预示了什么。在这两者当中,我更看重的是后者。
对于重庆模式,在其如日中天的时候,我从来没说过一句赞成的话,反倒力挺广东模式。但我也不赞成现在对重庆模式进行批判的方式。因为我认为现在的一些批判没有抓住问题的实质。
这里首先要澄清的一个问题是重庆模式与中国模式的关系。当然关于中国模式存在不存在的问题,就莫衷一是。我还是按照前面说的两条标准,认定有中国模式的存在,这就是30多年来改革中的一些基本做法及其结果,包括其成就与问题。
要看到的是,所谓重庆模式是在中国改革开始显现出明显弊端,改革陷入困境的情况下出现的。所以,以前我就说过,重庆模式是这些年一些人一直在酝酿的,由薄在重庆提前预演了的,收拾局面的一种方式。尽管我也不否认有人说的重庆模式是将中国模式中的某些做法推向了极端。但从整体看,重庆模式是冲着改革中的问题和弊端去的。不然就无法解释,为什么重庆模式支持者与改革开放的支持者之间是如此的泾渭分明和如此的尖锐对立(当然实际的情况要更为复杂)。
我觉得,薄和支持者的一个基本前提是认为中国出了问题,改革开放出了问题,现在需要有一套收拾局面或解决问题的办法。
现在可以看看这些做法是什么。第一,一个有人格魅力的强势的领袖。这在对薄的塑造中可以看出。而现实的主流模式是互相制约的寡头制。第二,如果说中国现在有传统、共产、西方三种意识形态资源的话,他用的是第二种。第三,强力的运用。薄不掌握军队,但掌握公安。由此可知王立军及其公安系统对于他的重要性。从中也可以看出这种模式相信权力或强力的有效性。人们当然可以说他破坏法治。但也许他内心里或有一个理由,现在的问题只有强力才可以解决。第四,在社会资源的运用上,强调的是群众基础,或者说是人们说的民粹。但我现在说不清的是,他究竟对民众是纯粹的利用还是夹杂着乌托邦理念。第五,将各种资源集中到政府手中,包括用非法的手段。因为他认为这是为了实现他的目标所必需的。第六,运用的是社会动员的方式,为此,排除异己和打压不同意见是题中应有之义。
如果说是这样,这对中国的未来预示了什么?
老实说,我对关于薄及重庆模式的简单褒贬甚至所谓论证和批判都并不感兴趣。我在意的是其对中国未来可能有的影响。我不知道这么说是不是明白点:薄与重庆模式之于中国不是过去时,而是将来时。假如中国社会中的一些重要问题不能有效解决,社会危机加重,你可以想象人们会期待用什么方式来解决问题。

重庆模式存在的空间是什么(散论重庆模式之二)?

重庆模式存在的空间是什么?

 第二个问题,我觉得需要讨论的是重庆模式存在的空间是什么?因为假设在90年代,甚至某种意义上在80年代,一个由地方主政者提出并实施与主导性模式有很大差异,甚至在潜台词的意义上与主导性模式叫板的发展模式,是不可想象的。这背后一定体现这个社会发生了某些重要变化。
假如我们将重庆模式视之为一种与主流模式有明显不同的模式。接着的问题就是,在一个强调高度统一的体制中,这个模式存在了长达5年(?)的时间?我想首先要注意的就是权力结构的变化。我原来曾经借用蜂窝状结构的概念来表明这个特征。但现在看这个概念也并不确切。
现在简单说说我考虑的一些因素。概括地说,这个空间是我以前分析过的原有的总体性社会结束之后形成的新总体性社会。具体说有如下因素。
第一,改革陷入困局的大环境。现在对于薄的态度似乎成了改革与反改革的标准。但我要说,首先要检讨的应当是改革者。如果改革不是如此的畏首畏尾,如果不是最终导致了权贵社会的形成,重庆模式的出现是不可想象的。正是上述状况以及如此产生的整个社会的迷茫,当时领导人的无所作为,使得任何的“试”都具有了合理性。而且,重庆的做法无疑在这些年利益受损的下层民众中引起广泛的共鸣。
第二,恰恰是在这个时候,权力结构发生了重要变化。这个变化突出体现在单一权威时代的结束。其实,即使在单一权威时代,权力结构蜂窝化的迹象也是存在的。而单一权威的结束,使得这种蜂窝化的状况明显加剧。表现在上层,对于重庆模式的反应是模糊而矛盾的。实际上,这件事情深刻地反映出现有权力体制的一种困境,即在单一权威不复存在,思想和利益趋向多元化的情况下,权力体系如何作为一个整体行动,权力内部控制的机制是什么。现在的情况表明,这个问题没有解决,连政令的顺畅都已经无法做到。
第三,红色力量的兴起。即使有前面两个条件,也并不意味着重庆模式的出现是理所当然的。假如薄没有红色家族的背景,没有红色力量崛起作为背景,重庆模式也是无法想象的。不管人们对红色力量的具体评价是什么,一个客观的事实是,在经历了青黄不接以及不断的挫折之后,红色力量已经作为中国社会中的独特群体登上了历史的舞台。父辈的资源、已经获得的资源和位置、集体认同与社会网络,是这个群体的力量之所在。
第四,红色思想资源的使用。然而,第三条的分析还是有点简单化的,因为薄开始主政重庆的时候,红色力量还没有今天强大。因此,今天的局面与力量格局,其实也是建构的结果。可以说,重庆模式既得益于红色力量的逐渐崛起,同时也为红色力量的发育壮大提供了符号和思想资源。而这个思想资源首先得归功于薄对当前中国思想资源的选择。如前所述,中国现在有传统、共产、西方三种资源,他用的是第二种。这个思想资源对于薄来说,既是矛也是盾。说盾,是我利用了我挑战对象口头标榜的东西。说矛,是我既利用了你标榜的反对了你实质的,同时也相关力量的凝聚提供了符号和旗帜。
第五,一把手专权因素。前面强调过重庆模式中的强人因素。但在地方层面和中央层面,强人因素的条件和含义是不一样的。具体在重庆模式中,强人因素与近些年形成的一把手专权趋势有着密切关系。重庆模式是在短短几年时间形成的。其中主要是薄的个人所为。背后反映的近些年一把手集权的趋势。我原来曾经说过,老总体性社会只有一个中心,而新总体性社会存在一种蜂窝状的趋势。新总体性社会由于中央不再具有原来的权威性,且服从开始建立在交换关系基础上,便出现了一种蜂窝状总体性结构的趋势。在不同的层级上都形成与中央同构的总体性结构,在机制上出现逐级复制的过程。现在,在政治上表示忠诚的前提下,地方的一把手已经与土皇帝无异。








giovedì 2 maggio 2013

Un reporter cinese nella Grande Mela: ambiente e democrazia


"Essere giornalista in Cina è un po' rischioso, però hai anche sempre un sacco di cose da scrivere". Ha scelto di presentarsi con ironia sottile Liu Jianqiang, uno dei più noti reporter investigativi della Cina, invitato il 26 aprile scorso presso la Scuola di giornalismo della Columbia University, nel cuore della Grande Mela.

Una vita professionale intensa, dallo sportello di una banca alle colonne del Southern Weekly, il settimanale cinese celebre per le sue inchieste resosi protagonista all'inizio dell'anno di un'accesa protesta contro i meccanismi della censura. Poi nel 2006 la troppa notorietà, amplificata oltre la Muraglia dal Wall Street Journal (link), gli costò il posto nel giornale del Sud.

"E' un fatto molto sensibile per chi lavora nei media cinesi venire coperti da media stranieri. Il WSJ utilizzò le mie storie per accusare il governo cinese di mettere in atto un giro di vite sul giornalismo investigativo. Ciò fece arrabbiare molto il mio capo. Temeva qualche punizione da parte del governo", ha spiegato.

La penna di Liu aveva rivelato i molti lati oscuri di Pechino: scandali ed episodi di corruzione a tutti i livelli del Partito, e il business dei casinò in Corea del Nord, alimentato dalla passione dei cinesi per il gioco d'azzardo. "Poi ho scoperto che tutto questo non serviva a niente. Raccontare le malefatte dei funzionari non permette alcun cambiamento perché il governo cinese è ancora molto suscettibile quando si tratta di storie politicamente scomode". Così nel 2004 decise di cominciare la propria battaglia "verde", coprendo progetti sensibili avviati da Pechino a discapito di costi ambientali enormi. Oggi è editor di Chinadialouge, organizzazione no-profit focalizzata sulle tematiche ambientali con sedi a Londra, Pechino e San Francisco.

"L'ambiente in Cina non viene considerato politica e per i giornalisti è più facile parlarne. Ma la mia domanda è sempre stata: chi danneggia veramente l'ambiente? Non sei tu o la gente comune. Sono i grandi gruppi d'interesse, governi locali, aziende e corporazioni hanno grande interesse nella massimizzazione dei profitti", ha spiegato, "molti funzionari locali sono soliti mentire ai leader sui reali rischi ecologici". Proprio la parola "mentire" ricorrerà più e più volte nel corso del suo racconto.

Negli ultimi anni, grazie allo sforzo congiunto di popolazione, giornalisti investigativi e Ong sono stati evitati -o quantomeno arginati- terribili disastri ambientali. In diversi casi, messo con le spalle al muro, il governo cinese ha preferito fare marcia indietro sospendendo opere colossali, quali la costruzione di una centrale idroelettrica sul corso medio del fiume Jinsha, nella provincia meridionale dello Yunnan. Il progetto che, oltre a mettere a serio rischio la Gola del Salto della Tigre, uno dei punti paesaggistici più incantevoli della Cina, minacciava le abitazioni di 100mila residenti locali e oltre 13mila ettari di terreni coltivabili, fu arrestato dopo un'agguerrito campagna di protesta durata dal 2004 al 2006. Per il movimento della difesa ambientale cinese certamente uno dei successi più eclatanti dell'ultima decade, nonché un primo sintomo di una nascente "coscienza verde" tra i cittadini.

"E' molto incoraggiante il fatto che dopo le contestazioni i progetti siano stati interrotti" ha commentato Liu, raccontando come i lavori sul fiume Jinsha fossero stati fortemente voluti dalla China Huaneng Group Corporation, una compagnia idroelettrica gestita niente meno che da Li Xiaopeng, figlio dell'ex premier Li Peng. La costruzione della stazione di Jinanqiao, alla quinta delle otto dighe previste, procedeva illegalmente dal 2002 senza l'approvazione del governo, come avrebbe poi confermato a Liu un funzionario della Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, il più importante organo di pianificazione economica del Dragone.

Con l'aiuto degli abitanti dei villaggi vicini, il collega di Liu, Cheng Gong, riuscì a visitare il sito smarcandosi dai controlli delle guardie impiegate dalla società responsabile per il progetto. "Il nostro articolo fu pubblicato sulla prima pagina del Southern Weekly il 29 settembre 2004 con il titolo di 'Emergenza nella Gola del Salto della Tigre'. Dopo il nostro report anche altri media cinesi e internazionali cominciarono ad interessarsi alla questione. Il leader locale Ge Quanxiao fece centinaia di fotocopie del pezzo e le distribuì tra i cittadini". Nel giro di pochi giorni la storia finì sulla scrivania dell'allora premier Wen Jiabao, il quale ordinò di fermare il progetto e avviare delle ricerche approfondite sull'impatto ambientale.

Da quel momento, nonostante tutto, Pechino ha continuato a conservare una posizione ambigua sulla sorte dell'area. "Quando ci viene chiesto di commentare lo sviluppo della Gola del Salto della Tigre, di solito ci atteniamo alle dichiarazioni secondo le quali i lavori sono stati messi in attesa e non ci resta che aspettare e vedere come andrà a finire" aveva dichiarato lo scorso agosto Wang Shucheng, ministro delle Risorse Idriche dal 1998 al 2007.

Le rassicurazioni del governo centrale stridono con la costante pressione esercitata dalle autorità locali e dalle società coinvolte per la ripresa del progetto, osteggiato il 19 marzo 2006 da 10mila contadini riunitisi per protestare. Nessuno di loro era mai stato avvertito del trasferimento forzoso al quale sarebbero stati sottoposti nel caso in cui la diga fosse stata approvata.

E' dal 2003, l'annus horribilis della Sars e dell'emergere delle proteste contro la costruzione di 13 dighe sul fiume Nu, nella Cina occidentale, che Pechino ha cominciato a dover fare i conti con un'opinione pubblica sempre più esigente, fiancheggiata da un nuovo alleato: internet. La polemica circa il progetto idroelettrico lungo il corso del Nu imperversò per un anno, fino a quando il fantasma di un pericolo terremoto, agitato da geologi ed esperti, indusse il governo cinese ad un primo ripensamento. Anche questa volta a dare l'alt fu Wen Jiabao, il quale invitò a mantenere "una approccio cauto e scientifico".

Ma il boccone era troppo ghiotto perché l'economia energivora del Dragone -sempre più orientata verso la sostenibilità- vi potesse rinunciare. Così, dopo 10 anni di stallo il progetto è stato reinserito nel Dodicesimo Piano quinquennale, che stabilisce le linee guida dello sviluppo nazionale fino al 2015. Il Nu viene considerato il quinto fiume più grande del paese, con oltre 20 gigawatt di potenziale idroelettrico soltanto nel suo corso medio e inferiore. Sebbene la querelle tra sviluppatori e ambientalisti sia destinata a continuare -come sottolineato da Liu- se non fosse stato per la diffusione di notizie coordinata da Ong e giornalisti investigativi, i 500mila residenti nella zona sarebbero rimasti all'oscuro dei rischi a cui andavano incontro.

"I report incoraggiano le persone e accrescono la loro consapevolezza" ha commentato. Ed è per questa ragione che la crisi ambientale affrontata dalla Cina può essere considerata un catalizzatore per una nuova democrazia.

Liu cominciò a maturare questa convinzione nel 2004, quando decise di abbandonare scandali e corruzione per occuparsi di inchieste "verdi". Il suo primo reportage del genere coprì il progetto della Diga delle Tre Gole, entrata in funzione nel giugno 2012, e fino a non molti anni fa presentata come il fiore all'occhiello della leadership cinese. La centrale più grande al mondo, "il progetto più grandioso degli ultimi mille anni di storia nazionale". Nonostante quasi vent'anni di dibattito, solo di recente Pechino ha cominciato ad ammetterne gli effetti negativi.

Da tempo gli esperti avevano mostrato preoccupazione per le sorti del porto della megalopoli di Chongqing, il principale sul corso superiore dello Yangtze, la cui navigabilità rischiava di essere messa a repentaglio dall'innalzamento del livello dell'acqua nel serbatoio dovuto al deposito di sedimenti. Ma nei piani della statale Three Gorges Project Corporation il giro d'affari sarebbe stato tale da permettere la cessione di parte del ricavato al governo della municipalità per effettuare il dragaggio necessario. Non sembrava, invece, venir preso in considerazione il rischio inondazioni, con conseguente seconda massiccia delocalizzazione della popolazione, o la possibilità di perdere definitivamente l'accesso al porto, qualora sedimenti e ghiaia avessero raggiunto un livello ingestibile.

"Durante la mia visita presso le Tre Gole ho potuto notare come la diga avesse causato un collo di bottiglia nei trasporti fluviali sul fiume Yangtze. Molte navi di grandi dimensioni non erano più in grado di passare direttamente attraverso la chiusa. La gente ha presto realizzato che la diga non era così facile da attraversa come previsto. La sua capacità annua non ha mai raggiunto le 50milioni di tonnellate stabilite da progetto, né un'imbarcazione da 10mila tonnellate è mai riuscita a raggiungere direttamente Chongqing". Le autorità avevano mentito su tutto.

"Una volta completate le interviste sul posto, ho inviato una copia del mio report alla Three Gorges Corporation, in modo da poter verificare la presenza di errori. Questa era la condizione alla quale la compagnia aveva accettato di essere intervistata. La sera mi chiamarono per dirmi di non pubblicare il reportage o di tagliare le parti sul porto di Chongqing e il collo di bottiglia dei trasporti. Chiesi se vi fossero delle inesattezze e mi risposero che no, era tutto giusto ma che si trattava di questioni di 'interesse nazionale'. Mi dissero inoltre che diversi esperti contrari al progetto erano stati bollati come 'nemici dello Stato' e che non avrei dovuto legarmi a loro."

E' normale prassi edulcorare simili report prima della pubblicazione, "per fortuna io però lavoravo per un giornale dedito alla narrazione del vero, così l'articolo è uscito integralmente". La motivazione conclamata della costruzione della diga era quella di prevenire le inondazioni, eppure, risulta sempre più evidente che la sua capacità di arginare le piene sarà ben inferiore a quanto inizialmente pronosticato.

"Possiamo trarre conforto dal fatto che negli ultimi anni è stata portata alla luce un po' di verità, e le persone hanno una comprensione più realistica del progetto della diga delle Tre Gole. Per la prima volta nella storia del Paese, la gente ha potuto discutere di qualcosa e dire no. Ricordo ancora quando fu ripresa in considerazione la costruzione della diga, ai tempi in cui frequentavo l'università a Shanghai. Era così eccitante l'idea di poter dire finalmente la nostra."

Ma per Liu la pietra miliare della mobilitazione "verde" è rappresentata dal caso che ha coinvolto il Yuanmingyuan, l'Antico Palazzo d'Estate andato quasi completamente distrutto nel 1860, durante la Seconda Guerra dell'oppio. Nel 2005 il progetto di impermeabilizzazione del parco e dei suoi laghi, per evitare che l'acqua filtrasse nel terreno, causò un'alzata di sopracciglio da parte degli ecologisti allarmati dalle possibili ripercussioni ambientali. La notizia divenne virale quando, a sorpresa, un giornalista dell'ufficialissimo Quotidiano del Popolo decise di occuparsi del caso.

"Cominciai ad investigare sulla questione e scoprii che il progetto era stato avviato senza studi adeguati e senza un'approvazione ufficiale. Dopo non molto fu organizzata la prima conferenza pubblica nel campo della difesa ambientale, alla quale presero parte esperti, Ong e media, tutti invitati a commentare il progetto. L'evento fu anche trasmesso su internet da alcune emittenti", ha raccontato Liu.

Dietro questo successo mediatico si cela la figura di Pan Yue, uno dei cosiddetti "principi rossi", i figli dei padri della Patria, dichiaratamente riformista, e da diversi anni al ministero per la Protezione dell'Ambiente, un braccio relativamente debole del governo di Pechino. Ostracizzato da parte della dirigenza, a Pan va il merito di aver posto l'accento sulla necessità di implementare le normative in materia di difesa ambientale, e di aver aperto le porte ai mezzi di comunicazione di massa. "E' stato un grandissimo esempio di democrazia" ha affermato Liu, dicendosi molto soddisfatto del crescente interessamento mostrato dal Partito verso le ambizioni ecologiste del popolo.

"La Cina è pronta per la democrazia, ma è anche chiaro che essa ha vari livelli. Al momento per i cittadini la cosa più importante è poter difendere sé stessi e la propria famiglia. Questo sarebbe abbastanza per ora. E' incoraggiante vedere che molti progetti rischiosi siano stati sospesi in seguito all'emergere di proteste".

Intanto, in tempi di "socialismo con caratteristiche cinesi", la democrazia non resta che esercitarla in rete. Già nel 2007 il web aveva sprigionato tutta la sua potenza quando nella città di Xiamen, i cittadini erano scesi in strada per dire no ad un impianto chimico pianificato da una società taiwanese con il placet del governo locale. In quell'occasione, le autorità si erano date la briga di comprare il silenzio dei media provinciali, così che ai manifestanti non restò che diffondere notizie e organizzare "passeggiate in un determinato posto ad una determinata ora", comunicando tra loro via internet o attraverso messaggi di testo. Lo scorso luglio le proteste di Shifang, nel Sichuan, e Qidong, ad un'ora d'auto da Shanghai, sono terminate a loro volta con una vittoria "verde" e il trionfo dei social network. Quando le notizie cominciano a scorrere sul filo del web fermarle diventa un'impresa quasi impossibile anche per i censori di Pechino.

Quale sia il grado di sopportazione della leadership cinese, però, non sembra essere chiaro nemmeno a Liu. Estraneo agli equilibrismi della censura, ritiene che non esista alcuna strategia per aggirare i controlli, né alcuna linea rossa invalicabile. Non resta che procedere per tentativi fino a quando la scure non si abbassa.

In questo clima di mobilitazione sociale, a fare la differenza sarà la neonata classe media cinese, adulata dai nuovi “signori di Pechino” con un piano di riforme che vede in cima alle priorità sicurezza alimentare, salute pubblica e protezione ambientale.

Liu non ha dubbi: soltanto il problema ambientale può smuovere veramente la "middle class", sempre più preoccupata per l'inquinamento devastante, diffusamente percepito come una grave minaccia per la salute. Un argomento non politicamente sensibile, e dunque tollerato e monitorato con crescente interesse dalle autorità in quanto motivo di malumore popolare e causa di "incidenti di massa"; in grado di esercitare un impatto più esteso rispetto alle espropriazioni forzate o alle dispute sul lavoro.

Esattamente quello che ci vuole a fare da ponte tra funzionari, gente comune e alte sfere del Partito.
"Il fatto che non ci siano più manifestazioni in piazza Tian'anmen non significa che in Cina non esista più un movimento democratico", sentenzia Liu, "il movimento ambientalista è un nuovo movimento per la democrazia".

(Scritto per China Files)

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...