martedì 20 marzo 2018

In Cina e Asia



Xi e Li per una Cina unita e prospera


Dopo due settimane di lavori, l’Assemblea nazionale del popolo — il parlamento cinese — si è conclusa quest’oggi con la promessa di un’ulteriore apertura del mercato cinese e un avvertimento diretto contro le forze indipendentiste a Taiwan e Hong Kong. Nei loro discorsi di chiusura, tanto il presidente Xi Jinping quanto il premier Li Keqiang hanno sottolineato l’impegno cinese a difendere la propria sovranità sulle due isole. In entrambi i casi, dicono i leader, il mantenimento di rapporti armoniosi è funzionale alla prosperità economica di ambo le parti. Soprattutto alla luce della nuova “Greater Bay Area”, cluster che riunisce Hong Kong, Macao, Guangzhou, Shenzhen, Zhuhai, Foshan, Zhongshan, Dongguan, Huizhou, Jiangmen e Zhaoqing. Qualsiasi tentativo separatista incontrerà la “punizione della storia”, ha sentenziato il presidente. Sul versante politica estera, Xi ha rassicurato sulle intenzioni del gigante asiatico: “Il desiderio sincero e l’azione pratica del popolo cinese per contribuire alla pace e allo sviluppo dell’umanità non devono essere fraintesi né distorti”. Il messaggio sembra diretto agli Stati Uniti — secondo varie fonti — in procinto di applicare nuove tariffe sui beni di consumo “made in China”. Una questione che per Li richiede raziocinio non emotività.

Quest’anno l’Anp ha sancito un sostanzioso rimpasto del governo. Due “nuovi” nomi avranno un peso importante sull’economia cinese: il protégé di Xi Liu He promosso a vicepremier e Yi Gang, nominato governatore della banca centrale — che risulta potenziata sotto il nuovo assetto.

Cina: prima per uso di animali nell’industria cosmetica


La Cina continua a d essere uno dei paesi al mondo a utilizzare il maggior numero di animali nell’industria cosmetica. Secondo People for the Ethical Treatment of Animals (PETA), ogni anno nella Repubblica popolare oltre 300mila animali vengono impiegati per testare prodotti di bellezza. Tanto per avere un’idea, a livello mondiale gli esemplari sfruttati come cavie sono circa 500mila. Numeri che rispecchiano ancora una scarsa sensibilità per le battaglie animaliste oltre la Muraglia, nonostante nelle grandi città attecchisca sempre più la moda degli animali da compagnia. La causa di tutto sta in una vecchia legge che per 30 anni ha imposto alle case di cosmetica di effettuare test obbligatori sugli animali per poter esportare in Cina. Questo ha blindato il mercato ad aziende virtuose come The Body Shop, Lush, Smashbox e Fenty Beauty. La normativa è stata allentata a partire dal 2014, ma tutt’oggi anche se i marchi nazionali non sono più costretti categoricamente a testare tutti i prodotti sugli animali sono comunque in pochi quelli disposti ad archiviare una pratica che, stando al sentire comune, è ancora la più sicura per verificare la qualità di quanto venduto in un mercato colpito da frequenti scandali.

Migranti e scontenti

Secondo una ricerca condotta da John Knight, professore di economia della Oxford University e Ramani Gunatilaka, direttore del Center for Poverty Analysis in Colombo, un miglioramento delle condizioni economiche dei lavoratori migranti non corrisponde a un più alto livello di soddisfazione rispetto ai conterranei rimasti nelle campagne. In media lo stipendio di un mingong inurbato è ben 2,39 volte più elevato di quello di un cinese rurale. Ma quando si parla di indice di soddisfazione per la propria nuova vita chi è rimasto indietro sembra molto più appagato di chi ha lasciato il proprio luogo d’origine. Su una scala da 0 a 4, i cinesi residenti nelle campagne dominano la classifica con un 2,7, quelli nati e cresciuti in città seguono con un 2.5 mentre i migranti si assestano su un 2,4. La spiegazione di quello che gli autori definiscono “un’enigma socialmente importante”, sembra riscontrabile in un mix di fattori, discriminazione in primis. Ma il sistema che priva i mingong dei servizi di base non sembra essere l’unica spiegazione. L’incapacità di realizzare le proprie aspettative e il senso di inferiorità rispetto ai cittadini in senso proprio li renderebbe infelici e delusi. Questo tuttavia non basta a invogliarli a tornare a casa. Alcuni hanno perso il controllo sulle terre inglobate dalla spinta urbanizzatrice degli ultimi anni, altri sono ormai talmente abituati ai nuovi standard di vita da non poter accettare l’idea di ridimensionare le proprie aspirazioni. I risultati dello studio vanno letti però alla luce di un altra ricerca indipendente dello scorso anno secondo la quale l’infelicità non è un soltanto un problema dei mingong. Anche se negli ultimi 25 anni il reddito personale è quintuplicato i cinesi in media si dicono meno felici a causa dello smantellamento di quella rete di servizi sociali antecedente alle riforme economiche.

In Giappone le carceri diventano ospizi


In Giappone quasi una detenuta su cinque ha oltre 65 anni. Lo riporta Bloomberg, spiegando che si tratta perlopiù di donne anziane colpevoli di reati minori commessi per sfuggire alla povertà e alla solitudine. Molte sono finite di nuovo dietro le barre dopo un primo rilascio. La portata del fenomeno è tale da aver spinto le autorità a costruire strutture detentive apposite per anziani e ad aumentare il personale infermieristico. Una settantottenne spiega che la prigione è come un’oasi per lei: “non ho la libertà ma usufruisco di ogni tipo di relax e comfort, non mi devo preoccupare di nulla. Ci sono molte persone con cui parlare e ci servono pasti nutrienti tre volte al giorno”. Si stima che un quarto della popolazione nipponica sia agé, così come lo è il 20% dei detenuti. Le prospettive di vita per le donne sono anche più preoccupanti con il 25% destinato a vivere sotto la soglia di povertà.

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