venerdì 12 gennaio 2018

La via del ghiaccio



La colonnina di mercurio ha toccato i - 27° C quando lo scorso 8 dicembre la nave rompighiaccio Christophe de Margerie ha effettuato le procedure di imbarco del primo carico di gas naturale liquefatto (Gnl) nel porto russo di Sabetta, nella regione autonoma di Yamal-Nenets, più vicino al Polo Nord che a Mosca. Presieduta da Vladimir Putin, la cerimonia d'inaugurazione ha sancito formalmente la piena operatività dello stabilimento Yamal LNG, l'impianto per la liquefazione di gas più a nord del pianeta che, stando al presidente russo, dovrebbe rendere la Federazione leader nel settore. Perché "la Russia ha tutte le caratteristiche per diventare il più grande produttore di gas naturale liquefatto al mondo", primato che già detiene nelle forniture via pipeline del combustibile fossile non condensato.

Con una capacità massima stimata di 16,5 milioni di tonnellate di gas all'anno, Yamal dovrebbe - entro il 2020 - aiutare Mosca ad accaparrarsi l'8% del mercato mondiale, accorciando la distanza che la separa dal Qatar, saldo in testa alla classifica dei paesi esportatori con una fetta pari al 30% della produzione globale. La strada è lunga ma la messa in funzione dello stabilimento - entro i tempi e i costi previsti - costituisce di per sé un primo strombazzato traguardo. Come ha ricordato Putin alludendo alle difficoltà tecniche e finanziarie, "chi è all'origine del progetto si è assunto un rischio, e questo rischio ora è giustificato, ha portato i suoi frutti".

La mente corre al 2014, quando il mirino delle sanzioni americane si posò su Gennady Timchenko, secondo principale azionista di Novatek, la compagnia privata che detiene il 50% delle quote nel consorzio russo-francese-cinese dietro al progetto artico; gli altri player sono Total (20%), la China National Petroleum Corporation (20%) e il Silk Road Fund (9%), fondo da 40 miliardi di dollari creato da Pechino per finanziare i progetti tra Asia, Africa ed Europa all'interno dell'iniziativa di sviluppo infrastrutturale "Belt and Road Initiative". All'epoca, fu proprio l'iniezione di 12 miliardi di dollari da parte di Export-Import Bank e China Development Bank a resuscitare il progetto. Una delle tante operazione finanziarie compiute dal gigante asiatico in territorio russo, dal prestito di 11 miliardi di dollari stanziato lo scorso luglio per il fondo sovrano Russian Direct Investment Fund e la banca statale Vnesheconombank (entrambi sotto sanzioni) fino alla più recente acquisizione del 14,2% del colosso Gazprom da parte della controversa società CEFC China Energy, travolta ultimamente da un caso di corruzione con diramazioni tra Hong Kong, il Chad e l'Uganda. Di più. Secondo il centro di ricerca AidData, nel 2014 la Russia si è classificata destinazione privilegiata degli "aiuti esteri" cinesi, termine fuorviante che in realtà comprende prestiti non concessionari, crediti all'esportazione verso acquirenti o fornitori, e prestiti in cambio di commodities.

Non è un caso, quindi, che la prima traversata della Christophe de Margerie abbia come meta proprio la Cina e che la porzione più consistente del 95% del gas già assegnato da qui al 2020 sia destinata all'Asia, continente corteggiato da Putin fin dalla crisi di Crimea. Tutto è cominciato con lo storico accordo da 400 miliardi di dollari siglato da Pechino e Mosca nel maggio del 2014 per l'acquisto trentennale di oltre 38 miliardi di metri cubi di metano all'anno. Appena alcuni mesi fa Gazprom ha annunciato che Power of Siberia, la prima pipeline a collegare i due paesi, comincerà a pompare gas dal dicembre 2019. In tempi non definiti, un secondo gasdotto con partenza dalla Siberia occidentale (l’Altai gas pipeline), dovrebbe in futuro raggiungere la Repubblica popolare attraverso la strettissima lingua di terra che separa la Mongolia dal Kazakistan. Ma tutto questo potrebbe non bastare. Secondo fonti Bloomberg, nel tentativo di affrancarsi dai combustibili inquinanti, la seconda economia mondiale potrebbe trovarsi costretta a importare 76 milioni di tonnellate di Gnl nel giro di tre anni.

Svincolandosi dalla ragnatela di infrastrutture energetiche, Yamal LNG sposta la partnership sino-russa in territori, o meglio in acque, inusuali. Stando alle stime dell'agenzia statale Xinhua, ogni anno 4 milioni di tonnellate di Gnl prenderanno il largo lungo la rotta del Mare del Nord, accarezzando la costa siberiana fino a raggiungere l'ex Celeste Impero. Un viaggio di appena 15 giorni, circa la metà di quanto necessario passando per l’Europa e il canale di Suez. Si tratta di un itinerario impervio, reso sempre più accessibile dallo scioglimento dei ghiacci, a cui Pechino guarda da tempo. Nel 2013, la statale Cosco è stata la prima società al mondo a spedire una nave cargo attraverso il passaggio a Nordest; lo scorso anno le navi battenti bandiera cinese sono state cinque su un totale di 19.

Per la Cina si tratta dell'ennesimo canale commerciale da annettere alla Belt and Road, tanto che, riportando la messa in funzione dello stabilimento Yamal LNG, il quotidiano China Daily ha definito il nuovo terminale il punto di partenza della "Ice Silk Road", concetto coniato dal presidente Xi Jinping a stretto giro dalla formalizzazione dell'inserimento del Mar Artico tra le "rotte economiche blu" verso l'Europa, in aggiunta alle tratte Mar cinese meridionale-Oceano Indiano-Mediterraneo e a quella che dal Mar cinese meridionale va verso il Pacifico. La volontà di coinvolgere Mosca nel progetto Nuova Via della Seta - possibilmente creando sinergie con l'Unione economica eurasiatica - si sposa quindi con le conclamate ambizioni artiche di Pechino. Se, dal 2013, il gigante asiatico è osservatore permanete nel Consiglio Artico, è solo nell'ultimo anno che il pressing diplomatico nella regione si è fatto particolarmente intenso, soprattutto nei confronti di Norvegia, Finlandia e Islanda. La motivazione è intuibile: nel Mar Artico si nascondono il 13% delle riserve inesplorate di petrolio e circa un terzo del gas ancora in attesa di essere estratto. Sul versante russo, intanto, la necessità di frenare la competitività degli altri principali esportatori (Qatar e Stati Uniti) ha già portato alla pianificazione di un secondo impianto artico di Gnl, nella penisola di Gydan, a est di Yamal. Stavolta, però, potrebbero essere i capitali sauditi a fare la differenza.





(Pubblicato su Left)

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