mercoledì 16 luglio 2014

Pechino, un player discreto in Afghanistan


Lo scorso 10 luglio, Pechino ha ospitato le prove generali del quarto incontro ministeriale dell'Istanbul Process, piattaforma regionale nata nel 2011 per incoraggiare la cooperazione tra l'Afghanistan e alcuni vicini tra i quali Cina, Russia, Kazakistan, India, Pakistan, Iran e Turchia. Ma che prevede la partecipazione di Paesi extra-regionali (pesi massimi come Stati Uniti e Gran Bretagna) e organismi internazionali in qualità di 'partner di sostegno'.

Nell'attesa che il vertice vada in scena nella città portuale cinese di Tianjin il prossimo mese, a dominare la sessione di giovedì è stata la difficile transizione politica dello Stato centroasiatico, che dopo le elezioni di aprile, il ballottaggio di giugno e le accuse di brogli, dovrà aspettare un'ulteriore revisione dei voti per conoscere il suo nuovo Presidente. Il tutto mentre il 2014, l'ultimo anno segnato dalla presenza massiccia di truppe americane, ha già scavallato la sua prima metà. Entro la fine di dicembre le forze armate statunitensi dovrebbero ridursi a meno di 15mila unità. Una prospettiva che impensierisce non poco Pechino, per il quale la stabilità in Asia Centrale è di primaria importanza tanto per fattori di business che di sicurezza nazionale. Il nuovo Grande Gioco ha sempre meno le caratteristiche di un risiko energetico e sempre più quelle di una comunione d'intenti tra potenze per evitare che la regione sprofondi nel caos.

Quanto la questione afgana stia a cuore al Dragone lo dimostra la decisione dell'agenzia statale cinese 'Xinhua' di lanciare un portale interamente dedicato allo Stato centroasiatico e il susseguirsi a stretto giro di meeting di alto profilo: il leader uscente Hamid Karzai e il Presidente cinese Xi Jinping si erano incontrati in occasione del CICA (Confidence Building Measure in Asia) summit dedicato alla pace in Asia, ospitato a maggio da una Pechino sempre più crocevia di interessi globali. Appena tre mesi prima il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi era stato a Kabul durante la sua maratona mediorientale. In entrambe le occasione la stabilità del Paese aveva dominato i colloqui, con il Governo cinese che si era detto disposto ad «esercitare un ruolo costruttivo» per favorire la riconciliazione politica in Afghanistan, pur precisando che la stabilità del Paese dovrà essere mantenuta dagli afgani con i loro propri mezzi. Tradotto dal linguaggio felpato della diplomazia: il Dragone non vestirà i panni di gendarme della regione come fatto finora da Washington. Piuttosto sembra strizzare l'occhio ad una cauta collaborazione.

Secondo gli esperti, laddove il Pacifico continua ad essere motivo di fratture tra Cina e Stati Uniti, il 'cuore dell'Asia' sta diventando teatro di un allineamento delle posizioni cinese e americane nella regione. «I cinesi sono molto consapevoli del fatto che ora ci troviamo sullo stesso spartito in Afghanistan» spiegava un diplomatico statunitense al 'Guardian' a margine di un incontro tra funzionari cinesi ed esperti Afpak, tenutosi a Pechino nel mese di marzo. (Segue su L'Indro)

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