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domenica 11 novembre 2012

Tu, quoque, Brute fili mi!


Hanno infangato l'immagine del Partito popolando il gossip cinese e adesso minacciano pericolosamente la stabilità del regime. L'oggetto dell'invettiva caustica di Liu Yuan, generale e figlio di Liu Shaoqi, l'ex presidente caduto in disgrazia all'epoca di Mao, sono i "principini"; gli eredi dei leader, cresciuti all'estero, spediti nei più prestigiosi atenei d'oltremare per ricevere una formazione al top e, oggi, tra gli 1,4 milioni di studenti cinesi residenti oltre la Muraglia dalla fine del 2011.

Pronunciate nel mese di febbraio, all'inizio del scandalo che ha coinvolto l'ex segretario di Chongqing Bo Xilai, le affermazioni incendiarie di Liu sono apparse come una chiara dichiarazione di guerra alla corruzione che serpeggia nei palazzi del potere. Anche a costo di puntare il dito contro i grandi nomi dell'amministrazione Hu Jintao-Wen Jiabao. E perché il monito venisse ascoltato, il generale ha fatto appello alla storia recente, agitando il fantasma della primavera araba che tanto spaventa Pechino. A decretare la rovina del dittatore libico Gheddafi -avverte il generale- è stato proprio il suo secondogenito Saif al-Islam; un riformatore traviato dai valori occidentali, ubriaco di democrazia ed educato in quelle stesse università straniere presso le quali oggi si trovano molti "principini". Un destino analogo attende il Partito comunista cinese qualora non sarà in grado di trovare un collante ideologico in grado di giustificare il monopolio del potere che esercita alla luce del sole. Perché l'errore del Rais non è stato il mancato raggiungimento delle riforme democratiche e dello stato di diritto, come molti credono. La sua rovina ha un nome: Saif.

Il discorso di Liu, filtrato attraverso un rapporto interno di Zhu Jidong, funzionario della propaganda, suona come l'ennesima bordata contro l'Ovest. "L'egemonica classe capitalista occidentale ha creato una serie di valori -democrazia, diritti umani, e libertà- che maschera come "valori universali" per fare il lavaggio del cervello ai cittadini cinesi, attraverso organizzazioni non governative, i media e i figli degli alti dirigenti" tuona Liu "è questa cospirazione dell'Occidente la causa principale della guerra ideologica che, attualmente, infuria in Cina e non la naturale evoluzione delle aspirazioni di una società sempre più prospera, pluralista e ben informata".

Ma Liu ne ha per tutti e nel mese di aprile ha messo nuovamente a rischio la propria carriera accusando, senza giri di parole, la corruzione, la disuguaglianza e l'ipocrisia del Partito e dell'Esercito, assediati dal clientelismo e da un "individualismo maligno".

Dalle parti di Zhongnanhai, il Cremlino cinese, gli ammonimenti dell'ambizioso generale non sono stati graditi, tanto che Liu ha terminato in anticipo la propria carriera politica con il ritiro della sua tessera di membro del Congresso. Lasciato fuori dalla lista dei circa 250 membri del presidium del Congresso pubblicata dall'agenzia di stampa statale Xinhua nella giornata di giovedì, Liu sconta, tra le altre cose, la sua vicinanza al silurato Bo Xilai e le inimicizie attiratesi in seguito alla destituzione di Gu Junshan, il suo vice al dipartimento di logistica, implicato in un giro di denaro sporco.

Ma Liu non è una voce fuori dal coro e la sua sparata giunge nell'anno del più grande terremoto politico dai tempi del massacro di Tian'anmen. L'aristocrazia "rossa" finisce sempre più spesso al centro di episodi imbarazzanti. Dall'ormai noto incidente della Ferrari, nel quale lo scorso marzo avrebbe perso la vita il figlio di uno dei protégé del presidente uscente Hu Jintao, Ling Jihua, alla vita dissoluta di Guagua, il rampollo di famiglia Bo, fino ad arrivare alle ricchezze nascoste del leader in pectore Xi Jinping e del premier Wen Jiabao, portate alla luce da una stampa estera sempre più occhiuta verso gli stravizi dei "timonieri" cinesi.

I figli di almeno otto dei nove membri dell'attuale Comitato permanete del Politburo, il vero gotha cinese, hanno studiato o lavorato per lungo tempo oltremare; quelli del quasi-premier Li Keqiang e Wen, si sono formati negli Stati Uniti. Il rampollo del numero tre, Winston Wen, dopo aver calcato i banchi della Northwestern University, ha fondato la società leader nel private-equity, New Horizon Capital, mentre il genero di Hu Jinato, Daniel Mao, ha studiato alla Stanford, lavorato nella Silicon Valley per poi divenire CEO del colosso dell'internet cinese Sina. Li Tong, la figlia del capo della propaganda Li Changchun, laureata alla University of New South Wales, in Australia, oggi ricopre una posizione di rilievo presso la Bank of China. E se -secondo fonti del business cinese- Zhou Bin, rampollo dello zar della Sicurezza Zhou Yongkang, avrebbe studiato in Canada, uno dei figli di Jia Qinglin, numero quattro del Partito, pare abbia vissuto in Australia, mentre sua nipote, Jasmine Li, ha frequentato la prestigiosa Stanford. Per concludere, Xi Mingze, figlia di Xi Jinping, studentessa niente meno che ad Harvard, ma, con un'attenuante: di lei si dice sia molto cauta nei rapporti con il mondo occidentale.

Insomma, la gioventù dorata del Regno di Mezzo guarda al di là della Muraglia. E casa Liu non fa eccezione. Oltre ad un ragazzo mentalmente disabile, infatti, il generale anti-corruzione ha una figlia laureata ad Harvard: Liu Ting, oggi alla presidenza dell'Asia Link Group, società di consulenza per le aziende straniere che vogliono accedere al mercato cinese. Nella seconda economia mondiale il legame perverso tra potere politico e business non risparmia nessuno, mentre l'Occidente, additato come nemico numero uno, esercita un fascino minaccioso sull'élite rossa. E pone gli alti funzionari davanti ad un dilemma spinoso: riuscire a conservare la propria purezza ideologica, pur continuando ad assicurare ai propri figli una vita ai massimi livelli, oggi sembra un obiettivo sempre più irraggiungibile.

(Fonti: Foreign Policy, China Digital Times, AgiChina24)

lunedì 27 febbraio 2012

I "paperoni" del Pcc battono il Congress Usa


(Pubblicato su Dazebao)

Che politica e ricchezza andassero a braccetto non è una novità, ma questa volta è "il capitalismo con caratteristiche cinesi" ad aver fatto il botto. Secondo quanto riportato dalla rivista Hurun, sorta di Forbes in salsa di soia, i 70 membri più ricchi dell'Assemblea Nazionale del Popolo (ANP), il legislatore cinese, lo scorso anno si sono portati a casa un bottino superiore al valore del guadagno netto di tutti i 535 elementi del Congresso Usa, presidente, gabinetto e i nove giudici della Corte Suprema di giustizia. Con 565,8 miliardi di yuan (89,9miliardi di dollari) nel 2011- contro gli 11,5 miliardi del 2010- i 70 paperoni dell'ANP hanno superato largamente i 660 alti funzionari dei tre poteri del governo statunitense, ancora fermi a 7,5 miliardi di dollari.

I paradossi dell'iperbolica crescita economica del Dragone si riflettono ancora una volta nella forbice tra ricchi e poveri: nel 2010 il reddito pro-capite annuo è stato di soli 2.425 dollari- meno che in Bielorussia- una cifra irrisoria se affiancata ai 37.557 miliardi di dollari degli Stati Uniti.
"Uno straordinario matrimonio tra politica e ricchezza" così ha commentato il fenomeno Jhon L. Thornton, direttore del China Center presso il Brooking Institutions di Washington. "Un terreno molto fertile per la propagazione di accese denunce circa la diseguaglianza nella distribuzione delle ricchezze in Cina".
Da tempo nel Regno di Mezzo aleggia il mistero irrisolto del coefficente di Gini, il tasso di ineguaglianza che misura la forbice tra ricchi e poveri. Il governo cinese lo tiene abilmente nascosto da 11 anni, ma l’ultima volta, che risale al 2000, aveva già raggiunto quota 0,412, vicinissimo a quello 0,5 considerato la soglia critica oltre la quale è necessario provvedere d’urgenza.

Il Congresso Nazionale del Popolo, che aprirà la sua sessione annuale il prossimo 5 marzo, è il cuore della macchina politica cinese: la più alta istituzione governativa e unica camera legislativa. Già dieci anni fa l'ex-presidente Jiang Zemin aveva cominciato a fare pressione per convogliare nel Partito facoltosi imprenditori. Oggi i miliardari cinesi hanno regolare accesso a tutte le alte cariche del Pcc, potendo ascendere anche all'Empireo del potere,  il CNP. "I ricchi in Cina sono molto incentivati ad entrare nel sistema " ha dichiarato Victor Shih, professore di politica e finanza cinese presso la Northwestern University di Eveston, Illionis. "Diventare un membro della ANP significa che un rivale commerciale o politico ha meno facilità a mandarti in galera o a confiscare i tuoi beni".

Come rivela Bloomberg, molti dei paperoni del Congresso hanno ingrossato i loro portafogli grazie al settore immobiliare, ultimamente bersagliato da accese critiche per aver contribuito ad inasprire il gap tra città e campagna. "Ad ogni livello del sistema sembra ci siano funzionari intenti ad arricchirsi in combutta con imprenditori e ciò ha causato molte manifestazioni di protesta"  ha affermato Bruce Jacobs, professore di lingue e studi asiatici della Monash University di Melbourne.

Lo scorso settembre il Global Times aveva diffuso la notizia dell'ingresso del capitalista Liang Wengen nel Comitato centrale del Pcc. Liang, 54 anni, fondatore di Sany Group, società produttrice di macchinari industriali ha cavalcato il boom edilizio della Nuova Cina diventando uno degli uomini più ricchi dell'Ex Impero Celeste. Durante il Congresso del prossimo autunno potrebbe essere formalmente ufficiato il suo accesso in una delle istituzioni politiche più importanti dello stato.

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...