giovedì 31 ottobre 2013

Ancora Tian'anmen


Nella giornata di lunedì, un SUV con a bordo tre persone proveniente da Nanchizi Street imbocca la Chang'an, il viale che separa la Tian'anmen (La Porta della Pace Celeste) dalla piazza. Percorre a gran velocità il corridoio pedonale per 400 metri travolgendo la folla, infine si schianta contro una colonna davanti alla Città Proibita, prendendo fuoco. I tre passeggeri più due passanti muoiono, 40 persone rimangono ferite.

E' quanto racconta l'agenzia di stampa statale Xinhua, mentre la portavoce del ministero degli Esteri Hua Chunying definisce l'accaduto "un incidente".

A Pechino è mezzogiorno, l'ora in cui i controlli nella capitale sono più rilassati, anche nel suo centro nevralgico: la Tian'anmen, dove giocava l'ultimo imperatore prima di venire sfrattato nel 1911, durante la rivoluzione guidata da Sun Yat-sen. Poi divenuta sede di rimostranze politiche, da quando Mao Zedong, il 1 ottobre 1949 annunciò alla piazza in visibilio la nascita della Repubblica popolare cinese. Passata tristemente alle cronache per aver fatto da sfondo alla repressione del 4 giugno 1989, e tutt'oggi luogo di ritrovo per chi vuole inoltrare le proprie rimostranze al governo.

L'ultimo episodio eclatante risale al 2011, quando un uomo si diede fuoco "per lo scontento in seguito ad un procedimento legale in un tribunale locale" (versione ufficiale). Allora la notizia venne tenuta segreta, fino a quando il Telegraph non uscì con un'esclusiva realizzata grazie alla segnalazione di un testimone oculare. Stavolta però è diverso. I media di Stato giocano a carte (semi)scoperte. La censura su internet c'è ma è parsimoniosa. Tentativi di rilasciare report indipendenti finiscono sotto la scure del Dipartimento centrale della Propaganda, anche quando a osare è l'ufficialissimo Quotidiano del Popolo. "Ribadiamo che i media debbono attenersi strettamente a quanto riportato dalla Xinhua" scandisce il "Ministero della Verità"  Non sminuire la storia; non speculare su di essa, non metterla in prima pagina o sulla homepage dei siti. Non pubblicare ulteriori racconti o commenti sull'accaduto. Non utilizzare immagini e rafforzare il lavoro sull'account Weibo dei media e del loro personale". Sul Twitter cinese qualcuno vedrà i propri post volatilizzarsi nel giro di pochi minuti; altri, invece, verranno risparmiati.

Nella girandola di supposizioni, dopo poche ore la narrazione ufficiale comincia a segnare una direzione ben precisa: segna Ovest. Quelle che erano soltanto ipotesi mercoledì trovano conferma nelle dichiarazioni dei media governativi. La CCTV è la prima a parlare di "attacco terroristico" ben premeditato. Cinque sospetti in stato di fermo "a sole 10 ore dall'incidente" -che incidente sembra proprio non essere- hanno confessato la loro implicazione negli eventi di lunedì. Nelle loro case sono stati rinvenuti coltelli e una bandiera della jihad, così come nella jeep incendiatasi a Tian'anmen. I tre passeggeri del SUV, così come i cinque arrestati sono uiguri, etnia minoritaria turcofona e di religione islamica concentrata nello Xinjiang, la provincia polveriera del selvaggio West che separa la Cina da India, Pakistan, Russia, Mongolia, Kazhakistan, Afghanistan, Tagikistan e Kirghizistan. Almeno una delle persone in stato di fermo è di Lukqun, la città dove lo scorso 26 giugno scontri tra la popolazione locale e le forze dell'ordine hanno fatto decine di morti.

Il terrore di Pechino
Lo Xinjiang è una delle spine nel fianco che più tormentano il Dragone da quando nel 2009 circa duecento persone persero la vita in un massacro collettivo tra uiguri e han, l'etnia dominante in Cina. Da quel momento mantenere la sicurezza nell'area è diventata una priorità per il governo centrale, che attribuisce i disordini a forze indipendentiste strettamente legate a movimenti terroristici dell'Asia Centrale. A seguito degli scontri la regione venne blindata, le linee telefoniche e di internet bloccate. Nel 2011 terroristi reclamarono la paternità di due attentati avvenuti a Kashgar, città che sorge presso un'oasi del deserto Taklamakan, rivelando un filo diretto con l'East Turkestan Islamic Movement, gruppo eversivo che ricevette il sostegno dell'Unione Sovietica durante la crisi tra Mosca e Pechino (1960-1989). Al tempo il Dragone accusò l'Unione Sovietica di "progettare rivolte", ammassando le proprie truppe al confine russo, e decise di rafforzare i controlli nella regione. Più recentemente L'ETIM -che ha campi d'addestramento in Pakistan e pare tenga anche esercitazioni con i ribelli in Siria- è finito nel mirino di Washington e Islamabad in seguito all'attentato dell'11 settembre, per via di un presunto collegamento con la cellula terroristica di al-Qaeda. Diversi membri ritenuti al comando del movimento sarebbero poi rimasti uccisi in attacchi droni nella regione pakistana del Waziristan. Sebbene l'esistenza stessa dell'organizzazione sia stata da molti messa in discussione, l'instabilità dello Xinjiang ha spinto il governo ad assumere misure eccezionali. Lo scorso anno il capo del Partito locale,  Zhang Chunxian, aveva rivelato un piano che prevede la disposizione di polizia armata ogni cento metri nelle aree urbane.

Secondo il gruppo in esilio World Uyghur Congress, fonte non sempre attendibile, i servizi segreti cinesi avrebbero già arrestato 93 uiguri a Pechino nel nuovo giro di vite post-Tian'anmen. Tuttavia, ad oggi, nessuna organizzazione collegata alla minoranza xinjianese sembra aver rivendicato l'attentato di lunedì. Nel caso in cui le accuse del governo si rivelassero fondate si tratterebbe del primo atto eversivo ufficialmente messo a segno dagli uiguri nella capitale dal 1997, anno in cui una bomba su un autobus nel distretto di Xidan chiuse una serie di dimostrazioni simili avvenute a Urumqi, capitale dello Xingjiang. Sebbene al tempo dissidenti uiguri di stanza in Turchia attribuirono il gesto a loro compatrioti residenti in Kazakistan, le autorità di Pechino smentirono ogni collegamento con la regione occidentale. Anche se nei fatti furono messe in atto diverse misure volte a emarginare i xinjianesi dal resto della popolazione.

Questa volta il regime pare aver optato per la pista del terrore, a costo di riconoscere la fragilità dei propri apparati di sicurezza interna, per i quali il governo nel 2013 ha stanziato un budget da 128,9 miliardi di yuan. Meglio incolpare l'ETIM che interpretare l'incidente di Tiananmen come un gesto disperato, segno del crescente malcontento popolare.


Terroristi o disperati?
Secondo la leader del Congresso Mondiale Uiguro, l'episodio di lunedì richiede "un'indagine internazionale" che confermi la matrice terroristica dell'incidente, mentre intellettuali xinjianesi prendono le distanze dall'ETIM affermando che questo oggigiorno ha un'influenza molto limitata sulla popolazione locale, sebbene eserciti ancora un certo fascino sulle frange più povere residenti nell'area meridionale dello Xinjiang. Il pericolo è che l'ultimo episodio venga strumentalizzato dal governo cinese per reprimere con più forza la minoranza etnica, rimasta fino ad oggi largamente ignorata dalla comunità internazionale, ma che similmente a quella tibetana è da anni vittima delle coercizioni di Pechino. La protesta che portò alle violenze del 2009 nacque dalla decisione del governo cinese di radere al suolo il centro storico di Kashgar adducendo il pretesto di un "ammodernamento delle infrastrutture e messa a norma degli edifici secondo standard anti-sismici". La capitale dello Xinjiang rientra in un programma di rivalutazione dell'occidente cinese in atto ormai da diverso tempo. E' dal 2010 che Kashgar si trasforma lentamente per divenire una Shenzhen dell'Ovest; una zona economica speciale che -nei piani di Pechino- dovrà fare da locomotiva alla crescita della regione (si consiglia la lettura di Kashgar on the move)

Il processo di "sinizzazione" dell'area -tradottosi in una massiccia presenza han nella regione, ormai circa il 40% della popolazione locale- trova la sua giustificazione sotto terra: la regione, che è la più estesa della Repubblica popolare, è ricca di materie prime, petrolio e gas. Proprio lo scorso maggio la Xinhua ha annunciato la scoperta di una miniera di oro nella contea di Xinyuan del valore di 20 miliardi di yuan (un po' più di 3 miliardi di dollari).

Per facilitare l'integrazione "pacifica" della minoranza uigura Pechino sta cercando di estirpare le radici culturali e religiose degli uiguri. Tra gli ultimi provvedimenti la collocazione della bandiera cinese nelle moschee sopra il Mihrab, come hanno denunciato alcuni attivisti xinjianesi, mentre pochi giorni fa 139 uiguri sono stati arrestati con l'accusa di aver diffuso il jihad nel Paese, sulla scia della nuova campagna anti-rumor che sta terrorizzando il web cinese.

Le storie di ordinaria repressione vissute nello Xinjiang raramente arrivano alle orecchie della comunità internazionale. Gli uiguri non hanno un portavoce di fama mondiale come il Dalai Lama, né hanno lasciato una lunga scia di fuoco come i monaci martiri del Tibet. Forse serviva proprio un gesto eclatante per richiamare l'attenzione su quella regione sperduta a cavallo tra Medio ed Estremo Oriente. Un'immolazione sotto gli occhi di Mao, nel cuore politico di Pechino.

(Per approfondimenti sul Xinjiang Diario di un Xinjianese)
















lunedì 28 ottobre 2013

Bo Xilai, un corrotto qualunque?

Il 25 ottobre l'Alta Corte dello Shandong ha rigettato il ricorso in appello di Bo Xilai, confermando la condanna all'ergastolo per corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere.
La pena comminata è apparsa da subito decisamente più severa rispetto a quella inflitta nell'ultimo ventennio ad altri funzionari di pari livello colpevoli di crimini analoghi. China File è andato oltre le semplici impressioni, analizzando i documenti processuali e i rapporti rilasciati dai media di stato dal 1989 al 2013.  Il risultato dell'indagine -che non comprende i mesi successivi al ricambio politico- è tutt'altro che scontato. Rispetto ad altri funzionari condannati per essersi intascati somme di denaro simili, l'ex segretario di Chongqing sembrerebbe aver ricevuto una sentenza relativamente mite. Non solo. La ricerca dimostra che, sotto la guida di Hu Jintao (2003-2013), la leadership cinese ha purgato un maggior numero di quadri corrotti di quanto non abbia fatto durante la presidenza di Jiang Zemin (1993-2003), sia in termini assoluti che su base annua, distinguendosi anche per l'attuazione di pene più aspre.

120 dei 141 funzionari comparsi nella lista di China File sono stati rimossi dai loro incarichi per appropriazione indebita o corruzione.
Nessuno di loro era un funzionario al vertice del potere (ovvero presidenti, premier, membri del Comitato permanete del Politburo, e una manciata di dirigenti). Quattro erano tra il 4° e il 6° rango (vicepremier, membri del Politburo, vicepresidenti del Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo); dieci erano di livello provinciale e ministeriale (capi di ministeri e dipartimenti di Partito, leader provinciali, amministratori delegati delle principali imprese di Stato) e 106 tra il 9° e il 10° rango (viceministri e vicesegretari provinciali).

Uno dei funzionari accusati di corruzione (Gao Yan, ex segretario e Ceo della società elettrica State Grid Corporation -dunque, di livello provinciale e ministeriale- è fuggito all'estero nel 2002, riuscendo a scampare alla cattura. Tre si sono suicidati mentre erano indagati, ma sono stati ugualmente sottoposti ad espulsione postuma dal Partito. Quattro sono stati condannati alla pena capitale, ventotto hanno ricevuto la pena di morte con sospensione. Diciotto sono stati condannati all'ergastolo, quaranta a pene detentive a tempo determinato e quindici sono stati esaminati dalla Commissione centrale per la Disciplina del Pcc senza venire mai processati in tribunale. Undici sono ancora sotto inchiesta.


Dal massacro di piazza Tian'anmen (1989) sono soltanto tre i membri del Politburo ad essere stati rimossi. Chen Xitong, segretario del Partito di Pechino, nel 1998 è stato condannato a 16 anni di prigione per inadempimento del dovere e per essersi appropriato di 556.000 yuan (67mila dollari). Dieci anni dopo, nel 2008, Cheng Liangyu, segretario del Partito di Shanghai, si è visto comminare una pena di diciotto anni per abuso di potere e per l'appropriazione di 2,39 milioni di yuan. Infine Bo Xilai, condannato all'ergastolo per essersi intascato 5 milioni di yuan (815mila dollari) e per aver accettato tangenti pari a 20,44 milioni di yuan (3.238mila dollari), a cui vanno ad aggiungersi sette anni per abuso di potere.

Tenendo buoni i calcoli della corte di Jinan, la somma complessiva acquisita da Bo risulta molto maggiore rispetto a quella dei suoi omologhi del Politburo, ed è probabilmente proprio per questo motivo che il principe rosso è l'unico membro dell'ufficio Politico del Partito ad essere stato condannato all'ergastolo per corruzione dalla morte di Mao Zedong (1976).

Comparando i crimini di Bo con quelli degli altri tredici funzionari condannati al carcere a vita nel decennio 2003-2012, risulta che questi ultimi si sono intascati una media di 7,12 milioni di yuan attraverso appropriazione indebita, tangenti o entrambi i reati, mentre le ricchezze "sporche" dell'ex segretario di Chongqing ammontano complessivamente a 25,44 milioni di yuan, più di tre volte tanto.

Nella medesima decade (2003-2012) 24 funzionari sono stati condannati alla pena di morte con sospensione di due anni per essersi appropriati in media di 21,74 milioni di yuan; una somma che risulta comunque inferiore a quella di Bo. Anche se nessuna delle 24 pene capitali sia stata eseguita, sembra ugualmente che a Bo sia andata meglio del previsto. Il codice penale cinese, infatti, stabilisce che i condannati alla pena di morte sospesa debbano servire almeno 20 anni dietro le sbarre, mentre per quelli condannati all'ergastolo la pena è di minimo 13 anni.

La ricerca si sofferma inoltre sul numero di quadri
che hanno perso il loro incarico tra il 1989, anno in
cui è salito al potere Jiang Zemin, e il 2012, anno dell'"incoronazione" di Hu Jintao. Ebbene, nonostante Jiang abbia guidato il paese per tredici anni e Hu per soltanto dieci, durante l'amministrazione del grande vecchio della politica cinese sono stati rimossi 48 funzionari per corruzione; ben 63 invece quelli ai quali è toccata una sorte analoga sotto Hu Jintao. Il che equivale a dire che ogni anno del governo Jiang Zemin 3,43 quadri hanno perso la propria posizione, contro i 6,3 della decade appena conclusa.    
                                                                          Per facilitare l'analisi le pene comminate sono state ripartite in tre categorie: pene gravi (pena di morte, pena di morte sospesa ed ergastolo); medie (reclusione a tempo determinato); leggere, ovvero che non prevedono il coinvolgimento delle corti di giustizia (sanzioni disciplinari all'interno del Partito, che comprendono rimproveri, espulsione dal Partito, perdita della posizione ufficiale ecc..).


Risultato: il 64% dei dei corrotti silurati da Hu hanno ricevuto punizioni considerate "gravi", solo il 25%, invece, sotto Jiang. Per quanto riguarda le condanne "medie" abbiamo un 26% durante la decade di Hu, contro il 50% sotto Jiang, mentre l'8% si è vestito comminare una pena "lieve"durante l'era Hu Jintao, il 26% durante l'amministrazione di Jiang.

L'articolo 282 del codice penale cinese prevede che l'accusa di peculato o corruzione, quando la somma di denaro acquisita supera i 100mila yuan, debba corrispondere a una pena detentiva di non meno di dieci anni o al carcere a vita, con possibile confisca dei beni. La leggestabilisce che "se le circostanze sono particolarmente gravi, il reo deve essere condannato a morte e privato dei beni". Quasi tutti i funzionari corrotti presi in esame da China File sono stati accusati di aver intascato ricchezze per cifre superiori ai 100mila yuan, ma -come evidenzia la ricerca- la legge consente un notevole margine di manovra al Partito, sopratutto quando si tratta di casi politicamente sensibili. D'altra parte, tanto sotto Jiang che sotto Hu, le pene più severe sono state comminate proprio nel caso di acquisizione di grandi somme. In media 12,55 milioni di yuan per la pena di morte sospesa, 1,79 milioni per l'ergastolo, 649mila yuan per la detenzione a tempo determinato, quando Jiang era al potere. Sotto Hu Jintao, invece, la pena di morte sospesa è stata inflitta per un importo più alto, pari a 21,737 milioni di yuan, il carcere a vita per 8,432 milioni di yuan e la reclusione a tempo determinato per 2,507 milioni di yuan.


                                                                         

martedì 22 ottobre 2013

Istruzione con caratteristiche cinesi


Un mondo "deamericanizzato" prevede certamente un ridimensionamento dell'utilizzo della sua lingua franca, l'inglese. A partire dal paese più popoloso: la Cina.

Nella giornata di ieri le autorità di Pechino hanno reso noto di voler ribilanciare il rapporto tra il cinese e l'idioma anglofono, a favore del primo. Attualmente negli esami di ammissione alle scuole superiori e nel gaokao, step obbligato per l'università, le due lingue hanno pari importanza, insieme alla matematica. Dal 2016 il cinese però potrebbe valere di più (180 punti dai 160 attuali, mentre l'inglese verrà retrocesso da 150 a 100 punti).

Il nuovo sistema consentirebbe anche agli studenti delle scuole superiori di sostenere prove di inglese più volte, al fine di ottenere un punteggio migliore per l'ingresso all'università. Quello che però lascia perplessi è che, se il nuovo regolamento -ancora al vaglio dell'opinione pubblica- dovesse passare, l'insegnamento della lingua inglese verrebbe reso obbligatorio dal terzo anno delle elementari, e non più dal primo come avvenuto fino ad oggi.

Tempo fa erano già circolate voci su una possibile rimozione delle prove d'inglese dal gaokao nella provincia orientale del Jiangsu, così come a Shanghai e nello Shandong.

"Il cambiamento mette in luce l'importanza fondamentale della lingua madre nel curriculum" ha spiegato Li Yi della Commissione Municipale per l'Istruzione di Pechino, il quale ha anche annunciato che l'insegnamento verterà maggiormente sulla cultura tradizionale cinese e sui suoi lasciti. "La gente in generale è insoddisfatta verso un sistema scolastico che dà enfasi all'inglese piuttosto che al cinese" ha dichiarato Sang Jinlong, vicecapo dell'Accademia delle Scienze della Formazione della capitale.

Recentemente gare di dettato a livello nazionale hanno messo in risalto una certa nostalgia per le pratiche "antiche" come la scrittura a mano dei caratteri, ormai tristemente rimpiazzata dalla tastiera dei computer. Il concorso, che è stato persino stato trasmesso sulla TV nazionale, ha riscosso subito un notevole successo.

L'importanza ricoperta dall'inglese, chiave d'accesso per una carriera brillante, negli ultimi anni ha innescato una richiesta crescente di corsi di lingua preparatori. Sopratutto da quando la middle class cinese ha cominciato a proiettare la carriera universitaria dei propri figli negli atenei più prestigiosi; rigorosamente oltre la Muraglia. In Cina, il superamento di un test d'inglese (come il TOEFL e lo IELTS) è un prerequisito necessario per l'ottenimento di un diploma, nonché per l'ammissione a una scuola di specializzazione.

Secondo il Ministero dell'Istruzione, sarebbero 50.000 le aziende specializzate nell'insegnamento dell'inglese su territorio nazionale, per un mercato del valore di 30 miliardi di yuan (quasi 5 miliardi di dollari). Leader nel settore è New Oriental Education & Technology Group, società quotata alla borsa di New York nel 2006 e con una capitalizzazione di mercato di 4,15 miliardi di dollari.

Stando a quanto riporta l'agenzia di stampa Xinhua, questa modifica nei punteggi ha lo scopo di promuovere un apprendimento dell'inglese non più finalizzato esclusivamente al risultato degli esami, ma piuttosto ad una padronanza della lingua. Come, però, rimane un mistero.

"Sebbene abbia dedicato molto tempo e molti sforzi all'apprendimento dell'inglese, ho ancora difficoltà a comunicare con gli stranieri, perché una comunicazione fluente richiede la comprensione di una cultura straniera e del suo gergo. Tutte cose che non si imparano a scuola" ha commentato un impiegato di Pechino.

La nuova manovra di contenimento dell'inglese giunge dopo mesi di speculazioni circa il controverso Documento numero 9, una direttiva interna al Partito comunista cinese che è apparsa fin da subito come una dichiarazione di guerra ai valori occidentali. A metà ottobre, mentre gli Stati Uniti erano ancora in pieno shutdown, la Xinhua è tornata sul tema con un editoriale a firma di Liu Chang. "E' necessario porre fine a giorni così preoccupanti dove i destini di altri sono nelle mani di nazioni ipocrite", recita l'articolo, "mentre bisognerà introdurre un nuovo ordine mondiale, secondo il quale gli interessi chiave di tutte le nazioni, grandi e piccole, povere e ricche, possano essere rispettati e tutelati allo stesso modo. Con questo obiettivo dovrebbero essere gettate le basi per de-americanizzare il mondo."

Cina che punta il dito contro l'Ovest, ma anche Cina incapace di dare valide alternative, come dimostra il Sogno cinese di Xi Jinping. Un concetto vacuo e sfuggente, ricalcato sull'American Dream, che finora è apparso poco più comprensibile unicamente nei suoi connotati spiccatamente nazionalistici: una voglia di rivincita dopo le umiliazioni ottocentesche inferte dall'Occidente. Ad esso il presidente ha fatto ancora una volta riferimento proprio lunedì, in occasione del centenario della Western Returned Scholars Association. Xi ha esortato "i talenti cinesi formatisi all'estero a contribuire alla rinascita nazionale", senza necessariamente dover tornare in patria ("Se vorrete venire in Cina sarete i benvenuti. E se volete restare all'estero vi aiuteremo lo stesso, servendo il paese in vari modi"). L'importante è conservare uno spirito patriottico.

Ma in questo vuoto ideologico, in cui il Dragone sembra aver perso la bussola dopo un trentennio all'insegna dell'"arricchimento glorioso" incentivato da una crescita economica iperbolica, il settore educativo è uno dei primi a risentirne. Lo dimostrano i dubbi tentativi di rinnovamento del sistema, a partire da una lezione molto "alternativa" in una scuola media dello Anhui, in cui un discorso del presidente americano Barack Obama (non di Confucio!) è stato studiato e recitato da tremila studenti suscitando le reazioni non proprio entusiaste dei genitori. Tema centrale, per l'appunto, l'istruzione. Negli stessi giorni a tenere banco sul web era il futuro a tinte fosche di Lu Xun, pilastro della letteratura cinese del '900, unico scrittore "leggibile" durante la Rivoluzione Culturale, e oggi a rischio estinzione dai libri di testo perché ritenuto "troppo profondo" per essere sfogliato sui banchi di scuola.

Un profetico Yu Hua nel suo "La Cina in 10 parole" scriveva: "Il destino di Lu Xun in Cina, da scrittore a parola e, poi, di nuovo da parola a scrittore, di fatto rispecchia il destino della Cina stessa. Lu Xun è la cartina tornasole dei mutamenti storici e degli sconvolgimenti sociali del paese." E pare c'abbia proprio preso.













Cineitaliani


(L'articolo verrà pubblicato su Uno sguardo al femminile di novembre)

Era il 1920 o forse il 1924, quando a Milano si insediarono i primi 40 immigrati in arrivo dalla Cina. I pionieri della comunità cinese più antica d'Italia erano tutti maschi. Tutti provenienti dalla provincia meridionale del Zhejiang, oggi nota come la fucina del made in China che fa tremare le eccellenze nostrane. Prima venditori ambulanti di cravatte di seta e borsellini, poi operai nei laboratori tessili e di pellame italiani, infine proprietari di un'attività nata spesso grazie a quell'esperienza maturata nelle fabbriche italiche di inizio secolo.

La storia dei migranti cinesi nel Belpaese comincia proprio dal capoluogo lombardo. E non è un caso che tutt'oggi la Lombardia si attesti come la regione italiana più "cinese, con 13.000 attività. Al 31 dicembre 2012 i Cinesi a Milano erano 19.315, in aumento di 400 unità rispetto al 2011. La stampa di casa nostra -che ama indugiare sulle note di colore (sic!)- ci ricorda che tra i cognomi milanesi più frequenti quest'anno l'italianissimo Rossi e Hu si sono contesi il primato, mentre all'ottavo e nono posto si sono classificati rispettivamente Chen e Zhou, tutti tipici nomi di famiglie cinesi.

Cosa fanno da noi questi Hu, questi Chen, questi Zhou e gli altri loro connazionali? Sostanzialmente, aprono negozi. Secondo recenti statistiche della Cgia di Mestre, nel 2012 i negozi cinesi hanno superato le 62.200 unità, registrando un +34,7% su base annua. I settori privilegiato dai cinesi sono il commercio con 23.500 attività, il manifatturiero, con poco più di 17.650 imprese, e la ristorazione, con 12.500 attività. Ma la nuova tendenza sembra essere quella dei centri massaggi, estetici e dei parrucchieri, per un numero totale di quasi 2.500 unità. Non molto forse, ma se si pensa che il settore dei servizi alla persona ha riportato un aumento del 38,8% soltanto tra il 2011 e il 2012...

Oltre alla Lombardia, le regioni più interessate dalla "colonizzazione" cinese sono la Toscana che ospita 11.350 imprese, il Veneto (7.500) e l'Emilia Romagna (6.460).

I numeri sull'immigrazione in arrivo dall'ex Impero Celeste costituiscono soltanto poche gocce in un mare panasiatico che ha visto 942.443 mila persone lasciare il continente più grande e popoloso del mondo per cercare fortuna nel nostro paese. Secondo si legge nel recente dossier compilato dal Centro Studi e Ricerche Idos e da MoneyGramvolume, la top twenty dei paesi per numero di residenti nella Penisola vanta ben sei nazioni asiatiche: Cina (29,5%), Filippine (16,2%), India (15,4%), Bangladesh (11,3%), Sri Lanka (10,0%) e Pakistan (9,6%mila). Cifre che pongono l'Italia in cima alla classifica dei paesi Ue per numero di presenze asiatiche.

Allo stesso tempo sembra che anche le rimesse in partenza dallo Stivale vadano a finire per quasi la metà verso l'Estremo Oriente (3,2 miliardi di euro), in gran parte verso la Cina (2,5 miliardi, +5,4%) e le Filippine (601 milioni di euro, -39%).

Per qualcuno questi numeri agitano la minaccia di un rivale che gioca sporco, laddove le attività economiche cinesi entrano in concorrenza con quelle nostrane con prodotti a basso costo. Per non parlare delle attività illegali proliferate nella "Repubblica Popolare Cinese di Prato", sede da anni di un'accesa disputa tra residenti locali e immigrati cinesi (metà dei bambini che ogni anno nascono a Prato hanno gli occhi a mandorla, e questo sembra infastidire non poco i cittadini con gli occhi rotondi).

Per altri, con particolare fiuto per gli affari, questo vasto bacino di potenziali acquirenti/consumatori d'oltreconfine ha ispirato nuove iniziative imprenditoriali ben mirate. E' il caso di www.vendereaicinesi.it (link), sito gestito da Alessandro Zhou e Simone Toppino, che raccoglie inserzioni in italiano e le traduce in mandarino (alla modica cifra di 39euro), per facilitare l'accesso dei cinesi ad annunci che altrimenti non sarebbero in grado di leggere. Perché ai cinesi? Non soltanto perché sono tanti e sempre di più, non soltanto perché al momento hanno maggiore disponibilità e liquidità degli italiani, ma anche perché possono usufruire di un capillare network di creditori (amici, parenti, conoscenti) aggirando così le lungaggini dei canali bancari. Comprano in tempi rapidi e pagano, sopratutto- onde evitare di "perdere la faccia", che in Cina è il disonore peggiore in cui si possa incorrere.

A questo punto ci si potrebbe chiedere perché mai questi nuovi ricchi cinesi dovrebbero investire nel nostro paese quando gli stessi italiani levano le tende per cercare la fortuna all'estero. Nel 2012 l'emigrazione dalla Penisola ha registrato un +30% rispetto all'anno precedente, coinvolgendo 78.941 italiani contro i 60.635 del 2011. 9mila i giovani già sbarcati nella sola Cina continentale (quindi senza contare Hong Kong e Taiwan), attratti dalle possibilità offerte da una crescita economica in rallentamento, ma pur sempre ben oltre la soglia del 7% (gli ultimi dati dell'Istituto nazionale di statistica parlano addirittura di un 7,8% tra luglio e settembre, contro il 7,5% del trimestre precedente). Ebbene, questa stessa domanda se la debbono essere fatta anche i cinesi.

Come riportava lo scorso gennaio il Financial Times, sembra infatti che nella Chinatown romana, la più corposa insieme a quelle di Milano e Prato (13.382 membri al 31 dicembre 2011) le serrande continuino ad abbassarsi. Sempre più cinesi della prima generazione, quelli giunti più di vent'anni fa, stanno lasciando l'Esquilino per tornare in patria o emigrare in qualche altra parte del globo; Africa e Sud America le mete più gettonate. Per qualcuno è un addio, per altri un arrivederci. "Molti hanno il premesso di soggiorno e non vogliono buttarlo così" conferma al Corriere della Sera il consigliere dell'ambasciata della Repubblica popolare Yao Cheng "c'è chi va via, ma parecchi sono pronti a tornare se l'economia riprende a tirare". A chiudere sono sopratutto negozi di vestiti e casalinghi, mentre tiene duro il settore della ristorazione,

Intanto sarebbero già tra i 2.000 e i 3.000 i cinesi fuggiti dalla capitale; circa il 60% dei primi arrivati a Roma, secondo Lucia Hui King, presidente della Federazione delle associazioni cinesi in Italia e portavoce della comunità cinese nella capitale: "Perlopiù uomini adulti, che lasciano qua moglie e figli per cercare lavoro nell'economia che tira in madrepatria. In altri casi resta qua il marito e la famiglia torna dai parenti in Cina". "Su 600 esercizi che ci sono intorno a piazza Vittorio, secondo me il 10% ha chiuso..." continua Sarah Furong, giornalista della rivista Il tempo Europa Cina.

Ma non sono soltanto i commercianti a lasciare. Un impiegato della sede romana dell'agenzia di stampa cinese Xinhua, rivela a Uno sguardo al femminile di essere in procinto di partire per Pechino. Un viaggio di due settimane che gli darà la possibilità di tastare il terreno e, nel caso, prendere in considerazione -dopo ben otto anni di Italia- un rimpatrio. A fronte di possibili migliori guadagni, tuttavia, una vita in Cina implicherebbe costi non indifferenti per quanto riguarda l'assistenza sanitaria e l'istruzione dei suoi due figli. Entrambi punti cruciali sui quali la nuova leadership, promotrice di un sogno tutto cinese, dovrà ancora lavorare parecchio.













mercoledì 16 ottobre 2013

La tragedia del fiume Huai


(Tradotto -abbastanza frettolosamente- dal cinese. Fonte: Caixin)


In Cina ci sono malattie gravi causate dall'inquinamento? Nonostante i cittadini abbiano sempre avuto una risposta in fondo al proprio cuore, in tutti questi anni, i funzionari e i ricercatori che hanno studiato l'impatto dell'inquinamento ambientali sulla salute non sono mai stati in grado dare una risposta diretta.

Alla fine di giugno, le malattie causate dall'inquinamento sono ufficialmente uscite allo scoperto. Yang Gonghuan, ex vicedirettore del centro per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha rilasciato i risultati di otto anni di ricerche condotte dal suo team, sulla diffusione del cancro nell'area del fiume Huai: l'alta contaminazione delle acque della valle circostante è strettamente collegata all'elevata incidenza di tumori all'apparato gastrointestinale (fegato, stomaco ed esofago i più colpiti) dei residenti delle otto contee di Shenqiu, Yingdong, Fugou, Mengcheng, Yongqiao, Lingbi, Wenshang e Juye.

Le cosiddette malattie da inquinamento vengono definite "disturbi localizzati geograficamente, causati da inquinamento umano". In cento anni di storia recente, otto gravi malattie da inquinamento -compresa la sconvolgente sindrome giapponese di Minamanta- sono costate la vita a migliaia di persone. Prima ancora che il rapporto del centro di Yang Gonghuan venisse pubblicato, la discussione riguardo i villaggi del cancro si era fatta molto animata, tanto sull'infosfera quanto tra la popolazione. Su internet era cominciata a circolare una dettagliata lista dei "villaggi del cancro", ricavata da alcuni report diffusi dagli organi d'informazione. Tuttavia non era mai arrivata una conferma da parte degli esperti; nessuno che avesse mai dimostrato, da un punto di vista "scientifico", il collegamento tra l'inquinamento ambientale e la diffusione a macchia d'olio di tumori. Per questo la ricerca della squadra di Yang è particolarmente importante, perché per la prima volta un'organizzazione governativa riconosce pubblicamente, con metodi scientifici, l'esistenza del fenomeno su larga scala. Questo studio rivela l'effettiva esistenza dei "villaggi del cancro", e conferma anche che è proprio il problema ambientale la principale causa dell'alto tasso di casi di cancro in quei distretti. Oltre ad aver fatto chiarezza sulla contaminazione delle acque, la ricerca ha fatto sostanziali passi avanti anche riguardo l'inquinamento atmosferico.

Il 18 dicembre 2012, il team diretto da Pan Xiaochuan della School of Public Health, presso la Peking University, ha pubblicato uno studio. I numeri resi noti evidenziano che, nel 2010, a Shanghai, Pechino, Canton e Xi'an, 7770 persone sono decedute a causa del livello di PM2,5 (livello di concentrazione di polveri fini altamente nocive, ndt). Come studioso coinvolto nella ricerca Pan ha inoltre rivelato che già nel 2007 la Banca Mondiale e la State Environmental Protection Administration avevano condotto un'indagine congiunta. Uno dei risultati evidenziava che ogni anno in Cina muoiono prematuramente tra le 350-400mila persone (dati 2012).

Yang Gonghuan, Pan Xiaochuan e gli altri studiosi che si sono uniti alle ricerche sono stati i primi a fare luce sul problema ambientale e sulle ripercussioni che l'inquinamento ha sulla salute dei cittadini. Ma questo è soltanto un primo inizio. Perché l'inquinamento non è unicamente responsabile della morte di molte persone, ma è anche causa di vari disturbi. E non ci sono di mezzo esclusivamente aria e acqua; la contaminazione del suolo e i rifiuti solidi rappresentano ugualmente un grande problema. Ci sono ancora molti altri studi che aspettano di essere pubblicati con urgenza.

Yang, che ha accettato di essere intervistata da Caixin, ha dichiarato che, con ogni probabilità, circa il 50% delle falde acquifere e delle acque in superficie, una volta sottoposte a contaminazione, rappresentano un pericolo per l'ambiente. Yang ritiene inoltre che il metodo utilizzato per verificare i casi di cancro in prossimità del fiume Huai possa essere utilizzato per gli altri corsi d'acqua, fino ad abbracciare tutto il territorio nazionale.

Ugualmente Pan Xiaochuan avverte che il problema della qualità dell'aria non è circoscritto soltanto a Pechino, Shanghai, Canton e Xi'an, e che anche le altre città necessitano un monitoraggio scrupoloso. I cittadini si aspettano che gli esperti e il governo ad ogni livello continuino ad affrontare di petto la realtà, calcolando in maniera scientifica e sistematica i danni ambientali e assumendo misure volte ad arrestarne il processo di degenerazione. Questo dovrebbe essere anche il punto di partenza per una coscienza ecologica in Cina.

Il rapporto sui "villaggi del cancro" rivela in maniera approfondita il processo con il quale Yang e gli ambientalisti hanno scoperchiato il caso del fiume Huai mostrando la reale situazione dell'inquinamento nel paese, ma porta anche all'attenzione pubblica la lotta nella quale sono impegnati i malati di tumore; una lotta per la sopravvivenza senza alternative. Occorre evitare che la tragedia del fiume Huai si ripeta in altre provincie.

Anche a distanza di anni Huo Daishan ancora ricordava quando nel villaggio di Huangmengying aveva guardato Zhang Guizhi. Era il 2001, città di Zhoukou, nel distretto di Shenqiu, provincia dello Henan. Zhang giaceva distesa sul letto, ridotta ad un ammasso di ossa, disidratata. Il cancro all'esofago l'aveva trasfigurata, eppure ancora riusciva a parlare. Diceva che aveva sete. Huo Daishan prese una bottiglia d'acqua. Era la prima volta che Zhang vedeva una bottiglia d'acqua. Con occhi luccicanti chiese a Huo: "Questa può curare la mia malattia?" Huo riuscì soltanto a fare un cenno con la testa. Zhang nemmeno un sorso d'acqua riuscì ad ingoiare.

Al tempo Huo faceva il giornalista, oggi si occupa di protezione ambientale. Secondo le sue statistiche, Zhang è l'ottantatreesima vitima del cancro a Huangmengyingcun. L'acqua dei canali di scolo alla periferia del villaggio era di colore nero. E nera era anche l'acqua del fiume Shaying, a pochi chilometri dal centro abitato. Zhang aveva soltanto 46 anni quando morì. La stessa età alla quale morì sua madre, anche lei di cancro.

Dodici anni dopo, nel luglio 2013, Huo raccontava con voce grave ai giornalisti di Caixin la storia del fiume Huai seduto nel suo ufficio di Shenqiu. Quel villaggio circondato da acqua nera, quel volto senza speranza non li avrebbe mai dimenticati.

Nell'estate 2013 Caixin è andata a Huangmengying per condurre delle interviste. Nella calura opprimente, chi era sopravvissuto al cancro viveva tormentato dal dolore. Zhou Yumi, 66 anni, non c'è pasto o sorso d'acqua che riesca a mandare giù senza vomitare. Zhou stese sul tavolo una pila di cartelle cliniche. Il tumore all'esofago di cui Zhou aveva sofferto nove anni prima si riaffacciava minaccioso.

A migliaia di chilometri di distanza, a Pechino, lo schermo del computer di Yang Gonghuan era fisso su una mappa digitale. Era la mappa che indicava la frequenza di contaminazione delle acque dell'area del fiume Huai tra il 1997 e il 2009. Il colore rosso scuro e rosso chiaro, che sta ad indicare inquinamento molto grave e grave, copriva 40 contee delle tre province di Henan, Anhui, e Shandong. La stessa contea di Shenqiu, dove si trova Zhou, è nel pieno dell'area rosso scuro.

"Questa mappa è molto importante per la ricerca scientifica; si tratta di una cosa molto seria". Yang siprese un ricciolo di capelli tra le dita e lentamente disse: "La nostra squadra che è nei pressi del fiume Huai ha selezionato 14 contee, tra le nove che presentano un alta incidenza di casi di tumore, otto sono aree affette da inquinamento idrico. Proprio quelle che sulla mappa sono evidenziate in rosso scuro."

Nel giugno 2013, dopo otto anni di ricerche, il team di Yang ha pubblicato "Raccolta delle mappe delle morti per tumori dell'apparato gastrointestinale e dell'inquinamento delle acque del fiume Huai"; la cartina sopra citata è la più importante di tutte. Tra i tumori citati da Yang quelli più pericolosi colpiscono esofago, stomaco, intestino tenue e crasso, colecisti, fegato e pancreas. "Da una prospettiva medica, se l'acqua potabile viene contaminata in maniera consistente, la possibilità che provochi tumori all'apparato digerente è altissima. Nei casi più comuni si parla di cancro al fegato, allo stomaco e all'esofago".

Yang ha dichiarato che lo studio, condotto per anni, rappresenta il risultato più innovativo nel settore. E' infatti il primo a disegnare una mappa della frequenza dei dati sull'inquinamento, e a evidenziare come, tra le aree più colpite, otto riportino un'elevata incidenza di casi di tumore. "Trenta distretti rientrano nell'area in cui l'inquinamento è più allarmante. Per logica, tali zone dovrebbero essere anche le più soggette a casi di cancro, sebbene i limiti dovuti alle condizioni della ricerca non lo rendano provabile attraverso i numeri".

I risultati del lavoro di Yang e del suo team sono stati pubblicati alla fine del giugno 2013. In passato è sempre stato il governo a tracciare una linea tra l'inquinamento del fiume Huai, il terzo per lunghezza in Cina, e la diffusione di tumori tra i residenti dell'area. Questa è la prima volta che governo e mondo della scienza interagiscono per verificare il collegamento che esiste tra i problemi ambientali e lo stato di salute delle persone. Yang infatti non ha agito personalmente ma come vicedirettore del centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (incarico lasciato nel 2011, ndt).

L'inquinamento del fiume Huai è stata classificata dal Ministero della Scienza e della Tecnologia come una delle questioni chiave da risolvere nell'ambito dell'Undicesimo piano quinquennale (2006-2010); proprio per questa ragione lo studio di Yang ha ottenuto una notevole attenzione tanto in patria che all'estero. "La nostra ricerca ha eliminato la possibilità che fossero altri i fattori a determinare l'impennata dei casi di tumori, spazzando gli ultimi dubbi. Abbiamo utilizzato metodi di studio approvati a livello internazionale. I dati di cui ci siamo serviti sono pubblici e scientifici, e per questo attendibili. Quello che abbiamo fatto è stato, sostanzialmente, mettere insieme le statistiche nel settore ambientale e della sanità, lasciando la parola ai numeri affinché la relazione tra i due ambiti risultasse inequivocabile".

Per ragioni intuibili, Yang non ha voluto rivelare nel dettaglio il coefficiente di correlazione, tuttavia si è detta assolutamente convinta del collegamento tra i due settori.

Anche il centro di Huo Daishan ha realizzato una cartina dei casi di tumore nell'area del fiume Huai, ma rispetto a quella di Yang e i suoi sembra essere più concreta. Nelle decine di "villaggi del cancro", oltre a quanti sono già morti di malattia, persone malate continuano a condurre una vita miserabile. Huo, che ha cominciato ad interessarsi al problema dopo che la madre è morta di tumore, ha condotto ricerche e registrato dati dal 1990 sino ad oggi, senza interruzione.

Il Huai è un fiume della Cina orientale, situato tra il fiume Giallo e lo Yangtze; il terzo più lungo a livello nazionale dopo lo Yangtze e il Fiume delle Perle. Sorge nella contea di Tongbai, nello Henan, e il suo bacino copre una superficie di 274,7 mila chilometri quadrati. Attraversa le provincie del Jiangsu, dello Shandong, dello Henan e dello Anhui; bagna 189 contee e fornisce approvvigionamento idrico a 165milioni di persone. Non soltanto il fiume è noto per le sue dimensioni, ma l'area circostante viene anche considerata il granaio della Cina.

Si può dire che l'amministrazione dello Yangtze e dello Huai siano rappresentative del paese, a partire dal sistema di controllo delle inondazioni avviato negli anni '50, fino al controllo dell'inquinamento anni '90. Com'è possibile allora che il cancro sia diventato un fenomeno tanto diffuso? Anche un tempo le persone si trovavano ad affrontare una situazione così scioccante? Chi è già morto, e chi invece è divorato dalla malattia, ha sperimentato o continua a sperimentare terribile sofferenze nella propria lotta contro la malattia. E certamente il fiume Huai non è l'unico corso d'acqua della Cina ad essere gravemente contaminato. Chissà quante altre tragedie simili stanno andando in scena in altre parti del paese.

lunedì 14 ottobre 2013

Il Dragone cambia immagine


Pantaloni arrotolati al polpaccio e un ombrello nella mano sinistra. E' uno degli scatti più chiacchierati del nuovo presidente cinese Xi Jinping, immortalato sotto la pioggia durante una visita ufficiale nello Hubei, luogo natale di Mao Zedong. Uno di quelli che meglio ostenta il lato "pop" del numero uno di Pechino, già etichettato dai media statali come "l'uomo del popolo" a nemmeno un anno dalla sua nomina a Segretario generale del Partito.

E' dalla fine del ricambio al vertice dello scorso novembre che la grancassa cinese asseconda gli sforzi della nuova leadership votata a riannodare i rapporti con una popolazione sempre più insofferente verso i privilegi e la corruzione dei funzionari. Parola d'ordine: trasparenza.

Nel mese di dicembre l'agenzia di stampa statale Xinhua aveva regalato uno sguardo nelle vite private dei nuovi "signori di Pechino", con tanto di foto inedite. Un evento abbastanza insolito in Cina, dove gli affari dei leader vengono normalmente trattati alla stregua di "segreti di Stato". Sta di fatto, però, che la versione destinata ad un pubblico d'oltreconfine sia stata resa più ghiotta da alcuni particolari assenti nell'edizione in caratteri. A evidenziare come spesso la stampa cinese si dimostri una sorta di Giano bifronte nella trattazione delle notizie, con esiti differenti a seconda che queste siano destinate ad un'audience internazionale o domestica.

Sulla scia della Xinhua hanno fatto seguito una serie di iniziative controverse, dai blog "Imparare da Xi" e "Imparare da Li" (quest'ultimo dedicato al Premier Li Keqiang), in cui i leader due venivano immortalati in atteggiamenti particolarmente casual, ad un account su Instagram del presidente cinese. Operazioni, parrebbe, avviate indipendentemente da comuni cittadini, ma perfettamente in linea con il riavvicinamento tra Partito e masse incoraggiato dall'alto.

Esperti della comunicazione -che in passato hanno prestato i propri servigi a Zhongnanhai, il Cremlino cinese- riferiscono che oltre la Muraglia non esiste un team di esperti paragonabile all'Ufficio di comunicazione della Casa Bianca. Ragione per la quale la spinta verso un'immagine dei leader più "umana" e vicina al popolo, promossa dalla nuova dirigenza al potere, quasi certamente deve essere stata orchestrata collegialmente da Xi Jinping e dagli altri sei membri del Comitato permanete del Politburo, la stanza dei bottoni di Pechino. Nello specifico, le divisioni più coinvolte nella nuova campagna mediatica dovrebbero essere il Dipartimento di Propaganda, la Segreteria del Partito -che coordina il lavoro dei "magnifici sette"- e il Policy Research Office, principale think tank del Partito.

Una storia lunga oltre un trentennio racconta di come Pechino, nella sua ascesa tra i player globali, abbia spinto sul pedale delle relazioni pubbliche senza mai abbandonare del tutto la vecchia cara propaganda maoista. D'altra parte, come sostiene Colin Moore nel suo Propaganda Prints, marketing, pubblicità e relazioni pubbliche sono fioriti nel corso del XX traendo nutrimento dagli insegnamenti della propaganda politica e dalle sue "manifestazioni grafiche". 

A partire dalla morte di Mao, il Partito comunista cinese ha dato inizio ad un processo di restayling volto a ridipingere la propria immagine, dismettendo la divisa rivoluzionaria per vestire i panni del “partito di governo” (sistema monopartitico permettendo). Ha reagito agilmente alle disastrose politiche anni '50-'60 intraprendendo con successo un processo di riadattamento e modernizzazione là dove altri regimi comunisti si sono scontrati contro irreparabili fallimenti.

Il segreto del suo successo risiede in una formula vincente nella quale l’apologetica di regime si miscela con una buona dose di vis persuasoria. Quella che comunemente viene chiamata propaganda, nel Regno di Mezzo, si è evoluta nell'arco di un trentennio da mera esaltazione del Partito a più accurata e sottile manipolazione degli organi d'informazione.

Sebbene il ruolo e i metodi della propaganda ufficiale siano mutati, il Ministero della Verità -come è stato ribattezzato dal web il Dipartimento Centrale di Propaganda- continua a rappresentare il cuore del sistema, effettuando un controllo a tappeto su ciò che può essere detto e quando può essere detto. Dapprincipio caratterizzato da forti influssi sovietici e goebbeliani, verso la metà degli anni '80, ha cominciato a guardare con maggior interesse al modello americano delle relazioni pubbliche. In particolar modo, il collasso dell'Unione Sovietica (della quale la politica di Pechino è stato per lungo tempo debitrice) e le proteste di piazza Tian'anmen hanno spinto la leadership cinese a rimettere in discussione la propria strategia di perseguimento della longevità. La panacea per i mali del gigante asiatico, negli anni del trionfo del soft power a stelle e strisce, è sembrata per ovvie ragioni essere custodita sull'altra sponda del Pacifico.

Il tentativo di makeup del Dragone ha coinvolto anche la politica estera. Una ricerca dal titolo “National Image Building and Chinese Foreign Policy”, redatta nel 2003 da Hongying Wang, professore di scienze politiche presso l'Università di Waterloo, mostra come il Gigante asiatico abbia rimpiazzato l'immagine di “leader rivoluzionario” di cui si fregiava ai tempi del Grande Timoniere, con quella di “cooperatore internazionale e grande potenza” plasmata da Deng Xiaoping, padre della politica di riforme e apertura anni '80.

Ciò nonostante la "fabbrica del consenso" cinese sembra tutt'oggi attingere -più o meno consapevolmente- al repertorio simbolico della Rivoluzione Culturale, sedimentato nella memoria culturale dei cinesi sino ai nostri giorni. E' quanto sostiene Barbara Mittler in "A Continuous Revolution- Making Sense on Cultural Revolution Culture", opera nella quale, attraverso una serie di interviste condotte a inizio secolo tra cinesi di generazioni e classi sociali diverse, giunge alla conclusione che gli anni tra il 1967-1976 sono tutt'altro che caduti nell'oblio. Anzi, godono ancora di una certa popolarità persino tra i più giovani. Versioni pop e rock di note canzoni rivoluzionarie, T-shirt, orologi e oggettistica varia con il faccione di Mao vendono piuttosto bene (non soltanto tra i turisti) anche se spesso, fa notare Mittler, la fruizione di tali prodotti rimane ad un livello estetico, risultando svuotata di un vero significato politico. Una specie di ricezione inconscia di messaggi visivi e valori di cui si conosce a malapena il vero significato. In alcuni casi, tra i più attempati, i simboli dell'epoca che fu - Grande Timoniere compreso- stanno invece a ricordare un passato di egualitarismo e altruismo, sepolto di recente con la vittoria del "capitalismo socialista". 

"Certamente permane un'eredità della propaganda maoista nella comunicazione e nella pubblicità della Cina di oggi, anche sul piano iconografico - ha spiegato a China Files Laura De Giorgi, docente di storia della Cina pressa l'Università Ca' Foscari di Venezia, nonché autrice di La via delle parole. Informazione e propaganda nella Cina contemporanea- La maggior parte dei cinesi, d'altronde, non percepisce il maoismo come un'eredità scomoda, ma considera ancora Mao come il padre della patria, e per certe generazioni vi è anche una forma di nostalgia. 

Allo stesso tempo il venir meno della lotta di classe e il progressivo disinteresse alla politica delle nuove generazioni ha notevolmente indebolito la presa esercitata dalla tradizionale propaganda sulla popolazione cinese. In particolare agli inizi dell'apertura anni '80, i valori sociali e le tecniche mediatiche sponsorizzati dal Partito hanno faticato a tenere il passo con la dirompente modernità in arrivo da Occidente. La rapida evoluzione delle tecniche grafiche pubblicitarie manda in pensione la massima rappresentazione artistica della propaganda maoista: i poster finiscono nei mercatini del (sedicente) antiquariato, e quando sopravvivono perdono la vecchia impronta politica.

"Nella nuova iconografia Mao diventa una specie star del cinema, mentre i leader Deng Xiaoping e Jiang Zemin (presidente dal 1993 al 2003, ndr) vengono ritratti come persone comuni" ha commentato a China Files Stefan R. Landsberger, uno dei più noti esperti e collezionisti di poster cinesi. Soltanto il ritorno di Hong Kong alla madrepatria (1997) e la campagna lanciata contro la setta del Falun Gong (1999) riportano alla ribalta la tematica più strettamente politica. Proprio la guerra scatenata contro il movimento spirituale di Li Hongzhi ha indotto la dirigenza cinese a rispolverare tecniche da vera e propria Rivoluzione Culturale, con tanto di sessioni di studio forzato sul soldato modello Lei Feng. Similmente l'epidemia di Sars del 2003 ha visto un rinnovato utilizzo dei poster e della terminologia maoista. E' una "guerra del popolo" quella portata avanti da Pechino per debellare la malattia, e sui manifesti operatori sanitari col pugno serrato incitano i cittadini a non demordere.

Forme più o meno tradizionali di propaganda hanno trovato ancora una volta ampio spazio in occasione delle Olimpiadi del 2008, ospitate da Pechino nonostante all'estero la relazione complicata tra il Dragone e i diritti umani avesse fatto storcere il naso a molti. Fattore, quest'ultimo, che ha spinto il governo cinese a destinare milioni di dollari per una campagna pubblicitaria, rimbalzata sui media d'oltremare, volta a sedurre la comunità internazionali. In patria, di contro, il mezzo più vintage dei poster tornava alla ribalta ammiccando ad un pubblico esclusivamente domestico.

Uno studio condotto da Eric Drummond Smith, dottore in Scienze politiche ed esperto di propaganda presso l'Università della Virginia, individua tra il 1970 e il 1990 l'intervallo di tempo in cui il Partito Comunista cinese -sotto il pressing di nuove esigenze in politica estera- ha definitivamente cambiato pelle. "The Evolution of Visual Symbolism & Iconography in Beijing Review" analizza l'evoluzione dell'iconografia di Partito, così come è apparsa sul Beijing Review, rivista del Gigante asiatico in lingua inglese e per questo da sempre importante vetrina per il governo della Repubblica popolare nei suoi rapporti con il resto del mondo. Non a caso a dominare sono principalmente fotografie immortalanti politici cinesi durante incontri e missioni diplomatiche.

Ciò che emerge nella pubblicazione è una tendenza tutt'altro che lineare nella reazione a minacce entro i confini nazionali. Se a naso si potrebbe ipotizzare un ripiegamento verso l'interno in occasione di disordini, Smith dimostra che non è sempre stato così. Tra le maggiori eccezioni, l'aumento del numero di fotografie diplomatiche nel 1990, soltanto due anni dopo la strage di Tian'anmen, spiegabile -secondo Smith- con il lievitare delle visite ufficiali con i Paesi del terzo mondo, a controbilanciare il drammatico calo delle relazioni con le potenze dell'Europa occidentale e della sfera di influenza statunitense. In questo momento storico l'iconografia cinese spinge per una rappresentazione del Dragone come leader benevolo dei Paesi Non Allineati, in uno sforzo volto a limitare le sanzioni e ottenere supporto dalla comunità internazionale.

Ed è sempre la politica estera a selezionare le tematiche della vignettistica, approdata su Beijing Review all'inizio del 1978 in concomitanza con una liberalizzazione della cultura e del'arte, per quanto quest'ultima fosse ancora strettamente al "servizio del popolo" (leggi: politica interna off-limits). Ritenuti intoccabili Stati Uniti e alleati, proprio mentre sotto Deng Xiaoping la nazione si apriva all'Occidente, la satira per immagini ha bersagliato dapprincipio Unione Sovietica, Vietnam e Cuba, abbassando il tiro soltanto dopo la stabilizzazione delle relazioni con il governo di Hanoi. Poi inaspettatamente ha virato verso le questioni interne, giusto alla vigilia degli eventi dell''89, a sottolineare la simpatia della rivista per le manifestazioni studentesche, di cui ha fornito ampia copertura.

In generale immagini e foto strettamente politicizzate hanno visto una drastica riduzione con l'emergere di un linguaggio simbolico più maturo. Persino i ritratti di Mao, subito dopo la sua dipartita, vissero un periodo di crisi in quanto inevitabilmente associati alla vedova Jiang Qing e alla sua cricca, veri artefici del culto del Grande Timoniere come collante sociale e fonte di legittimazione per il Partito. Allo stesso tempo, l'iconografia collegata all'Esercito popolare di liberazione, un topic della Rivoluzione Culturale, cadde temporaneamente in disuso per via della sua vicinanza alla figura di Lin Biao, capo dell'esercito e braccio destro di Mao, dichiarato traditore in seguito ad una morte sospetta. Salvo poi tornare alla ribalta negli anni '80, quando i disordini di piazza Tian'anmen avviarono un nuovo periodo d'oro per le immagini militari.

E se simboli politici e forze armate sono soggetti a fluttuazioni dettate dagli intrighi di palazzo, industrializzazione e modernizzazione rappresentano un sempreverde nella Nuova Cina. Mutuato dal repertorio marxista-leninista-stalinista, il simbolismo industriale non solo ha resistito alle scosse anni '80, registrando soltanto una debole flessione, ma è anzi cresciuto numericamente durante tutto il periodo delle riforme. La figura dello scienziato si unisce a quella più "comunista" dell'operaio, con il quale condivide sostanzialmente le stesse regole iconografiche, distinguendosi solo per la tipologia di arnesi imbracciati.

Esercito, politica, industria e agricoltura. Tra i quattro pilastri dell'iconografia "rossa", la figura del contadino è quella che compare più di rado su Beijing Review. Il motivo è intuibile e dettato ancora una volta da esigenze di audience. Avendo l'obiettivo di presentare la Repubblica popolare al mondo, il periodico di Pechino seleziona gli elementi più utili a rafforzarne la legittimità sullo scacchiera globale. E in particolare durante gli anni delle riforme, una Cina a caccia di investimenti esteri aveva ben poco da guadagnare, a livello di prestigio, nel mostrare il proprio lato rurale.

Ha preferito, piuttosto, sfoggiare i muscoli dell'industria nazionale e mettere in bella mostra gli aspetti più esotici del Paese -a partire dalle minoranze etniche- come attrattiva per il turismo internazionale. Quelle riprese dal giornale sono perlopiù immagini storiche precedenti alla "liberazione" cinese: gruppi minoritari, "ritratti con abiti tradizionali durante attività culturali o mentre condividono i benefici della modernizzazione". La loro inclusione nell'immaginario politico ufficiale stava a suggerire una piena integrazione nel sistema. La legittimazione del regime veniva così perseguita attraverso la rappresentazione di una popolazione partecipe e gioiosa, anche nelle aree più turbolente e periferiche dell'ex Impero Celeste. 

Poi, agli inizi degli anni '80, la comparsa dei primi messaggi pubblicitari ha aggiunto una nuova freccia alla faretra del soft power cinese. Il meno comunista tra tutti i "simboli" proposti dalla rivista pechinese annunciava ai lettori (sopratutto non cinesi) l'avviata transizione verso un'economia di mercato. Un gigante con una testa autoritaria e un corpo dominato da una certa forma di libero mercato stava prendendo vita.

(Scritto per il Manifesto Asia, China Files)

























domenica 6 ottobre 2013

Ciao Giap!



Si è spento alla veneranda età di 102 anni Vo Nguyen Giap, il generale vietnamita che, ispirandosi all'arte delle guerra di Sun Tzu, sconfisse francesi e americani, divenendo l'icona dei terzomondisti. Nel Vietnam unito Giap diventò prima ministro della Difesa, poi vicepresidente. Le sue critiche contro il regime vietnamite e le aperte simpatie verso i movimenti giovanili gli sono costate un'ufficiosa emarginazione.

"Ai posteri passeranno due storie" ha commentato al South China Morning Post Carl Thayer, esperto di Vietnam "la prima, quella ufficiale, che tutto il partito vuole sentire e che descrive Giap come un generale perfetto, un maestro di strategia militare. Poi ci sarà il racconto doloroso di un generale...che è stato messo da parte".

Intanto la storia di oggi racconta l'imbarazzo dei media statali. Mentre testate più piccole come VNExpress hanno pubblicato la notizia del decesso, l'ufficiale Vietnam News Agency si è chiusa in un rigoroso silenzio, suscitando la costernazione del web. Nella giornata di sabato la televisione di Stato ha riportato la notizia della morte di Giap in maniera stringata, definendolo "leggenda della storia vietnamita moderna".


Il bel ricordo del giornalista Mimmo Candito, che conobbe il piccolo grande uomo di persona:

L’icona che ha consegnato per sempre alla memoria comune la fine ingloriosa dei marines in quel pezzo d’Asia, e dei «puppets» che gli reggevano il governo di Saigon, è quell’ultimo elicottero che si alza strappando dal tetto dell’ambasciata americana con, dentro, il diplomatico che tiene stretta in braccio la bandiera a stelle e strisce e, fuori, appesi al carrello dell’elicottero come vermi disperati, i poveri disgraziati dei suoi collaboratori che scalciano l’aria mentre, da sotto, i vietcong che già stanno prendendo la città allungano verso il cielo le mani per acchiapparli e tirarli giù dal volo che fila via. Che fine amara, d’una spedizione ch’era partita per fermare il «domino« comunista, prendendo a spunto il pum-pum d’una messinscena di cannoniere che si scontravano in mare, per poter dare così una lezione a chi s’illudeva che – battuti i francesi, che anch’essi erano scappati via dall’Indocina a gambe levate, umiliati nella loro grandeur con la brutta batosta di Dien Bien Phu – lo stesso avrebbero potuto fare con i marines e con i loro generali a 3 e 4 stelle.
Ma non era un’illusione, quella, perché andò diversamente da quanto Casa Bianca e Pentagono avevano pronosticato; i generali comandanti che avevano vinto orgogliosamente la Seconda guerra mondiale vennero bruciati uno dopo l’altro nel fallimento delle loro glorie, e l’«Apocalypse Now» diventò il contrappunto d’un inferno liquido e verde che si divorò più di 50 mila uomini nei pantani e nelle giungle del Vietnam. L’Apocalisse la fece lui, questo vecchio signore senza più divisa morto ieri come un decrepito Matusalemme, ch’era poi, sempre lui, lo stesso che aveva mandato a casa i francesi da Dien Bien Phu e aveva inaugurato il tempo feroce della decolonizzazione che avrebbe cambiato la geografia sprezzante dell’Asia e dell’Africa.
Quando gli ricordavi quella terribile foto – ormai che lui era in pensione, a Hanoi, venerato come solo i vecchi eroi possono mostrare di meritare – una foto che, eppure, documentava alla storia una vittoria senza pari, Giap non faceva mostra d’orgoglio ma, sorridendo lievemente, con la grazia sottile degli asiatici, e nel bel francese colto dei suoi studi nei collegi e nelle università dell’Indocina ancora tricolore, diceva altro: che quella foto mostrava, piuttosto, che gli americani non erano preparati alla guerra che stavano combattendo da 10 anni, e che, se in guerra non sei preparato, allora la sconfitta e la fuga sono un passaggio obbligato.

martedì 1 ottobre 2013

I leader e i media


Chi meglio del Premier Li Keqing per dissipare i timori sulla tenuta dell'economia cinese? Con una mossa divenuta ormai di routine all'inizio di settembre il padre della Likonomics è apparso sulle colonne del Financial Times per rassicurare i lettori stranieri sulle politiche finanziarie del paese. L'asso nella manica del Dragone -spiega Li- è un mercato interno vastissimo, mentre la riqualificazione dell'economia nazionale aiuterà a rivitalizzare la situazione globale.

Se il primo ministro ha preso in mano carta e penna è proprio per placare l'ansia che accompagna il rallentamento della locomotiva cinese, e scongiurare l'eventualità di una fuga degli investimenti esteri alla luce di congiunture sociali complesse, spiega il Southern Weekly.

Da quando nel 2007 è entrato a far parte del Comitato permanete del Politburo, la stanza dei bottoni della politica cinese, Li ha pubblicato almeno 10 articoli sui media internazionali, 9 dei quali proprio alla vigilia di visite ufficiali nei paesi delle rispettive testate.

Che l'agenda estera comandi la mano dei leader non è una novità. Anche l'ex vicepremier Wang Yi ha cominciato a scriver per il Wall Street Journal nel maggio del 2007, poco prima del dialogo economico-strategico Cina-Usa. Ma mentre i contributi di Premier e vicepremier sulla stampa d'oltremare riguardano strettamente questioni economiche, per i presidenti la questione è differente.

"L'armonia creerà una situazione win-win e combatterà un esito lose-lose" nei rapporti tra Cina e Stati Uniti, sottolineava nel gennaio 2011 l'ex numero uno Hu Jintao in un'intervista congiunta per il Washington Post e il Wall Street Journal.

Si è invece preso qualche concessione in più Xi Jinping quando il 19 marzo, in procinto di partire per il suo primo viaggio oltreconfine da presidente in Russia e Africa, ha intrattenuto i media parlando della Coppa del mondo di calcio e di alcuni hobby personali, tra i quali il nuoto l'arrampicata, oltre al football e alla pallavolo, sue passioni di gioventù.

Nella storia recente della Repubblica popolare c'è stato poi qualcuno che ha squarciato il velo che nasconde il backstage della politica cinese, regalando ai media stranieri spunti interessanti per comprendere le alchimie segrete di Pechino. Suggerimenti assenti nelle dichiarazioni tiepide rilasciate dagli "imperatori" alla stampa nazionale. Così Deng Xiaoping, padre delle riforme e dell'apertura anni '80, ha scelto l'italiana Oriana Fallaci per rivelare la direzione che il Paese si accingeva a seguire dopo la morte di Mao. Il ritratto del Grande Timoniere in piazza Tiananmen non si tocca, giurava Deng, suggerendo come il padre della patria sarebbe rimasto una figura simbolica nonostante la leadership si accingesse a smantellarne il culto della personalità.

Nel 2000 l'allora presidente Jiang Zemin, a telecamere spente, rassicurò il suo intervistatore Mike Wallace che avrebbe potuto fare qualsiasi domanda senza limiti di tempo. Poi davanti all'obiettivo parlò senza riserve del modello di leadership collettiva abbracciata dal Pcc. Nessuna decisione, nemmeno l'intervista stessa, sarebbe potuta essere presa senza il consenso di tutti i membri del Comitato Permanete del Politburo, dichiarò Jiang.

Talvolta alcune affermazioni hanno tutto l'aspetto di essere confezionate appositamente per un pubblico non cinese, come le numerose picconate dell'ex primo ministro Wen Jiabao, -secondo molti- volte a lucidarne l'immagine di leader progressista. I suoi appelli per l'introduzione di riforme democratiche -nell'arco di un decennio mai arrivate- sono stati ripresi più volte dai media d'oltre Muraglia, in patria invece solo raramente. Una coincidenza sospetta che è valsa a Wen l'appellativo di "migliore attore della Cina".




Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...