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mercoledì 28 dicembre 2011

La rivolta di Wukan secondo Hu Deping


La rivolta di Wukan, per la sua durata e per il suo insolito "lieto fine" (link), continua ad attirare l'attenzione della stampa, tanto entro i confini nazionali quanto all'estero. Il 22 dicembre il Quotidiano del Popolo pubblicava un editoriale dal titolo "What Does Wukan's Turn' Mean for Us" che, come spesso accade in Cina, ha subito dato vita ad un acceso dibattito sulla rete. Un intervento particolarmente autorevole non è passato inosservato alle menti attente di China Digital Times: Hu Deping, figlio di Hu Yaobang- uno dei migliori alleati di Deng Xiaoping nonchè ex Segretario Generale del Pcc- ha partecipato alla diatriba online con grande trasporto, analizzando la questione delle espropriazioni forzate e cercando di fare luce sulla genesi del problema.

"Dal periodo delle riforme e dell'apertura, la questione dei diritti di proprietà è stata da subito uno dei problemi più pressanti. Io personalmente la prendo molto sul serio e ritengo che i prezzi di vendita e il valore dei terreni rurali debbano essere equivalenti a quelli dei terreni demaniali. Perché ci sono stati tanti casi di espropriazioni forzate nel nostro Paese? Questo è dovuto al fatto che la conoscenza della gente riguardo al sistema delle terre contadine ha subito enormi cambiamenti; molti credono che i terreni rurali appartengano allo Stato. 
Ho parlato con alcune persone di questo. Qualcuno mi ha detto che la terra è dello Stato, e quando io ho  controbattuto che in realtà appartiene alla collettività rurale, mi è stato risposto che anche la collettività è dello Stato, il quale a sua volta è di proprietà del Partito. Questo modo di vedere si discosta molto da una corretta comprensione del sistema contrattuale delle famiglie contadine. La variazione di tale linea di pensiero ha portato alle demolizioni forzate delle abitazioni  rurali e affonda le sue radici nel concetto di "urbanizzazione dei contadini"... (continua su China Digital Times)

giovedì 20 ottobre 2011

I monaci del Dalai Lama: per i fedeli martiri, per Pechino "terroristi"


"Terrorismo mascherato", così il governo cinese ha definito le autoimmolazioni dei monaci tibetani che si sono succedute negli scorsi mesi. E automaticamente, secondo un copione già scritto, la responsabilità è ricaduta sul Dalai Lama, il leader spirituale che con le sue preghiere in favore dei martiri buddhisti continuerebbe- secondo Pechino- ad incitare il popolo tibetano al suicidio come segno di rivolta.

Dal 16 marzo sino ad oggi, sono ben nove i bonzi tibetani che si sono dati alle fiamme in segno di protesta, ma in realtà il totale di coloro che hanno scelto la morte per un Tibet libero è senza dubbio un numero ben più consistente. Proprio ieri Tenzin Wangmo, prima martire donna, ha marciato per otto minuti avviluppata tra le lingue di fuoco, recitando slogan anticinesi e invocando il nome del Dalai Lama. E la risposta di Pechino non si è fatta attendere: nella giornata di ieri il portavoce del ministero degli Affari Esteri, Jiang Yu, ha apertamente puntato il dito contro la "cricca del Dalai Lama" per la moltiplicazione di insurrezioni che nelle ultime settimane hanno investito il sud-ovest del Paese. "Invece che denunciare e criticare le autoimmolazioni, gli indipendentisti tibetani e il loro capo religioso hanno tratto vantaggio da questi episodi per incitare altre persone a seguire lo stesso esempio. Sono in tutto è per tutto atti violenti di natura terroristica", ha affermato Jiang.

Da qualche mese a questa parte il monastero di Kirti, nella provincia del Sichuan, continua ad essere teatro di numerose rivolte; diverse foto mostrano i monaci manifestare contro le autorità e opporsi alle forze dell'ordine. Una situazione disperata che il primo ministro del governo tibetano in esilio non ha dubbi sia da attribuire alla linea dura utilizzata per decenni dal governo comunista cinese: "La propaganda di Pechino maschera bene ciò che nei fatti non è altro che una campagna di distruzione nei confronti del nostro popolo e della nostra cultura, spinta da ambizioni coloniali". Un genocidio al quale il popolo tibetano ha cercato di reagire attraverso dimostrazioni pacifiche, senza tuttavia sortire alcun effetto.

Il 10 settembre scorso l'ufficio di pubblica sicurezza della prefettura di Ngaba ha condannato tre monaci a scontare 3 anni di lavori forzati nei famigerati lager cinesi. La tradizione vuole che ogni anno all'inizio di settembre la comunità religiosa di Kirti celebri 15 giorni di festività, ma fino ad oggi solo pochi membri hanno fatto ritorno al monastero, mentre Pechino ha sguinzagliato nella zona un vasto numero di agenti per procedere con la "campagna di rieducazione patriottica". Ma le autorità cinesi non si fermano davanti a nulla, e non hanno esitato nemmeno a sfoderare l'arma della corruzione: 20mila yuan e un prestito di 50mila è il compenso per coloro che si allontaneranno volontariamente dal monastero per "cominciare una nuova vita".

La questione tibetana rappresenta una ferita ancora aperta per la leadership del Regno di Mezzo dagli accadimenti del 1959, data della grande rivolta anticinese nonché dell'inizio dell'esilio indiano di Tenzin Gyatso. In seguito gli attriti tra Pechino e il popolo del Tibet sono degenerati in un'escalation di eventi culminata nei sanguinosi scontri dell'aprile 2008.

(A.C)

Hukou e controllo sociale

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