giovedì 23 luglio 2015

Sulla Via della Seta (Parte III)


(Parte II)

Frigoriferi Xingxing, vettovaglie di ogni genere, e sopratutto scarpe e capi in pelle. Il Dordoy Bazaar, il più grande mercato di tutta l’Asia Centrale, poco fuori Bishkek, rigurgita cineserie  importate da Pechino e Urumqi, la capitale provinciale della regione autonoma dello Xinjiang, per poi essere rivendute ai grossisti provenienti da Russia, Kazakistan e paesi vicini. Si tratta di un commercio che frutta tra i 5 e i 10 miliardi l'anno, a cui si aggiunge un business informale (pari a circa un terzo del Pil kirghiso) che vede sedicenti "turisti" scavalcare il confine con la Cina carichi di valige belle piene al fine di dribblare i dazi doganali.

Per Bishkek non è una semplice questione d'affari ma di vera e propria sopravvivenza. L'economia kirghisa è vincolata indissolubilmente al generoso apporto dei player regionali. Le rimesse dei lavoratori stagionali da Russia e Kazakistan contano ogni anno per il 25-30 per cento del Pil kirghiso. Il che rende il paese centroasiatico particolarmente esposto all'andamento ondivago di fattori esterni quali i turbolenti rapporti tra Mosca e Occidente, il crollo dei prezzi del petrolio, la svalutazione del rublo e del tenge, la moneta kazaka. Da qui l'esigenza di destreggiarsi con abilità funambolica per evitare il totale assorbimento nell'orbita moscovita. Finora il salvagente Cina è servito allo scopo. In futuro chissà.

La nuova incognita si chiama Unione economica eurasiatica (UEE), piano di ricomposizione economica varato da Vladimir Putin con l'intento di rendere l'evanescente comunità post-sovietica degli Stati indipendenti (CSI) qualcosa di più solido. Un giorno, addirittura di riunirla sotto una moneta unica. Bishkek vi ha aderito a dicembre con l'avvallo dell'opinione pubblica migrante e rurale. Quella, per interessi economici, più vicina a Mosca. Cosa ne sarà dell'altra, quella che campa commerciando con la Cina, non è dato sapere. Certo è che l'ingresso nell'Unione prevede l'imposizione di tariffe doganali sulle importazioni dai paesi non-membri (ovvero tutti meno Russia, Bielorussia, Armenia e Kazakistan), che rischiano di inceppare quel circolo virtuoso di import-(ri)export tra i due lati dei monti Tian Shan. Senza contare che le barriere legali derivanti dalla discrepanza tra leggi kirghise e regolamenti UEE potrebbero complicare la realizzazione dei grandi progetti infrastrutturali "Made in China" di cui il paese ha terribilmente bisogno.

A tali inconvenienti Mosca e Astana stanno cercando di ovviare con un pacchetto di aiuti da 300 milioni di dollari, che tuttavia difficilmente riuscirà a risollevare le previsioni a tinte fosche per il 2015: stando alle proiezioni degli analisti, l'economia nazionale crescerà ad un ritmo dell'1,7 per cento, mentre nei primi nove mesi del 2014 gli investimenti diretti esteri cinesi in Kirghizistan avevano già registrato un calo del 35 per cento.

Le cose potrebbero cambiare nel momento in cui Russia e Cina provvederanno a realizzare quello che i rispettivi leader hanno recentemente definito "uno spazio economico comune", aprendo le porte a uno sviluppo coordinato tra l'UEE e la Silk Road Economic Belt, la cintura economica con cui Pechino aspira a dinamizzare gli scambi attraverso l'Eurasia passando per l'Asia Centrale. L'obiettivo finale, ancora piuttosto remoto, è quello di raggiungere le condizioni per un accordo di libero scambio tra l'Unione e la seconda economia del mondo. Nella nebulosità dei comunicati ufficiali, il primo segno tangibile consiste nell'avvio di trattative commerciali con l'Eurasian Economic Commission, l'organo sovranazionale della nuova associazione. Una mossa che presuppone il riconoscimento dell'UEE come interlocutore privilegiato e la volontà cinese di trattare direttamente con il blocco; non più su base bilaterale con i singoli membri.

Dopo una primo approccio attendista, il Cremlino sembra ormai rassegnato a tollerare l'attivismo cinese in quello che considera ancora il suo cortile di casa. Il patto non scritto -suggeriscono gli esperti- potrebbe prevedere una spartizione delle incombenze con il Dragone nei panni di finanziatore dello sviluppo regionale (in tempi di sanzioni, Mosca non sarebbe nella posizione di sborsare granché) e la Russia nel ruolo di "security provider". Ruolo che di fatto già ricopre attraverso l'Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva (OTSC), il tradizionale strumento politico-militare con cui l'Orso cerca di tenere vicine a sé le repubbliche ex-sovietiche. "Cerca" dal momento che l'Uzbekistan si è da tempo defilato e il Turkmenistan non vi ha mai aderito. Stando a questa scuola di pensiero, quella economica è soltanto una fase preparatoria in attesa che l'Unione riesca a ricompattarsi in un nuovo animale dai connotati più politici -con inquietanti seppur vaghi rimandi ai fatti di Crimea.

Nonostante sia presente nella regione attraverso la Shanghai Cooperation Organisation (SCO) e la Conference on Interaction and Confidence-Building Measures in Asia (CICA), non è un mistero che Pechino abbia di norma preferito delegare ad altri (leggi: Russia e Stati Uniti) le responsabilità legate al mantenimento della stabilità oltreconfine. Questo sopratutto per evitare di dover trasgredire al principio cardine della sua politica estera: quello della non ingerenza negli affari interni degli altri paesi. Eppure recentemente la Cina ha dato segno di ambire a una posizione di coscienzioso stakeholder globale, potrebbe controbattere qualcuno. Vero. Ma -stando ad un aggiornatissimo rapporto dell'Institute for Security & Development Policy di Stoccolma- l'apporto cinese nell'area rimane funzionale alla sicurezza interna (ovvero del Xinjiang) e ad ogni modo “modesto”, principalmente a causa della “debolezza delle istituzioni centroasiatiche, della relativa debolezza delle forze armate cinesi e forse, fattore ancora più importante, della paura di alienarsi le simpatie di Mosca”. Ma facciamo un passo indietro.

All'indomani della caduta dell'Urss, l'emergere di un inaspettato vuoto di potere ha calamitato l'attenzione degli attori regionali sull'Asia Centrale, ultimo spicchio d'Eurasia in grado di offrire ancora risorse naturali a volontà e un potenziale geostrategico inespresso. L'attentato dell'11 settembre è arrivato nel momento giusto. La necessità di disseminare basi logistiche con cui puntellare le operazioni in Afghanistan ha spinto l'Occidente democratico a corteggiare i regimi autoritari locali, anche a costo di chiudere un occhio davanti alla spinosa questione dei diritti umani. Si è cominciato a parlare di un nuovo Grande Gioco nel "cuore dell'Asia", non più disputato da Impero britannico e Russia zarista per il dominio sull'India, bensì da Stati Uniti, Russia e Cina per il controllo di gas, petrolio e rotte commerciali. Poi la guerra è finita.

Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno chiuso la base di Manas, in Kirghizistan; quella più vicina al confine cinese, nonché l'ultima nella regione dopo l'espulsione dall'Uzbekistan in risposta alle critiche mosse da Washington contro Tashkent all'indomani del massacro di Andijan, nel 2005. E quella che è stata recentemente annunciata urbi et orbi come una "nuova politica americana in Asia Centrale" non sembra altro che una versione imbellettata della New Silk Road, lanciata senza troppo successo da Hillary Clinton quattro anni or sono. Basta dire che, a un anno dal ritiro delle truppe statunitensi dal territorio kirghiso, di stelle e strisce non ve n'è più l'ombra. Non soltanto a Bishkek, ma nemmeno nei pressi di Manas.

La Russia, al contrario, è ancora militarmente attiva in Kirghizistan, Kazakistan e Tagikistan, dove si prepara ad incrementare la propria presenza del 50 per cento -ufficialmente- per far fronte alla nuova escalation di violenza nel vicino Afghanistan. Ma non è tutto. Dotata di "un'artiglieria mediatica" senza pari nella regione, guadagna terreno nella battaglia ideologica facendo leva su un conservatorismo xenofobo che ben si sposa con l'insofferenza popolare verso il bagaglio ideologico esportato dall'Occidente a discapito dei "nostri valori nazionali". Se l'Uzbekistan si acciglia davanti alle celebrazioni di Halloween e disprezza il rap definendolo "musica satanica creata dalle forze del male per portare i giovani nei paesi occidentali al totale degrado morale", persino il Kirghizistan, una volta considerato il più liberale degli "stan", sta assorbendo una serie di politiche di derivazione putiniana che minacciano di colpire duro Ong e diritti gay. Cartina tornasole di una strategia d'ingerenza soft a base d'intelligence nota fin dal 2011 con il nome di "Kyrgyz project".

“Finora la Russia ha osservato con inquietudine l’avanza cinese in Asia Centrale, ma ha continuato a ritenerla preferibile ad una presenza americana. Tuttavia, come gli Stati Uniti si stanno defilando dal ‘cuore dell’Asia’, probabilmente Mosca reclamerà un po' dell’influenza persa a vantaggio di Pechino e Washington”, ci diceva tempo fa Nicklas Norling, research fellow del Central Asia-Caucasus Institute presso la Johns Hopkins University.

A rimetterci potrebbe essere sopratutto la cara vecchia SCO, considerata da Pechino la sua organizzazione multilaterale di punta e in attesa di accogliere per la prima volta dal 2001 nuovi membri (India e Pakistan. Prossimamente, in caso di accordo sul nucleare, forse anche Iran). "La Cina è stata chiaramente il motore trainante dell’organismo con Mosca come passeggero riluttante", prosegue Norling, "l’agenda della SCO ha portato benefici alla Cina, mentre spesso è andata contro gli interessi russi, sopratutto in Asia Centrale. Se non fosse per il fatto che la SCO ha rappresentato un contrappeso agli enti diretti dagli Stati Uniti ed è servita a 'gestire' l’invasione cinese in Asia Centrale contenendone i danni, Mosca probabilmente l’avrebbe già seppellita volentieri. Ora con l’UEE rischia di diventare un’istituzione obsoleta".

Questo è vero sopratutto alla luce della reticenza dimostrata dal Cremlino davanti al tentativo cinese di estendere alla SCO funzionalità economiche alle quali Mosca riuscirebbe ad adempiere esclusivamente in qualità di "junior partner". Basta pensare alla proposta (deragliata) di un'area di libero scambio e di un fondo anti-crisi da 10 miliardi di dollari per finanziamenti a breve termine e a basso costo da destinare a progetti prioritari nel settore energetico e delle infrastrutture, a cui la Russia ha scelto di non prendere parte.

Ma se il peso economico del Dragone non ha eguali nella regione, lo stesso non si può dire del suo "potere morbido". Il "Modello Cina", quella formula che prevede un governo autoritario più una certa forma di libero mercato, ben si adatta alle inclinazioni dei leader centroasiatici. Ma come spiega a Radio Liberty il giornalista Reid Standish, "la Cina non ha, in Asia Centrale, lo stesso tipo di credibilità e soft power che hanno paesi come la Russia o gli Stati Uniti. E non è qualcosa che può essere realizzato nell'arco di una notte. Né qualcosa che 40 miliardi di dollari in strade e ferrovie sono in grado di creare. E' qualcosa che ha bisogno di essere costruito nel tempo. Vedremo nel prossimo decennio se la Cina sarà in grado di tradurre la sua influenza economica in qualcosa di più tangibile e di lunga durata."

Tutt'oggi, anche a queste latitudini, il Made in China è sinonimo di scarsa qualità, con buona pace di Pechino che spinge per una cosmesi della propria immagine all'estero rimpiazzando l'export di paccottiglia con prodotti high-end. "Ad arrivare [al Dordoy] sono le merci rimaste invendute in Cina. La gente da queste parti non ha soldi", ci dice un commerciante di prodotti elettronici della provincia del Fujian, lagnandosi dell'andamento poco profittevole degli affari. Al contempo, la presenza straripante e storicamente radicata di Turchia, India, Iran e Corea del Sud fa presagire un'agguerrita competizione tra il Dragone e attori regionali minori che straborda dagli scaffali dei bazar sconfinando nella geopolitica dell'energia. Ché se di nuovo Grande Gioco si tratta, questo coinvolge ben più di tre rivali.

(Pubblicato su China Files)

lunedì 20 luglio 2015

Sulla Via della Seta (Parte II)


(Parte I)

Tutto è cominciato, nel settembre del 2013, con la visita di Xi Jinping ad Astana (Kazakistan) e il grande disegno di una cintura economica attraverso l'Eurasia. Anzi. Tutto è cominciato quando nel dicembre 2009 è stato inaugurata la sezione kazaka del mastodontico gasdotto Asia Centrale-Cina (CAC), ancora in costruzione. O forse quando, nel 1994, l'allora Premier Li Peng passò in rassegna tutti gli "stan" -Tagikistan escluso- trascinandosi al seguito una truppa di imprenditori per promuovere lo sviluppo di "una nuova Via della Seta" a base di "infrastrutture moderne". Quel che è certo è che la Silk Road Economic Belt non spunta all'improvviso dal cilindro pechinese, piuttosto attinge ad una serie di iniziative lanciate dalle passate amministrazioni e reinserite in una sorta di "neighborhood diplomacy" firmata Xi Jinping.

Lo scopo è molteplice: esportare la sovracapacità industriale in un momento di affossamento del mercato domestico; incrementare lo sviluppo delle province sin'ora estromesse dall'arricchimento glorioso; promuovere l'utilizzo della valuta cinese a livello internazionale; aprire nuove rotte commerciale ed energetiche slegate dalla sfera d'influenza americana. Qualcosa di molto simile a quanto proposto nell'annus horribilis della crisi finanziaria globale dall'allora vice direttore della State Administration of Taxation, Xu Shanda, in un rapporto dal titolo eloquente: "the Chinese Marshall Plan". La sostanza è rimasta la stessa, il nome, che mal si adatta alla dottrina dell'ascesa pacifica, è stato opportunamente fatto fuori.

Dalla caduta dell'Unione Sovietica il gigante asiatico non ha lesinato gli sforzi per cercare di recuperare il tempo perduto stabilendo rapporti diretti con la regione, gestiti fino agli anni '90 attraverso il filtro della Madre Patria. Nel 2009, il Dragone ha soppiantato la Russia diventando primo partner commerciale dell'Asia Centrale con 10 miliardi di dollari di scambi contro i 527 milioni del 1992. Di più. Ha cominciato a ridisegnare il network di infrastrutture energetiche d'epoca sovietica entrando a gamba tesa negli affari di Mosca. Controlla un quarto del petrolio kazako ed è il primo acquirente di gas turkmeno. Tiene a galla Kirghizistan e Tagikistan finanziando un terzo del debito estero di Bishkek e coprendo il 42 per cento dei conti in rosso accumulati da Dushambe.

Con la Nuova Via della Seta, il rischio per gli attori regionali è quello di precipitare dalla padella (russa) alla brace (cinese), avverte qualcuno. Ma per il momento a prevalere è la paura di rimanere tagliati fuori da un progetto che promette di creare 2,5 trilioni di dollari di nuove transazioni commerciali in dieci anni. Specie nel caso di Kirghizistan e Tagikistan, meno fortunati dei cugini centroasiatici in termini di risorse naturali da barattare in cambio di progresso. I due sono coinvolti nella costruzione della Linea D del CAC (l'ultima in cantiere), che permetterà di pompare gas turkmeno fino al Xinjiang bypassando il Kazakistan. Per molti, un'opera troppo dispendiosa e superflua, considerato che le tre pipeline già esistenti forniscono circa la metà del totale delle importazioni cinesi di gas.

"La maggior parte dei paesi di questa regione, da quando hanno raggiunto l’indipendenza fino a oggi, si sono rivelati incapaci di sostenere finanziariamente le infrastrutture (gasdotti, reti elettriche ecc..) senza un supporto esterno. Quindi quello che la Cina sta facendo non è tanto mettere le mani sulle risorse energetiche, ovvero sui giacimenti, quanto piuttosto ottenere il comando sul sistema di pipeline", ci spiega Nadine Godehardt senior associate presso il German Institute for International and Security Affairs nonché autrice di "The Chinese Constitution of Central Asia".

Tutte le ex repubbliche sovietiche centroasiatiche -tranne il Turkmenistan- hanno aderito in qualità di potenziali membri fondatori all'Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), il nuovo istituto bancario lanciato dal Dragone per sopperire (insieme a un fondo ad hoc da 40 miliardi di dollari) al deficit infrastrutturale che affligge l'Asia. Secondo stime dell'Asian Development Bank, la spesa per riempire il gap si aggira attorno agli 8 trilioni di dollari per il periodo 2010-2020. Ed è cosa a cui i grandi enti internazionali a trazione americana da soli non saprebbero far fronte.

A buon punto con la riparazione del manto stradale (foraggiata da Pechino), la capitale kirghisa si appresta a rimodellare il proprio skyline rimpiazzando i vecchi casermoni di epoca sovietica con scintillanti centri commerciali e complessi residenziali che strizzano l'occhio alle metropoli della nuovissima Cina. La strada che collega Bishkek alla speziata "capitale meridionale" Osh scorre per 620 chilometri tra cime innevate, laghi turchesi e pianure lussureggianti, tagliando il Kirghizistan da nord a sud per buone dodici ore di macchina. Alternative terrestri ancora non ce ne sono, ma è dal 2013 che Pechino sta lavorando per fornirne una.

Appena pochi giorni fa, la China Exim Bank ha concesso a Bishkek una seconda tranche da circa 300 milioni di dollari per la costruzione di una nuova autostrada Nord-Sud, che una volta pronta "faciliterà il trasporto di merci cinesi  e materiali verso il Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e i paesi limitrofi fino addirittura all'Europa", scriveva tempo fa la kirghisa 24kg News Agency. Un piccolo balzo in avanti per l'ex repubblica sovietica che, combattuta in un lacerante "vorrei ma non posso", guarda da lontano la rivoluzione su rotaia portata avanti dal Kazakistan. Da oltre un decennio, Cina e Uzbekistan spingono per la costruzione di una linea ferroviaria che colleghi Kashgar ad Andijan, (nella valle di Fergana lato uzbeko) passando per il Kirghizistan meridionale. Ma l'instabilità interna, i timori di frizioni con l'etnia uzbeka, e il terrore di rimanere schiacciata tra due partner incombenti hanno finora frenato il progetto. E non solo quello.

Dall'indipendenza ad oggi, il Kirghizistan è passato attraverso una rivoluzione colorata, un colpo di Stato e quattro presidenti. Uno più corrotto dell'altro. Il pericolo di una colonizzazione cinese è stato (ed è) sovente imbracciato dall'opposizione politica per contestare l'amministrazione di turno, accusata di svendere il paese al gigante della porta accanto. Come nel caso della cessione di 125mila ettari di terreni ("eredità sacra degli antenati") nell'ambito della ridefinizione dei confini post-sovietici che nel 2002 scatenò una levata di scudi contro l'allora presidente Askar Akayev. Voci di tensioni tra locali e lavoratori cinesi, specie presso i siti in costruzione e nei piccoli centri di provincia, trovano periodicamente spazio sui media russi e cinesi; meno su quelli locali.

Nel 2012, 250 dipendenti della cinese Superb Pacific Ltd sono stati evacuati dal sito minerario di Taldy-Bulak Levoberezhnyi, nella provincia settentrionale di Chui, in seguito a una rissa di massa tra locali e nuovi arrivati, apparentemente scatenata da "licenziamenti illegali" e un management non conforme alle norme ambientali. In risposta, il capo della Camera di Commercio cinese in Kirghizistan, Li Deming, sulle colonne del Global Times ha spiccato una dura condanna contro la classe politica corrotta: "La resistenza della gente del posto, solitamente infiammata da partiti d'opposizione, intrappola molte aziende straniere costrette a lavorare in questo paese in una situazione di instabilità e rischio. Se il governo kirghiso non sarà in grado di risolvere i propri problemi, ci aspettiamo nuovi esiti indesiderati per i progetti stranieri".

Invero, le rimostranze popolari non sono una prerogativa cinese. Lo sa bene la canadese Centerra proprietaria della miniera d'oro di Kumtor, sito che conta per il 12 per cento del Pil del Kirghizistan, per circa la metà del suo export ed è al centro di un'annosa polemica costata recentemente le dimissioni a Djoomart Otorbaev, quarto Primo Ministro a lasciare l'incarico dal 2010. Non è escluso che saranno proprio le dinamiche intestine -più che una presunta "sinofobia"- a pesare sul ruolo ricoperto da Bishkek nel sogno eurasiatico di Xi Jinping. Sopratutto considerando che la regione offre una serie di alternative "autocratiche" meno esposte a fastidiosi capovolgimenti politici. Da una prospettiva cinese, la presenza di "uomini forti" al potere rende Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan dei partner più affidabili.

A fine maggio, Pechino ha reso nota l'istituzione di un fondo da 16 miliardi di dollari destinato allo sviluppo del settore minerario lungo la nuova Via della Seta, di cui Shandong Gold Group e Shaanxi Gold Group deterranno quote del 35 e 25 per cento. Circa una sessantina le Nazioni coinvolte in quello che sembra essere un progetto volto a facilitare l'acquisto di oro da parte delle banche centrali dei paesi membri. I dettagli, tuttavia, sono ancora oscuri.

"Non è ben chiaro se Pechino abbia intenzione di portare avanti lo sviluppo di un maggior numero di miniere nella regione -cosa che sta già facendo, ma con difficoltà, in posti come il Kirghizistan. O se semplicemente voglia incoraggiare le Nazioni della regione a passare dalle riserve in dollari all'acquisto di oro estratto dalla Cina, in uno sforzo volto da una parte a diminuire il ruolo del dollaro come valuta di riserva, dall'altro a vendere parte del suo surplus ora che l'economia cinese rallenta", ci spiega David Trilling, editor di EurasiaNet e corrispondente dall'Asia Centrale per l'Economist. Ad ogni modo, dal momento che la Cina non solo è il primo produttore al mondo del prezioso metallo, ma anche il primo consumatore ed importatore, a naso il progetto dovrebbe solleticare le fantasie di Bishkek.

"L'oro è una parte fondamentale dell'economia del Kirghizistan, che esporta per lo più verso la Svizzera, il Kazakistan e la Russia. Solo all'incirca il 4 per cento finisce in Cina," ci dice Katie Putz, che copre l'Asia Centrale per il magazine The Diplomat, "ma se e quando aumenterà la produzione, sarà proprio l'oro a trainare l'export kirghiso verso est". Anche se secondo Ryskeldi Satke, freelance contributor per diversi media outlet e istituti di ricerca, "dato il suo scarso peso politico, Bishkek normalmente non ha voce in capitolo in questo genere di progetti. Il Kazakistan potrebbe finire per essere strettamente associato alla nuova iniziativa più di tutti gli altri stati della regione." "Stan" avvisato mezzo salvato.

(Pubblicato su China Files)

mercoledì 15 luglio 2015

Sulla Via della Seta (Parte I)


Se soltanto il Presidente Xi Jinping sapesse, forse rotolerebbe qualche testa. D'altronde, come recita un vecchio detto, le montagne sono alte e l'imperatore è lontano. Qui, dove Cina e Kirghizistan s'incontrano, l'occhio vigile dell'anticorruzione fatica ad arrivare. E all'intrepido viaggiatore che voglia oltrepassare il confine sino-kirghiso attraverso il passo di Irkeshtam (quello più "agevole" e meridionale) attendono due posti di frontiera, altrettanti check point e circa 150 chilometri (tra autostop e taxi ufficiali) solo per cambiare lato. Il traguardo finale, per parte cinese, è un'imponente struttura con ambizioni da terminal aeroportuale, bandiera pentastellata al vento e nessuno ad accoglierti. Dei funzionari nemmeno l'ombra: solo la foto affissa all'entrata, nome e appartenenza etnica. "Ma qui è sempre così?!" chiediamo dopo un'ora abbondante di attesa. "A volte..." risponde un kirghiso con passaporto cinese che quell'odissea sembra viverla quotidianamente senza il minimo cenno di fastidio.

Ulugqat, regione autonoma dello Xinjiang, circa 90 chilometri a ovest di Kashgar, non sembra avvertire il contraccolpo delle frequenti fiammate di violenza associate dalle autorità locali alle istanze separatiste del Tukestan Orientale. Né sembra particolarmente ansiosa di giocare la sua parte nel Sogno Cinese di una rinascita nazionale. Nei piani di Pechino, quell'avamposto occidentale dovrebbe diventare il centro propulsore della "Go West Strategy", una politica di rivalutazione delle province interne mirata a ridistribuire la crescita economica trainata fino a oggi dalle regioni costiere, quelle più protese verso i mercati sviluppati e vere beneficiarie delle riforme anni '80. Se al tempo della "fabbrica del mondo" a girare a pieno regime era sopratutto il Delta del Fiume delle Perle, nell'era della "nuova normalità" lo sviluppo viene ridistribuito verso il più arretrato e selvaggio ovest, secondo la convinzione che progresso e "armonia sociale" procedano di pari passo. Il focus si sposta sulle frontiere terrestri, storicamente determinanti per la stabilità del Celeste Impero minacciato dai barbari delle steppe; crocevia di lucrose rotte commerciale che oltre un millennio fa spinsero periodicamente le dinastie cinesi a lambire l'Asia Centrale.

In rodaggio dalla fine degli anni '90, il progetto (almeno nella sua forma originaria) ha iniziato a scricchiolare nel momento in cui il rallentamento dell'economia nazionale -scesa al 7% nel primo trimestre 2015- ha portato alla luce l'incapacità della Cina costiera e arricchita di sostenere anche la ripresa delle aree più in difficoltà. E' qui che entrano in gioco i vicini a ovest della Grande Muraglia. Pechino ha già in cantiere un piano B: disegnare nuova connettività panasiatica al fine di stimolare gli interscambi commerciali e culturali attraverso l'intera regione. Si parla di hardware (nuove strade, condotte energetiche, ferrovie), ma anche di software (centri di cultura, libera circolazione di idee e know-how). Una strategia rigorosamente "win-win" che, tuttavia, da un punto di vista geostrategico finirebbe per restituire alla Cina -una potenza tradizionalmente terrestre più che marittima- il ruolo di Regno di Mezzo strappatole nell'800 con l'imposizione dei trattati ineguali. Con la differenza che stavolta Pechino finirà per fungere da centro nevralgico non più soltanto del continente Asia, bensì di un Impero Afro-Eurasiatico, ci spiega David Gosset, direttore dell'Academia Sinica Eropaea.

Il progetto noto come One Belt, One Road (yi dai yi lu) coinvolgerà un'area rappresentante il 55 per cento del Pil mondiale, il 70 per cento della popolazione globale e il 75 per cento delle riserve energetiche. Arricchita di una rotta marittima che arriverà a toccare le sponde africane, la Nuova Via della Seta ha, tuttavia, il suo baricentro nel "cuore dell'Asia". Come sottolinea Chen Gong, chief researcher di Anbound Consulting, il progetto agli esordi presentava un unico ramo terrestre (xin sichou zhi lu), tutto proiettato verso l'Asia Centrale per il bene dello Xinjiang e dei paesi limitrofi, particolarmente vicini al Far West cinese per religione, lingua, usi e costumi.

Il Dragone condivide con tre delle cinque repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Tajikistan e Kirghizistan) 2800 chilometri di confine. Un confine che ha subito modifiche nel momento in cui, con la dissoluzione dell'Unione Sovietica, i neo-Stati si sono ritrovati a ereditare i contenziosi territoriali pendenti tra la Russia zarista e l'impero dei Qing, l'ultima dinastia cinese. Le dispute si sono definitivamente concluse nel 2011 lasciando nelle mani del gigante asiatico soltanto una minima parte delle terre rivendicate: 3,5 per cento, 22 per cento e 32 per cento di quanto chiesto inizialmente a Tagikistan, Kazakistan e Kirghizistan. Un'insolita concessione -si dice- meditata da Pechino in cambio di sostegno da parte dei governi locali nella gestione dell'etnia uigura, minoranza turcofona e musulmana residente nello Xinjiang, che fin dall'800 impensierisce Pechino per via delle sue aspirazione indipendentiste.

Circa 350mila uiguri vivono sparsi per l'Asia Centrale, sopratutto in Kazakistan e Kirghizistan, paese quest'ultimo dove contano per l'1 per cento dei 5,5 milioni di abitanti. Allo stesso tempo, il Xinjiang ospita 1,2 milioni di kazaki, 162mila kirghizi, 39mila tagichi, 13mila uzbeki, e 4600 tartari, etnie storicamente esposte alla fascinazione esercitata dall'idea "di una nazione turca dai Balcani alla Grande Muraglia". Tra il '92 e il '93 una serie di attacchi dinamitardi hanno colpito diverse aree della regione autonoma spostando i riflettori sull'East Turkestan Liberation Organization (ETLO), movimento secessionista con base in Kazakistan che millanta 50mila seguaci e non disdegna "l'utilizzo estremo delle armi" pur di "resistere al genocidio culturale" perpetrato da Pechino attraverso una sinizzazione a tappe forzate. A differenza dell'East Turkestan Islamic Movement (ETIM), che intrattenendo rapporti con Al-Qaeda e l'Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) per un breve periodo ha fatto la sua comparsa sulla blacklist americana, l'ETLO non è mai stata riconosciuta a livello internazionale come organizzazione terroristica, eccezion fatta per i governi di Astana e Bishkek.



Nonostante durante il periodo sovietico il Kirghizistan si sia dimostrato un rifugio piuttosto sicuro per gli uiguri, con la raggiunta indipendenza nel 1991, la crescente sudditanza economica al Dragone si è tradotta in una maggior insofferenza nei confronti della minoranza. Al contempo, il timore che i fatti centroasiatici potessero ravvivare le aspirazione separatiste dello Xinjiang ha alzato il livello di guardia nelle segrete stanze di Zhongnanhai. Secondo il World Uyghur Congress, organizzazione con base a Monaco di dubbia imparzialità, sarebbero 50 gli uiguri riconsegnati da Bishkek a Pechino tra il 2001 e il 2011, mentre a fine maggio il Parlamento del Tagikistan ha approvato all'unanimità un accordo bilaterale con la Cina che consente di estradare nella nazione di origine i detenuti rinchiusi nelle carceri dei due paesi. Stando a fonti di EurasiaNet, la stretta sulla comunità uigura immigrata si farebbe più serrata a ridosso dei vertici SCO (Shanghai Cooperation Organisation), la "Nato asiatica" a guida russo-cinese (di cui fanno parte tutti gli "stan" tranne il Turkmenistan) che impone ai suoi membri di adeguare misure anti-terrorismo/separatismo agli standard cinesi.

Lo scorso anno, poco a nord del passo di Irkeshtam, undici uiguri sono stati uccisi in circostanze poco chiare mentre tentavano di attraversare illegalmente il confine. Confine che, stando a rilevamenti satellitari della National Space Administration, presenta "tunnel transfrontalieri" utilizzabili tanto dai rifugiati come via di fuga, quanto dagli aspiranti militanti islamici come trampolino di lancio verso i teatri di guerra mediorientali. E sebbene la diaspora uigura sia sempre più spesso direzionata verso le frontiere della Cina meridionale, tutt'oggi transitare tra Xinjiang e vicini in compagnia di viaggiatori uiguri vuol dire esporsi a minuziosi controlli e frequenti ritardi sulla tabella di marcia.

Le travagliate vicissitudini interne del Kirghizistan, "un'oasi democratica" circondata da regimi totalitari e come tale soggetta a frequenti ribaltoni politici, non fanno che agitare ulteriormente i sonni del Dragone. Sebbene non si abbia la percezione di un'adesione diffusa al fanatismo religioso, non è inusuale scovare nei principali mercati del paese -non solo nel sud conservatore ma persino nel celeberrimo Dordoy Bazaar di Bishkek- T-shirt con scritte tra il serio e il faceto ("I'm muslim don't panic", "I'm muslim and I'm proud"). E si fanno insistenti le testimonianze riguardo un'inusuale radicalizzazione tra le frange più emarginate della società. L'incapacità dello Stato di offrire un welfare soddisfacente, coniugata all'impennare del tasso di disoccupazione, sembrerebbe spingere giovani e piccoli nuclei famigliari ("family jihad") a cercare sostegno nel sistema di assistenza sociale fornito dai miliziani in Siria. Una tendenza emersa solo alla fine del 2013 e che sta prendendo piede sopratutto nella valle di Fergana, già epicentro di criticità etniche con il confinante Uzbekistan.

Nel mese di febbraio, il GKNB (il KGB kirghiso) contava oltre 50 cittadini kirghisi nei campi d'addestramento jihadisti; mentre, secondo fonti di Dushambe, sarebbero circa 5000 i guerriglieri centroasiatici coinvolti negli scontri che continuano a scuotere l'Afghanistan settentrionale, a pochi chilometri dalla frontiera tagica. Difficile stimare l'effettiva entità del pericolo fondamentalismo, spesso sovrastimato dalle autorità locali per giustificare il pungo di ferro adottato per reprimere un'opposizione politica in molti casi d'ispirazione islamica. Di certo il crescente disimpegno statunitense dall'area agita non poco Pechino, tutt'altro che ansioso di calarsi nei panni di gendarme regionale. Il rischio di un effetto domino minaccia da vicino il Xinjiang, dove è sempre più difficile tirare una linea netta tra le rimostranze contro le politiche culturali portate avanti dal governo cinese e l'infiltrazioni di idee collegate al terrorismo internazionale. Questo è vero sopratutto nel Nanjiang, il Xinjiang meridionale dal sapore fortemente mediorientale. Schiere di blindati della tejing (la SWAT) sorvegliano l'imponente statua di Mao Zedong in piazza del Popolo, nel centro di Kashgar, città più vicina a Baghdad di quanto non lo sia a Pechino.

Le misure di sicurezza si fanno sempre più severe procedendo verso sud-ovest attraverso il deserto del Taklamakan, dritto fino a Hotan. Alla sera la città-oasi sprofonda in un tramonto giallo paglierino, sferzata da una delle sue abituali tempeste di sabbia. Le strade si svuotano mentre le instancabili camionette della famigerata wujing (la sicurezza interna) sfrecciano da una parte all'altra senza sosta. Rintanata nei ristoranti, la gente del posto continua a vivere la propria quotidianità con incurante leggerezza e una buona dose d'ingenuità. Chiediamo a un ristoratore uiguro il motivo di tanta polizia. "Bu zhidao (non lo so)", si schermisce imbarazzato. Poi prende coraggio. Parla di "luan" (caos), "uccisioni all'ordine del giorno" e uno stato di militarizzazione che prosegue da molto tempo: "Ormai è quasi come l'Afghanistan."

(Pubblicato su China Files)

Hukou e controllo sociale

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