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lunedì 9 ottobre 2017

In Cina e Asia


National Day: 705 milioni di viaggi per 87 miliardi di dollari

Secondo la China National Tourism Administration, quest’anno le vacanze per la fondazione della Repubblica popolare — dall’1 all’8 ottobre — hanno visto un numero record di viaggi: 705 milioni, di cui 663 milioni nei primi sette giorni, ovvero un +12%. Una migrazione di massa che ha generato l’equivalente di 87,7 miliardi di dollari. A destare interesse non è solo la quantità ma anche la modalità dei trasferimenti. Circa il 40% degli spostamenti è avvenuto in treno, grazie all’espansione della rete ferroviaria superveloce che ormai copre tutte le province tranne Ningxia e Tibet. L’altro mezzo “rivoluzionario” è la cara vecchia bici, riportata in auge dalla recente esplosione di servizi di bike sharing come mezzo privilegiato per i tragitti urbani. Secondo la società Ofo, durante il National Day l’utilizzo delle due ruote è cresciuto del 15%. Di conseguenze le emissioni inquinanti sono diminuite di 78mila tonnellate.

Anticorruzione: 1,34 milioni di funzionari sanzionati in quattro anni


Dal 2013 a oggi, la Commissione centrale per l’ispezione della disciplina ha sanzionato 1,34 milioni di quadri, di cui 648.000 a livello di villaggio. La maggior parte dei casi di corruzione riguardano malefatte di piccola entità, sebbene non siano mancati arresti eccellenti (250). Nel mese di agosto ha finire sotto inchiesta è stato lo stesso capo del comitato anticorruzione del ministero delle Finanze, mentre pochi giorni fa la campagna di bonifica è tornata a picchiare duro nei ranghi dell’esercito. In questi giorni 120 membri della Commissione andranno in pensione aprendo la strada ad un massiccio rimpasto durante il Congresso del Pcc, che comincerà il 18 ottobre.

Secondo gli analisti, mentre l’opera di pulizia continuerà sulla stessa strada, a finire nella rete saranno sempre più “mosche” e sempre meno “tigri”. Gli sforzi verranno probabilmente istituzionalizzati grazie all’istituzione di una supercommissione che dovrebbe mediare tra la CCDI (che è un’agenzia di Partito) e i dipartimenti anticorruzione statali velocizzando la risoluzione dei casi. Rimane da vedere che fine farà il potente Wang Qishan che fin’oggi ha diretto la campagna per conto di Xi Jinping. Secondo una regola non scritta il potente funzionario dovrebbe lasciare il suo incarico per sopraggiunti limiti d’età al termine del Congresso, ma la fedeltà a Xi potrebbe valergli una conferma. intanto tra i papabili sostituti si fa strada il nome di Li Zhanshu, capo dello staff del Partito e braccio destro del presidente.

Corea del Nord: La sorella di Kim promossa nel ghota del partito

Nel weekend Kim Jong-un ha nominato la sorella Kim Yo Jong (28 anni) membro supplente dell’ufficio politico del comitato centrale del Partito, il ghota del potere nordcoreano. E’ da quando il giovane leader ha fatto giustiziare lo zio filocinese Jang Song Thaek che la ragazza ha acquisito visibilità, diventando — insieme alla moglie di Kim — la donna più potente della famiglia, falcidiata da lotte di potere. Proprio in questi giorni si sta tenendo il processo contro le due giovani donne, indonesiana e vietnamita, accusate di aver assassinato il fratellastro di Kim per suo conto.

Il meeting politico di domenica ha inoltre fatto da sfondo alla riaffermazione del programma nucleare come “l’unico deterrente forte” contro Trump, che nel weekend, in uno dei suoi tipici tweet ermetici, ha evasivamente dichiarato che “solo una cosa funzionerà” nei rapporti con la Corea del Nord, sebbene sono sia chiaro quale essa sia. Dopo i test missilistici e nucleari del 3 e 15 settembre, nuove provocazioni si attendono con l’avvicinarsi del 10 ottobre,data della fondazione del Partito dei Lavoratori. Il governo nordcoreano potrebbe addirittura decidere di aspettare il 18 ottobre, quando a Pechino si apriranno i lavori per il 19esimo Congresso del Pcc per mandare un messaggio forte al vecchio alleato. Nei giorni scorsi il parlamentare russo Anton Morozov di ritorno da Pyongyang ha affermato di essere stato ragguagliato su un prossimo test missilistico a lungo raggio capace di colpire la west coast americana.

Myanmar: finito il cessate il fuoco, l’Arsa allunga un ramo d’ulivo

Oggi alle 24 ora locale scadrà il cessate il fuoco introdotto unilateralmente dall’Arsa, il gruppo di militanti rohingya, un mese fa. “La pausa è stata condotta al fine di consentire agli attori umanitari di valutare e rispondere alla crisi in Arakan (Rakhine),” hanno spiegato i militanti via Twitter nel weekend, aggiungendo che ogni sforzo per la pace da parte del governo “verrà ben accolto e ricambiato”. Nessuna nuova minaccia di violenze quindi. Tuttavia, in mancanza di una risposta ufficiale, rimane presumibilmente valida l’affermazione con cui tempo fa il portavoce del governo birmano ha escluso la possibilità di “negoziare con i terroristi”. Da quando è scattata la tregua la situazione nello stato occidentale è parzialmente migliorata, sebbene siano oltre 500mila le persone fuggite oltre il confine con il Bangladesh anche grazie al “passaggio sicuro” fornito dai ribelli. Reclutatori dell’Arsa intervistati da AFP hanno affermato di aver trovato centinaia di rohingya disposti a tornare nel Myanmar per combattere. Ma per molti altri l’unico obiettivo è il ritorno alla pace.

Giovedì, il ministro delle costruzioni U Win Khaing ha riferito durante un forum Asean che il Myanmar è ben contento di aprire le porte a investimenti esteri (sopratutto cinesi e giapponesi) in grado di portare progresso — e quindi stabilità sociale — nello stato Rakhine.

(Pubblicato su China Files)

sabato 11 febbraio 2017

Trump chiude le porte al Medio Oriente. l'Asean le apre


Mentre Donald Trump chiude le porte ai paesi arabi, l’Asean le spalanca. Le 10 nazioni del Sudest asiatico che compongono l’organizzazione regionale si dicono pronte a capitalizzare le recenti restrizioni sugli ingressi negli Stati Uniti volute dal neopresidente americano. Il blocco prevede – oltre alla sospensione dell’accoglienza ai rifugiati per 120 giorni e ai siriani “sine die” – 90 giorni di stop agli arrivi di cittadini di Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen. Una misura che ci si attende dirotterà parte del turismo arabo verso i paesi asiatici, più accoglienti e accomunati dalla fede in Allah.

L’Islam è la religione più praticata nel Sudest asiatico, con 240 milioni di seguaci – pari al 40 per cento della popolazione – concentrati soprattutto in Brunei, Indonesia, Malaysia e alcune regioni di Thailandia e Filippine. “Mentre il mondo si avvia verso un maggior isolazionismo, per l’Asean è il momento di facilitare l’arrivo di turisti”, ha dichiarato martedì via Twitter Tony Fernandes, fondatore e amministratore delegato di AirAsia, compagnia aerea a basso costo con base a Kuala Lumpur. Proprio la Malaysia nel 2016 si è attestata tra le destinazioni favorite dal Medio Oriente, con 200mila visitatori provenienti da paesi quali Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Iraq e Qatar. Oltre ai viaggi tradizionali, ad attrarre nuovi arrivi ci pensano il turismo medico e l’industria halal, termine che sta a indicare tutto quanto ritenuto “lecito” secondo l’Islam, dall’abbigliamento al cibo.

Secondo CrescentRating, principale authority del turismo Muslim-friendly, entro il 2020 l’industria halal arriverà a coinvolgere 150 milioni di viaggiatori, per un giro d’affari di 200 miliardi di dollari, pari all’11 per cento del valore del turismo globale. Un’opportunità a cui non hanno saputo dire no nemmeno le Filippine – unico paese asiatico a maggioranza cattolica insieme a Timor East – impegnate dal 2015 in un massiccio progetto (il Philippines Halal Tourism Project) volto a istituire almeno 50 stabilimenti certificati in tempo per il Madrid Fusion Manila, evento gastronomico internazionale previsto per il mese di aprile.

“Il Medio Oriente rappresenta un grande mercato”, conferma ai microfoni della Reuters l’Ente Nazionale per il Turismo Thailandese, sottolineando le lucrose opportunità fornite dal turismo medico che secondo l’organizzazione americana Patients Beyond Borders cresce ogni anno del 25 per cento e coinvolge 11 milioni di persone, di cui quasi un terzo diretto verso il Sudest asiatico. Le necessità variano da una ricerca di terapie a costi più contenuti a quella di cure non reperibili nel paese di provenienza, come la medicina halal, che non prevede l’impiego di derivati del maiale. Mentre la maggior parte dei pazienti giunge da altri Stati membri del blocco Asean, il Medio Oriente rappresenta già la seconda principale area di provenienza, con gli Emirati Arabi a fare da traino per quanto riguarda l’affluenza presso le strutture sanitarie più lussuose della Thailandia. E per i primi tre mesi del 2017 ci si attende una crescita su base annua dell’8 per cento.

Se per la U.S. Travel Association nessuno dei paesi colpiti dalle politiche securitarie di Trump risulta nella top 20 dei principali mercati turistici americani, i disagi degli ultimi giorni, tuttavia, non interessano soltanto lo scacchiere mediorientale. Molti viaggiatori dell’Asia-Pacifico sono già alla ricerca di mete meno problematiche. Specie da quando si è diffusa la notizia del coinvolgimento di un cittadino cinese e uno malese, rimasti bloccati martedì presso l’aeroporto internazionale JFK di New York, nonostante la Malaysia e la Cina non compaiano nella lista nera dei paesi “portatori di terrorismo”.

“Quando si viaggia, specialmente per piacere, si vuole stare tranquilli”, spiega alla Reuters Alicia Seah dell’agenzia singaporiana Dynasty Travel, e “molte persone dirette verso gli Stati Uniti tra marzo e aprile stanno sospendendo la partenza”. Alcune opteranno per destinazioni alternative come Australia, Nuova Zelanda e Canada. Lo stesso vale per i soggiorni studio. Nel periodo 2014-2015, gli studenti asiatici negli States hanno raggiunto quota 736mila, pari al 76 per cento del totale degli studenti stranieri. Ma negli ultimi tempi il numero delle application ricevute dalla società australiana Navitas per corsi di lingua negli Stati Uniti è diminuito drasticamente. “La vittoria di Trump mi ha spinta a riconsiderare l’idea di studiare negli Stati Uniti”, racconta Aulia Adila, ventiquattrenne di Jakarta, “andare in America è sempre più impossibile e poco sicuro”.

(Pubblicato su Il Fatto quotidiano)

lunedì 4 luglio 2016

A Bali teppisti e disoccupati contro le influenze straniere


Il programma Bela Negara («Difendi la Nazione») era stato lanciato lo scorso anno dalle forze armate per far fronte all'erosione dei valori nazionalisti e inglobare milioni di dipendenti pubblici, medici e studenti in un corpo di difesa civile. Sull'isola più frequentata dal turismo internazionale il training prevede addestramento fisico e introduzione al maneggiamento di armi con il fine di rendere gli elementi più depravati della società «bravi cittadini».

L’Indonesia armerà gangster e disoccupati di Bali contro le «influenze straniere». È quanto stabilito dal programma Bela Negara (“Difendi la Nazione”) lanciato lo scorso anno dalle forze armate indonesiane – estromesse dal governo con la fine politica del dittatore Suharto nel 1998 – per far fronte all’erosione dei valori nazionalisti e inglobare milioni di dipendenti pubblici, medici e studenti in un corpo di difesa civile. Come spiega Reuters, il nemico da sconfiggere sono le «influenze straniere» intese come comunismo, estremismo religioso e omosessualità. Non a caso il programma ha ricevuto una nuova spinta da quando il presidente Joko Widodo ha avviato un’indagine contro le purghe anti-comuniste del 1965, inimicandosi parte dell’ex giunta militare, fermamente convinta che le purghe fossero giustificate. Negli scorsi giorni oltre 2000 persone, tra adepti del Bela Negara e membri di gruppi islamici, hanno sfilato da una moschea fin sotto al palazzo presidenziale per protestare contro una presunta rinascita comunista. Nel corso della manifestazione bandiere con la falce e il martello sono state date alle fiamme.

Mentre il Bela Negara ha portata nazionale e vanta 1,8 milioni di volontari iscritti, per il momento il training sull’isola di Bali è l’unico a coinvolgere teppisti di strada nell’addestramento fisico e nel maneggiamento delle armi con il fine conclamato di rendere gli elementi più depravati della società «bravi cittadini». «L’introduzione delle armi ha lo scopo di non annoiare i partecipanti, che così potranno sperimentare cosa vuol dire servire nell’esercito», ha spiegato Hotman Hutahaean, portavoce del comando militare di Bali. «Sono previsti inoltre la marcia e l’allenamento fisico, almeno così la gente capirà quali sono i diritti e i doveri, specialmente i teppisti che devono essere preparati a diventare bravi cittadini». Stando a quanto rivelato da Hotman, il piano di formazione per i gangster dovrebbe cominciare ad agosto con una partecipazione di circa 100 nuove leve. Non è, tuttavia, ben chiaro che cosa si intenda per «gangster» dal momento che il reclutamento non può essere esteso a chi ha precedenti penali.

Va da sé che l’iniziativa ha già suscitato diverse alzate di sopracciglio. Per Yohanes Sulaiman, esperto di affari militari, si finirà per dare la possibilità «a giovani con torbidi precedenti di giocare a fare i soldati». «Armare civili o persino addestrarli in questo modo non è una buona idea, a meno che non lo si faccia in maniera appropriata e nel rispetto di apposite normative», ha dichiarato a Reutersl’analista.

Resta inoltre da vedere se la stretta sulle «contaminazioni d’oltreconfine» prevista dal programma avrà qualche ricaduta sull’economia dell’isola indonesiana, una delle mete turistiche asiatiche più gettonate per via delle sue spiagge molto amate dai surfisti e non solo. Lo scorso febbraio, la reazione scomposta delle autorità locali alla notizia delle nozze tra un cittadino americano e uno indonesiano nel lussuoso resort della catena Four Seasons aveva sollevato molti dubbi sul futuro del turismo gay dell’isola, dove l’omosessualità – almeno ufficialmente – non è ritenuta illegale.

Secondo Out Now, società di ricerca, Bali è una delle dieci destinazioni preferite dalla comunità Lgbt nell’Asia-Pacifico e nel Medio Oriente con un giro di affari potenzialmente molto lucroso: a livello mondiale il mercato del turismo gay fa incassi per 200 miliardi di dollari all’anno, più o meno quanto produce il flusso di visitatori in uscita dalla Cina continentale. Un boccone al quale di questi tempi non è facile rinunciare. Tempi in cui la minaccia del terrorismo islamico è tornata ad agitare i sonni di Jakarta dopo anni di relativa quiete.

Oltre novemila funzionari della sicurezza sono stati dispiegati sull’isola dopo una serie di attacchi dinamitardi avvenuti lo scorso gennaio nella capitale indonesiana. Nel 2002 Bali era stata l’obiettivo dell’attentato terroristico più cruento della storia dell’arcipelago indonesiano. Oltre 200 persone, oltre la metà straniere, erano rimaste uccise nel distretto turistico di Kuta, mentre nell’ottobre del 2005 una ventina di persone – tra cui quattro australiani – è deceduta nell’attacco al Jimbaran Beach Resort, situato lungo l’omonima spiaggia. Di entrambi gli episodi è stato ritenuto responsabile il Jemaah Islamiyah, gruppo terroristico legato ad Al Qaeda con base nel Sud-est asiatico.

Dal 2002 a oggi, l’industria turistica di Bali ha registrato un crollo del 32%. Eppure, nonostante le fluttuazioni che hanno interessato varie aree del Paese, complessivamente l’Indonesia ha visto un aumento del numero dei visitatori, saliti a 10 milioni nel 2015 (4 milioni soltanto a Bali) per un giro d’affari pari a 80 miliardi di dollari l’anno.

(Scritto per il Fatto Quotidiano)

martedì 14 giugno 2016

Comune campano ai cinesi: "Comprateci!"


«AAAAAA...causa perenne mancanza di fondi (soldi) cercasi facoltoso investitore CINESE disposto a rilevare il Comune di S. Sossio Baronia.....offresi carica di SINDACO». E' il messaggio provocatorio diramato su Facebook da Francesco Garofalo, medico del 118 che da 7 anni guida l'amministrazione del piccolo comune in provincia di Avellino, che oggi conta 1.742 anime. Il post, che ha conquistato un centinaio di like ed emoticon, si conclude con un commento altrettanto ironico in cui il primo cittadino fa notare come l'acquisto sarebbe ben meno dispendioso rispetto alla cifra sborsata per la recente acquisizione dell'Inter da parte del patron di Suning, Zhang Jindong.

A un commento lasciato da un internauta, in cui si fa sarcasticamente riferimento alla triste sorte in cui andrebbero incontro i cani randagi della cittadina (vale a dire nei pentoloni dei cuochi cinesi), Garofalo risponde per le rime affermando che dalla riduzione dei vagabondi gioverebbero le aree verdi del paese. Meno scherzosi i toni utilizzati dal sindaco in un'intervista al TGcom24, in cui Garofalo fa notare come molti cinesi si siano avventati sulle squadre di calcio, quando potrebbero fare un investimento molto profittevole comprando terreni in buono stato e con un forte potenziale turistico.

Letteralmente: «Penso ai cinesi che stanno rilevando importanti squadre di calcio italiane: con molto meno, farebbero un investimento molto redditizio acquistando un pezzo di territorio caratterizzato da grande salubrità ambientale e fortissime potenzialità turistiche. Avverto un senso di frustrazione e di inutilità per una funzione, quella di sindaco, che 'ormai è stata ridotta a quella del gabelliere».

Premesso che i cinesi probabilmente non si farebbero troppi problemi (almeno un precedente c'è: l'acquisto della morente cittadina mineraria canadese Bradian per 840mila dollari) a quanto pare, tuttavia, la provocazione di Garofalo resterà tale. Il sindaco, esponente Ncd nonché interista sfegatato, chiarisce: «Non posso vendere la mia carica o cedere la comunità che rappresento. Il mio sfogo forse è stato ingigantito».

Secondo quanto riporta Repubblica.it, i problemi per il comune sono cominciati nel 2012, quando Garofalo divenne il primo sindaco a fare a meno di Equitalia. Oggi S. Sossio Baronia, pur avendo un bilancio florido, non possiede la disponibilità di cassa per muovere un solo euro. Colpa degli evasori, spiega il primo cittadino, perché da quando ha avuto l'idea di fare a meno dell'Agenzia pubblica - attuando la riscossione delle tasse direttamente in Municipio - pare che il popolo sossiano abbia optato semplicemente per non pagare quanto dovuto. Con il risultato che il Comune si è trovato a combattere con un alto tasso di evasione, in particolare per quanto riguarda l'aliquota sui rifiuti: circa 150mila euro che è costretto ad anticipare e che non riesce a recuperare dai cittadini. Sarebbe proprio la mancata riscossione la causa del vuoto di cassa che impedisce al comune di sistemare le strade e fare altri piccoli interventi come, ad esempio, mettere un sistema di videosorveglianza.

L'appello di Garofalo - ripreso ampiamente dai media internazionali - giunge a pochi giorni dalla pubblicazione di un dossier di Legambiente (presentato all'Anci) sull'allarmante stato di abbandono in cui vertono i piccoli centri. Basta passeggiare per i vicoli dei borghi italiani più rinomati per scorgere i cartelli VENDESI pendere sbilenchi da porte e finestre. Il Belpaese ospita, infatti, 5627 cittadine con meno di 5000 abitanti, di cui 2.430 alle prese con una grave crisi demografica. Considerando che le aree a rischio riuniscono complessivamente tre milioni di italiani questo vuol dire che il fenomeno delle ghost town minaccia oltre il 5 per cento della popolazione dello Stivale.

In soli 25 anni 675mila persone hanno lasciato i piccoli comuni, e con il progressivo invecchiamento della popolazione il fenomeno non potrà che peggiorare. Per frenare l'esodo occorre innanzitutto migliore i servizi locali, spiegava tempo fa Davide Zicchinella, sindaco di Sellia, cittadina calabrese a rischio «estinzione». C'è chi per riempire i forzieri comunali ha puntato sul turismo, come Civita di Bagnoregio - scesa a quota 100 residenti- che, imponendo ai visitatori 1,50 euro ad ingresso, è riuscita ad accumulare una cifra sufficiente a mantenere operativi i servizi essenziali.

All'indomani del terremoto dell'Aquila, il governo Berlusconi aveva stilato una lista di 44 patrimoni artistici danneggiati da sottoporre all'attenzione di investitori stranieri per eventuali «adozioni» e riparazioni, in occasione del G8 del 2009. Ma a cinque anni di distanza, l'Ansa faceva notare che il progetto era rimasto largamente disatteso, seppur con le generose eccezioni di Russia, Francia, Kazakistan e Germania.

Sebbene l'alluvione di investimenti cinesi in Italia (3,5 miliardi di dollari nel 2014) non abbia ancora interessato l'acquisto di città, Garofalo non è l'unico sindaco ad essersi appellato al Paese asiatico per tentare di resuscitare il proprio comune. Due anni fa era stato il primo cittadino di Agrigento, Marco Zambuto, a chiamare in causa i nuovi ricchi cinesi. In uno spot sottotitolato in caratteri e diventato virale sui social, Zambuto lanciava la sfida ai turisti del Dragone senza troppi giri di parole: «Amici cinesi, invadeteci!»

(Pubblicato su China Files)

lunedì 21 marzo 2016

La lunga marcia cinese verso i consumi


I consumatori cinesi spenderanno un 10 per cento in più entro la fine della prima decade degli anni Duemila. E' quanto pronosticato dall'agenzia di consulenza McKinsey, che prevede nel prossimo lustro un significativo aumento in busta paga per il 55 per cento della popolazione cinese.
A riempire i carrelli cinesi non saranno soltanto beni di prima necessità. Mentre il paese più popoloso al mondo affina i propri gusti, volano prodotti di lusso, turismo e l'entertainmen per la gioia degli alti papaveri di Pechino intenti a promuovere un modello di crescita non più "investimenti-dipendente", bensì dominato da servizi e consumi interni. "L'attenzione si sta spostando verso i prodotti di alta qualità e un modo di vita più equilibrato, sano e incentrato sulla famiglia", spiega McKinsey. Senza contare la strepitosa crescita dei pagamenti mobile, passati dallo zero del 2011 al 25 per cento del 2015.

Come riporta Bloomberg, le vendite al dettaglio continuano a registrare una crescita a doppia cifra nonostante il rallentamento dei primi due mesi dell'anno, nel 2017 gli incassi al box office cinese potrebbero superare quelli americani, mentre il turismo cinese in outcoming si avvia a raggiungere i 200 milioni di dollari entro il 2020. Una data d'importanza cruciale per la leadership cinese, che punta a festeggiare il centenario dalla nascita del Partito Comunista (2021) con la costruzione di una "società moderatamente prospera" (xiaokang shehui).




Il quadro roseo tracciato da McKinsey, tuttavia, non sembra convincere tutti. Specie alla luce della recente campagna di ristrutturazione cui sono sottoposti le imprese statali e i comparti in esubero. Cui Ernan, analista di Gavekal Dragonomics, ha dichiarato alla Reuters che "l'effetto più probabile dei licenziamenti nel settore industriale [affetto da sovrapproduzione, ndr] non è la disoccupazione piuttosto una decelerazione nella crescita degli stipendi delle famiglie". Questo perché gli impieghi verso cui vengono dirottati quanti rimasti senza un lavoro (ovvero servizio pubblico, agricoltura e silvicoltura) sono settori meno redditizi. Per esempio, chi lavora nei campi o nei boschi percepisce 28.356 yuan l'anno, contro i 61.677 di un minatore (dati del 2014). E va da se che una stagnazione o per giunta un calo dei salari finirebbe per complicare inevitabilmente l'agognata transizione verso i consumi.
















martedì 4 settembre 2012

Tutti i numeri del Tibet


Entro la fine dell'anno la regione autonoma del Tibet vedrà l'arrivo di oltre 10mila turisti, con guadagni per 12 miliardi di yuan (circa un milione e mezzo di euro), pari al 17% del PIL della regione. Le premesse sono buone: da gennaio ad agosto le bellezze locali hanno richiamato 7 milioni di persone, tra cinesi e stranieri, mettendo a segno un aumento del 25% rispetto allo scorso anno. Le entrate dal turismo negli ultimi otto mesi sono salite a 7,5 milioni di yuan (poco più di 940mila euro), evidenziando una crescita del 30% su base annua, scrive il China Daily riportando le parole di Yu Yungui, funzionario per il turismo locale. Merito dell'ottima campagna pubblicitaria realizzata per valorizzare la cultura e le varie festività locali, prosegue il quotidiano in lingua inglese, sottolineando come gli affari sul Tetto del Mondo vadano molto meglio da quando nel 2006 è stata messa in funzione la linea ferroviaria Qinghai-Tibet. E c'è grande attesa per il parco tematico di 800 ettari dedicato alla "cultura tibetana", i cui lavori, iniziati l'8 luglio, costeranno alle autorità cinesi oltre 4 miliardi di euro.

Snocciola tutti i numeri scintillanti del business nella terra dei lama il China Daily, e bypassa quelli in continua crescita delle proteste contro Pechino. Dal 2009 sono state 51 le auto-immolazioni tibetane, due soltanto la scorsa settimana. Le autorità cinesi sono intervenute in questi giorni inviando forze di sicurezza  nei pressi del monastero di Zilkar, provincia orientale di Tridu, dove l'1 settembre cinque monaci sono finiti agli arresti per ragione non chiare. A febbraio erano scattate le manette per altri tre coinvolti in una massiccia protesta che aveva scosso la regione, mentre a giugno il governo cinese aveva inviato 800 uomini per impedire la commemorazione della morte Tenzin Khedup, immolatosi il 20 giugno per chiedere l'indipendenza del Tibet e il ritorno del Dalai Lama, in esilio dal 1959.
Aumento dei controlli anche presso il monastero di Kirti, situato nella regione di Ngaba, provincia cinese del Sichuan, dove sarebbero avvenute almeno 31 delle 51 immolazione.

La questione tibetana ha raggiunto la scrivania del Segretario di Stato americano Hillary Clinton, in questi giorni nella capitale cinese per incontrare esponenti del governo di Pechino: The International Campaign for Tibet (ICT), organizzazione per la tutela dei diritti dei tibetani, ha inviato una lettera appositamente per sollecitare l'ex first lady a prendere le difese del Tibet durante la sua trasferta nel Paese di Mezzo; e con più fermezza rispetto a quanto non abbia già fatto in passato.

Bacchettata anche la stampa internazionale -si salvano Guardian ed Economist- contro la quale Asia Sentinel ha puntato il dito lunedì con un lungo articolo al vetriolo. Le autocombustioni tibetane sembrano essere un topic da social network, dove sempre più spesso circolano foto e video di corpi avviluppati dalle fiamme, ma scarsamente trattate dai media mondiali. Forse per mancanza di fonti dirette a causa dell'inaccessibilità di molte zone, forse per paura di pestare i piedi ad una superpotenza che, sebbene criticata quanto a diritti umani, rimane pur sempre un partner commerciale da non farsi sfuggire.

Non ebbe altrettante remore il New York Times a raccontare la storia del monaco vietnamita Thich Quang Duc, datosi fuoco nel 1963 per protestare contro la persecuzione del Buddhismo messa in atto dal presidente cattolico Ngô Đình Diệm. Al tempo la notizia rimase in prima pagina per diversi giorni, commenta l'autore del pezzo, un giornalista tibetano trasferitosi negli Usa.

Spesso ci si chiede se le auto-immolazioni tibetane siano un rituale religioso o una protesta politica -scriveva a giugno sul Washington Post Lobsang Sangay, Primo Ministro del governo tibetano in esilio- senza capire che  è "a causa della negazione del diritto a mettere in atto forme di rimostranza meno estreme che i tibetani scelgono l'autocombustione." "Abbiamo più volte chiesto al nostro popolo di non ricorrere a gesti tanto drastici come le immolazioni, ma il fenomeno continua anche oggi" ha affermato il capo del governo di Dharaamsala.

All'inizio di settembre un alto funzionario cinese ha ribadito che la fase di stallo in cui vertono i dialoghi sino-tibetani continuerà almeno sino alla fine di quest'anno. Se verrà ripresa la questione Tibet, ha spiegato Xu Zhitao, del United Front Work Dipartment, ufficio che dal 2002 rappresenta Pechino davanti agli emissari tibetani - sarà soltanto per intimare al Dalai Lama di "smetterla con i suoi discorsi separatisti e conquistare la fiducia del governo e del popolo cinese".

La guida spirituale tibetana in una recente intervista alla Reuters aveva parlato di "segni incoraggianti" riferendosi alla prossima generazione di leader che assumerà le redini del paese al prossimo Congresso del Partito, previsto per ottobre. Grandi attese sono riposte nella figura di Xi Jinping, salvo colpi di scena futuro presidente della Repubblica popolare e figlio di Xi Zhongxun, uno dei leader più liberali della Rivoluzione cinese, noto per il suo approccio meno intransigente verso il Tibet.

L'ultimo round dei colloqui tra Pechino e Dharamsala risale al gennaio 2010, da allora il governo cinese si è rifiutato di incontrare la delegazione tibetana. Ma ci sono novità nell'aria: il primo settembre il ricambio al vertice del United Front Work Department ha visto salire alla direzione Ling Jihua, uno degli uomini di Hu Jintao, fino al 31 agosto capo dell'Ufficio Generale del Comitato Centrale del Partito e da alcuni giorni al centro di uno scandalo che vedrebbe coinvolto il figlio. Una "retrocessione", di fatto, quella di Ling -la cui corsa per una delle poltrone del Comitato Permanente del Politburo, il gotha cinese, è ora tutta in salita- sulla quale Dharamsala non può che riporre grandi speranze.

(Pubblicato su Dazebao)

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...