giovedì 9 aprile 2015

Cina, Giappone e il Risiko indocinese


Dalle acque agitate del Mar Cinese Orientale alle coste dell’Indocina. L’agguerrita competizione tra Cina e Giappone cambia scenografia. Sedate le belligeranze sulla sovranità delle isole Diaoyu/Senkaku, la partita tra la seconda e la terza economia del mondo si gioca nel Sudest asiatico, crocevia di importanti rotte commerciali ed energetiche; anticamera di entrambi anche se della Cina un po’ di più. Ma stavolta le dispute territoriali non centrano.

Epicentro di un nuovo ‘Risiko in salsa di soia’ la Thailandia post-Shinawatra con le sue infrastrutture ferroviarie obsolete e la sua perenne fame di capitali stranieri. Qui Pechino e Tokyo stanno cercando di realizzare ciò che la State Railway Thailand -perennemente a corto di finanziamenti – non è stata ancora in grado di fare. In cantiere ci sono due linee ferroviarie in grado di agganciare il ‘Paese dei sorrisi’ ai vicini Birmania (Myanmar), Laos e Cambogia regalando alla penisola indocinese una connettività senza precedenti. Le tratte in questione sono la Bangkok-Kunming, che taglia la Thailandia da Nord a Sud e arriva nella Cina meridionale passando per Map Ta Phut (Laos), e la Dawei-Phnom Phen che parte dalla Birmania, tocca Bangkok raggiunge la capitale cambogiana e potrebbe in futuro proseguire fino a Ho Chi Min e Vaung Tau, Vietnam.

Note come North-South ed East-West, le due linee sono finanziate rispettivamente da capitali cinesi e giapponesi a interessi relativamente bassi: la prima, i cui lavori inizieranno il prossimo anno, dovrebbe essere pronta entro il 2020 per un costo di 12 miliardi di dollari soltanto per il tratto thailandese (734 chilometri), estendibile in futuro sino alle coste bagnate dall’Oceano Indiano in modo da creare una via alternativa più diretta che permetterebbe alle navi cargo cinesi di aggirare il volatile Stretto di Malacca. La seconda, di contro, è ancora in fase di studio, ma la costruzione risulta agevolata dalla conformazione del territorio prevalentemente pianeggiante che dovrebbe ridurre le spese. La sezione tra la Thailandia e la Birmania risulta particolarmente necessaria alla luce della ripresa dei lavori per la Dawei Special Economic Zone, la zona economica speciale -appoggiata da Tokyo- che, una volta completata, concorrerà a rendere quella dell’omonimo porto d’altura l’area industriale più grande del Sudest asiatico. In ballo non c’è soltanto l’integrazione economica e commerciale del ‘Paese dei sorrisi’. In un momento in cui le riforme democratiche vertono in una fase di stallo, per la giunta militare -salita al potere lo scorso anno con un colpo di Stato- si tratta di lasciare in eredità un risultato tangibile del proprio operato. L’impresa non è semplice. A ricordarlo la sfilza chilometrica di pilastri destinati a sostenere una ferrovia sopraelevata (mai ultimata) che avrebbe dovuto raggiungere il Don Muang International Airport. Lo chiamano ‘Thai Stonehenge’ ed è l’esempio più lampante delle promesse mai mantenute dai Governi succedutisi dagli anni ’90 a oggi.

Per la Cina il progetto ferroviario costituisce un importante tassello della 21st Century Martitme Silk Road, piano attraverso il quale Pechino punta a velocizzare gli scambi tra Asia ed Europa fortificando le infrastrutture locali. E’ con questo scopo che nasce l’AIIB (Asia Infrastructure Bank), diretta concorrente dell’istituto a guida giapponese ADB (Asian Development Bank), pensata appositamente per supportare finanziariamente lo sviluppo logistico della regione sotto il cappello cinese. Nel grande piano asiatico di Pechino, la Thailandia funge da anello di congiunzione tra la penisola malese e i vicini Laos, Cambogia e Vietnam. Motivo per cui l’establishment cinese ha provveduto ad annodare amichevoli relazioni con il nuovo Governo di Bangkok, come conferma un recente accordo per l’acquisto di riso e gomma, commodities particolarmente colpite dal calo dei prezzi dello scorso anno.

Dal punto di vista giapponese si tratta di mantenere viva la propria influenza nel Sudest asiatico, importante fucina del manifatturiero nipponico, evitando che esso ricada completamente sotto l’influsso cinese. La presenza del Sol Levante in Thailandia risale agli anni ’80-’90, quando Tokyo si incaricò delle spese per lo sviluppo delle infrastrutture locali. Sebbene non incolumi dall’inondazione che ha colpito il ‘Paese dei sorrisi’ nel 2011, oggi le società giapponesi -dal settore automobilistico all’elettronica- contano per due terzi degli investimenti stranieri in Thailandia, complice il ritiro delle attività dalla Cina in seguito dell’escalation delle dispute marittime tra Pechino e Tokyo. Lo scorso anno il Giappone ha investito nello Stato del Sudest asiatico la cifra record di 10 miliardi di dollari, secondo dati del Ministero delle Finanze giapponese. Ma le mire della terza economia mondiale sembrano gradualmente riposizionarsi verso mercati più convenienti: Laos, Vietnam e Cambogia forniscono un’alternativa a basso costo con cui rimpiazzare Thailandia e Cina, l’ormai ex ‘fabbrica del mondo’ sempre meno votata al low cost e sempre più all’high-end. In Thailandia, d’altro canto, gli stipendi sono lievitati del 40 per cento da quando due anni fa il salario minimo è cominciato a crescere, e sono parecchie le compagnie pronte a delocalizzare le attività labour-intensive nei Paesi limitrofi come appendici della filiera. “Abbiamo bisogno di ridurre le spese, ma allo stesso tempo di rimanere vicini alla Thailandia“, spiega al ‘Wall Street Journal’ Toshiko Watanabe, portavoce del fornitore di componentistica automotive Denso Corp.

Facendo leva sull’insofferenza diffusa nei confronti dell’assertività cinese nella regione, negli ultimi anni il Giappone è riuscito a estendere la propria influenza nell’area, utilizzando un modello di cooperazione basato sul trittico ‘aiuti, commercio e investimenti‘. Lo stesso sta facendo la Cina. Nel 2014 gli affari nipponici in Cambogia hanno raggiunto quota 127 milioni di dollari, un aumento di tre quarti rispetto al 2012, nonostante il netto vantaggio accumulato dal Dragone: tra il 2005 e il 2012 le società cinesi hanno investito nella terra degli Khmer dieci volte le concorrenti giapponesi, e quattro volte quanto sborsato dal Sol Levante in Laos, vecchio alleato comunista di Pechino bisognoso di liquidità. Qui il gigante asiatico ha interessi nelle miniere, centrali idroelettriche nell’agricoltura e, naturalmente, nel manifatturiero. Come potrebbe non averne dal momento che produrre in Laos costa un terzo che produrre oltre Muraglia!

In Birmania la volontà di affrancarsi dalla dipendenza cinese sta spingendo il nuovo Governo ‘civile’ tra le braccia di Giappone e Stati Uniti. A Tokyo si devono i fondi per lo sviluppo di una zona industriale a sud di Yangon, pensata per il settore dell’abbigliamento e l’industria automobilistica. Mentre l’Indonesia dovrà sciogliere le riserve entro l’anno riguardo alla realizzazione della ferrovia superveloce Jakarta-Bandung. Appena alcuni giorni fa, un memorandum d’intesa tra il Ministero delle Imprese statali indonesiano e la National Development and Reform Commission (l’agenzia cinese di pianificazione economica) ha riportato in gara Pechino, sebbene dal 2012 la Japan International Cooperation Agency sia alle prese con uno studio di fattibilità del progetto ormai in fase di rifinitura. Il tutto dopo un delicato corteggiamento che negli scorsi giorni ha portato il nuovo Presidente Joko Widodo a Tokyo, prima, e a Pechino, poi.

Ma è in Vietnam che il braccio di ferro tra i due cugini asiatici si fa più acceso. Con una popolazione complessiva di 150 milioni di abitanti e una crescita annua superiore al 6 per cento, Vietnam e Myanmar sono il vero traino dell’economia del Sudest asiatico. In particolare, il Vietnam vanta la crescita più rapida della classe media e benestante in tutta la regione, con buone possibilità che entro il 2020 il bacino di nuovi consumatori raggiunga le 33 milioni di unità dai 12 milioni del 2012. Da qui la strenua competizione tra il Dragone e il Sol Levante per rafforzare il proprio potere attrattivo nel Paese. Negli ultimi anni, il Giappone ha concesso ad Hanoi più prestiti che a qualsiasi altro Paese; 1,8 miliardi di dollari nel solo 2014 per l’ampliamento dell’aeroporto internazionale e la costruzione di un’autostrada. Pechino, da parte sua, ha guadagnato terreno sostenendo finanziariamente lo sviluppo di centrali a carbone, fino ai primi anni 2000 comparto dominato dalle compagnie europee, giapponesi e statunitensi. Alla Cina si deve un terzo dei 19.000 megawatts aggiunti alla rete vietnamita dal 2009. Tuttavia, la scarsa qualità dei servizi, i frequenti guasti e la tendenza delle società d’oltre Muraglia ad assumere personale cinese a discapito dei lavoratori locali alimentano ricorrenti espressioni di malcontento con spiccate coloriture nazionaliste. Specie dopo che lo scorso anno Pechino ha provveduto a parcheggiare temporaneamente una piattaforma petrolifera in acque contese, ricche di gas e risorse naturali.

Sfruttare sapientemente le proprie riserve valutarie potrebbe aiutare la Cina a cementare le relazioni con i vari attori regionali e dissipare i timori innescati dalla svolta muscolare intrapresa dalla nuova leadership cinese sullo scacchiere internazionale. Stando ad uno studio condotto dalla Japan International Cooperation Agency, nel 2013 Pechino ha concesso 7,1 miliardi di dollari in aiuti all’estero, la spesa più considerevole dopo quella di Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia e Giappone. Numeri che parrebbero ormai rendere il Dragone uno dei principali benefattori dello sviluppo asiatico, grazie al disimpegno americano nella regione a favore di un maggior coinvolgimento in Pakistan e Afghanistan.

Al contempo, l’ascesa della Cina a potenza regionale implica una lenta metamorfosi nel modo di esercitare la propria assistenza ai Paesi vicini. Se al tempo della Guerra Fredda a guidare la spesa cinese all’estero era sopratutto l’affinità ideologica tra i membri del blocco comunista, col passare del tempo l’elargizione di sussidi è diventata uno strumento di diplomazia economica per puntellare la crescita nazionale e sopperire al bisogno di materie prime. Anche se l’appartenenza cinese alla cerchia dei ‘Paese in via di sviluppo’ viene tutt’oggi opportunamente sbandierata da Pechino per addolcire il saccheggio di risorse naturali, sopratutto in Africa e America Latina. Non a caso il gigante asiatico preferisce presentarsi all’esterno come ‘partner’ piuttosto che come ‘donor’, e vincola il proprio intervento oltreconfine al rispetto dei cinque principi di coesistenza pacifica. Cosa che gli riesce piuttosto bene nei Paesi CLMV (Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam) con i quali intrattiene relazioni virtuose da oltre duemila anni, un po’ meno con Stati marittimi quali Malaysia, Indonesia e Filippine di più giovane affiliazione alla galassia sinocentrica. Di contro, il Giappone ha cercato di sfruttare il bagaglio ideologico che lo distingue dal Dragone, proponendosi nella regione con il ruolo di esportatore di valori universali, diritti umani, innovazione e democrazia. Ma la superficialità dei rapporti economico-culturali con CLMV, inseriti in una strategia mirata soltanto al volgere del nuovo secolo -prima i CLMV venivano trattati in maniera generica nell’ambito dei rapporti diplomatici con l’ASEAN tutta- potrebbe remare a suo sfavore. Così come d’intralcio potrebbe essere l’immagine ripulita che la Cina vuole dare di sé promuovendo nel mondo ferrovie e tecnologia nucleare. Non più paccottiglia Made in China ma tecnologia a prova di standard internazionali.

“Mi trovo d’accordo con la studiosa americana Carol Lancaster nel ritenere che il sistema di aiuti cinesi sia per così dire ‘work in progress’. La Cina continuerà a migliorare imparando dai propri errori, proprio come i vari Paesi donatori del Development Assistance Committe e dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico hanno fatto durante i loro primi anni come fornitori di aiuti internazionali“, spiega a ‘L’Indro’ Dennis Trinidad, Professore di Economia politica internazionale presso la De La Salle University nonché autore di “China and Japan’s Economic Cooperation with the Southeast Asian Region“, “L’enfasi sulle ferrovie è dovuta a un aumento della domanda nel Sudest asiatico. La regione è progredita economicamente e lo sviluppo delle infrastrutture è diventato una priorità per i vari Governi locali. Ma si tratta di un cambiamento radicale? Io non penso. Gli aiuti cinesi sono ancora spesso concentrati su progetti infrastrutturali, che già nel 2009 contavano per il 61 per cento dei prestiti agevolati all’estero erogati da Pechino. Nel documento 2014 intitolato ‘China’s Foreign Aid’, pubblicato dall’Ufficio del Consiglio di Stato, si afferma, tra le altre cose, che la Cina continua ad aderire sempre agli stessi principi in materia di sussidi: non imposizione di condizioni politiche, non interferenza negli affari interni, e lasciare sviluppo autonomo ai Paesi beneficiari. Inoltre, la maggior parte degli aiuti cinesi rimane legata alle imprese statali. Anche se bisogna riconoscere che il campo di assistenza si è ampliato; ora include la cancellazione del debito e l’assistenza umanitaria in casi d’emergenza“.

(Pubblicato su L'Indro)

sabato 4 aprile 2015

L'AIIB per una nuova strategia multilaterale


Con le adesioni dell’ultimo minuto, salgono a oltre 40 gli aspiranti membri fondatori dell’AIIB (Asia Infrastructure Investment Bank), la superbanca promossa da Pechino con l’intento di sopperire al deficit infrastrutturale dell’Asia e promuovere una ‘democratizzazione’ dell’ordine economico internazionale secondo ‘caratteristiche cinesi’. Solo 31 i Paesi per ora ammessi ufficialmente, di cui una lista completa verrà rilasciata nei prossimi giorni. La Germania è già dentro.

Il progetto -preannunciato nell’ottobre del 2013 durante il tour del Presidente Xi Jinping nel Sudest asiatico- ha cominciato a prendere forma con un primo memorandum d’intesa sottoscritto da 21 Paesi lo scorso ottobre. Ma nuove adesioni si sono succedute sino al 31 marzo (deadline per i membri fondatori), inframmezzate dagli avvertimenti allarmistici di Washington sulla governance dell’istituto (quanto a standard qualitativi e sostenibilità dei progetti). Cui si aggiungono i timori per le presunte ambizioni dirigiste della Cina nella creazione di una nuova Bretton Woods a guida asiatica.

Da tempo Pechino rivendica un maggior peso nei grandi enti internazionali ritenuti poco rappresentativi dei Paesi emergenti, nuovo centro propulsore della crescita mondiale. Nel FMI (Fondo Monetario Internazionale), i diritti di voto di Stati Uniti, Giappone e Cina sono fissati rispettivamente a 16,75 per cento, 6,23 per cento e 3,81 per cento. Secondo riforme concordate nel 2010 e mai attuate, il Dragone dovrebbe poter raggiungere una quota di circa il 6 per cento, mentre il suo potere di voto nell’ ADB (Asian Development Bank) è ancora inferiore (5,4 per cento contro il 12,8 per cento del Giappone e il 12,7 per cento degli Stati Uniti). In questo contesto l’AIIB si propone come catalizzatore di un rinnovato sistema finanziario mondiale, con un occhio particolarmente attento al gap infrastrutturale che affligge i Paesi asiatici (si parla di 800 miliardi di dollari all’anno) ormai al di là delle capacità dei due istituti.

L’ipotesi di una rivoluzione degli equilibri globali, tessuti minuziosamente da Washington nell’arco di oltre mezzo secolo, ha innescato svariati campanelli d’allarme sull’altra sponda del Pacifico. Nonostante le pressioni esercitate dagli Stati Uniti per dissuadere le Nazioni amiche, negli ultimi giorni l’AIIB ha ricevuto il consenso dei più fidati alleati regionali di Washington (Giappone escluso), proprio mentre sull’isola cinese di Hainan andava in scena l’annuale Boao Forum, versione asiatica di Davos. Tema del vertice: ‘Il nuovo futuro dell’Asia; verso una comunità dal destino condiviso‘ (“Asia’s New Future: Toward a Community of Common Destiny”). Un punto, questo, sul quale la Cina di Xi Jinping ritorna regolarmente in presenza dei vari partner locali con l’intento non dichiarato di isolare ‘culturalmente‘ gli Stati Uniti.

Come fa notare Gideon Rachman sul ‘Financial Times’, se è vero che, davanti all’assertività cinese in acque e territori contesi, gli Stati Uniti continuano a ricoprire il ruolo di prezioso gendarme regionale (Giappone, Filippine, Australia e Corea del Sud hanno con gli States trattati di mutua difesa) è anche vero che le disponibilità finanziarie sono il vero asso nella manica del Dragone; immense riserve in valuta estera (oltre 3 trilioni) da impiegare per lo ‘sviluppo comune’ del continente e che dovrebbero andare a riempire il 65 per cento del Silk Road Fund, il fondo speciale da 40 miliardi di dollari con cui Pechino finanzierà l’altro grande progetto a base di infrastrutture di cui si è fatto promotore. Quello per una cintura economica tra Asia e Europa (‘Belt and Road’) in grado di riportare in vita le tratte commerciali dell’antica Via della Seta. Chi ha buona memoria ricorderà come -con buona pace dello ‘Zio Sam’- la Cina avesse già incassato un largo consenso in sede Apec per l’avvio di un piano di studio sul FTAAP (Free Trade Agreement for the Asia-Pacific), area di libero scambio più allargata e inclusiva della TTP statunitense da cui Cina e Russia sono escluse. Ogni vittoria cinese si traduce in un inciampo americano. Tanto più che stavolta a cedere alle lusinghe della seconda economia mondiale e della sua superbanca sono attori extra-regionali del calibro di Gran Bretagna, Germania, Italia e Francia. Così, mentre Pechino ribadisce a mezzo stampa le sue buone intenzioni (l’AIIB è «complementare -non in competizione- agli istituti già esistenti» e «farà tesoro dell’esperienza delle banche esistenti quanto a struttura di governance, politiche ambientali e di sicurezza sociale aggirando, al contempo, gli ostacoli esistenti al fine di ridurre i costi e migliorare l’efficienza») anche a Washington comincia a diffondersi l’impressione che la strategia dell’ostruzionismo si stia rivelando controproducente. Sul versante esterno, permane la sensazione che il ‘Pivot to Asia‘ di Obama sia eccessivamente declinato alla sicurezza; sul versante interno, si affacciano i dubbi di un’opinione pubblica dubbiosa davanti all’estromissione volontaria degli Usa da un progetto che coinvolge trasversalmente il pianeta.

La banca, con un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari -per la maggior parte fornito dal Dragone-, avrà sede a Pechino, possibili filiali in altri Paesi, e sarà pronta entro la fine dell’anno. Pensata appositamente per l’Asia -continente che rappresenta ormai almeno un terzo dell’economia globale-, potrebbe in futuro ampliare lo spettro delle proprie operazioni oltre i confini regionali. Come fa notare Yun Sun, analista del Wilson Center, l’AIIB si presenta come una banca commerciale multilaterale piuttosto che un’agenzia di sviluppo. Vale a dire che oltre a finanziare i progetti infrastrutturali (facilmente soggetti a sprechi e corruzione) sarà anche tenuta a rimborsare i costi e ad assumersi maggiori rischi per risultare più competitiva degli enti concorrenti. Mentre permane la sensazione che esista uno scollamento tra le priorità dei leader cinesi (assicurare alti standard di qualità) e quelle dei vari gruppi d’interesse (servire l’agenda economica in funzione degli obiettivi strategici nazionali), con il rischio di discriminazioni nei confronti dei partner considerati meno amichevoli nei confronti del gigante asiatico.

Anni fa, la Cina e le sue varie agenzie, tra cui la China Development Bank e China ExIm Bank, hanno superato la Banca mondiale come principale finanziatore dei Paesi a medio reddito. Ma non certo per disinteressato altruismo. Nella maggior parte dei casi l’erogazione del credito è stata funzionale al raggiungimento di alleanze politiche secondo la formula ‘prestiti in cambio di risorse naturali’. Lo schema ha funzionato per anni. Ad Africa e America Latina serviva liquidità, al gigante asiatico occorrevano materie prime e mercati di sbocco per i propri prodotti. Fino a quando, sulla scia del calo dei prezzi delle commodity, l’insolvenza dei debitori è diventata più che una semplice eventualità. Stando agli esperti, il Venezuela -ricompensato da Pechino per le sue forniture di petrolio con totali 56,3 miliardi di dollari- ha il 90 per cento delle possibilità di incorrere in un default. Ed Ecuador e Argentina non stanno messi molto meglio.

Sebbene la mancanza di dati ufficiali lasci soltanto immaginare l’entità complessiva dei prestiti cinesi, secondo Fred Hochberg, Presidente della statunitense Export-Import Bank, tale cifra negli ultimi anni avrebbe toccato i 670 miliardi di dollari. Secondo stime più prudenti di Kevin Gallagher, Professore associato della Boston University, e Margaret Myers, Direttore del think tank Inter-American Dialogue, i prestiti concessi dalla Cina all’America Latina hanno raggiunto i 119 miliardi dal 2005 a oggi, con un aumento di 22 miliardi soltanto lo scorso anno, mentre il credito ai Paesi africani per il periodo 2000-2011 si aggirerebbe sui 53 miliardi. E’ così che si sta delineando l’esigenza di un approccio più istituzionalizzato attraverso l’utilizzo di piattaforme multilaterali (come l’AIIB e la New Development Bank, la banca dei Brics) in modo da suddividere oneri e rischi tra diversi attori. Senza contare che il rallentamento della crescita economica cinese -al livello più basso da 24 anni- fa sì che l’appetito del Dragone per le risorse naturali non sia più tale da giustificare coalizioni spericolate. Le esigenze della seconda economia del mondo sono cambiate: «Continuare a mettere le riserve valutarie estere in titoli del tesoro Usa non sta portando grandi ritorni, per cui utilizzarle per finanziarie infrastrutture sembra una situazione win-win che crea opportunità di business [oltreconfine] per le compagnie cinesi affette da sovracapacità in Patria», spiega al ‘Financial Times’ Brautigam.

C’è tutta una letteratura, meno nota, secondo la quale l’emarginazione della Cina negli istituti internazionali sarebbe stata volontariamente incoraggiata dalla Cina stessa. Non è un mistero che Pechino preferisca continuare a stazionare sul secondo gradino del podio, smarcandosi dalle responsabilità che spettano a una superpotenza. D’altronde, il placet concesso dall’Europa, -si dice barattato con la rinuncia del Dragone ad esercitare il potere di veto nell’AIIB- sarebbe il sintomo di una debolezza molto più reale che strumentale. Secondo Alan Beattie del ‘FT‘, estendendo l’invito ai Paesi occidentali nella nuova banca, il gigante asiatico riconosce di fatto la necessità di ottenere una legittimazione politica. Anche se questo implica la possibilità di pressioni e restrizioni sulle operazioni dell’istituto per via delle preoccupazioni diffuse riguardo alle pratiche disinvolte con cui Pechino gestisce diritti umani e questioni ambientali.

Tutto è cominciato con l’ingresso della Gran Bretagna, seguita nel giro di 72 ore da Francia, Germania e Italia. La partecipazione dell’Europa a un progetto asiatico secondo regole cinesi è cosa tutt’altro che scontata. Addirittura insensata, secondo François Godement, Senior Policy Fellow presso l’European Council on Foreign Relations, se si considera che “dal 1998 l’Asia (non solo la Cina) ha continuato ad accumulare riserve in valuta estera e gode di un tasso di crescita da far vergognare le economie europee“. Tirarsi indietro vorrebbe dire rinunciare a un posto nel grande disegno euroasiatico promosso da Pechino (la ‘Belt and Road’ di cui sopra). Fiondarsi a capofitto nel progetto, tuttavia, potrebbe non essere la scelta più giusta. Come ricorda Godement, tra il 1993 e il 1997 le banche del Vecchio Continente cercarono di arginare il calo dei profitti nel mercato domestico proponendosi come principali creditori della crescita asiatica. Ma finirono per rimetterci al sopraggiungere della crisi che travolse la regione alla fine degli anni ’90. Per Godement, sarebbe più logico sviluppare un fondo europeo per le infrastrutture sulla base del nuovo Juncker Fund, una sorta di EIIB da estendere a partecipazioni esterne, Cina inclusa. Il che però richiederebbe una coesione tra i 28 Stati membri al momento quasi inimmaginabile considerata l’accesa rivalità tra Londra, ex partner numero uno di Pechino, e Berlino, che ormai conta per il 40 per cento degli scambi tra la Cina e l’Unione europea (Ue).

“L’Ue potrebbe fare benissimo entrambe le cose: aderire all’AIIB e istituire una EIIB. Perché no?!“, ci dice Jiang Shixue, Vice Direttore dell’Istituto di Studi europei presso l’Accademia cinese delle Scienze sociali. “Purtroppo gli europei sembrano del tutto incapaci di mettersi d’accordo tra loro; sono solo in grado di competere uno contro l’altro e dividersi di fronte a soggetti esterni. La mancanza di ambizione per l’Europa, e la gara disdicevole di tutti contro tutti la dice lunga riguardo la mancanza di fiducia tra i membri chiave quando si tratta di interesse economico. E’ davvero uno spettacolo spiacevole.”

Più misurato il giudizio di Fredrik Erixon, Direttore dell’ European Centre for International Political Economy (ECIPE): “L’Unione europea non dovrebbe far parte dell’AIIB per il semplice fatto che l’Ue non è membro di nessuna banca di sviluppo locale al di fuori dell’Europa,” ci spiega, “non lo è nemmeno della Banca Mondiale. Né ha un budget da destinare a investimenti ‘extraeuropei’. Tuttavia è cosa ben diversa se i singoli Governi vogliono incanalare una piccola parte dei loro bilanci per gli aiuti attraverso il nuovo istituto“.

(Pubblicato su L'Indro)

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