giovedì 29 gennaio 2015

Il Sogno di una Cina egualitaria


(Pubblicato su 'L'Indro')

Salari più alti, disparità ricchi-poveri in calo e un progressivo livellamento tra impiego pubblico e privato. Tre ingredienti vanno ad arricchire la ricetta del 'Sogno Cinese', quel concetto nebuloso che contiene in proporzioni variabile gli ideali di una 'società moderatamente prospera' e una 'grande rinascita nazionale', concorrendo a rimpiazzare l'omologo americano.

Lo scorso 23 gennaio, il Ministero delle Risorse umane e della Sicurezza sociale ha reso noto un aumento mensile in busta paga di circa 300 yuan (48 dollari) per gli oltre 40 milioni di dipendenti e funzionari pubblici. Si tratta del primo ritocco all'insù dal 2006 nel salario di base, che verrà ristrutturato in modo da inglobare parte degli aumenti di merito e delle indennità supplementari. Ulteriori modifiche verranno praticate con regolarità ogni uno due anni. Della manovra -con effetto retroattiva al 1 ottobre- dovrebbero beneficiare sopratutto gli impiegati di grado inferiore, mentre i funzionari di alto livello ministeriale (tra i quali rientrano anche i leader Xi Jinping e Li Keqiang) passeranno dagli attuali 7.020 yuan (1.130 dollari) a 11.385 yuan. L'incremento -che il portavoce del dicastero definisce «non grande» e decisamente basso per gli standard globali- servirà a dissuadere i funzionari dal rimpinguare il proprio magro stipendio attraverso attività illegali. Ma sopratutto aiuterà a controbilanciare i costi della riforma delle pensioni, altra misura annunciata di recente volta a uniformare il pubblico e il privato sotto un unico modello contributivo. Nonostante i dipendenti statali godano di pensioni più alte, fino a oggi hanno beneficiato di un sistema vecchio sessant'anni che esonera il lavoratore dal versamento dei contributi al fondo pensione, interamente a carico dello Stato. Un privilegio che non è mai andato giù agli impiegati del settore privato tenuti a versare l'8% del proprio salario a cui si aggiunge un 20% sborsato dal datore di lavoro. Nel 2005, la pensione mensile di un impiegato statale era di circa 1.367 yuan, quasi due volte quella di un operaio. Sei anni dopo, il divario era schizzato a 2.175 yuan per i lavoratori pubblici e 1.508 per i privati.

Secondo un sondaggio effettuato dall'agenzia di stampa Xinhua, «la disparità e la diseguaglianza del sistema pensionistico rientra tra le principali preoccupazioni dei rispondenti, seguito dalla difficoltà nel riuscire a cambiare lavoro, e dal carico crescente che [il sistema] comporta per la spesa pubblica». L'unione dei due modelli dovrebbe facilitare il passaggio dei lavoratori tra statale e privato «spianando la strada a l'uguaglianza sociale». Ma bisogna intendersi sul significato di 'uguaglianza sociale'. Per gli insegnanti di Zhaodong, provincia dello Heilongjiang, il nuovo sistema contributivo equivale ad uno scippo in busta paga; e non hanno mancato di farlo presente incrociando le braccia per diversi giorni. "Negli ultimi anni gli scioperi degli insegnanti sono stati piuttosto frequenti, tuttavia quelli dello Heilongjiang sono inusuali per il loro livello di coordinamento," spiega a 'L'Indro' Geoff Crothall di CLB (China Labour Bulletin), gruppo per la difesa dei diritti dei lavoratori con base a Hong Kong, "al momento il Governo è preoccupato per gli scioperi dei lavoratori edile, dei minatori e di molti impiegati nel settore dei servizi. Gli insegnanti rientrano in un quadro più ampio che sono certo le autorità guarderanno molto da vicino." Secondo l'organizzazione, da inizio 2014 a novembre in Cina ci sono stati 1.206 'incidenti' legati al mondo del lavoro (leggi: proteste e scioperi), contro i 592 del 2013 e i 337 dell'anno prima.

Genesi di una società iniqua 

La scorsa settimana il NBS (National Bureau of Statistic), l'Istat cinese, ha snocciolato una serie di dati sulla performance del Dragone nel 2014. Per il sesto anno di fila, il gigante asiatico ha registrato una riduzione del coefficiente di Gini, indicatore che misura la diseguaglianza sociale su una scala da 0 (perfetta uguaglianza) a 1 (massimo livello di disparità). Il miglioramento è lieve (da 0,49 a 0,47)  e sebbene la Cina si mantenga ancora sopra lo 0,4 -soglia che gli osservatori internazionali rubricano come 'warning level'-, tuttavia un costante aumento del reddito e un tasso di disoccupazione contenuto dovrebbero portare ad un progressivo assottigliamento della forbice ricchi-poveri. E ciò che più conta: dovrebbe andare a rinforzare la classe media, quella su cui Pechino ripone le proprie speranze per ravvivare i consumi e il terziario nell'ambito dellatransizione da un'economia export-oriented a una trainata dalla spesa interna. Secondo il 'People's Daily,' organo d'informazione legato al Partito comunista, il divario tra ricchi e poveri continua a rappresentare una delle principali minacce per la stabilità sociale. Mentre -avverte- un divario rimane 'ragionevole' se dettato da meccanismi di mercato, non è invece accettabile quando motivato dall'offerta di opportunità impari, un'allocazione delle risorse sbilanciata e decisioni politiche sbagliate. Come intervenire? Intanto, domando la disoccupazione. L'economia cinese lo scorso anno si è espansa del 7,4%, il ritmo più lento dagli anni '90 quando la crescita risentì delle sanzioni post-Tian'anmen. Scendere sotto il 7% potrebbe costare il lavoro a molti. Come suggerisce la televisione di Stato CCTV, per la Cina - e i suoi quasi 1,4 miliardi di abitanti- il problema è particolarmente insidioso: anche con un lieve aumento dell'1% del tasso di disoccupazione, decine di milioni di persone non saprebbero come sbarcare il lunario. Nell'ultima decade, nonostante la crisi finanziaria globale, il gigante asiatico è riuscito a mantenere la disoccupazione entro un margine del 4-4,5%. Qualcosa in più (5,1%) se si tiene conto dei 298 milioni di lavoratori migranti, la popolazione fluttuante ignorata dalle statistiche ufficiali (ci ritorneremo in seguito). Lo scorso anno, sono stati creati 13,1 milioni di nuovi impieghi e altri 10 milioni sono previsti per il 2015; un obiettivo facilitato dalla costante diminuzione della forza lavoro. Secondo i dati rilasciati dalla NBS, nel 2014 la popolazione in età da lavoro (quella compresa tra i 16 e i 59 anni) è calata di 3,71 milioni di unità, confermando un trend iniziato nel 2012 con un prima sostanziale perdita di 3,45 milioni. Questo spiega anche il rallentamento economico. Come avvenuto in Giappone negli anni '90, la riduzione di manodopera corrisponde ad una decelerazione della crescita. Insomma, se da una parte l'erosione della forza lavoro aiuta a contenere il problema disoccupazione, dall'altra si traduce nell'aumento del costo del lavoro e nella perdita di competitività del manifatturiero, principale carburante della locomotiva cinese per circa tre decadi. Il problema è relativamente nuovo ma la sua principale causa ha almeno trent'anni. La Cina continua a scontare decenni di politica del controllo delle nascite.

Stando a recenti proiezioni delle Nazioni Unite, entro il 2030 la popolazione cinese over 65 raggiungerà quota 210 milioni dagli attuali 110, arrivando nel 2050 a costituire un quarto del totale. Per metterci una pezza, un anno fa Pechino ha provato ad allentare i divieti permettendo ad una coppia di avere due bambini se almeno uno dei genitori è figlio unico. Ma sino ad oggi i risultati sono stati al di sotto delle aspettative con solo 1 milione di coppie ad aver fatto richiesta tra gli 11 milioni di quelle classificate come 'idonee'.

"Nel 2004, la Cina ha passato il cosiddetto 'punto di svolta di Lewis', ovvero quella fase in cui si esaurisce il surplus di forza lavoro e i salari iniziano ad aumentare rapidamente," spiega a 'L'Indro' Zhang Xiaobo, senior research fellow del'IFPRI (Development Strategy and Governance Division International Food Policy Research Institute), nonché professore di economia presso la Peking University, "Da allora, gli stipendi dei lavoratori rurali non qualificati si sono apprezzati di un 10% ogni anno, superando in velocità quelli della controparte urbana. Poiché il divario tra città e campagne conta per la quota maggiore della diseguaglianza di reddito totale, una sua riduzione si traduce in un calo della diseguaglianza complessiva." Nel 2014, il reddito nelle zone rurali è cresciuto ad un passo più rapido rispetto a quello delle città (rispettivamente al 9,2% e 6,8%), rimarcando una direzione intrapresa nel 2010.

"La carenza di manodopera spiega anche il mistero di una crescita economica più lenta e del tasso di disoccupazione estremamente basso", conferma Zhang, "Con una disponibilità di manodopera più limitata, il settore del manifatturiero - in passato il più competitivo e labor-intensive- manca di carburante ed è costretto a rallentare al sopraggiungere della difficoltà di trovare lavoratori da assumere. Tutto ciò porterà con ogni probabilità ad una massiccia dipendenza dai macchinari come nuova forza produttiva. L'altra faccia della medaglia è che oggi i lavoratori godono di una migliore retribuzione e di una situazione di quasi pieno impiego. Negli ultimi anni, la quota del reddito da lavoro sul Pil totale ha ribaltato il suo trend in declino. Ma rimane da valutare un'altra dimensione della disparità sociale: la diseguaglianza intergenerazionale. Nei decenni passati, in Cina, la mobilità intergenerazionale è diminuita e questo è un fattore che inciderà inevitabilmente sulla disparità di reddito. Anche se penso che la riduzione del divario città-campagne giocherà un ruolo maggiore nel determinare la composizione della diseguaglianza di reddito complessiva, molto più della mancanza di mobilità intergenerazionale." Per identificare la genesi dell'iniquità occorre fare un passo indietro. Le riforme e l'apertura fine anni '70 hanno innescato un rimpasto della forza lavoro ridiretta dalle campagne verso il comparto industriale e dei servizi. Per più di un ventennio la manodopera cinese è sembrata inesauribile. Oltre 680 milioni di persone sono state liberate dalla povertà, ma dietro i numeri iperbolici del miracolo cinese hanno cominciato a svilupparsi diseguaglianza e tensioni sociali. Secondo uno studio della IFPRI, nell'ultimo mezzo secolo di storia le disparità sociali hanno raggiunto un alto livello di criticità nei periodi in cui il Governo cinese ha trascurato maggiormente il settore agricolo. Le passate amministrazioni hanno tentato di ridurre il gap in vari modi. Preso atto che nell'arricchimento glorioso lanciato da Deng Xiaoping, le province costiere (quelle più industrializzate) avevano finito per «arricchirsi prima di altre», nel 2000, l'allora Presidente Jiang Zemin promosse una campagna di sviluppo dell'Ovest volta ad attrarre finanziamenti statali e investimenti esteri nella Cina interna. Il successore Hu Jintao, corifeo della 'società armoniosa', varò una serie di politiche sociali per rivalutare delle zone rurali, dalla 'Costruzione di una Nuova Campagna Socialista' ad uno 'Schema Medico Cooperativo Rurale'.

La vulgata comune riconduce l'origine di tutti i mali alla trasformazione da un sistema economico pianificato socialista ad uno di tipo capitalistico. Ma per Martin K. Whyte, autore di 'Soaring Income Gaps: China in Comparative Perspective' nonché Professore di Studi Internazionali e Sociologia presso l'Università di Harvard, le cose non stanno proprio così. Secondo Whyte, come ci insegnano i trascorsi dei satelliti sovietici, il socialismo 'centralizzato' non porta ad una distribuzione più equa delle ricchezze. Anzi, crea società ineguali seppure in maniera diversa dai regimi capitalistici. Nel caso cinese, sembra aver influito particolarmente la presenza di 'un'economia cellulare' istituita tra gli anni '60 e '70 in risposta alle difficoltà incontrate nell'implementazione di una pianificazione centralizzata. A province, città, contee e comuni fu richiesto il raggiungimento di una certa autonomia produttiva così che «la maggior parte degli scambi economici sono avvenuti non attraverso i confini amministrativi locali, ma al loro interno». Questa struttura frammentaria nel tempo ha reso l'integrazione economica a livello nazionale più difficile che in altri Paesi, fa notare Whyte. Anche nel momento in cui le autorità centrali hanno cercato di ridistribuire le ricchezze tra ricchi e poveri, zone sviluppate e zone sottosviluppate, a giovarne è stato sopratutto il comparto industriale urbano. «All'epoca di Mao non vi è stato nessuno sforzo comparabile per una distribuzione dalle regioni povere a quelle ricche nel settore agricolo, piuttosto il contrario». Per almeno vent'anni a partire dal 1960, la leadership cinese ha cercato di mantenere ben distinta la popolazione urbana da quella rurale attraverso l'assegnazione dell'hukou, quel sistema di registrazione che limita i diritti, servizi e benefit sociali dei cittadini al loro luogo di residenza. Vale a dire che se si spostano li perdono.

Da tempo, Pechino sta cercando di cambiare gradualmente le cose e con più decisione da quando è stato annunciato un nuovo piano di urbanizzazione 'sostenibile' incentrato sulla migrazione verso le città di più piccola grandezza. Qui il sistema dell'hukou dovrebbe sparire completamente. Secondo Whyte, è proprio con l'inizio di una certa 'mobilità orizzontale' (ovvero geografica), in concomitanza con l'avvio delle riforme di Deng Xiaoping che in Cina si è assisto ad una graduale integrazione economica e sociale. Invitato a commentare gli ultimi dati della National Bureau of Statistics, Whyte spiega a 'L'Indro' che il calo del coefficiente di Gini è piuttosto lieve e, peraltro, contestato da molti sondaggi. "Dalle mie ricerche sulla reazione popolare davanti alla crescente disparità di reddito emerge che in realtà -a differenza di quanto sostenuto da giornalisti e comunicati ufficiali- la principale fonte di malcontento tra i cittadini cinesi è un'altra", ci dice, "Ho cercato di presentare alcune prove contro il 'mito del vulcano sociale' in un precedente libro pubblicato dalla Stenford University Press. Qui, sostanzialmente, smentisco la tesi che la peggiore minaccia per la stabilità politica interna sia la diseguaglianza di reddito. Piuttosto, ho rilevato che a far adirare di più la popolazione è la disparità di potere e le sue varie manifestazioni: corruzione, mancanza di protezione dai rischi, abuso di potere o l'impossibilità a ricevere un risarcimento quando si subisce ingiustamente una perdita. L'attuale orientamento intrapreso dalla leadership di Xi Jinping non comporta l'adozione di misure efficaci per combattere queste ingiustizie procedurali. Anche la tanto decantata campagna contro la corruzione continua ad essere messa in atto nella vecchia misteriosa modalità leninista piuttosto che attraverso un'indagine indipendente e procedure giudiziarie."

giovedì 22 gennaio 2015

Terre rare: a che punto siamo


Alla fine di dicembre, il Ministero del Commercio cinese ha annunciato la rimozione del sistema delle quote sull'export di terre rare, quei 17 elementi della tavola periodica ampiamente utilizzati nell'industria bellica e nell'high-tech, considerati per anni 'l'asso nella manica' del Dragone. Secondo le nuove linee guida (da attuare entro maggio 2015), per poter esportare i preziosi metalli le compagnie cinesi necessiteranno di una licenza, ma non vi sarà più alcuna restrizione sulla quantità vendibile all'estero. Come misura sostitutiva, probabilmente saranno introdotte tasse ambientali e sulle risorse. Altra novità: mentre prima i produttori coinvolti nel sistema delle quote erano solo 28, adesso -in teoria- qualsiasi compagnia in possesso di un apposito contratto risulta qualificata per l'export. Fattore che dovrebbe vivacizzare la competizione nel settore spingendo i prezzi verso l'alto dopo il crollo dello scorso anno, riferisce al 'China Daily' Chen Zhanheng, Vice Segretario Generale della China Rare Earth Industry Association.

La manovra -lungamente attesa-, si presenta come il capitolo conclusivo di un braccio di ferro internazionale durato circa un lustro. Nel 2012, il 'dossier terre rare' era scivolato sulla scrivania della WTO (World Trade Organisation) quando, per la prima volta, Stati Uniti, Giappone e Unione Europea avevano fatto quadrato presentando a Ginevra un reclamo congiunto sulle presunte irregolarità del gigante asiatico. Lo scorso marzo, l'Organizzazione Mondiale del Commercio ha riconosciuto che «le quote sulle esportazioni sono finalizzate al raggiungimento di politiche industriali» e «non rispettano le regole della WTO e gli obblighi della Cina nella WTO», di cui è membro dal 2001. Pechino ha fatto ricorso in appello e l'ha perso.

Tutto è cominciato quando, nel 2009, la Cina -che all'epoca ospitava il 30% delle scorte mondiali ma contribuiva per oltre il 90% della produzione- ha cominciato a centellinare le proprie esportazioni adducendo a sua discolpa l'implementazione di politiche di conservazione delle risorse nazionali. Le terre rare, nonostante il nome, non sono affatto rare in natura, ma la loro estrazione e lavorazione -oltre ad avere costi altissimi- è altamente laboriosa e dannosa per l'ambiente. Un punto sul quale il Governo cinese ha continuato ad insistere fornendo una corposa documentazione, ma racimolando scarsa credibilità. Mentre infatti l'applicazione delle restrizioni colpiva duramente la produttività degli utenti stranieri, l'industria interna ha continuato ad operare a briglia sciolta e con 'licenza di inquinare'. I funzionari cinesi hanno spesso espresso il desiderio di attrarre la produzione oltre la Muraglia nel segno di un maggiore interesse verso l'esportazione dei prodotti tecnologici finiti che non verso le materie grezze. Magari spingendo le società stranieri a fornire tecnologia ai partner locali. Allo stesso tempo, nel tentativo conclamato di razionalizzare l'industria (meno apertamente, di controllarla), è stata incentivata la fusione tra piccoli produttori e colossi di Stato.

E' bastato un ventennio per stravolgere l'industria delle terre rare. Intorno alla metà del Ventesimo secolo, India, Brasile e Sud Africa rappresentavano ancora la principale fonte di terre rare, seguiti a ruota dagli Stati Uniti almeno per tutto il periodo tra gli anni '60 e gli anni '80. Fino al volgere degli anni Duemila, l'America è stata in grado di sopperire alle esigenze domestiche contando sulle proprie risorse nazionali. La produzione a stelle e strisce si è esaurita una volta che i minerali low-cost in arrivo dalla Cina hanno cominciato ad alluvionare il mercato globale. Un mix di sussidi governativi, grande disponibilità di materie prime e zero attenzione per l'ambiente in fase estrattiva hanno permesso al gigante asiatico di abbattere i costi e praticare prezzi pari al 5% di quelli proposti dagli altri produttori internazionali. La stretta sul settore ha assunto toni particolarmente allarmanti quando, all'indomani della crisi finanziaria del 2008, molti dei Paesi che progettavano una ripresa proprio grazie all'export di alta tecnologia si sono trovati a corto di metalli 'rari'. Stati Uniti, Europa e Giappone per primi.

Lo scollamento tra le due principali economie del pianeta affonda le sue radici nel periodo tra gli anni '40 e gli anni '90, quando il gigante asiatico ha iniziato ad investire massicciamente nella ricerca scientifica attraverso i programmi 863 (National High-tech Research and Development) e 973 (National Basic Research). Nel 1963 è stato fondato il Baotou Research Institute of Rare Earth e al momento sono due i laboratori, entrambi statali, dedicati allo studio dei preziosi metalli: lo State Key Laboratory of Rare Earth Material Chemistry and Aplications e lo State Key Laboratory of Rare Earth Resource Utilization. Così come due sono le riviste specializzate a livello mondiale, entrambe dirette dalla Chinese Society of Rare Earth. «Il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare», aveva predetto nel 1992 Deng Xiaoping durante una visita a Bayan Obo, la più grande miniera cinese di terre rare situata in Mongolia Interna. Sette anni più tardi, l'allora Presidente Jiang Zemin dichiarava che «bisogna migliorare lo sviluppo e l'utilizzo delle terre rare, trasformando il vantaggio nelle risorse in una superiorità economica». E così è stato.

Godendo di una posizione di semi-monopolio, nel corso del tempo la Cina non ha mancato di sfruttare le proprie risorse come arma di ritorsione. Il 2010 è l'anno in cui le terre rare acquistano maggiore visibilità anche tra i non addetti ai lavori. Un 'incidente' avvenuto al largo delle isole Senkaku/Diaoyu (la cui territorialità è oggetto di storica contesa tra il Giappone e la Cina) tra un peschereccio cinese -che secondo i giapponesi aveva invaso le loro acque territoriali- e una motovedetta nipponica scatena l'ira del Dragone: Pechino chiude i rubinetti delle proprie forniture verso il Sol Levante (allora beneficiario del 66% dell'export cinese) innescando quella che è stata ribattezzata una 'crisi delle terre rare'. Gli effetti a livello pratico sono stati un taglio delle esportazioni del 70% e un aumento dei prezzi sul mercato globale del 40%. Pare che, sempre nel fatidico 2010, l'ala dei falchi avesse proposto l'applicazione di un embargo simile poco dopo un accordo da 6,4 miliardi di dollari tra Washington e Taiwan (che Pechino considera una provincia ribelle) per la vendita di armi.

E' in questo momento che, alla luce della virata protezionista, in Cina comincia a fiorire l'illegalità grazie all'intesa tra piccole compagnie minerarie e bande criminali capaci di dribblare i paletti fissati dalle autorità. Un'attività sotterranea che si stima abbia prodotto circa 20-30mila tonnellate l'anno e che è complice (insieme al rallentamento dell'economia globale) del crollo dei prezzi rimasti sostanzialmente stabili per tutto il periodo 2001-2009. Ad ogni modo, come suggerisce a 'L'Indro' Jon Hykawy, veterano di Bay Street ed esperto di materiali critici, il problema sta rientrando lentamente da sé: "A partire dal 2011, le quote fissate dalla Cina non sono state soddisfatte dalle vendite ufficiali. Dunque, perché mai un acquirente importante, come per esempio una grande casa automobilistica, dovrebbe dipendere dalla produzione illegale quando le quote gli permettono di comprare legalmente lo stesso ammontare e rimuovere buona parte dei rischi nella catena di approvvigionamento?"

Il fatto è che, sulla scia dei reclami in sede WTO, a partire dal 2012 le restrizioni sono state progressivamente rilassate. Addirittura, Du Shuaibing, analista di Baichuan Information, riferisce al 'China Daily' che la rimozione del sistema delle quote potrebbe avere scarso impatto sul mercato giacché negli ultimi anni il volume delle esportazioni si è attestato ben al di sotto del tetto previsto. Nei primi undici mesi del 2014, la seconda economia mondiale ha venduto all'estero 'solo' 24.866 tonnellate di terre rare, quando -secondo le direttive del Ministero del Commercio- ne avrebbe potute esportare fino a 30.996 tonnellate. "Mi sembra che le quote e le altre politiche che hanno posto un cuneo tra il prezzo interno e il prezzo internazionale delle terre rare non erano abbastanza limpide e in linea con l'accordo stabilito nell'ambito della WTO. Cambiare politica è un bel successo per lo stato di diritto nel commercio internazionale e viene incontro agli sforzi della leadership cinese di dare maggior spazio al mercato, ma penso che avrà effetti limitati sulla competitività internazionale", spiega a 'L'Indro' Eugene Gholz, Professore di Economia Politica presso l'Università del Texas di Austin nonché consulente del Dipartimento della Difesa americano.

Gholz è autore di uno studio pubblicato lo scorso ottobre dal Council on Foreign Relations che potremmo definire quasi 'rivoluzionario'. Secondo la US Geological Survey, gli Usa avrebbero ben 13 milioni di tonnellate di scorte da sfruttare, ma la dipendenza dalle forniture cinesi per quanto riguarda l'industria bellica sarebbe ancora pressoché totale. Tant'è che un rapporto speciale del Congresso Usa, datato settembre 2013, continua a definire l'accesso alle terre rare «una questione di sicurezza nazionale». Ebbene, smentendo ogni previsione, per Gholz, in realtà l'embargo contro il Giappone e le rigidi limitazioni imposte dalla Cina hanno avuto un impatto limitato. E non solo per via del contrabbando accennato sopra. Vari sotterfugi hanno aperto nuovi orizzonti, dall'esportazione di terre rare combinate con piccole quantità di altre leghe ad una strategia di autosussistenza basata sulla continua innovazione. Messe alle strette, le compagnie high-tech hanno imparato a fare ricorso a tecnologie alternative, a volte di livello inferiore, pur di affrancarsi dalla schiavitù dei preziosi metalli. Non solo, da quando Pechino ha rallentato le sue esportazioni, nel 2009, Stati Uniti, Giappone e Australia hanno avviato (o riavviato) le proprie attività estrattive in Canada, Sud Africa e Kazakistan. Da parte sua, Tokyo si è smarcato dall'impiccio stringendo accordi con Mongolia e India, il secondo produttore a livello mondiale, nonché avviando ricerche culminate nel rilevamento di 100 miliardi di tonnellate di terre rare sul fondo del Pacifico. In questa prospettiva, la funzionalità delle riserve cinesi nella cosiddetta 'geopolitica delle terre rare' viene notevolmente ridimensionata. "Molti governi hanno cominciato a stoccare terre rare in previsione di future ristrettezze, a cercare fonti alternative o ad attuare meccanismi di diversificazione per frenare la dipendenza dalla Cina", conferma a 'L'Indro' Nayef Al-Rodhan, honorary fellow dell'Oxford University e Direttore del Geopolitics and Global Futures Programme presso il Centro di Politica della Sicurezza di Ginevra.

Stando così le cose, l'ex Impero Celeste sarebbe ormai sceso dal 90% al 70% della produzione globale, spiega Gholz. "Le quote non sono mai state formalmente vincolanti", ci dice, "Negli ultimi anni la domanda di esportazioni cinesi di ossidi di terre rare coperti dalle quote è notevolmente diminuita. Tra le principali causa si considerino una maggiore efficienza, innovazione, diffusione di prodotti sostitutivi; la disponibilità estesa di ossidi di terre rare al di fuori della Cina; e lo spostamento delle attività di downstream (come per la produzione dei magneti) direttamente in Cina. Questo dislocamento delle attività 'a valle' verso la Repubblica popolare, da una parte, potrebbe essere stato causato dall'erronea previsione che le quote sarebbe diventate, prima o poi, effettivamente vincolanti; dall'altra possiamo riscontrare l'effetto degli strumenti politici messi in atto da Pechino nel corso degli anni, grazie ai quali il prezzo interno degli ossidi di terre rare è diventato significativamente inferiore al prezzo d'esportazione. Vale a dire che ormai la produzione di magneti è meno costosa in fabbriche cinesi che nelle fabbriche giapponesi (o in altre località estere). Delocalizzare le operazioni downstream nel territorio nazionale significa anche avere un più facile accesso alle materie prime estratte illegalmente e acquistabili a prezzi più economici dato che, dopotutto, dando materiale illegale a un produttore nazionale ci si risparmia la fatica di contrabbandarlo oltre frontiera. Alcuni produttori cinesi downstream hanno così avuto modo di espandersi a spese delle società straniere, fattore che ancora una volta suggerisce che la Cina potrebbe non avere poi così bisogno di esportare tante materie prime sotto il sistema delle quote. Insomma, una serie di fattori concorre a ridurre al minimo l'importanza delle vecchie restrizioni." Un'opinione, quella dell'esperto texano, che trova ampio riscontro nel mondo accademico.

"La revoca del sistema delle quote non cambierà molto le cose in quanto sarà seguita da un sistema di licenze di esportazione rigoroso e dalla predominanza nel settore dei metalli di sei grandi conglomerati statali con al centro China North Rare Earths Group, istituito attorno alla Baotou Steel Rare Earth Hi-Tech Company", spiega Al-Rodhan, "Si prevede inoltre che, a breve e medio termine, la Cina procederà a compensare la scomparsa del sistema delle quote tirando fuori altre misure di sicurezza: potrebbe imporre una tassa sui metalli, possibili nuove regole sulle esportazione o tasse ambientali. Inoltre, la fine del sistema di quote non interesserà uniformemente tutte le terre rare e alcune saranno soggette a licenze di esportazione molto stringenti, dando così alle imprese cinesi un fulcro su cui fare leva. Verrà migliorata la gestione complessiva dell'export riducendo gli attriti con gli altri partner commerciali senza necessariamente indebolire la Cina o influenzare i prezzi globali."

Anche per Hykawy la nebulosità del nuovo sistema rischia di rendere il settore ancora più opaco. "Pechino ha rimosso i limiti sulle esportazioni, è vero, ma le quote di produzione rimangono, quindi le fornitura cinesi sono ancora artificialmente limitate. Inoltre, il nuovo quadro per le licenze di esportazione non è chiaro. L'accentramento del settore cinese nelle imprese statali suggerisce che i ministeri possono ancora applicare un grande controllo sulla quantità di ossidi di terre rare disponibili per l'esportazione. Almeno nel medio termine, non riesco a vedere come l'industria cinese possa riuscire a guadagnarsi fiducia mantenendo la sua esclusività nel mercato globale."

(Pubblicato su L'Indro)

giovedì 15 gennaio 2015

Ripartire da Shenzhen


«In ricordo del compagno Deng Xiaoping, da Li Keqiang». Una ghirlanda di fiori giace ai piedi della statua in bronzo del Piccolo Timoniere, in cima alla montagna Lianhua, a Shenzhen, nella provincia meridionale del Guangdong. E' il tributo del Premier Li al padre delle riforme che hanno permesso alla Cina di diventare la seconda economia del mondo. Quelle riforme la dirigenza cinese le sta ancora ritoccando ma promette di portarle a termine. E la scelta di Shenzhen come prima missione di Li Keqiang per il nuovo anno dovrebbe servire a garantire l'impegno preso in un momento in cui lo stato di salute dell'economia nazionale è quantomai incerto. Per i leader cinesi, Shenzhen continua a mantenere la funzione di laboratorio delle alchimie economiche da estendere al resto del Paese. Non a caso, appena assunto l'incarico di Segretario generale del Partito e non ancora Presidente, Xi Jinping scelse proprio la metropoli del sud come sua prima visita ufficiale fuori dalla capitale. Era la fine del 2012; il Terzo Plenum del Partito e l'annuncio di «riforme senza precedenti» erano ancora di là da venire, ma i nuovi 'imperatori rossi' erano già ben determinati a ridare slancio al 'miracolo cinese'. Addirittura a renderlo un 'sogno'.

Dopo essere rimasta per secoli un villaggio di pescatori, nel 1980, Shenzhen fu inserita nel grande esperimento delle Zone economiche speciali di Deng Xiaoping, divenendo una delle prime porte d'accesso del capitalismo in Cina. A Shenzhen Deng ritornò nel 1992 durante il suo viaggio al sud finalizzato a raccogliere consensi a livello locale per rilanciare le riforme, dopo lo stallo innescato dai fatti di Tian'anmen. Nel corso dell'amministrazione successiva, nel 2010, l'allora Premier Wen Jiabao si recò a sua volta nella megalopoli del sud-est per celebrare il 30esimo anniversario dalla fondazione della Zona economica speciale. Qui, pronunciandosi in un controverso discorso, sentenziò che «senza la salvaguardia delle riforme politiche, i frutti delle riforme economiche si perdono e lo scopo della modernizzazione non si materializza». Come a voler correggere il tiro, circa due settimane dopo, l'ex Presidente Hu Jintao confermò l'urgenza di 'riforme politiche' aggiungendo tuttavia che esse debbono conservare «caratteristiche cinesi». Da allora, gli appelli alla realizzazione di riforme politiche (zhengzhi tizhi gaige) -almeno come le intendiamo noi occidentali- sono rimasti lettera morta. Secondo il China Media Project dell'Università di Hong Kong, alla fine del 2014 la ricorrenza del termine zhengzhi tizhi gaige sui media ufficiali di Partito ha raggiunto il suo punto più basso in sette anni.

"Penso che la domanda non sia tanto perché Li abbia deciso di andare nel Guangdong proprio ora, quanto piuttosto perché ci sia rimasto così tanto tempo (tre giorni, ndr)", ci dice Kerry Brown, politologo nonché Direttore del Chinese Studies Centre presso l'Università di Sydney. "Shenzhen ha un significato simbolico molto forte; è uno dei luoghi sacri delle riforme economiche e tutti i leader vi si recano per seguire le orme di Deng Xiaoping. A differenza di Wen Jiabao, però, Li non è andato a Shenzhen per sostenere le riforme politiche o addirittura per parlare di un qualche tipo di democratizzazione. Quindi, almeno su questo punto mi sento di dire che la leadership sembra abbastanza coesa. Ma le cose potrebbero cambiare e in fretta".

Gli esperti sono piuttosto concordi nel ritenere la visita del Primo Ministro finalizzata a raccogliere consensi da parte delle amministrazioni locali, quelle più affezionate al vecchio sistema dei vested interest e ricalcitranti davanti alle riforme. Per Peng Peng, senior researcher presso l'Accademia delle scienze sociali di Guangzhou, in un momento di rallentamento della locomotiva cinese, occorre rassicurare l'opinione pubblica che la crescita dell'economia non finirà per dominare nuovamente l'agenda politica a discapito delle riforme.

Parola d'ordine: 'innovazione' 

Nel corso della sua trasferta, il Premier ha voluto sottolineare l'importanza dell''innovazione' come nuova «forza motrice dell'economia», sopratutto per quanto riguarda l'high-tech e l'industria creativa. Parole che trovano conferma nella visita del Premier al quartier generale di Webank, la prima banca cinese interamente online lanciata da TenCent, l'operatore della piattaforma di messaggistica istantanea WeChat che nel luglio scorso aveva ottenuto, assieme ad altri quattro istituti di credito privati, l'approvazione da parte della China Banking Regulatory Commission, l'authority cinese del settore. La nuova banca ha costi nettamente inferiori rispetto a quelli degli istituti tradizionali ed è pensata sopratutto per prestiti di entità ridotta a privati e piccole imprese. Tra le mete raggiunte da Li compaiono anche il Guangdong Eletrict Power Design Institute, il colosso delle telecomunicazioni Huawei, e il meno noto Chaihuo Makerspace, centro creativo portato avanti da giovani menti brillanti, entrambi gli ultimi due con base a Shenzhen.

Mentre i costi del manifatturiero si fanno più gravosi, il gigante asiatico mira ad accrescere la propria competitività nell'economia high-tech, dal settore agricolo a quello farmaceutico. Da qui la promessa di triplicare il numero dei brevetti entro il 2020, rispetto ai 629.612 del 2013. «La Cina ha bisogno di iniziative innovative se vuole mantenere una crescita stabile e relativamente veloce», ha scandito il Primo Ministro in occasione della cerimonia di premiazione dei maggiori scienziati del Regno di Mezzo, tenutasi il 9 gennaio a Pechino. Il messaggio si carica di ulteriori sfumature se si considera che, in Cina, 'innovazione' fa sempre più rima con 'startup'. A luglio, Pechino aveva approvato un mini-stimolo per le micro-imprese attenuando la pressione fiscale sulle aziende con un fatturato inferiore ai 20mila yuan; quelle sulle quali la leadership conta di più per creare nuovi posti di lavoro. Si era anche parlato di incentivi alle banche affinché concedano prestiti alle piccole società, nonostante rappresentino un cliente meno attendibile rispetto alle vecchie aziende di Stato.

"Sembra che a Shenzhen il Premier abbia voluto dare maggior risalto al settore non-statale ora che il privato sta assumendo via via maggior peso da quando si è tenuto il Terzo Plenum sulle riforme, alla fine del 2013" ci spiega Brown, "Ma non vi è un cambiamento essenziale tra la visita di Li e quella di Xi in termini di appoggio alle SOEs (State-Owned Enterprises) o alle compagnie private. Nel complesso, i due settori vengono tenuti a galla o affondati a seconda del loro rendimento nell'economia nazionale".

La Cina sta cercando di trovare il giusto equilibrio tra una crescita economica stabile e una ristrutturazione del proprio paradigma di sviluppo all'insegna di una 'nuova normalità'. Il concetto elaborato dal Presidente cinese Xi Jinping lo scorso anno e preso in prestito dal fondo obbligazionario californiano Pacific Investment Management Co., prevede il passaggio da una crescita ad alta velocità ad una crescita a velocità medio alta. La 'nuova normalità' si contrappone ai numeri macinati nel trentennio tra il 1978 e il 2013, quando la crescita ha raggiunto un picco dell'11,5% nel periodo 2003-2007. Il gigante asiatico si è lasciato alle spalle un anno complesso caratterizzato dalla peggior performance dal 2009, l'annus horribilis della crisi finanziaria mondiale. Complici il rallentamento dell'immobiliare, l'instabilità delle esportazioni una domanda interna debole. Secondo gli economisti, nel 2015 il Pil cinese si espanderà del 7%, contro il 7,3% del terzo trimestre del 2014, mentre le previsioni per il primo trimestre dell'anno sono del 6,8%.

Nonostante la crescita del Pil a tutti i costi non sia più un'ossessione, la dirigenza cinese teme che un eccessivo rallentamento si possa tradurre in un innalzamento del tasso di disoccupazione. Una crescita sotto il 7% comporterebbe un serio rischio in termini di posti di lavoro, andando ad aggravare possibili effetti collaterali derivanti dalla nuova ondata di ristrutturazione e privatizzazione delle aziende statali. La ricetta di Pechino prevede riforme strutturali, dall'apertura di nuove zone di libero scambio allo snellimento della pubblica amministrazione, passando per l'incoraggiamento delle piccole imprese. L'obiettivo centrale è quello di abbandonare il modello di sviluppo trainato dagli investimenti (che contano per circa la metà del Prodotto interno lordo) all'origine del pesante indebitamento dei governi locali, e potenziare, in alternativa, la domanda interna. Un passaggio che tuttavia stenta ad arrivare, come dimostra la diminuzione dei prezzi alla produzione.

Dopo l'inaspettato taglio dei tassi di interesse su prestiti e depositi dello scorso novembre, la leadership cinese ha puntato su azioni di stimolo dell’economia più mirate, preferendo concentrare maggiori finanziamenti in aree specifiche per evitare che strumenti più ampi dirigano gran parte del credito verso comparti già in eccesso di capacità,. Stando ad alcune indiscrezioni di Bloomberg, Pechino avrebbe in cantiere 300 nuovi progetti infrastrutturali in sette settori diversi (tra cui trasporti, pipeline, sanità, energie pulite e industria mineraria) per un totale di 7 trilioni di yuan (1,1 trilione di dollari). Gli investimenti farebbero parte di un piano 2014-2016 per complessivi 10 trilioni. Secondo Shannon Tiezzi, analista di 'The Diplomat', davanti al rischio di un eccessivo rallentamento dell'economia, nel breve periodo, le infrastrutture continueranno ad attrarre capitali, mentre la leadership cercherà di diversificare la propria strategia di crescita nel lungo periodo. Categoriche le smentite di un ritorno agli stimoli anti-crisi del 2008. «Non si tratta di un programma di stimoli attraverso un input fiscale, ma di guidare il capitale sociale in progetti d'investimento» , chiarisce Luo Guosan della NDRC (National Development and Reform Commission). Sopratutto, come dichiarato all''Economic Observer' da Chen Shidong, Direttore dell'Urban Transportation Reserach Unit presso la NDRC, il principale pianificatore economico del Paese, sebbene nei nuovi progetti pubblici il Governo continuerà a rappresentare la principale fonte finanziaria, la speranza è quella di riuscire a coinvolgere sempre più attori esterni. Secondo il settimanale economico, gli investitori privati hanno già assunto un ruolo dominante nella costruzione e gestione delle linee ferroviarie interurbane. Ma il dubbio che il Dragone ricaschi nei vecchi errori resta.

'Trading link' tra Shenzhen e Hong Kong 

Nel corso del tour, Li ha anche preannunciato la creazione («prima di quanto non si pensi») di un collegamento tra le borse di Shenzhen e Hong Kong, sul modello del 'trading link' tra la piazza azionaria di Shanghai e quella dell'ex colonia britannica, entrato in funzione a novembre e che mette in collegamento i due listini favorendo l'accesso alle azioni cinesi per gli operatori internazionali e contemporaneamente lo scambio di azioni di Hong Kong per gli investitori del continente. Oltre a rappresentare un ulteriore balzo avanti nel processo di internazionalizzazione dello yuan (la valuta cinese), secondo un rapporto di Thomson Reuters e ASIMFA, il link con Shenzhen potrebbe rivelarsi un boccone anche più ghiotto per gli investitori internazionali. Se infatti a Shanghai vengono scambiate azioni legate perlopiù alla vecchia economia dominata dalle aziende di Stato, a Shenzhen a prevalere sono i titoli azionari di società 'giovani' nel comparto IT e dell'elettronica. Tuttavia, avverte ai microfoni di CNBC Fraser Howie, direttore di Newedge Financial, un secondo sistema di scambio transfrontaliero potrebbe creare incertezze a causa di una sovrapposizione tra più sistemi: «L'attuale collegamento si basa su un mix composto dalle regole finanziarie di Hong Kong e quelle di Shanghai; creando un nuovo set di regole per il programma di Shenzhen si rischia di confondere le cose».

La FTZ di Shanghai fa scuola 

Il 28 dicembre, il Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del Popolo ha annunciato un piano di espansione della FTZ (zona di libero scambio) di Shanghai lanciata nel 2013 che andrà ad inglobare il quartiere finanziario Lujiazui, il distretto di Jinqiao e il parco hi-tech di Zhangjiang, tutte aree collocate nella centralissima Pudong, la foresta di grattacieli da cui svetta l'Oriental Pearl Tower. L'inclusione del quartiere finanziario di Lujiazui dovrebbe comportare un ulteriore apertura del settore dei servizi e stimolare la liberalizzazione finanziaria.

Nella medesima occasione sono stati forniti dettagli più precisi sull'istituzione di tre ulteriori zone di libero scambio nelle province del Guangdong, del Fujian e a Tianjin, città portuale a 180 chilometri dal centro di Pechino. Bollato dall'Occidente come 'fucina del manifatturiero' e noto per le tristi vicende legate alla Foxconn, con oltre 100mila abitanti il Guangdong è sopratutto la provincia più popolosa del Paese più popoloso del mondo. Nel 2011, ha accumulato un Prodotto interno lordo di 5,32 trilioni di yuan (853,9 dollari), quanto quello dell'Indonesia. Il nuovo progetto, supervisionato da Li Keqiang la scorsa settimana, interesserà un'area di 116 chilometri quadrati e andrà ad abbracciare la Nansha New Area (stabilita nel 2012 sotto il diretto controllo del Governo municipale di Guangzhou), Qianhai e la zona industriale di Shekou (entrambe a Shenzhen), così come Hengqin, nel distretto di Zhuhai. Citando fonti locali anonime, la Xinhua ha sottolineato che la FTZ del Guangdong velocizzerà la cooperazione 'cross-border' con le regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao. Nello specifico, Qianhai collaborerà con Hong Kong per quanto riguarda il settore finanziario; Hengqin approfondirà gli scambi con Macao, e Nansha dovrebbe trarre beneficio dalla sua posizione centrale nel Delta del Fiume delle Perle, la culla dell'ex 'fabbrica del mondo'. Quanto all'area del Fujian, l'idea è quella di vivacizzare lo scambio con Taiwan, sopratutto per quanto riguarda servizi finanziari, la logistica aeronautica, il commercio e l'industria culturale. Mentre la FTZ di Tianjin (119,9 chilometri quadrati), viene incontro al piano d'integrazione tra Pechino, la provincia dello Hebei e la città di Tianjin che dovrebbe portare alla creazione di una megalopoli da oltre 120 milioni di abitanti.  

(Pubblicato su L'Indro)

giovedì 8 gennaio 2015

La Repubblica popolare del divertimento


Una Superpotenza che si rispetti ha bisogno di un potere che sia 'hard' e 'soft' allo stesso tempo. Leggi: nuovi e costosi sistemi d'arma ben amalgamati a risorse intangibili quali cultura, valori e istituzioni politiche. La Cina sta cercando di colmare il divario che la separa dalla prima potenza mondiale potenziando tanto il suo hard quanto il suo soft power. Se fino ad ora il gigante asiatico ha inseguito gli Stati Uniti sul versante economico (con un Pil reale di 10300 miliardi di dollari, contro i 16800 miliardi di quello statunitense) e militare (nel 2013 Pechino ha speso 171 miliardi di dollari a fronte dei 618 miliardi di Washington), da alcuni anni la competizione si è spostata nel settore a stelle e strisce per antonomasia: quello dell'entertainment.

Dal 2000 al secondo trimestre del 2014, gli investimenti cinesi nell'industria cinematografica americana hanno raggiunto i 2,7 miliardi di dollari. Nel 2013, in Cina, gli incassi al botteghino sono cresciuti del 27% su base annua a 3,6 miliardi dollari, pari a circa il 10% del totale delle vendite globali, secondo la Motion Picture Association of America. Certo, se si considerano le cifre macinate da Stati Uniti e Canada -che si sono aggiudicati il 30,4 % del box office mondiale- la Cina è appena agli inizi. Ma fa sul serio. Stando al "Global entertainment and media outlook report" di PwC, entro il 2018 i cinesi spenderanno 5,9 miliardi per andare al cinema. Un trend destinato a crescere con l'affermarsi di una società 'moderatamente prospera'. Secondo stime di McKinsey, entro il 2022, oltre il 75% dei cinesi residenti nelle aree urbane entreranno a far parte della cosiddetta 'classe media'. Proprio quello che serve al Governo cinese per realizzare il passaggio da un'economia trainata dagli investimenti ad una basata sui consumi interni.

Lo scorso anno, la città costiera di Qingdao ha richiamato star internazionali -quali Leonardo di Caprio e Nicole Kidman- per il taglio del nastro di un megacentro dell'entertainement che comprenderà un parco tematico, un museo delle cere e uno studio cinematografico. «Il più grande del mondo», promette il fondatore. Wang Jilin, ex membro dell'Esercito popolare di liberazione e uomo più ricco della Cina 2013 (oggi sceso al secondo posto dopo Jack Ma), 26 anni fa aveva fondato il colosso dell'immobiliare Dalian Wanda Group. Il 23 dicembre la società si è quotata alla Borsa di Hong Kong con un'offerta pubblica iniziale di 3,7 miliardi di dollari, segnando la più grande Ipo mai realizzata da un gruppo del real estate. Ma negli ultimi tempi, il raffreddamento del mattone, ha spinto Wanda a diversificare i proprio affari dall'e-commerce all'intrattenimento pur conservando come minimo comune denominatore le famigerate 'caratteristiche cinesi'.

Il 20 di dicembre, il gruppo -che nel 2012 aveva comprato l'americana AMC Entertainment Holdings - ha aperto due nuovi progetti nella città di Wuhan, nello Hubei. 'The Han Show' (ospitato in un teatro a forma di lanterna rossa by Mark Fisher) e 'Wanda Movie Park' (primo parco cinematografico al mondo indoor) segnano la svolta della società di Dalian verso l'industria culturale e dell'entertainment. «Vorremmo che i nostri progetti diventassero un nuovo simbolo della cultura cinese e anche un marchio dell'intrattenimento a livello globale» , ha scandito Wang, il quale ha già scaricato i castelli fiabeschi di disneyana memoria per riprodurre l'atmosfera nebbiosa dei templi rupestri dello Hubei. Con 7 miliardi di yuan investiti, Wanda prevede di guadagnarne ogni anno tra gli uno e i due, mentre ha pronti altri 200 miliardi da destinare alla realizzazione di nuovi parchi tematici all'aperto, acquari, parco giochi e stazioni sciistiche in località 'minori' quali Xishuangbanna (Yunnan), Nanchang (Jiangxi), e Haribin (Heilongjiang). Già da quest'anno due progetti a Guangzhou e Wuxi, nella provincia del Jiangsu, si propongono di rivaleggiare con i parchi Disneyland di Shanghai e Hong Kong, riporta il 'South China Morning Post'. «La ragione per la quale sto investendo 50 miliardi di yuan nella Wanda City di Guangzhou è per competere con i parchi Disneyland di Hong Kong e Shanghai» , ha spiegato Wang. «Molte persone sono convinte che tutto ciò che viene da Paesi stranieri sia meglio di quello che facciamo noi» . «Una volta che i nostri progetti saranno finiti, potrete fare un raffronto per quanto riguarda incassi e numero di visitatori. Se avremo fatto un buon lavoro, allora apriremo parchi a tema anche negli Stati Uniti».

Entro il 2020, Wanda stima di portate le proprie entrate annue nel business culturale e dell'intrattenimento dagli attuali 25,5 miliardi a 100 miliardi di yuan (pari rispettivamente a circa 3,4 miliardi di euro e 13,5 miliardi di euro); il mercato estero dovrebbe contare per il 20%. Con una crescita annua del 12%, l'industria cinese dei parchi tematici continua ad attrarre major dall'altra sponda del Pacifico. Oltre alla Disney, anche Six Flags Entertainment Corp., la più grande catena di parchi divertimento al mondo per numero di strutture possedute, si appresta a lanciare nella Repubblica popolare diversi parchi nel prossimo decennio; gli Universal Studios stanno per aprire un parco tematico da 20 miliardi di yuan a Pechino, mentre, nel 2012, la DreamWork Animation SKG Inc. aveva annunciato di voler portare a termine per il 2016 un 'Dream Center' a Shanghai, con tanto di pagoda ispirata al cartone 'Kung Fu Panda'. Il 1 gennaio, nella provincia orientale del Zhejiang, ha aperto i battenti un parco tematico di 9,5 ettari interamente dedicato a Hello Kitty . Costo: 215 milioni di dollari. Dietro ci sono la giapponese Sanrio (che nel lontano 1974 creò il gatto con il fiocco rosso) e Hettema Group, società californiana specializzata nell'entertainment.

Per battere la concorrenza d'oltremare, Wanda ha una strategia tutta sua: punta ad allungare i propri tentacoli sui nuclei urbani di più piccole dimensioni, quelli che Pechino sta cercando di candidare a centri propulsori di una nuova e più sostenibile urbanizzazione. Mentre le compagnie straniere si sono trovate invischiate in estenuanti trattative per agguantare uno spazio nelle megalopoli cinesi, nell'hinterland i funzionari sono ancora propensi a concedere contratti sulla terra (a prezzi più economici) pur di generare posti di lavoro e far girare l'economia locale. E se, da una parte, fare affari nelle piccole città è certamente più difficile, dall'altra i costi di manutenzione sono inferiori. Insomma, si guadagna meno ma si spende anche meno.

D'altra parte, pur giocando in casa, Wanda si trova a dover fare i conti con diversi competitor locali. Con 18 strutture in funzione, Overses Chinese Town Enterprises Co. è al momento il maggior operatore di parchi divertimento del Regno di Mezzo. Di contro, l'inesperienza di Wanda nel settore potrebbe rivelarsi penalizzante, tanto più considerato che la Cina si è già dimostrata un terreno sdrucciolevole persino per aziende navigate quali il Cirque du Soleil. Nel 2013, a capitolare è stata Reignwood Group, società tailandese costretta a demolire il suo Wonderland, parco giochi nei pressi di Pechino mai terminato e in stato di abbandono da oltre dieci anni.

Nonostante l'industria sia ancora acerba, il proliferare di attrazioni sulla terraferma comincia ad agitare la vicina Hong Kong sede da alcuni anni di un Disneyland resort, il tredicesimo aperto dalla compagnia statunitense e il primo in assoluto nella 'Greater China'. Dal 1977, l'ex colonia britannica ospita l'Ocean Park, parco marino che deve il suo design all'americana PGAV Destination nota per le sue attrazioni a Orlando (Florida), la capitale mondiale dei parchi a tema. Fino allo scorso anno, l'Ocean Park si attestava come il parco divertimenti più grande d'Asia dopo il Dinseyland Resort di Hong Kong. Fino a quando a gennaio, nell'isola di Hengqin, prefettura cinese di Zhuhai, Chime-Long Group - che gestisce alcuni dei principali parchi tematici cinesi - non ha aperto l'Ocean Kingdom, anch'esso uscito dalla matita di PGAV Destination. Grande due volte l'Ocean Park e ancora in espansione, l'Ocean Kingdom si avvale di una posizione strategica: l'isola, già distretto economico speciale, si troverà presto uncinata all'ex colonia inglese attraverso il ponte Macao-Hong Kong-Zhuhai, la cui apertura è prevista per il 2016. Dopo di che basteranno 30 minuti di macchina per raggiungere Hengqin dal Porto Profumato. Nel 2013, Ocean Park ha attirato 7.730.000 visitatori, ma lo scorso giugno ha registrato il suo primo calo da anni - ufficialmente - a causa del maltempo e di una legge varata da Pechino che vieta i 'tour dello shopping forzato' di cui l'ex colonia britannica è stata a lungo meta prediletta.

(Pubblicato su L'Indro)

martedì 6 gennaio 2015

Mo Yan, sulle arti e la corruzione


Riporto la sommaria traduzione di un'intervista al Premio Nobel Mo Yan, apparsa sul sito della Commissione Disciplinare e ripresa da Caijing il 2 gennaio. Molte le critiche di quanti accusano lo scrittore di essere il corifeo del Partito comunista. Mi ripropongo di terminarla al più presto, per il momento eccone un assaggio.

Gli scrittori e gli artisti devono rimanere radicati alla vita reale, devono stare vicino alla gente comune, condividerne il destino; devono veramente capire cosa pensa il popolo e quali sono le difficoltà della vita di tutti i giorni.

Il 15 ottobre ha preso parte al simposio sulle arti tenuto dal Segretario generale Xi Jinping. In quest'occasione sono state discusse importanti questioni come il ruolo della letteratura nella nuova era e la direzione che l'arte deve assumere. Cosa l'ha colpita di più?

A quel tempo mi trovavo nel mio villaggio di Gaomi, nello Shandong, per esaminare del materiale in preparazione di un lavoro. Non appena ho ricevuto l'avviso sono tornato [a Pechino]. La riunione con Xi non è stata come quelle alle quali abbiamo preso parte in passato. L'atmosfera era molto diversa, più casual e tranquilla. Abbiamo persino chiacchierato un po' in maniera familiare e cordiale. Xi Jinping ha parlato lungamente a braccio improvvisando. Ascoltando il discorso mi sono rimasti impressi diversi punti.

In primo luogo ha detto che artisti e letterati devono tenere a mente che il loro compito principale è quello di 'creare'. Le opere sono il loro fondamento. Come scrittore, ho realizzato che occorre mettersi a scrivere in tranquillità e lasciar parlare le opere. In secondo luogo, [Xi] ha detto che l'innovazione è la forza vitale dell'arte e che bisogna far sì che lo spirito d'innovazione compenetri tutto il processo della creazione artistica valorizzando l'originalità artistica. Dato che scrivo romanzi, penso di doverlo fare con originalità, mantenendo caratteristiche peculiari cinesi. Questo è il mio obiettivo, la mia sfida. Punto terzo: Xi ha detto che è sopratutto l'arte a dover essere innovativa; e in ultima analisi deve trarre origine in modo diretto e indiretto dal popolo, dalla vita reale. L'arte deve certamente mettere le ali all'immaginazione ma deve anche tenere i piedi ben piantati a terra. Penso che quanto viene richiesto a scrittori e artisti sia rimanere radicati alla vita reale, stare vicino alla gente comune, condividerne il futuro; devono veramente capire cosa pensa il popolo e quali sono le difficoltà della vita di tutti i giorni. Connettersi alla terra e mescolarsi alla gente comune.

L'8 dicembre 2012 durante la cerimonia per il Premio Nobel per la letteratura ha tenuto un discorso su "il narratore" (讲故事的人, tradotto in inglese 'storyteller'). E' proprio grazie alle sue storie che il resto del mondo ha cominciato a conoscere meglio la Cina. Oggi qual'è il suo consiglio affinché le storie cinesi diventino sempre più brillanti e affinché la voce della Cina assuma crescente sonorità (nel resto del mondo, ndt)?

Mi sento molto imbarazzato a raccontare storie cinesi, in realtà ci sono molte storie che potrebbero essere raccontate in maniera più brillante. Vorrei che le opere artistiche e letterarie parlassero dell'uomo, fossero incentrate sulle persone. Il compito dei teorici è quello di convincere le persone con il raziocinio, quello degli artisti e dei letterati è invece di commuoverle. Soltanto la verità può convincere le persone, così come soltanto fatti reali riescono a far commuoverle. Per questo vorrei scrivere storie sulla Cina reali; per farlo basta portare nelle storie che scriviamo i nostri veri sentimenti.

In trent'anni di riforme e apertura, la società cinese ha subito cambiamenti incredibili ottenendo grandi risultati. E questa è una cosa che nessuno può negare. Altrettanto innegabile è il fatto che, in Cina, ci siano ancora diversi problemi sociali da risolvere. Raccontare storie sulla Cina vuol dire elogiare i nostri progressi, le nostre conquiste, ma bisognerebbe anche evitare di eludere i problemi.
Quando vado all'estero, spesso i giornalisti stranieri mi fanno domande sui problemi che si trova ad affrontare il paese. Si tratta di problemi piuttosto seri ed è difficile dare una risposta. Allora utilizzo due semplici frasi per spiegarmi meglio, sono le due questioni più dibattute di questi anni. Una è che il Partito comunista cinese, più di ogni altro partito in qualsiasi altro paese, dà speranza di prosperità alla Cina. L'altra è che il Presidente Xi Jinping, più di qualsiasi altro capo di stato, spera che il popolo cinese trascorra giorni felici. Sono affermazioni che non solo nessuno è in grado di smentire, ma sono anche vere.

In questi due anni, nel partito a tutti i livelli è stata messa in pratica l'essenza delle 'otto disposizioni' (中央八项规定) e corretti risolutamente i 'quattro venti' (四风 formalismo, burocrazia, edonismo e spreco, ndt). Cosa l'ha colpita di più e cosa ritiene vada migliorato?

Le 'otto disposizioni' e i 'quattro venti' sono entrambe misure tempestive. In realtà qualche anno fa circolavano già provvedimenti e slogan molto simili. Ma la tempo la maggior parte è stata spazzata via con un colpo di vento, oppure si parlava di rafforzarli e poi invece il grado di implementazione era piuttosto scarso, così i provvedimenti rimanevano appesi al muro, gli slogan servivano soltanto a riempire la bocca. Questa volta credo che ci stiamo muovendo nel modo giusto, il risultato è evidente. In passato ero dell'opinione che alcune cose non potessero essere cambiate; per esempio l'appropriazione indebita di fondi pubblici, la stravaganza e gli sprechi, credevo che non fossero arrestabili né proibibili. Adesso invece per quanto ostinati siano i comportamenti sbagliati, tutti possono essere gestiti e puniti.

Un esempio concreto?

Prima di tutto, ora è raro vedere in posti lussuosi come ristoranti, alberghi utilizzare soldi pubblici o vedere circolare 'auto blu'. Un altro esempio: in passato non importava quanti fossero i commensali, i tavoli abbondavano sempre di pietanze, adesso invece si fa attenzione a risparmiare. Anche i quadri sono diventati molto sospettosi. Penso che questo sia il genere di cose che rende molto felice il popolo. Certo, probabilmente molte altre persone non sono contente per niente, come i capi di tutti quei posti che guadagnano sul lusso. Ma alla fine ciò che più conta adesso è la felicità della gente comune. I cambiamenti non sono solo di facciata, sono avvenuti anche più in profondità e coinvolgono ogni aspetto. Sopratutto nel cuore dei leader e dei funzionari. Un tempo non davano peso alle cose, oggi invece sono molto più attenti. In questo modo hanno sviluppato una certa autodisciplina, un cambiamento che è tutto interno e per questo più prezioso.

Ho notato nel suo romanzo "The Republic of Wine" (酒国) un'aspra critica contro l'utilizzo dei fondi pubblici e altre pratiche nocive tipiche degli anni '90. Era verso queste tendenze malsane che temeva non vi fosse rimedio, giusto?

Al tempo pensavo non vi fosse modo di fermarle, come si poteva fare? Ma ora capisco che bastava assumere il controllo della situazione, ma farlo davvero. Sono passati soltanto due anni e il fenomeno è praticamente sotto controllo. La lotta alla corruzione è andata ben oltre le mie aspettative.

Quale consiglio avrebbe per correggere i 'quattro venti'?

In qualsiasi tipo di governance, tutti i livelli devono essere d'esempio: dai piani alti a quelli bassi, dai funzionari e alla gente comune, dal governo centrale ai governi locali. Se ai livelli più elevati indugiano nei formalismi, a livello basso occorre non lo si faccia. Come? Mi pare che negli ultimi anni il fenomeno sia abbastanza rientrato. In passato, anche i quadri a livello di base si sono lamentati del fatto che i grandi controlli e le molte critiche in realtà non erano altro che apparenza. Quando un dirigente del partito andava nelle zone rurali, i funzionari di grado inferiore recitavano la loro parte, addirittura facevano le prove prima. Cercavano qualcuno che ricoprisse la parte dell'alto funzionario in ispezione e poi tutti ripetevano a memoria quello che devono dire, gli portavano persino il tè. Che senso ha fare questo tipo di controlli? Non è forse uno spreco di denaro? Penso che questo genere di cose vada gradualmente eliminato.

I quadri dovrebbero stabilire un concetto di base, ovvero che il loro lavoro
è prima di tutto in funzione del popolo e che pertanto devono assumersi le loro responsabilità verso il popolo. D'altra parte, gli alti funzionari dovrebbero riuscire a vedere oltre le recite, oltre l'apparenza, e a capire la natura del problema. Se ti accorgi che a livello inferiore c'è qualcuno che recita, bisogna abbandonare il palco e rifiutarsi di ricoprire il ruolo prestabilito. E' con questa forma di ostruzionismo e mancata cooperazione che i 'quattro venti' possono essere corretti e l'apparenza eliminata.


Lei da molta importanza ai fatti reali, molti dei suoi romanzi - come "The Garlic Ballads" (天堂蒜薹之歌) e the "Republic of Wine"- criticano apertamente il fenomeno della corruzione e del burocratismo dei funzionari. Una volta ha dichiarato che la corruzione è un problema molto serio per il Paese dal punto di vista politico, lo è altrettanto per gli scrittori dal punto di vista 'umano', e che è necessario analizzare le contraddizioni tra i desideri della gente, la legge, la moralità e le istituzioni. Potrebbe spiegare meglio questo punto?

Ho lavorato per dieci anni presso il "Procuratorial Daily", il quotidiano del Procuratorato supremo del popolo; ho intervistato alcuni procuratori a livello di base, ho potuto conoscere bene alcuni casi, ma raccontare storie sulla corruzione utilizzando una lingua letteraria non basta a rendermi soddisfatto.
Occorre, piuttosto, parlare degli uomini, creare personaggi esemplari. L'obiettivo fondamentale dovrebbe essere proprio quello di scrivere delle persone comuni e creare dei personaggi.

Naturalmente i funzionari corrotti sono detestati da tutti, eppure dobbiamo ugualmente cercare di descriverli come persone. I funzionari corrotti non sono quei clown che vediamo sul palco dell'opera detergersi il viso incipriato; hanno una caratteristica comune, questa caratteristica comune è proprio l'essere corrotti. Eppure ognuno ha un carattere distintivo, tutti sono persone con una vita reale. Alcuni funzionari corrotti hanno una natura ingannevole. Quando incappano in qualche incidente tutti si chiedono come possa essere successo. Altri hanno invece hanno buoni rapporti interpersonali e godono persino di una buona reputazione. Potremmo dire che molti di loro hanno una doppia faccia. In realtà, non è possibile descriverli utilizzando semplici stereotipi. Se veramente si vuole scrivere di loro occorre dipingerli a tuttotondo, portando allo scoperto i loro sentimenti, le loro contraddizioni emotive, le loro paure e i loro rimpianti. Persino le loro frustrazioni e la loro bontà. Ovviamente, occorre anche descrivere la loro avidità e stupidità. Perché, in fondo, commettere questo genere di errori non è forse da stupidi? Un tempo spesso si diceva che un quadro a livello di contea, se non commette errori, continuerà a non avere problemi per tutto il resto della sua vita: non dovrà preoccuparsi di come mangiare e vestire o di trovarsi un alloggio. Hanno tutto già bello e sistemato, a cosa serve raggiungere una tale avidità da accumulare ricchezze illecite? Per me sono proprio degli sciocchi.

Ho anche detto che non è giusto attribuire il problema della corruzione al sistema e alla società. Prima di tutto perché il fenomeno della corruzione è presente tanto in Cina quanto all'estero; tutti hanno funzionari corrotti e funzionari onesti. In secondo luogo, all'interno dello stesso sistema sociale ci sono persone corrotte e persone che non lo sono affatto. Alcune persone hanno una visione del mondo piuttosto corretta e agiscono senza disonestà, altre hanno una visione del mondo e della vita gretta e distorta. Queste ultime non riescono a resistere alla tentazione di cadere nel baratro. Il sistema sociale, certo, ha parte delle sue colpe quando non è abbastanza rigoroso o presenta delle falle. Tuttavia il livello di moralità, il grado di civiltà e la visione della vita cambiano da persona a persona e, anche se il contesto è lo stesso, ci sarà sempre qualcuno che rigetterà le influenze corruttive, qualcun'altro che salterà nell'abisso. Questo è un fatto oggettivo.

La corruzione che più spaventa è quella dei valori sociali. Avviluppati nella distorsione dei valori, tutti siamo vittime, tutti siamo in qualche modo coinvolti. Quale consiglio dà affinché chi detiene il potere passi da quello stato in cui "non osa cedere alla corruzione" o "non può cedere alla corruzione" allo stadio in cui "l'integrità diventa motivo di gloria e la corruzione dei funzionari è motivo di vergogna".

A questo proposito voglio raccontare due storie personali. C'è un mio parente, che spesso discute della nostra società, pieno di indignazione. Quando si parla di corruzione, viene pervaso dal risentimento. Lo scorso anno, suo figlio ha fatto l'esame per accedere alle scuole medie. Per 5 punti non è entrato nella scuola del nostro distretto. Allora è venuto da me dicendo che si trattava di soli 5 punti e che dovevo assolutamente dargli una mano; che non aveva paura di dover tirare fuori dei soldi. Al che io gli ho fatto notare che ogni volta che ci vedevamo non faceva altro che lamentarsi della corruzione e dell'avidità dei funzionari, ma se a quel punto io avessi preso i soldi e li avessi dati [a chi di dovere] e quell'altro se li fosse presi, non sarebbe stato proprio come corrompere un funzionario? Non mi sarei macchiato le mani anche io? Non ci saremmo trovati invischiati in uno di quegli episodi di corruzione di cui parliamo spesso? Lui mi ha risposto che stavolta è diverso. Mio figlio deve andare a scuola.

Altro episodio. Non molto tempo fa, ero in macchina di un amico quando ci siamo fermati al lato della strada. Un posteggiatore abusivo ci ha chiesto 20 kuai. Il mio amico, che ha una certa esperienza, gliene ha dati 10 dicendo che non c'era bisogno della fattura. Il tipo li ha presi e se li è messi in tasca tranquillamente. Anche quest'uomo, nel suo piccolo, aveva un po' di potere. Aveva chiesto 20 kuai, alla fine se ne è intascati 10 puliti, senza bisogno di ricevuta.

Ho voluto raccontare queste due storie non per dimostrare che io sono più nobile di loro. Se mi fossi trovato nella loro situazione, non avrei fatto la stessa cosa anche io? A dire il vero, non posso assicurare che avrei agito diversamente, né posso assicurare che mi sarei comportato meglio. Quindi penso che in un certo senso la corruzione non sia soltanto un male che riguarda la burocrazia, ma contamina anche la società. Certo, i funzionari dovrebbero dare il buon esempio. "Se i funzionari si comportano in maniera scorretta, il popolo vacilla". "Quando ai piani alti tutto va bene, ai piani bassi va anche meglio". Per quanto riguarda il modo in cui riuscire a convincere chi ha il potere a non provare nemmeno il desiderio di farsi corrompere, penso che la cosa principali sia arrivare a conoscere i punti deboli delle persone. Una volta individuati i punti deboli sarà subito possibile costruire un sistema di controllo. Il principio secondo cui "l'onestà è gloria e la corruzione è vergogna" ha sempre fatto parte della nostra tradizione. E' anche uno dei temi centrali dell'opera tradizionale. Questo insegnamento di lunga data naturalmente riveste un ruolo enorme. Tuttavia, debba coniugarsi all'istituzione di un sistema. Questo perché l'istruzione riesce ad esercitare un ruolo importante su molte persone, ma non su tutte. La funzione educatrice e ammonitrice del detto "l'onestà è gloria e la corruzione è vergogna" certamente ha un alto valore a livello di propaganda, ma è necessario che questa propaganda sia costruita sul presupposto che esiste già un sistema di controllo delle debolezze umane. Prendendo due piccioni con una fava è possibile, così, ottenere risultati anche migliori.

A dire il vero quando parliamo dei comportamenti scorretti (altrui) siamo sempre pronti a definirli malsani, quando però tocca a noi direttamente dobbiamo tenerci fuori. Cambiare questa tendenza è un processo graduale. Bisogna perseverare per avere successo.

I risultati non si ottengono in una notte. Occorre avere un certo spirito introspettivo perché non basta concentrarsi sugli altri, guardare cosa fanno i funzionari, scrutare i loro aspetti più sordidi. Bisogna cambiare il punto di vista. Chiedersi se fossi al posto loro se sarei o meno in grado di controllarmi. In realtà, spesso abbiamo bisogno che sia una forza esterna e giusta a giudicarci, mentre dobbiamo continuare ad aggiustare le nostre inclinazioni più intime per arrivare infine ad ottenere l'autocontrollo desiderato. Le grandi opere letterarie riescono ad esercitare quest'influenza discreta mostrando alle persone le pulsioni buone e giuste e come sconfiggerle. Sono fermamente convinto che dai buoni pensieri di milioni di persone scaturirà una grande forza morale. E che questa forza morale riuscirà a contenere il verificarsi di fenomeni detestabili e a correggere i comportamenti scorretti. Così facendo a lungo andare il comportamento della società può essere migliorato.



sabato 3 gennaio 2015

Giada tossica tra Cina e Birmania


La leggenda vuole che la nascita di Confucio sia stata preannunciata alla madre in una tavoletta di giada portatale da un unicorno. Tutt'oggi, nell'immaginario cinese, la pietra continua a possedere 'proprietà magiche'; allontana il malocchio e conserva il corpo in salute. Ma per la neonata classe media è sopratutto sinonimo di lusso, un investimento alternativo al mattone. In certi finisce per essere una tangente 'mascherata' con cui adulare i funzionari governativi. Quest'anno, nella cornice dello Shanghai World Jewellery Expo, i banditori d'asta hanno valutato il prezzo iniziale per i pezzi migliori a più di 160 dollari il grammo, quattro volte il prezzo dell'oro. «L'oro è di valore, ma la giada è senza prezzo», recita un vecchio detto cinese. Secondo il Gems & Jewelry Trade Association of China, ogni anno nel Regno di Mezzo il commercio della giada ammonta a 5 miliardi di dollari, di cui oltre metà proveniente dalla Birmania (ribattezzata Myanmar dopo il golpe del 1988). Lo Stato Kachin, nel montagnoso nord del Paese, a ridosso della regione cinese dello Yunnan, è l'epicentro dell'attività mineraria birmana. Qui si dice siano nascoste le più grandi e preziose riserve di giada al mondo, con il capoluogo Myitkyina ultima frontiera per gli stranieri curiosi. Oltre i checkpoint sono ammessi soltanto i cinesi. Ufficialmente, la volatilità dell'area, che dal 1948 è scenario di tensioni tra l'esercito birmano e i ribelli indipendentisti kachin, dovrebbe giustificare le misure di sicurezza imposte dalle autorità. In realtà, il velo di segretezza serve ad occultare un commercio illegale che ha come principale acquirente la Repubblica popolare cinese.

Secondo la Reuters, quasi la metà della giada estratta nel Paese dei pavoni va a finire nel mercato nero. Le stime ufficiali sulle esportazioni birmane per il periodo 2011-2014 parlano di guadagni per 1,3 miliardi di dollari, ma stando all'Ash Center dell'Università di Harvard le vendite totali (incluse quelle effettuate attraverso canali ufficiosi) hanno raggiunto gli 8 miliardi nel solo 2011. Oltre il doppio di quanto incassato attraverso la vendita di gas naturale e circa un sesto del Pil per quell'anno. Una discrepanza che rivela come molti degli introiti non vanno nei forzieri dello Stato ('civile' da quando nel 2011 il Presidente Thein Sein ha dismesso la divisa), bensì si perdono nelle tasche dei militari, degli imprenditori cinesi e dei ribelli locali che chiedono il pizzo alle compagnie minerarie per operare nei territori di loro dominio. Invece che andare a sostenere la ripresa di uno dei Paese tra i più arretrati al mondo, finiscono per finanziarie il conflitto etnico che lacera la Birmania dalla fine del colonialismo britannico. Sebbene la transizione democratica stia portando aiuti e investimenti esteri, molti economisti ritengono che lo sviluppo e l'unità del Myanmar dipendano interamente dalla capacità del Governo di mettere a frutto le sue risorse naturali; legname, metalli e pietre preziose. Questo dovrebbe avvenire nella piena legalità, ma a rivelarsi più remunerativo è il contrabbando di eroina, metanfetamina e oppio di cui il Paese asiatico è il primo produttore al mondo dopo l'Afghanistan.

Nelle aree periferiche della Birmania settentrionale, droga e giada compongono un mix tossico con il beneplacito dei funzionari birmani e dei faccendieri cinesi. Le estenuanti condizioni di lavoro nei giacimenti (documentate dal 'New York Times') spingono i minatori a fare uso di stupefacenti per alleggerire la fatica. Addirittura -secondo fonti raccolte da 'Al Jazeera' in un centro di recupero nello Stato Kachin - spesso i boss delle miniere pagano i lavoratori con l'eroina in modo da spingerli a lavorare più duramente per ricevere un'altra dose. La prima è gratis. Stando all'emittente araba, ormai la tossicodipendenza affligge il 75% dei minatori (le morti per overdose vengono occultate nei boschetti di bambù vicino alle miniere); per la World Health Organization il 30% di chi assume droghe da iniettare a Myitkyina ha ormai contratto il virus dell'HIV. Tra i locali c'è la convinzione che le autorità non soltanto chiudano un occhio davanti alla diffusione degli stupefacenti, ma la incoraggino addirittura per infiacchire e sedare le istanze separatiste dei kachin. Merce rara per decenni, con il contrabbando della giada l'eroina è diventata facilmente reperibile per 4-8 dollari a dose intorno a Hpakant, città mineraria a 111 chilometri da Myitkyina nota come «the wild wild east» per le sue dissolute attrazioni (oltre alla droga imperversano anche prostituzione e gioco d'azzardo); in alcuni casi, gli spacciatori accettano di essere pagati direttamente con la preziosa pietra.

L'apogeo dell'industria della giada birmana è legata a doppio filo alle riforme economiche della Cina anni '80, quando la nascente imprenditoria cinese annusò le potenzialità del mercato aldilà del confine sud-occidentale, trasformando l'insurrezione Kachin per l'indipendenza in una guerra per le risorse naturali. Nel 2012, la ripresa del conflitto tra la KIA (Kachin Indipendence Army) e il Governo birmano dopo 17 anni di cessate il fuoco, ha portato alla sospensione delle attività estrattive, poi riprese nonostante lo stallo dei colloqui di pace. La Cina non riporta i dati sulla giada in arrivo dal Myanmar, ma, nel 2012, il novero delle importazioni ufficiali di metalli e pietre preziose -tra i quali rientra la giada- ammontava a 293 milioni di dollari; numeri che non giustificano la produzione da miliardi di dollari del vicino asiatico. Il fatto è che la gemma non è soltanto preziosa ma anche molto facile da trasportare. «Solo le pietre che non si riescono a nascondere vanno negli empori», spiega alla Reuters Tin Soe, commerciante di Hpakant, riferendosi alle aste ufficiali tenute nella capitale Naypyitaw. Il resto viene contrabbandato in camion fino in Cina dai cosiddetti 'jockeys' attraverso territori dominati dai militari birmani o dalla KIA, in cambio di un pedaggio. Molte delle miniere sono gestite o finanziate da cittadini cinesi nonostante la legge birmana vieti l'intervento straniero nel settore estrattivo.

In una rara ammissione di colpa l'Ambasciatore cinese in Myanmar, Yang Houlan, ha confermato al 'New York Times' la ripetuta infrazione delle leggi birmane da parte di alcuni uomini d'affari cinesi che «oltrepassano il confine per estrarre o contrabbandare la giada». Ma ha anche sottolineato che le due Nazioni hanno intensificato la cooperazione e i controlli di frontiera. Mentre il commercio illegale di giada si prefigura come un banco di prova per il Governo del riformista Thein Sein, il nesso che lega la gemma alle violenze etniche, nel 2003, ha spinto Washington a emettere un divieto sulle importazioni di rubini e giadeite dal Myanmar. Una posizione riconfermata nel 2013 nonostante la sospensione di quasi tutte le sanzioni americane imposte al Paese dei pavoni nel 1996.

(Pubblicato su L'Indro)

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...