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venerdì 1 dicembre 2017

Trump: “La Cina tagli le forniture di petrolio”



Donald Trump ha chiesto al suo omologo cinese Xi Jinping di sospendere tutte le forniture petrolifere alla Corea del Nord, “passo cruciale nello sforzo del mondo per fermare questo Paese reietto”. Il virgolettato è di Nikki Haley, ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, che in una seduta straordinaria convocata dal Consiglio di Sicurezza in risposta all’ultimo test missilistico di Pyongyang ha descritto i contenuti della telefonata avvenuta ieri tra i due leader. “Questa azione avvicina il mondo alla guerra, non lo allontana — ha detto la Haley — anche se è un conflitto che gli Usa non cercano”. E ha quindi specificato: “Se ci sarà una guerra, il regime nordcoreano sarà completamente distrutto”.

“Sappiamo bene che il principale motore della produzione nucleare (della Corea del Nord, ndr) è il petrolio. Con le sanzioni, abbiamo tagliato il 90% del commercio nordcoreano e il 30% del suo petrolio, ma il greggio rimane”, ha detto inoltre la rappresentante diplomatica di Washington, ricordando come nel 2003 la Cina provvedette effettivamente a chiudere i rubinetti del proprio export verso il Regno Eremita, sebbene ufficialmente per un guasto tecnico. Ma a settembre l’idea di un embargo energetico totale era naufragata in seguito alle proteste di Pechino e Mosca, preoccupate per la crisi umanitaria che una tale misura potrebbe innescare con conseguenze avvertibili entro i propri confini nazionali.

Nella giornata di ieri Trump aveva lasciato presagire l’arrivo di nuovi e più duri provvedimenti in un tweet sibillino. Letteralmente: “Ho appena parlato con il presidente cinese XI JINPING riguardo alle azioni provocatorie della Corea del Nord. Ulteriori importanti sanzioni saranno imposte oggi. Questa situazione verrà risolta!”. Qualche dettaglio in più è giunto per bocca del segretario di Stato Rex Tillerson che alla stampa ha anticipato la preparazione di una “lunga lista di ulteriori potenziali sanzioni, alcune delle quali coinvolgono altri istituti finanziari. Il Dipartimento del Tesoro annuncerà quali e quando saranno pronti a espellerli”.

Ufficiosamente, si parla della possibilità di introdurre un blocco navale con cui monitorare, intercettare e imporre restrizioni su ciò che può entrare e uscire dalla Corea del Nord. Ma per Koh Yu-hwan della Dongguk University equivarrebbe a una mezza dichiarazione di guerra. Secondo la Casa Bianca, discutendo con Xi Jinping, Trump ha “enfatizzato la necessità che la Cina utilizzi tutti i mezzi possibili per indurre la Corea del Nord ad abbandonare le provocazioni e a ritornare sul sentiero della denuclearizzazione”.

Pechino, dal canto suo, ritiene di aver già fatto abbastanza (lo scorso mese l’export cinese verso il Nord è precipitato del 16%) e chiede a Washington maggior cautela. Nel farlo, l’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite Wu Haitao ha ricordato la formula della “doppia sospensione” proposta da Cina e Russia (congelamento dei test missilistici nordcoreani in cambio dell’interruzione delle esercitazioni militari tra Washignton e Seul), mentre il collega russo ha sottolineato le ripetute provocazioni degli Stati Uniti, dalle manovre militari (compreso il dispiegamento simultaneo di tre portaerei in prossimità della penisola coreana) all’imposizione di sanzioni unilaterali, fino al reinserimento della Corea del Nord nella lista dei paesi sponsor del terrorismo. Misura, quest’ultima, risalente ad appena una settimana fa.

Scendere a compromessi non sembra essere nelle corde del presidente statunitense, che fin dall’inizio del suo mandato ha escluso di poter tollerare una Corea del Nord in grado di minacciare il proprio Paese. Ma tra i corridoi della Casa Bianca non mancano i fautori di un “obiettivo temporaneo più realistico”. Ovvero di un implicita accettazione di una Corea nuclearizzata in cambio della sospensione di nuovi esperimenti atomici e missilistici. Una prospettiva che assume concretezza ora che — stando a Kim Jong-un — Pyongyang ha “finalmente realizzato la grande causa storica del completamento della forza nucleare statale” grazie al lancio del vettore intercontinentale Hwasong-15, il più sofisticato mai testato.

Mentre la porta del dialogo non è ancora del tutto chiusa — rigettando fermamente una negoziazione della propria deterrenza nucleare, il regime di Kim ha esplicitato l’intenzione di affiancare gli Usa al tavolo delle trattative solo una volta raggiunta una posizione paritetica — la possibilità, tuttavia, che un errore di calcolo degeneri in una guerra nucleare ha silenziosamente riavvicinato gli eserciti di Usa e Cina.

Proprio mercoledì, mentre Washington, Seul e Tokyo chiamavano a raccolta il Consiglio di Sicurezza, la National Defence University di Washington ospitava una piattaforma di dialogo tra i generali delle due superpotenze con l’obiettivo di delineare possibili strategie di comunicazione in una generica situazione di crisi. Nulla che faccia esplicitamente riferimento alla Corea del Nord. Ma i colloqui sarebbero stati pianificati poco dopo la partecipazione del generale Joseph Dunford ad una serie di esercitazioni cinesi nei pressi di Shenyang, 190 chilometri dal confine sino-coreano. Da una prospettiva cinese si tratta di un raro cambio di strategia considerata la tradizionale reticenza di Pechino anche soltanto a valutare la possibilità di prendere una posizione antagonista rispetto al vecchio Paese amico nel caso di uno scenario bellico con gli Stati Uniti.

[Pubblicato su Il Fatto quotidiano online]

venerdì 20 marzo 2015

Una controversa alternativa al carbone


Nelle steppe della Mongolia Interna, nel nord della Cina, si nascondono alcuni dei più grandi giacimenti di carbone del mondo, pari a circa l'11,4 per cento delle riserve complessive del gigante asiatico. Ogni anno, 3,45 milioni di tonnellate di carbon fossile vengono trasportate fino a una grande fabbrica poco fuori Ordos, 150 chilometri a sud di Baotou, la città più grande della regione autonoma, per essere convertite in combustibili liquidi, principalmente gasolio e benzina. Un processo divenuto nell'ultimo decennio sempre più necessario a fronte della crescente fame di carburanti riscontrata nel primo mercato automobilistico al mondo. Secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia, nel 2009 la Cina (154 milioni di vetture di proprietà lo scorso anno) ha consumato circa 250 milioni di tonnellate di benzina, gasolio e kerosene per i trasporti. Oltre la metà (il 59,6 per cento) del petrolio di cui il Dragone necessita per la produzione di tali combustibili arriva da oltremare, e c'è la possibilità che entro il 2020 le importazioni salgano fino al 67%. Ragione per la quale la Cina si sta affrettando a trasformare le sue vaste riserve di carbone - 114,5 miliardi di tonnellate secondo stime del 2012 - per sopperire al fabbisogno nazionale di oro nero e derivati, affrancandosi dalle forniture esterne.

Un utilizzo diversificato del combustibile fossile sembra in parte venire incontro alle direttive lanciate dal Governo per attenuare l'inquinamento rampante che affligge il Paese. Al momento il carbone conta per il 70 per cento del mix energetico di cui si avvale l'industria cinese; Pechino punta a ridurlo al di sotto del 65 per cento entro il 2017, con l'obiettivo di scendere al 50 per cento entro la metà del secolo. Come parte della sua 'strategia verde', negli ultimi tre anni la Cina ha lautamente foraggiato una serie di progetti di gassificazione e liquefazione del carbone in Mongolia Interna, nello Shaanxi, nel Ningxia, nello Xinjiang e nel Liaoning. Ma stando agli esperti, è sopratutto l'erosione dei profitti dell'industria tradizionale a spingere i produttori verso sbocchi alternativi: stando alla China National Coal Association, nel 2014 sette compagnie carbonifere su dieci non sono riuscite a far quadrare i bilanci strette nel gorgo di un rallentamento economico che ha visto la crescita cinese procedere al ritmo più basso degli ultimi 24 anni. «Trasformare il carbone in carburanti liquidi è ormai un must. Forse non lo è per l'Europa o gli Stati Uniti, ma lo è per la Cina», spiega a ClimateWire Sun Qiwen, ex capo ingegnere dell'industria di conversione del carbone presso la sudafricana Sasol e oggi responsabile per il gruppo cinese Yankuang di un progetto in corso d'opera a Yulin, città-prefettura del Guangxi.

Mentre Australia, Indonesia e Stati Uniti continuano a esplorano il settore, fino al 2012 la Cina era ancora l'unico Paese, dopo il Sudafrica, ad aver adottato la liquefazione del carbone su scala commerciale. I numeri parlano chiaro. Secondo quanto riportava a gennaio l'agenzia di stampa Xinhua, lo scorso anno l'impianto di Ordos, (il primo per la conversione diretta da carbone a petrolio ad aver visto la luce in Cina alla fine del 2009), gestito dal colosso Shenhua Group, ha generato 866.000 tonnellate di prodotti liquidi, ovvero 3.000 tonnellate al giorno per un consumo di circa 10.000 tonnellate di carbone. Ma se nel 2012 quello di Shenhua Group era l'unico impianto di conversione presente nella Repubblica popolare, oggi le società coinvolte nella liquefazione del carbone sono salite ad almeno quattro; alla lista si sono aggiunte Yankuang Group, Shanxi Jincheng Anthracite Coal Mining Group (entrambe statali), e la privata Inner Mongolia Yitai Coal Co. Ltd. Sebbene non siano disponibili dati ufficiali sul quantitativo esatto dei progetti attualmente in corso, stando a ClimateWire, in Cina sarebbero perlomeno sedici gli stabilimenti (già ultimati, in costruzione o in fase di progettazione avanzata) per la trasformazione del carbone, pari ad una capacità produttiva complessiva di 22 milioni di tonnellate. Nell'arco di soli tre anni, Yankuang ha sborsato 20 miliardi di yuan (3,2 miliardi di dollari) per realizzare la zona industriale di Yulin. Grande quanto 280 campi da calcio, l'impianto -il cui taglio del nastro è previsto per giugno- dovrebbe produrre all'anno 1 milione di tonnellate di carburante liquido, oltre a convertire scarti industriali in vari sottoprodotti. Il gruppo conta di rientrare di tutte le spese entro otto anni.

Nate nella Germania nazista, le tecniche di liquefazione furono largamente adottate in Sudafrica negli anni '50, quando il Paese si trovò tagliato fuori dalle esportazioni di petrolio sulla scia delle sanzioni Onu in protesta al regime dell'apartheid. Due le categorie in cui ricadono le tecnologie specifiche di conversione: processi di liquefazione diretta e di liquefazione indiretta, dove nel primo caso si intendono quei procedimenti che implicano la gassificazione del carbone in una miscela di monossido di carbonio e idrogeno (syngas) e fanno uso di sistemi come il Fischer-Tropsch per trasformare il composto di syngas in idrocarburi liquidi. I processi di liquefazione diretta, di contro, convertono il carbone direttamente in liquidi, senza passare per la fase gassosa, attraverso l'applicazione di solventi e catalizzatori in un ambiente ad alta pressione e temperatura. Per il momento la maggior parte degli impianti cinesi prevede ancora la liquefazione indiretta, che oltre ad essere più costosa è in grado di raggiungere un'efficienza termica del 40 per cento, contro il 75 per cento ottenibile con il processo diretto.

A vederli i combustibili originati dal carbone hanno un aspetto simile a quello dei derivati dal petrolio; quando vengono bruciati liberano la stessa quantità di anidride carbonica ma meno emissioni sulfuree. "Un potenziale vantaggio del processo indiretto (basato sul Fischer-Tropsch) è che questi carburanti sono piuttosto puliti quando vengono impiegati nei trasporti", spiega a L'Indro Eric D. Larson, senior fellow dell'Energy Systems Analysis Group presso la Princeton University. Il vero problema sta nelle tecniche di conversione, che oltre a richiedere abbondante acqua (risorsa di cui la Cina scarseggia sopratutto nelle aree miniere del Nord-Ovest), rilasciano quantità doppie di anidride carbonica rispetto all'estrazione e raffinazione dei combustibili derivati dal petrolio. Fattore non tralasciabile considerato che -in base all'accordo stretto con Barack Obama a margine del summit Apec- il gigante asiatico si è impegnato a raggiungere il picco massimo di emissioni entro il 2030. Larson controbatte dichiarando che, sì, rimangono alcuni nodi da sciogliere. Ma che "se l'anidride carbonica generata come sottoprodotto durante la conversione del carbone viene catturata e immagazzinato sottoterra, allora le emissioni di gas serra diventano più o meno le stesse dei combustibili derivati ​​dal petrolio. Se alcune biomasse prodotte in maniera sostenibile venissero trattate con il carbone per creare combustibili liquidi e il sottoprodotto di anidride carbonica venisse catturato/immagazzinato, questi carburanti sintetici produrrebbero emissioni di gas serra più basse rispetto ai derivati ​​del petrolio. Maggiore è il contenuto in biomassa, minore saranno le emissioni di gas serra." Pechino tentenna. Lo scorso dicembre, all'indomani della conferenza Onu sul clima, la stampa cinese aveva ventilato l'ipotesi di uno stop all'approvazione di nuovi impianti per la trasformazione del carbone in gas e carburanti liquidi. Manovra che risparmierebbe al gigante asiatico 1 miliardo di tonnellate di anidride carbonica l'anno.

Alle incognite ambientali si aggiungono alcune considerazioni di ordine economico. Per gli analisti i derivati dal carbon fossile risultano un'alternativa vantaggioso nel momento in cui i prezzi del petrolio rimangono al di sopra dei 25-40 dollari al barile (50 dollari secondo stime di MRS Bullettin), ma con il movimento a ribasso registrato recentemente dal greggio il processo di conversione potrebbe rivelarsi non solo un ostacolo alla 'green revolution' promossa da Pechino, ma anche molto poco conveniente. Sfruttando i prezzi attorno ai minimi storici, a dicembre la Cina ha acquistato 31 milioni di tonnellate di oro nero segnando un aumento mensile del 10 per cento. Secondo un rapporto pubblicato a gennaio dal colosso statale China National Petroleum Corporation, alla fine del 2013 le riserve strategiche del gigante asiatico ammontavano a 140 milioni di barili. Le autorità prevedono di portarle a 600 milioni di barili entro il 2020.

(Pubblicato su L'Indro)

mercoledì 24 settembre 2014

Pechino comodamente tra Iraq e Kurdistan


Spesso si dice che a vincere la guerra d'Iraq, in realtà, sia stata la Cina. Prima dell'invasione americana (2003), l'industria petrolifera irachena soffriva l'isolamento causato dalle sanzioni internazionali contro il Governo di Saddam Hussein. All'indomani della fine del conflitto, culminato nell'esecuzione del dittatore, il Paese mediorientale riaprì al mondo l'accesso alle proprie riserve energetiche. Il gigante asiatico non si fece trovare impreparato. Pur di mettere le mani sul petrolio iracheno, accettò condizioni contrattuali limitanti incurante dei bassi profitti. Una propensione al rischio che gli deriva dalla libertà di cui godono i giganti nazionali degli idrocarburi, tutti di proprietà dello Stato e pertanto svincolati dalle responsabilità di cui normalmente le società private debbono rispondere davanti al proprio azionariato.

Risultato: oggi Pechino compra quasi la metà del petrolio che l'Iraq produce affermandosi come primo investitore straniero nel settore energetico locale. Le importazioni cinesi sono schizzate dai 300mila barili al giorno del 2012 ai 720mila dell'aprile 2014. Secondo quanto riportava lo scorso anno il 'New York Times', la Cina ha investito nel Paese oltre 2 miliardi di dollari all'anno. 10mila cinesi lavorano in Iraq nel comparto energetico, edile e delle telecomunicazioni, fattore che moltiplica gli oneri delle autorità del gigante asiatico per quanto riguarda la tutela dei propri cittadini. Una questione diventata più pressante da quando, nel marzo del 2011, in seguito al collasso del regime del leader libico Gheddafi, Pechino fu costretto ad inviare mezzi militari in terra straniera per procedere con l'evacuazione di quasi 36mila cinesi. Nonostante i principali interessi del Dragone siano concentrati nel Sud dell'Iraq, la recente ondata di violenza e tensioni settarie scatenate dall'ISIS non può non preoccupare la Cina. Eventuali interruzioni delle forniture peserebbero per oltre il 10% delle importazioni totali di greggio. L'aumento dei costi che ne deriverebbe rischia di frenare ulteriormente la ripresa della seconda economia del mondo: si stima che un rincaro di 10 dollari dei prezzi del petrolio costerebbe alla Repubblica popolare una riduzione del Pil dello 0,2%.

Già in passato il pragmatismo dei cinesi, fautori del business tout court scevro da sfumature politiche e religiose, ha permesso a Pechino di smarcarsi da situazioni difficili. Quando, nel 2003, gli Stati Uniti sospesero le concessioni petrolifere del Dragone in Iraq, i cinesi non si persero d'animo; semplicemente cambiarono partner indirizzando le proprie mire energetiche in Kurdistan. Dal 1991 la regione settentrionale irachena gode di una certa autonomia, divenuta effettiva solo dopo la caduta di Saddam nel 2003. Da quel momento la regione è diventata la parte più stabile dell’Iraq con doti promettenti da 'Dubai del futuro'. Secondo liste governative, al momento in Kurdistan operano 17 compagnie cinesi, tra cui la società petrolifera DQE e la statale Sinopec. Quinta azienda al mondo per fatturato, Sinopec è entrata nel mercato curdo nel 2009 con l'acquisizione della canadese Addax Petroleum, impegnata nello sviluppo del sito di Taq Taq. Ad oggi si tratta ancora della maggior acquisizione (7,2 miliardi di dollari) mai effettuata da una compagnia energetica cinese a livello internazionale.

Ultimamente Secondo fonti 'Reuters', la Cina, che consuma energia più di qualsiasi altro Paese al mondo, sarebbe in trattative con Erbil per la consegna di 4 milioni di barili di petrolio. Una mossa che, se confermata, potrebbe risultare indigesta a Baghdad, che considera le vendite di petrolio curdo 'illegali'; il petrolio appartiene al Governo centrale che per il suo sfruttamento paga dei fondi al Governo autonomo del Kurdistan. Da parte sua, il KRG (Kurdistan Regional Government) ritiene il proprio business giuridicamente valido in base a quanto stabilito -in maniera poco nitida- dalla costituzione irachena. Il problema è che se il KRG necessita delle entrate per finanziare i suoi combattenti e fronteggiare l'emergenza rifugiati, per Baghdad gli introiti derivanti dalle vendite indipendenti di petrolio potrebbero venire destinati alla costruzione di uno Stato curdo indipendente.

Attualmente il Kurdistan è un’entità dotata di un’amministrazione autonoma e proprie forze armate; l'intesa raggiunta con grandi società petrolifere straniere, nei piani del KRG, dovrebbe contribuire al raggiungimento dell’indipendenza economica. Un obiettivo tutt'altro che impossibile. Secondo stime ufficiali, il Kurdistan ospita il 40% delle risorse petrolifere irachene. Dal mese di maggio, 11 milioni di barili di greggio curdo hanno preso il largo dal porto di Ceyhan, nella Turchia meridionale, verso mete ignote. Pare che dopo la mancata vendita di greggio negli Stati Uniti, sfociata quest'estate in un guazzabuglio legale, il Kurdistan sia in cerca di nuovi clienti. Tra luglio e agosto 140 milioni di dollari di petrolio sono rimasti bloccati a largo delle coste statunitensi. Sebbene Washington non vieti esplicitamente l'acquisto di 'oro nero' curdo, tuttavia non nasconde le molte incognite che adombrano le consegne nel tentativo di cautelare le compagnie americane. Stando alla 'Reuters', lo scorso mese, almeno tre carichi da 1 milione di barili ciascuno hanno lasciato Ceyhan diretti verso l'Asia. L'ex Impero Celeste potrebbe essere il misterioso capolinea.

"Si suppone che a giugno Israele abbia ricevuto la sua prima spedizione di petrolio curdo", spiega a 'L'Indro' Yitzhak Shichor, Professore emerito e Direttore del Dipartimento di Studi dell'Asia Orientale presso l'Università di Haifa, "Dal momento che Gerusalemme ha ricevuto la maggior parte del suo petrolio dall'Azerbaijan e dal momento che il petrolio curdo è arrivato nel distretto meridionale di Ashkelon (dove inizia la Trans-Israel pipeline diretta a Eilat) è possibile che Israele non sia stata la meta finale e che il greggio curdo sia finito più a est". (Segue su L'Indro)

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...