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venerdì 29 giugno 2018
La Corea del Nord rispolvera i “giochi di massa”
Il prossimo settembre la Corea del Nord riprenderà i famigerati “giochi di massa” a distanza di cinque dall’ultima edizione. La manifestazione si terrà in concomitanza con il 70esimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare, data in passato festeggiata con test nucleari e missilistici. Segno del nuovo “corso pacifico” intrapreso dal leader Kim Jong-un, impegnato a ricucire il dialogo con la comunità internazionale all’indomani del vertice di Singapore.
Secondo l’agenzia con base a Pechino Koryo Tour — che per prima ha ricevuto la notizia da un partner locale — i giochi si terranno presso il Rungrado May Day Stadium, lo stadio più grande al mondo in termini di capacità (150mila posti). Il biglietto d’ingresso base dovrebbe costare attorno agli 80 euro, ma non è ancora chiaro se i turisti potranno prendere parte alla cerimonia d’apertura in programma per il 9 del mese, scrive NK News ventilando una possibile partecipazione di Kim. Sul sito del competitor Uri Tour — che offre un pacchetto di una settimana a parte da 1580 dollari — si legge che, sebbene la manifestazione dovrebbe durare “dal 9 settembre fino potenzialmente all’inizio di ottobre, la sua realizzazione non può essere ancora garantita. Eventi di questo tipo nella RPDC rimangono soggetti alla riprogrammazione o cancellazione e in genere sono confermati al 100% solo pochi giorni prima (o addirittura il giorno stesso) dell’evento”. Al momento il sito della National Tourism Administration (NTA), dedicato alla calendarizzazione di festival ed eventi, non ne fa menzione.
Da tempo il ricorrere di prove coreografiche nelle piazze della capitale nordcoreana aveva suggerito una possibile reintroduzione dei giochi. L’ultima volta che Pyongyang ha organizzato l’evento risale al 2013, quando il regime ha celebrato il 60esimo anno dalla firma dell’armistizio che ha messo fine — de facto — alla Guerra di Corea nel 1953. Nessuna spiegazione ufficiale è stata fornita per la prolungata pausa, preceduta da un decennio di prestazioni con cadenza piuttosto regolare. L’edizione di settembre avrà un nome traducibile in inglese come “Shining Fatherland” — titolo di una delle canzoni patriottiche della nota girl band Moranbong — e si prospetta simile ai vecchi Arirang Games, caratterizzati da una vivace propaganda antiamericana e un tempo in grado di attrarre decine di migliaia di partecipanti con esibizioni ed esercizi di sincronia per mezzo di cartoncini colorati e altri oggetti mirati ad esaltare la leadership, il Partito dei lavoratori e le forze armate nazionali. Le coreografie presentano un’iconografia complessa ed allegorica dove il colore rosso (soprattutto nei fiori) rappresenta la classe lavoratrice, il colore porpora simboleggia Kim Il-sung (nonno di Kim Jong-un), mentre la montagna innevata ricorda il monte Baekdu, da secoli considerato luogo sacro e indicato dalla vulgata ufficiale come luogo natale del defunto “caro leader” Kim Jong-il.
In passato non sono mancati ospiti illustri, dal presidente cinese Jiang Zemin al segretario di Stato americano Madeleine Albright, anche se per il momento una comparsa di Trump ai giochi viene considerata altamente improbabile, nonostante il presidente statunitense abbia espresso l’intenzione di visitare il paese “a un certo punto”. Contestualmente, in segno di riconciliazione, negli ultimi giorni i folkloristici gadget contro lo “zio Sam” sono spariti dagli scaffali dei negozi turistici. Certamente meno provocatori dei ricorrenti test balistici, gli spettacoli di massa non sono tuttavia incolumi da critiche. A prendervi parte sono infatti ginnasti, acrobati, atleti ma anche bambini in età scolare. Secondo un rapporto della commissione d’inchiesta dell’Onu sui diritti umani in Corea del Nord risalente al 2014, gli Arirang Games sono “eventi di propaganda di massa obbligatori”, capaci di attirare “un gran numero di turisti, spesso inconsapevoli delle violazioni dei diritti umani subite dai bambini partecipanti, costretti a prendervi parte”. Redatto sulla base delle testimonianze dei disertori (non sempre una fonte attendibile), l’indagine parla di sessioni di allenamento “estenuanti” per “tutto il giorno a spese dell’istruzione (per i più giovani)”.
[Pubblicato su Il Fatto quotidiano online]
mercoledì 20 giugno 2018
In cina e Asia
Déjà-vu: Trump minaccia nuove sanzioni, ZTE ancora nel mirino
Torna a crescere la tensione tra Cina e Stati Uniti. Nella giornata di ieri in una controffensiva a tenaglia, il Senato statunitense ha approvato un disegno di legge che — in attesa di essere confermato alla Camera — minaccia di reintrodurre le sanzioni contro la società cinese ZTE, per la cui sopravvivenza si è speso il presidente Xi Jinping in persona. L’Act potrebbe anche rafforzare i poteri del Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS), la commissione preposta alla revisione degli accordi rischiosi per la sicurezza nazionale. Contestualmente, la giornata di lunedì ha visto Trump tornare all’attacco sul versante commerciale. Si parla di una nuova lista di prodotti per 200 miliardi di dollari da sottoporre a regime tariffario del 10%. Misura formalmente pensata per castigare la risposta di Pechino all’annuncio di dazi per un valore di 50 miliardi sull’import cinese, cui farebbero seguito dazi sul “made in Usa” per un importo analogo. Come spiegato da The Donald, “una volta completato il processo legale, queste tariffe entreranno in vigore se la Cina si rifiuterà di modificare le sue pratiche, e anche se insisterà sull’andare avanti con le nuove tariffe come recentemente annunciato.”
Le riforme di Pechino tra default e mancati stipendi
La banca centrale cinese definisce la liquidità nel mercato finanziario cinese “ragionevole e stabile”. Tuttavia, mentre la campagna contro il debito compie i suoi primi tre anni, gli sforzi per ridurre la leva finanziaria e la conseguente difficoltà di accesso al credito cominciano a dare i primi inattesi frutti. Secondo la Reuters, dall’inizio dell’anno ad oggi sono almeno 12 le aziende ad aver dichiarato default sul pagamento di bond per un valore di 17,4 miliardi di yuan. Chiaro segno che stavolta il Partito-Stato potrebbe non essere più disposto a lanciare il consueto salvagente. Mentre ad essere coinvolti sono vari comparti industriali, quasi tutte le società interessate sono società private, vero motore della crescita cinese che — nonostante la preponderante ingerenza statale — conta per il 60% del Pil nazionale. Ma non è solo il mondo degli affari a risentire della stretta sui capitali e la cosiddetta supply-side reform. Proprio lo scorso mese la cittadina di Leiyang, nota per le sue miniere di carbone, ha citato “una grave carenza di liquidità” come principale motivazione del ritardo nel pagamento degli stipendi ai funzionari statali.
Sospese le esercitazioni congiunte con Washington: Seul vuole la pace entro l’anno
Seul punta a una dichiarazione di pace entro la fine dell’anno. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri sudcoreano Kang Kyung Wha preannunciando la rimozione graduale delle sanzioni una volta che la Corea del Nord avrà intrapreso “sostanziali passi avanti verso la denuclearizzazione”. Mentre la dichiarazione di Panmunjom siglata tra le due Coree fa esplicitamente riferimento alla sostituzione dell’armistizio con un accordo di pace, il comunicato emerso dal vertice di Singapore è molto meno chiaro a riguardo. Ciononostante, secondo Kang e quanto confermato da Mike Pompeo, l’argomento non solo è oggetto di costanti consultazioni tra Seul e Washington, ma sarebbe anche stato discusso durante l’incontro a porte chiuse tra Kim Jong-un e Donald Trump. La conferma ufficiale da parte del Pentagono della sospensione delle esercitazioni congiunte di agosto Ulchi Freedom Guardian sembrerebbe ribadire la volontà di ripristinare la pace nella penisola. Al contempo, tuttavia, il riferimento della ministra alle sanzioni evidenzia un crescente allineamento da una parte tra la Corea del Sud e la Cina, dall’altra tra gli Stati uniti e il Giappone, ancora propensi a mantenere una linea intransigente in materia di concessioni economiche.
Intanto, secondo la stampa cinese, Kim Jong-un sarebbe nuovamente oltre la Muraglia per aggiornare Xi Jinping sul vertice di Singapore, terza missione cinese dal primo inaspettato viaggio di marzo.
La Corea del Nord riavvierà i “giochi di massa”
Pyongyang è in procinto di riavviare i cosiddetti “giochi di massa” a cinque anni dall’ultima edizione. Lo ha reso noto l’agenzia turistica con base a Pechino Koryo Tours, secondo la quale l’evento si terrà il 9 settembre e il biglietto base costerà l’equivalente di 80 euro. La manifestazione ha un nome traducibile come “Brilliant Fatherland” e si prospetta simile ai vecchi Arirang Games con decine di migliaia di partecipanti. Secondo un rapporto della commissione d’inchiesta dell’Onu sui diritti umani in Corea del Nord risalente al 2014, i giochi di massa sono “eventi di propaganda di massa obbligatori”, capaci di attirare “un gran numero di turisti, spesso inconsapevoli delle violazioni dei diritti umani subite dai bambini partecipanti, costretti a prendervi parte”.
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