"Il modello Cina": un inimitabile mix di potere, strategia politica e collettivismo dai prodigiosi esiti economici. In una fase di grave crisi globale, con le tentazioni finanziare che il debito sovrano dell'Italia alimenta per l'ex Impero Celeste, un nuovo libro indaga sui segreti di un "sistema" di civilta' che da quattro secoli tormenta il sonno degli occidentali e anticipa gli sviluppi del quadro politico in vista del cambio di leadership nel 2012 alla guida della Repubblica Popolare Cinese.
'Il modello Cina. Quadro politico e sviluppo economico', a cura di Marina Miranda e Alessandra Spalletta, in libreria per L'Asino d'Oro edizioni (collana "Orizzonti cinesi", 216 pagine 18 euro), propone i contributi di alcuni tra i maggiori sinologi al mondo - Jean Philippe Beja, Bo Zhiyue, Suisheng Zhao, Barry Naughton, David Shambaugh - esposti in un convegno sul Beijing Consensus il 3 novembre 2010 presso l'ex Facolta' di Studi orientali dell'Universita' La Sapienza, opportunamente aggiornati e arricchiti da nuovi saggi inediti in Occidente, tradotti da originali selezionati sulla stampa di Hong Kong e sulle rare riviste liberali della Repubblica popolare cinese.
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mercoledì 5 ottobre 2011
Lo stato di salute dell'economia cinese: ecco alcune diagnosi
Nell'arco di qualche anno la seconda economia mondiale potrebbe avere un brutto risveglio. Secondo un sondaggio condotto da Bloomberg alla fine del mese scorso e realizzato sulla base delle proiezioni rilasciate da investitori, analisti e traders, nel giro di un quinquennio il trend economico della Cina rischia una brusca frenata, con un ritmo annuo che potrebbe scendere al di sotto del 5% - contro l'attuale 9% - entro il 2016 (data in cui invece, sulla base delle stime del Fondo monetario Internazionale, il Dragone dovrebbe effettuare il grande sorpasso sugli Stati Uniti). Più precisamente, il 47% degli intervistati ritiene che la fase di rallentamento si verificherà in un lasso di tempo che va dai 2 ai 5 anni, mentre il 20% confida che tale inversione di marcia avverrà entro soltanto un anno.
La Cina, che durante la crisi finanziaria del 2008-2009 aveva già registrato un crollo record delle esportazioni degli ultimi 32 anni, alla luce di una seconda recessione di Stati Uniti e UE, potrebbe trovarsi ancora una volta in serie difficoltà nel sostenere una crescita economica sostanzialmente trainata dall'export. Un problema questo che Pechino sembrava già aver preventivato quando, mostrando le linee guida del XII Piano quinquennale, sottolineò l'esigenza di potenziare la domanda interna.“Espandere la domanda interna è la nostra strategia guida a lungo termine", dichiarò a ridosso del V Plenum Zhang Ping, presidente della commissione nazionale per le Riforme e lo Sviluppo.
Il pericolo di una bolla immobiliare, l'inflazione galoppante e la fragilità finanziaria di UE e USA sono tra i principali ostacoli che mettono a rischio la corsa del Dragone. Secondo il 38% degli interpellati dall'agenzia d'informazione finanziaria newyorkese l'economia cinese sarebbe in netto peggioramento, il 13% ritiene sia in crescita, mentre il 47% ne ha evidenziato una sostanziale stabilità. A fare un po' di chiarezza in questo marasma di numeri e percentuali ci hanno pensato le stime ufficiali della China Federation of Logistics and Purchasing, che alcuni giorni fa hanno evidenziato un PMI (Purchasing Manager Index) in crescita di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente; valore questo che di fatto pone nuovamente l'indice del manifatturiero cinese di poco oltre la soglia del 50%, indicando così un mercato di fatto in espansione.
E sebbene come ha affermato Zhang Liqun, researcher presso il Centro di Ricerca e Sviluppo, "la probabilità che l'economia cinese rallenti è ancora alta, in quanto le piccole imprese si trovano a fronteggiare molti problemi", le prospettive a breve termine per chi investe nel Regno di Mezzo sono ancora piuttosto positive. Buona parte degli analisti ritiene che nei prossimi 12 mesi il mercato cinese si confermerà tra i più redditizi, secondo soltanto a quello statunitense.
Ulteriori rassicurazioni vengono dal chief econmist di HSBC, Qu Hongbing, il quale ha quasi escluso l'eventualità di un rallentamento al di sotto del 5%, pur evidenziando come un atterraggio duro dell'economia dagli occhi a mandorla implicherebbe gravi ripercussioni su tutta l'economia globale.
di Alessandra Colarizi
La Cina, che durante la crisi finanziaria del 2008-2009 aveva già registrato un crollo record delle esportazioni degli ultimi 32 anni, alla luce di una seconda recessione di Stati Uniti e UE, potrebbe trovarsi ancora una volta in serie difficoltà nel sostenere una crescita economica sostanzialmente trainata dall'export. Un problema questo che Pechino sembrava già aver preventivato quando, mostrando le linee guida del XII Piano quinquennale, sottolineò l'esigenza di potenziare la domanda interna.“Espandere la domanda interna è la nostra strategia guida a lungo termine", dichiarò a ridosso del V Plenum Zhang Ping, presidente della commissione nazionale per le Riforme e lo Sviluppo.
Il pericolo di una bolla immobiliare, l'inflazione galoppante e la fragilità finanziaria di UE e USA sono tra i principali ostacoli che mettono a rischio la corsa del Dragone. Secondo il 38% degli interpellati dall'agenzia d'informazione finanziaria newyorkese l'economia cinese sarebbe in netto peggioramento, il 13% ritiene sia in crescita, mentre il 47% ne ha evidenziato una sostanziale stabilità. A fare un po' di chiarezza in questo marasma di numeri e percentuali ci hanno pensato le stime ufficiali della China Federation of Logistics and Purchasing, che alcuni giorni fa hanno evidenziato un PMI (Purchasing Manager Index) in crescita di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente; valore questo che di fatto pone nuovamente l'indice del manifatturiero cinese di poco oltre la soglia del 50%, indicando così un mercato di fatto in espansione.
E sebbene come ha affermato Zhang Liqun, researcher presso il Centro di Ricerca e Sviluppo, "la probabilità che l'economia cinese rallenti è ancora alta, in quanto le piccole imprese si trovano a fronteggiare molti problemi", le prospettive a breve termine per chi investe nel Regno di Mezzo sono ancora piuttosto positive. Buona parte degli analisti ritiene che nei prossimi 12 mesi il mercato cinese si confermerà tra i più redditizi, secondo soltanto a quello statunitense.
Ulteriori rassicurazioni vengono dal chief econmist di HSBC, Qu Hongbing, il quale ha quasi escluso l'eventualità di un rallentamento al di sotto del 5%, pur evidenziando come un atterraggio duro dell'economia dagli occhi a mandorla implicherebbe gravi ripercussioni su tutta l'economia globale.
di Alessandra Colarizi
domenica 2 ottobre 2011
La Rpc compie 62 anni: ai festeggiamenti non sono ammessi gli "imbucati"
Festeggiamenti in pompa magna per il 62° anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese, che sotto la direzione di Hu Jintao, Wen Jiabao e Wu Bangguo hanno esaltato una Tiananmen gremita di persone; oltre 120mila i partecipanti tra cinesi e stranieri, secondo quanto riportato dalla agenzia di stampa Xinhua. Tra i rituali consueti per celebrare l'evento, l'alza bandiera e l'offerta di una corolla di fiori al monumento degli Eroi del Popolo, martiri della Rivoluzione maoista, il tutto preceduto da un discorso del premier cinese tenutosi nella notte tra il 30 settembre e il 1° ottobre: "La Cina ha bisogno di maggiore democrazia interna, l’unico modo per rispondere alle grandi sfide che si pongono davanti a noi e risolvere i problemi che più di tutti preoccupano la popolazione," ha affermato nonno Wen, il primo ministro dal cuore tenero che, per i suoi appelli a favore di una maggior giustizia sociale, è incappato più volte nella maglia della censura degli organi di stampa filogovernativi. Parole, quelle del premier, che si scontrano in maniera evidente con i provvedimenti messi in atto dal Partito, il quale continua a reprimere con ogni mezzo coloro che cercano giustizia e democrazia.
E mentre la leadership si fa bella dei suoi ultimi successi - in primis il lancio del modulo spaziale Tiangong che ha preceduto di soli due giorni la festa nazionale - e il Global Times descrive il "sincero trasporto" con il quale l'anniversario della Repubblica è stato celebrato anche in Tibet (giusto la scorsa settimana due monaci seguaci del Dalai Lama si sono dati alle fiamme in protesta contro Pechino, ma di questo, ovviamente, il quotidiano cinese non fa parola...) proprio nei giorni a ridosso dei festeggiamenti, decine di persone venivano arrestate e allontanate dalla capitale vittime delle misure preventive di un governo sempre più ossessionato dallo scoppio di nuovi focolai di rivolta.
giovedì 29 settembre 2011
"Elezioni con caratteristiche cinesi" e cyber-candidature
I cittadini cinesi sono chiamati alle urne; un evento che si ripete ogni tre o cinque anni, a seconda del luogo, al fine di eleggere i Renmin Daibiao, ovvero i delegati delle assemblee popolari delle unità rappresentative di base. In altre parole, nel corso dei prossimi mesi l'elettorato dei villaggi e dei distretti urbani di tutto il Paese procederà alla nomina dei rappresentanti delle assemblee popolari locali, il livello più basso del sistema parlamentare cinese, nonché l'unico sul quale il popolo può esporre il proprio giudizio. Un sistema che esiste dagli anni 80" e che sulla carta permette la candidatura a qualsiasi persona abbia un minimo di 10 elettori, ma che in pratica è sottoposto allo stretto controllo del PCC (Partito comunista cinese) e assorbito in un sistema politico basato sulla cooptazione dall'alto. La lista dei candidati deve essere infatti vagliata e approvata dai membri del Partito di pari livello ai quali spetta l'ultima parola. Insomma, una sorta di contentino per mettere a tacere chi spinge verso un'apertura democratica, ma di fatto una conferma dell'autoritarismo gerarchico che vige nel sistema cinese.Eppure, se fin dalla nascita di queste elezioni popolari - nonostante l'opposizione dei vertici- vi è sempre stato il tentativo di avanzata di candidati indipendenti, quest'anno Zhongnanhai si è trovato a dover tenere testa a più di 100 nuovi sfidanti. Galeotto fu il internet e il tanto temuto Weibo, il Twitter cinese, che si è trasformato nel veicolo di propaganda per eccellenza degli "indipendenti". Caso esemplare è quello di Li Chengping, giornalista e blogger noto per la sua serrata critica sociale, il quale vanta sul proprio microblog più di tre milioni di seguaci. Nativo di Chengdu, nella provincia del Sichuan, Li avanza un programma di riforme piuttosto soft, proponendo una maggior sicurezza degli autobus scolastici, assistenza agli anziani e sussidi per i neolaureati. "Dietro alla mia candidatura non si celano velleità di ribellione verso il governo, sarebbe un atteggiamento veramente ingenuo", ha dichiarato il blogger che, per evitare guai con le forze dell'ordine, ha rifiutato ogni tipo di donazione e si è dichiarato pronto a fronteggiare l'insorgere di qualsiasi manifestazioni di piazza.
Nulla di pericolosamente sovversivo insomma, ma il governo cinese non sembra di questo parere. Il 30 maggio scorso, il Global Times, quotidiano filogovernativo in lingua inglese, commentava con queste parole il crescente desiderio di partecipazione dei cittadini: "lo scarto negli ideali tra diversi gruppi di pensiero nella società cinese è cresciuto in questi ultimi anni. La partecipazione di candidati indipendenti potrebbe accelerare questo processo, recando ancora più turbolenza, minacciando la coesione della nazione… sollecitando il voto attraverso internet, potrebbero distruggere il sistema, ponendo una sfida proprio in un momento cruciale per la scena politica cinese… il sistema politico cinese ha mostrato flessibilità verso le differenti opinioni insistendo sui cambiamenti interni al posto di riforme dall’esterno. Per quanto riguarda i candidati indipendenti, essi dovrebbero integrare i loro sforzi personali con l’andamento generale delle riforme politiche della Cina".
D'altra parte il Partito si è fatto i suoi conti in tasca, e facendo buon viso a cattivo gioco, continua a tollerare le elezioni popolari in quanto strategica valvola di sicurezza sociale. "La gente ha bisogno di sfogare le proprie insoddisfazioni, e certamente è meglio che lo faccia andando a votare, piuttosto che innescando movimenti di protesta", ha commentato Tang Wenfang, professore di scienze politiche presso l'università dell'Ohio.
Ma la libertà di movimento per gli "indipendenti" resta comunque molto limitata: lo scorso 22 settembre una decina di poliziotti in divisa ha impedito lo svolgimento di un comizio organizzato da alcuni candidati, mentre Liu Ping - ex operaia di 47anni che era stata costretta al pensionamento per aver protestato contro le demolizioni forzate - presentata la sua candidatura per l'assemblea di distretto, è stata oggetto di intimidazioni e perquisizioni, per essere poi infine estromessa dalla lista a causa di imprecisate motivazioni legali. Una battaglia contro i mulini a vento quella degli "indipendenti", che tuttavia lascia sperare in un cambiamento, seppur a lungo termine. "Anche se soltanto uno di noi verrà eletto", ha affermato Li Chengping, "questo sarà comunque un primo passo avanti".
di Alessandra Colarizi
martedì 27 settembre 2011
La Tigre e il Dragone, amici-nemici per la pelle
Messe da parte le storiche inimicizie, lunedì scorso Cina e India hanno dato il via al primo Dialogo Strategico Economico, al fine di instaurare rapporti commerciali vantaggiosi per entrambe le parti. Un passo decisivo senza dubbio compiuto alla luce della complessa situazione internazionale, che gravata dalla crisi del debito europeo e dall'incertezza economica statunitense, sta assistendo all'avanzata silente di nuovi protagonisti. “Una più stretta relazione tra Pechino e Delhi non avrà soltanto risvolti positivi per le relazioni bilaterali tra i due Paesi, ma darà anche fiducia ai Paesi emergenti”, ha dichiarato durante la cerimonia d'apertura il ministro della commissione nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, Zhang Ping.
La Tigre e il Dragone, seppur controvoglia, si trovano a collaborare ormai da tempo su più fronti: da una parte come membri del G20, dall'altra come rappresentanti asiatici del BRIC (Brasile, Cina, Russia, Sud Africa e India), legati a doppio filo dalla necessità di affrontare sfide comuni. E il vertice tenutosi lunedì a Pechino, sotto la regia del premier cinese Wen Jiabao e del suo omologo indiano Manmohan Singh, ha dato la possibilità di trattare una serie di questioni calde, raggiungendo nuovi accordi volti ad incentivare l'apertura dei mercati e a migliorare l'ambiente d'investimento. Temi cruciali sono stati poi la situazione del settore ferroviario, il problema delle risorse idriche e delle fonti di energia rinnovabili. L'icontro è stato accolto con grande entusiasmo da entrambe le parti e secondo Liu Xiaoxue, researcher presso l'Accademia delle Scienze Sociali, “darà all'India maggiori possibilità di business in Cina”.
Pace fatta? Meglio parlare di un tiepido armistizio: recentemente i media indiani hanno reso nota l'intenzione della ONGC Videsh Ltd , compagnia petrolifera statale, di effettuare - congiuntamente con il Vietnam - una serie di esplorazioni nel Mar cinese meridionale, da tempo al centro di una spinosa controversia a sei che vede Pechino, Hanoi, Filippine, Taiwan, Malasya e Brunei, coinvolte in una complessa disputa territoriale. Oggetto della contesa le isole Paracel e Spratly, pugni di scogli disabitati ma estremamente ricchi di risorse energetiche, e pertanto particolarmente appetibili. Ma non solo. Le acque contese ricoprono un ruolo fondamentale nella strategia energetica del Dragone, ospitando nei loro fondali la base nucleare sottomarina di Hainan; ragione questa per la quale Pechino non può assolutamente tollerare sconfinamenti. In risposta alle provocazioni di Delhi, il governo cinese ha annunciato un paio di settimane fa che provvederà ad estendere le proprie esplorazioni nell'Oceano Indiano di 10.000 chilometri quadrati; altro bacino d'acqua di importanza strategica per la politica oceanica cinese (http://cinasia-baochai.blogspot.com/2011/09/la-strategia-del-filo-di-perle-e-la.html).
Ma se dal mare soffia vento di burrasca, sul banco dei negoziati commerciali i due Giganti asiatici sembrano più inclini a far buon viso a cattivo gioco. “I grandi vantaggi commerciali aiuteranno a superare le divergenze. I rapporti bilaterali tra i due Paesi ultimamente hanno visto una crescita molto rapida”, ha affermato Liu Xiaoxue. E ulteriori rassicurazioni arrivano anche dai numeri: nel 2010 gli scambi tra Pechino e Delhi hanno visto una crescita su base annua del 42,4%, con esportazioni verso l'India del +31,3% e importazioni in rialzo del 51,8%. Un armistizio quello tra i due nemici storici che negli ultimi otto mesi ha fruttato ben 48,16 miliardi di dollari, evidenziado una crescita del 19% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
(A.C)
La Tigre e il Dragone, seppur controvoglia, si trovano a collaborare ormai da tempo su più fronti: da una parte come membri del G20, dall'altra come rappresentanti asiatici del BRIC (Brasile, Cina, Russia, Sud Africa e India), legati a doppio filo dalla necessità di affrontare sfide comuni. E il vertice tenutosi lunedì a Pechino, sotto la regia del premier cinese Wen Jiabao e del suo omologo indiano Manmohan Singh, ha dato la possibilità di trattare una serie di questioni calde, raggiungendo nuovi accordi volti ad incentivare l'apertura dei mercati e a migliorare l'ambiente d'investimento. Temi cruciali sono stati poi la situazione del settore ferroviario, il problema delle risorse idriche e delle fonti di energia rinnovabili. L'icontro è stato accolto con grande entusiasmo da entrambe le parti e secondo Liu Xiaoxue, researcher presso l'Accademia delle Scienze Sociali, “darà all'India maggiori possibilità di business in Cina”.
Pace fatta? Meglio parlare di un tiepido armistizio: recentemente i media indiani hanno reso nota l'intenzione della ONGC Videsh Ltd , compagnia petrolifera statale, di effettuare - congiuntamente con il Vietnam - una serie di esplorazioni nel Mar cinese meridionale, da tempo al centro di una spinosa controversia a sei che vede Pechino, Hanoi, Filippine, Taiwan, Malasya e Brunei, coinvolte in una complessa disputa territoriale. Oggetto della contesa le isole Paracel e Spratly, pugni di scogli disabitati ma estremamente ricchi di risorse energetiche, e pertanto particolarmente appetibili. Ma non solo. Le acque contese ricoprono un ruolo fondamentale nella strategia energetica del Dragone, ospitando nei loro fondali la base nucleare sottomarina di Hainan; ragione questa per la quale Pechino non può assolutamente tollerare sconfinamenti. In risposta alle provocazioni di Delhi, il governo cinese ha annunciato un paio di settimane fa che provvederà ad estendere le proprie esplorazioni nell'Oceano Indiano di 10.000 chilometri quadrati; altro bacino d'acqua di importanza strategica per la politica oceanica cinese (http://cinasia-baochai.blogspot.com/2011/09/la-strategia-del-filo-di-perle-e-la.html).
Ma se dal mare soffia vento di burrasca, sul banco dei negoziati commerciali i due Giganti asiatici sembrano più inclini a far buon viso a cattivo gioco. “I grandi vantaggi commerciali aiuteranno a superare le divergenze. I rapporti bilaterali tra i due Paesi ultimamente hanno visto una crescita molto rapida”, ha affermato Liu Xiaoxue. E ulteriori rassicurazioni arrivano anche dai numeri: nel 2010 gli scambi tra Pechino e Delhi hanno visto una crescita su base annua del 42,4%, con esportazioni verso l'India del +31,3% e importazioni in rialzo del 51,8%. Un armistizio quello tra i due nemici storici che negli ultimi otto mesi ha fruttato ben 48,16 miliardi di dollari, evidenziado una crescita del 19% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
(A.C)
lunedì 26 settembre 2011
Quando i giornalisti giocano a fare i detective
Arresti facili, minacce e morti misteriose: il mestiere del giornalista in Cina sembra essere segnato da un destino inquietante che si dispiega attraverso trame degne del giallista Qiu Xialong. Sullo sfondo una notizia scottante da occultare ad ogni costo; un “ispettore” un po' incauto, assetato di verità; un mandante sconosciuto e molti, moltissimi sospettati. E poi c'è l'arma del delitto...un coltello. Trent'anni, giornalista televisivo, Li Xiang è stato freddato lunedì scorso nei pressi della sua abitazione con 10 colpi di arma da taglio. Un caso semplicissimo per la polizia locale che data la sparizione di portafogli, telecamera e portatile ha potutto archiviare il tutto, avanzando il movente del semplice furto. E dopo due giorni i presunti colpevoli erano già in manette: Li Junzhao e Zhang Xiaobo, due giovani disoccupati che, secondo le autorità, “con la vittima non avevano nulla a che fare”. Forse, eppure c'è qualcosa che non torna, un particolare che non è passato inosservato ai più: il reporter televisivo stava seguendo molto attivamente la questione degli scandali relativi alla vendita e al riutilizzo di olio di scolo, rilavorato e infine “magicamente” trasformato in olio da cucina, nonostante l'alta tossicità. Un giro di riciclo che si aggira intorno ai 2 milioni di tonnellate e che avrebbe come basi operative le provincie dello Shandong, Henan e Zhejiang.
Un ennesimo scandalo alimentare per la Cina che ormai per salvare la faccia farebbe di tutto. Anche uccidere? Il popolo di internet sembra non avere dubbi: la morte di Li, che sul suo blog aveva fatto il nome di un'azienda locale invischiata nel business dell'olio, è strettamente legata alle sue denunce.
Ma facciamo un salto indietro. Un'altra morte avvolta nel mistero, un altro caso rapidamente archiviato. Era il 9 gennaio del 2007 quando, nella località di Huiyuan, nello Shanxi, Lan Chengzhang, collaboratore della China Trade News, fu ucciso a bastonate da alcuni “teppisti”. L'uomo, che stava facendo luce sulla trasgressione degli standard minimi di sicurezza nell'industira mineraria della zona, - secondo un giornale locale - sarebbe stato assalito e picchiato, mentre il suo collega si trovava chiuso nell'ufficio di uno dei padroni della miniera. Qualcosa che non torna ci sarebbe, ma la stampa ufficiale - in altre parole il governo cinese – al tempo dichiarò che Lan era “un falso giornalista, il quale stava cercando di estorcere denaro agli investitori della provincia.” E con questa fantasiosa ricostruzione, il caso fu chiuso. “Se si trattava veramente di un giornalista”, promisero le autorità locali, “interverremo con severità”. Non si seppe più nulla.
A questo punto, data la tragica sorte dei suoi colleghi, si dovrebbe considerare fortunato Ji Xuguang, giornalista del Southern Metropolis Daily, il quale, la scorsa settimana, è stato “semplicemente" minacciato e poi trattenuto dagli agenti per aver denunciato l'atroce storia di Li Hao, il trentaquattrenne di Luoyang che ,dopo aver rapito sei donne tra i 16 e i 34 anni, le ha poi rinchiuse per due anni in un sotterraneo a 4 metri di profondità, costringendole ad avere ripetuti rapporti sessuali. Due sono state uccise, una è riuscita a fuggire e a confessare l'accaduto alla polizia, la quale ha tuttavia insabbiato la cosa probabilmente per paura di compromettere l'immagine della città in corsa per il titolo di "città più civilizzata della Cina". La spiata del signor Ji, giunta a più di due settimane dall' arresto del sospettato, è stata definita dagli agenti di sicurezza niente meno che “una rivelazione di segreti di Stato”.
Ma le intimidazioni delle forze dell'ordine non hanno sortito i frutti sperati, e giovedì scorso, subito dopo il suo rilascio, il giornalista metteva tutto per iscritto, rendendo noto come le autorità avevano tentato di tenere all'oscuro l'opinione pubblica facendo ombra su un crimine avvenuto a meno di due miglia dall'ufficio di pubblica sicurezza della città. Venerdì i particolari della scabrosa vicenda, campeggiando sulle prime pagine dei quotidiani internazionali, erano già sulla bocca di tutti.
Per una volta forse, il "detective" è riuscito a fare luce sul caso senza rimetterci le penne; un lieto fine dal retrogusto amaro, ma a quanto pare di questi tempi in Cina, tra la lama della cesoia governativa e quella di un "anonimo coltello", tocca accontentarsi del male minore.
Un ennesimo scandalo alimentare per la Cina che ormai per salvare la faccia farebbe di tutto. Anche uccidere? Il popolo di internet sembra non avere dubbi: la morte di Li, che sul suo blog aveva fatto il nome di un'azienda locale invischiata nel business dell'olio, è strettamente legata alle sue denunce.
Ma facciamo un salto indietro. Un'altra morte avvolta nel mistero, un altro caso rapidamente archiviato. Era il 9 gennaio del 2007 quando, nella località di Huiyuan, nello Shanxi, Lan Chengzhang, collaboratore della China Trade News, fu ucciso a bastonate da alcuni “teppisti”. L'uomo, che stava facendo luce sulla trasgressione degli standard minimi di sicurezza nell'industira mineraria della zona, - secondo un giornale locale - sarebbe stato assalito e picchiato, mentre il suo collega si trovava chiuso nell'ufficio di uno dei padroni della miniera. Qualcosa che non torna ci sarebbe, ma la stampa ufficiale - in altre parole il governo cinese – al tempo dichiarò che Lan era “un falso giornalista, il quale stava cercando di estorcere denaro agli investitori della provincia.” E con questa fantasiosa ricostruzione, il caso fu chiuso. “Se si trattava veramente di un giornalista”, promisero le autorità locali, “interverremo con severità”. Non si seppe più nulla.
A questo punto, data la tragica sorte dei suoi colleghi, si dovrebbe considerare fortunato Ji Xuguang, giornalista del Southern Metropolis Daily, il quale, la scorsa settimana, è stato “semplicemente" minacciato e poi trattenuto dagli agenti per aver denunciato l'atroce storia di Li Hao, il trentaquattrenne di Luoyang che ,dopo aver rapito sei donne tra i 16 e i 34 anni, le ha poi rinchiuse per due anni in un sotterraneo a 4 metri di profondità, costringendole ad avere ripetuti rapporti sessuali. Due sono state uccise, una è riuscita a fuggire e a confessare l'accaduto alla polizia, la quale ha tuttavia insabbiato la cosa probabilmente per paura di compromettere l'immagine della città in corsa per il titolo di "città più civilizzata della Cina". La spiata del signor Ji, giunta a più di due settimane dall' arresto del sospettato, è stata definita dagli agenti di sicurezza niente meno che “una rivelazione di segreti di Stato”.
Ma le intimidazioni delle forze dell'ordine non hanno sortito i frutti sperati, e giovedì scorso, subito dopo il suo rilascio, il giornalista metteva tutto per iscritto, rendendo noto come le autorità avevano tentato di tenere all'oscuro l'opinione pubblica facendo ombra su un crimine avvenuto a meno di due miglia dall'ufficio di pubblica sicurezza della città. Venerdì i particolari della scabrosa vicenda, campeggiando sulle prime pagine dei quotidiani internazionali, erano già sulla bocca di tutti.
Per una volta forse, il "detective" è riuscito a fare luce sul caso senza rimetterci le penne; un lieto fine dal retrogusto amaro, ma a quanto pare di questi tempi in Cina, tra la lama della cesoia governativa e quella di un "anonimo coltello", tocca accontentarsi del male minore.
sabato 24 settembre 2011
Un erede di "grande peso" per Mao Zedong
Qua sotto il testo dell'intervista di Mao tradotto in inglese:
(Host) We are now organizing a campaign. It’s about unlicensed teachers. What do you (think of it)?
(Mao)Unlicensed teachers…I want to say…Just now, I…well…then…well, my secretary showed me. I want to extend it (the topic). About unlicensed teachers…I want to…here…this…this…I want…just…just not that I want to dodge anything…I want to stress this…Which is to say nowadays those unlicensed teachers, now our country’s this…speaking of this tea…teaching rank, I think, there is a very important part, called private teachers. Just private teachers. This, how to say, I’ve considered…observed for a long time this private teacher thing. A private teacher…how to say…He even…a private teacher from…I think…Technically speaking, he is not a teacher formally certified by the country. He is…that is to say, he is also, as a private teacher…His…well…Of course, his this teaching quality, his this caliber is surely not as good as this formal normal college kind of thing. Of course, this private teacher thing, including this unlicensed teacher thing you’ve mentioned, this problem has indeed become a…a big problem of the education part. This is to say, first, this is to say…In the future, I…I…I…the problem of education, I truly deeply hope that many of this…I hope a large number of, well, private teachers can, through their…effort, their own effort, painstaking study…Um…can improve their own level. I hope many private teachers can become excellent formal teachers. Well, apart from private teachers, well…who hold our education back, I think now most..most people’s general feedback is to say…Don’t simply talk about private teachers. Even our formal teachers who came out from normal college…their, well, cultivation, and their education background, is yet to be improved.
(http://www.ministryoftofu.com/2011/03/the-major-genreral-genre-how-chinese-make-fun-of-maos-grandsons-senseless-talk/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+MiniTofublo)
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Hukou e controllo sociale
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