giovedì 23 luglio 2015

Sulla Via della Seta (Parte III)


(Parte II)

Frigoriferi Xingxing, vettovaglie di ogni genere, e sopratutto scarpe e capi in pelle. Il Dordoy Bazaar, il più grande mercato di tutta l’Asia Centrale, poco fuori Bishkek, rigurgita cineserie  importate da Pechino e Urumqi, la capitale provinciale della regione autonoma dello Xinjiang, per poi essere rivendute ai grossisti provenienti da Russia, Kazakistan e paesi vicini. Si tratta di un commercio che frutta tra i 5 e i 10 miliardi l'anno, a cui si aggiunge un business informale (pari a circa un terzo del Pil kirghiso) che vede sedicenti "turisti" scavalcare il confine con la Cina carichi di valige belle piene al fine di dribblare i dazi doganali.

Per Bishkek non è una semplice questione d'affari ma di vera e propria sopravvivenza. L'economia kirghisa è vincolata indissolubilmente al generoso apporto dei player regionali. Le rimesse dei lavoratori stagionali da Russia e Kazakistan contano ogni anno per il 25-30 per cento del Pil kirghiso. Il che rende il paese centroasiatico particolarmente esposto all'andamento ondivago di fattori esterni quali i turbolenti rapporti tra Mosca e Occidente, il crollo dei prezzi del petrolio, la svalutazione del rublo e del tenge, la moneta kazaka. Da qui l'esigenza di destreggiarsi con abilità funambolica per evitare il totale assorbimento nell'orbita moscovita. Finora il salvagente Cina è servito allo scopo. In futuro chissà.

La nuova incognita si chiama Unione economica eurasiatica (UEE), piano di ricomposizione economica varato da Vladimir Putin con l'intento di rendere l'evanescente comunità post-sovietica degli Stati indipendenti (CSI) qualcosa di più solido. Un giorno, addirittura di riunirla sotto una moneta unica. Bishkek vi ha aderito a dicembre con l'avvallo dell'opinione pubblica migrante e rurale. Quella, per interessi economici, più vicina a Mosca. Cosa ne sarà dell'altra, quella che campa commerciando con la Cina, non è dato sapere. Certo è che l'ingresso nell'Unione prevede l'imposizione di tariffe doganali sulle importazioni dai paesi non-membri (ovvero tutti meno Russia, Bielorussia, Armenia e Kazakistan), che rischiano di inceppare quel circolo virtuoso di import-(ri)export tra i due lati dei monti Tian Shan. Senza contare che le barriere legali derivanti dalla discrepanza tra leggi kirghise e regolamenti UEE potrebbero complicare la realizzazione dei grandi progetti infrastrutturali "Made in China" di cui il paese ha terribilmente bisogno.

A tali inconvenienti Mosca e Astana stanno cercando di ovviare con un pacchetto di aiuti da 300 milioni di dollari, che tuttavia difficilmente riuscirà a risollevare le previsioni a tinte fosche per il 2015: stando alle proiezioni degli analisti, l'economia nazionale crescerà ad un ritmo dell'1,7 per cento, mentre nei primi nove mesi del 2014 gli investimenti diretti esteri cinesi in Kirghizistan avevano già registrato un calo del 35 per cento.

Le cose potrebbero cambiare nel momento in cui Russia e Cina provvederanno a realizzare quello che i rispettivi leader hanno recentemente definito "uno spazio economico comune", aprendo le porte a uno sviluppo coordinato tra l'UEE e la Silk Road Economic Belt, la cintura economica con cui Pechino aspira a dinamizzare gli scambi attraverso l'Eurasia passando per l'Asia Centrale. L'obiettivo finale, ancora piuttosto remoto, è quello di raggiungere le condizioni per un accordo di libero scambio tra l'Unione e la seconda economia del mondo. Nella nebulosità dei comunicati ufficiali, il primo segno tangibile consiste nell'avvio di trattative commerciali con l'Eurasian Economic Commission, l'organo sovranazionale della nuova associazione. Una mossa che presuppone il riconoscimento dell'UEE come interlocutore privilegiato e la volontà cinese di trattare direttamente con il blocco; non più su base bilaterale con i singoli membri.

Dopo una primo approccio attendista, il Cremlino sembra ormai rassegnato a tollerare l'attivismo cinese in quello che considera ancora il suo cortile di casa. Il patto non scritto -suggeriscono gli esperti- potrebbe prevedere una spartizione delle incombenze con il Dragone nei panni di finanziatore dello sviluppo regionale (in tempi di sanzioni, Mosca non sarebbe nella posizione di sborsare granché) e la Russia nel ruolo di "security provider". Ruolo che di fatto già ricopre attraverso l'Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva (OTSC), il tradizionale strumento politico-militare con cui l'Orso cerca di tenere vicine a sé le repubbliche ex-sovietiche. "Cerca" dal momento che l'Uzbekistan si è da tempo defilato e il Turkmenistan non vi ha mai aderito. Stando a questa scuola di pensiero, quella economica è soltanto una fase preparatoria in attesa che l'Unione riesca a ricompattarsi in un nuovo animale dai connotati più politici -con inquietanti seppur vaghi rimandi ai fatti di Crimea.

Nonostante sia presente nella regione attraverso la Shanghai Cooperation Organisation (SCO) e la Conference on Interaction and Confidence-Building Measures in Asia (CICA), non è un mistero che Pechino abbia di norma preferito delegare ad altri (leggi: Russia e Stati Uniti) le responsabilità legate al mantenimento della stabilità oltreconfine. Questo sopratutto per evitare di dover trasgredire al principio cardine della sua politica estera: quello della non ingerenza negli affari interni degli altri paesi. Eppure recentemente la Cina ha dato segno di ambire a una posizione di coscienzioso stakeholder globale, potrebbe controbattere qualcuno. Vero. Ma -stando ad un aggiornatissimo rapporto dell'Institute for Security & Development Policy di Stoccolma- l'apporto cinese nell'area rimane funzionale alla sicurezza interna (ovvero del Xinjiang) e ad ogni modo “modesto”, principalmente a causa della “debolezza delle istituzioni centroasiatiche, della relativa debolezza delle forze armate cinesi e forse, fattore ancora più importante, della paura di alienarsi le simpatie di Mosca”. Ma facciamo un passo indietro.

All'indomani della caduta dell'Urss, l'emergere di un inaspettato vuoto di potere ha calamitato l'attenzione degli attori regionali sull'Asia Centrale, ultimo spicchio d'Eurasia in grado di offrire ancora risorse naturali a volontà e un potenziale geostrategico inespresso. L'attentato dell'11 settembre è arrivato nel momento giusto. La necessità di disseminare basi logistiche con cui puntellare le operazioni in Afghanistan ha spinto l'Occidente democratico a corteggiare i regimi autoritari locali, anche a costo di chiudere un occhio davanti alla spinosa questione dei diritti umani. Si è cominciato a parlare di un nuovo Grande Gioco nel "cuore dell'Asia", non più disputato da Impero britannico e Russia zarista per il dominio sull'India, bensì da Stati Uniti, Russia e Cina per il controllo di gas, petrolio e rotte commerciali. Poi la guerra è finita.

Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno chiuso la base di Manas, in Kirghizistan; quella più vicina al confine cinese, nonché l'ultima nella regione dopo l'espulsione dall'Uzbekistan in risposta alle critiche mosse da Washington contro Tashkent all'indomani del massacro di Andijan, nel 2005. E quella che è stata recentemente annunciata urbi et orbi come una "nuova politica americana in Asia Centrale" non sembra altro che una versione imbellettata della New Silk Road, lanciata senza troppo successo da Hillary Clinton quattro anni or sono. Basta dire che, a un anno dal ritiro delle truppe statunitensi dal territorio kirghiso, di stelle e strisce non ve n'è più l'ombra. Non soltanto a Bishkek, ma nemmeno nei pressi di Manas.

La Russia, al contrario, è ancora militarmente attiva in Kirghizistan, Kazakistan e Tagikistan, dove si prepara ad incrementare la propria presenza del 50 per cento -ufficialmente- per far fronte alla nuova escalation di violenza nel vicino Afghanistan. Ma non è tutto. Dotata di "un'artiglieria mediatica" senza pari nella regione, guadagna terreno nella battaglia ideologica facendo leva su un conservatorismo xenofobo che ben si sposa con l'insofferenza popolare verso il bagaglio ideologico esportato dall'Occidente a discapito dei "nostri valori nazionali". Se l'Uzbekistan si acciglia davanti alle celebrazioni di Halloween e disprezza il rap definendolo "musica satanica creata dalle forze del male per portare i giovani nei paesi occidentali al totale degrado morale", persino il Kirghizistan, una volta considerato il più liberale degli "stan", sta assorbendo una serie di politiche di derivazione putiniana che minacciano di colpire duro Ong e diritti gay. Cartina tornasole di una strategia d'ingerenza soft a base d'intelligence nota fin dal 2011 con il nome di "Kyrgyz project".

“Finora la Russia ha osservato con inquietudine l’avanza cinese in Asia Centrale, ma ha continuato a ritenerla preferibile ad una presenza americana. Tuttavia, come gli Stati Uniti si stanno defilando dal ‘cuore dell’Asia’, probabilmente Mosca reclamerà un po' dell’influenza persa a vantaggio di Pechino e Washington”, ci diceva tempo fa Nicklas Norling, research fellow del Central Asia-Caucasus Institute presso la Johns Hopkins University.

A rimetterci potrebbe essere sopratutto la cara vecchia SCO, considerata da Pechino la sua organizzazione multilaterale di punta e in attesa di accogliere per la prima volta dal 2001 nuovi membri (India e Pakistan. Prossimamente, in caso di accordo sul nucleare, forse anche Iran). "La Cina è stata chiaramente il motore trainante dell’organismo con Mosca come passeggero riluttante", prosegue Norling, "l’agenda della SCO ha portato benefici alla Cina, mentre spesso è andata contro gli interessi russi, sopratutto in Asia Centrale. Se non fosse per il fatto che la SCO ha rappresentato un contrappeso agli enti diretti dagli Stati Uniti ed è servita a 'gestire' l’invasione cinese in Asia Centrale contenendone i danni, Mosca probabilmente l’avrebbe già seppellita volentieri. Ora con l’UEE rischia di diventare un’istituzione obsoleta".

Questo è vero sopratutto alla luce della reticenza dimostrata dal Cremlino davanti al tentativo cinese di estendere alla SCO funzionalità economiche alle quali Mosca riuscirebbe ad adempiere esclusivamente in qualità di "junior partner". Basta pensare alla proposta (deragliata) di un'area di libero scambio e di un fondo anti-crisi da 10 miliardi di dollari per finanziamenti a breve termine e a basso costo da destinare a progetti prioritari nel settore energetico e delle infrastrutture, a cui la Russia ha scelto di non prendere parte.

Ma se il peso economico del Dragone non ha eguali nella regione, lo stesso non si può dire del suo "potere morbido". Il "Modello Cina", quella formula che prevede un governo autoritario più una certa forma di libero mercato, ben si adatta alle inclinazioni dei leader centroasiatici. Ma come spiega a Radio Liberty il giornalista Reid Standish, "la Cina non ha, in Asia Centrale, lo stesso tipo di credibilità e soft power che hanno paesi come la Russia o gli Stati Uniti. E non è qualcosa che può essere realizzato nell'arco di una notte. Né qualcosa che 40 miliardi di dollari in strade e ferrovie sono in grado di creare. E' qualcosa che ha bisogno di essere costruito nel tempo. Vedremo nel prossimo decennio se la Cina sarà in grado di tradurre la sua influenza economica in qualcosa di più tangibile e di lunga durata."

Tutt'oggi, anche a queste latitudini, il Made in China è sinonimo di scarsa qualità, con buona pace di Pechino che spinge per una cosmesi della propria immagine all'estero rimpiazzando l'export di paccottiglia con prodotti high-end. "Ad arrivare [al Dordoy] sono le merci rimaste invendute in Cina. La gente da queste parti non ha soldi", ci dice un commerciante di prodotti elettronici della provincia del Fujian, lagnandosi dell'andamento poco profittevole degli affari. Al contempo, la presenza straripante e storicamente radicata di Turchia, India, Iran e Corea del Sud fa presagire un'agguerrita competizione tra il Dragone e attori regionali minori che straborda dagli scaffali dei bazar sconfinando nella geopolitica dell'energia. Ché se di nuovo Grande Gioco si tratta, questo coinvolge ben più di tre rivali.

(Pubblicato su China Files)

lunedì 20 luglio 2015

Sulla Via della Seta (Parte II)


(Parte I)

Tutto è cominciato, nel settembre del 2013, con la visita di Xi Jinping ad Astana (Kazakistan) e il grande disegno di una cintura economica attraverso l'Eurasia. Anzi. Tutto è cominciato quando nel dicembre 2009 è stato inaugurata la sezione kazaka del mastodontico gasdotto Asia Centrale-Cina (CAC), ancora in costruzione. O forse quando, nel 1994, l'allora Premier Li Peng passò in rassegna tutti gli "stan" -Tagikistan escluso- trascinandosi al seguito una truppa di imprenditori per promuovere lo sviluppo di "una nuova Via della Seta" a base di "infrastrutture moderne". Quel che è certo è che la Silk Road Economic Belt non spunta all'improvviso dal cilindro pechinese, piuttosto attinge ad una serie di iniziative lanciate dalle passate amministrazioni e reinserite in una sorta di "neighborhood diplomacy" firmata Xi Jinping.

Lo scopo è molteplice: esportare la sovracapacità industriale in un momento di affossamento del mercato domestico; incrementare lo sviluppo delle province sin'ora estromesse dall'arricchimento glorioso; promuovere l'utilizzo della valuta cinese a livello internazionale; aprire nuove rotte commerciale ed energetiche slegate dalla sfera d'influenza americana. Qualcosa di molto simile a quanto proposto nell'annus horribilis della crisi finanziaria globale dall'allora vice direttore della State Administration of Taxation, Xu Shanda, in un rapporto dal titolo eloquente: "the Chinese Marshall Plan". La sostanza è rimasta la stessa, il nome, che mal si adatta alla dottrina dell'ascesa pacifica, è stato opportunamente fatto fuori.

Dalla caduta dell'Unione Sovietica il gigante asiatico non ha lesinato gli sforzi per cercare di recuperare il tempo perduto stabilendo rapporti diretti con la regione, gestiti fino agli anni '90 attraverso il filtro della Madre Patria. Nel 2009, il Dragone ha soppiantato la Russia diventando primo partner commerciale dell'Asia Centrale con 10 miliardi di dollari di scambi contro i 527 milioni del 1992. Di più. Ha cominciato a ridisegnare il network di infrastrutture energetiche d'epoca sovietica entrando a gamba tesa negli affari di Mosca. Controlla un quarto del petrolio kazako ed è il primo acquirente di gas turkmeno. Tiene a galla Kirghizistan e Tagikistan finanziando un terzo del debito estero di Bishkek e coprendo il 42 per cento dei conti in rosso accumulati da Dushambe.

Con la Nuova Via della Seta, il rischio per gli attori regionali è quello di precipitare dalla padella (russa) alla brace (cinese), avverte qualcuno. Ma per il momento a prevalere è la paura di rimanere tagliati fuori da un progetto che promette di creare 2,5 trilioni di dollari di nuove transazioni commerciali in dieci anni. Specie nel caso di Kirghizistan e Tagikistan, meno fortunati dei cugini centroasiatici in termini di risorse naturali da barattare in cambio di progresso. I due sono coinvolti nella costruzione della Linea D del CAC (l'ultima in cantiere), che permetterà di pompare gas turkmeno fino al Xinjiang bypassando il Kazakistan. Per molti, un'opera troppo dispendiosa e superflua, considerato che le tre pipeline già esistenti forniscono circa la metà del totale delle importazioni cinesi di gas.

"La maggior parte dei paesi di questa regione, da quando hanno raggiunto l’indipendenza fino a oggi, si sono rivelati incapaci di sostenere finanziariamente le infrastrutture (gasdotti, reti elettriche ecc..) senza un supporto esterno. Quindi quello che la Cina sta facendo non è tanto mettere le mani sulle risorse energetiche, ovvero sui giacimenti, quanto piuttosto ottenere il comando sul sistema di pipeline", ci spiega Nadine Godehardt senior associate presso il German Institute for International and Security Affairs nonché autrice di "The Chinese Constitution of Central Asia".

Tutte le ex repubbliche sovietiche centroasiatiche -tranne il Turkmenistan- hanno aderito in qualità di potenziali membri fondatori all'Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), il nuovo istituto bancario lanciato dal Dragone per sopperire (insieme a un fondo ad hoc da 40 miliardi di dollari) al deficit infrastrutturale che affligge l'Asia. Secondo stime dell'Asian Development Bank, la spesa per riempire il gap si aggira attorno agli 8 trilioni di dollari per il periodo 2010-2020. Ed è cosa a cui i grandi enti internazionali a trazione americana da soli non saprebbero far fronte.

A buon punto con la riparazione del manto stradale (foraggiata da Pechino), la capitale kirghisa si appresta a rimodellare il proprio skyline rimpiazzando i vecchi casermoni di epoca sovietica con scintillanti centri commerciali e complessi residenziali che strizzano l'occhio alle metropoli della nuovissima Cina. La strada che collega Bishkek alla speziata "capitale meridionale" Osh scorre per 620 chilometri tra cime innevate, laghi turchesi e pianure lussureggianti, tagliando il Kirghizistan da nord a sud per buone dodici ore di macchina. Alternative terrestri ancora non ce ne sono, ma è dal 2013 che Pechino sta lavorando per fornirne una.

Appena pochi giorni fa, la China Exim Bank ha concesso a Bishkek una seconda tranche da circa 300 milioni di dollari per la costruzione di una nuova autostrada Nord-Sud, che una volta pronta "faciliterà il trasporto di merci cinesi  e materiali verso il Kazakistan, Uzbekistan, Tagikistan e i paesi limitrofi fino addirittura all'Europa", scriveva tempo fa la kirghisa 24kg News Agency. Un piccolo balzo in avanti per l'ex repubblica sovietica che, combattuta in un lacerante "vorrei ma non posso", guarda da lontano la rivoluzione su rotaia portata avanti dal Kazakistan. Da oltre un decennio, Cina e Uzbekistan spingono per la costruzione di una linea ferroviaria che colleghi Kashgar ad Andijan, (nella valle di Fergana lato uzbeko) passando per il Kirghizistan meridionale. Ma l'instabilità interna, i timori di frizioni con l'etnia uzbeka, e il terrore di rimanere schiacciata tra due partner incombenti hanno finora frenato il progetto. E non solo quello.

Dall'indipendenza ad oggi, il Kirghizistan è passato attraverso una rivoluzione colorata, un colpo di Stato e quattro presidenti. Uno più corrotto dell'altro. Il pericolo di una colonizzazione cinese è stato (ed è) sovente imbracciato dall'opposizione politica per contestare l'amministrazione di turno, accusata di svendere il paese al gigante della porta accanto. Come nel caso della cessione di 125mila ettari di terreni ("eredità sacra degli antenati") nell'ambito della ridefinizione dei confini post-sovietici che nel 2002 scatenò una levata di scudi contro l'allora presidente Askar Akayev. Voci di tensioni tra locali e lavoratori cinesi, specie presso i siti in costruzione e nei piccoli centri di provincia, trovano periodicamente spazio sui media russi e cinesi; meno su quelli locali.

Nel 2012, 250 dipendenti della cinese Superb Pacific Ltd sono stati evacuati dal sito minerario di Taldy-Bulak Levoberezhnyi, nella provincia settentrionale di Chui, in seguito a una rissa di massa tra locali e nuovi arrivati, apparentemente scatenata da "licenziamenti illegali" e un management non conforme alle norme ambientali. In risposta, il capo della Camera di Commercio cinese in Kirghizistan, Li Deming, sulle colonne del Global Times ha spiccato una dura condanna contro la classe politica corrotta: "La resistenza della gente del posto, solitamente infiammata da partiti d'opposizione, intrappola molte aziende straniere costrette a lavorare in questo paese in una situazione di instabilità e rischio. Se il governo kirghiso non sarà in grado di risolvere i propri problemi, ci aspettiamo nuovi esiti indesiderati per i progetti stranieri".

Invero, le rimostranze popolari non sono una prerogativa cinese. Lo sa bene la canadese Centerra proprietaria della miniera d'oro di Kumtor, sito che conta per il 12 per cento del Pil del Kirghizistan, per circa la metà del suo export ed è al centro di un'annosa polemica costata recentemente le dimissioni a Djoomart Otorbaev, quarto Primo Ministro a lasciare l'incarico dal 2010. Non è escluso che saranno proprio le dinamiche intestine -più che una presunta "sinofobia"- a pesare sul ruolo ricoperto da Bishkek nel sogno eurasiatico di Xi Jinping. Sopratutto considerando che la regione offre una serie di alternative "autocratiche" meno esposte a fastidiosi capovolgimenti politici. Da una prospettiva cinese, la presenza di "uomini forti" al potere rende Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan e Tagikistan dei partner più affidabili.

A fine maggio, Pechino ha reso nota l'istituzione di un fondo da 16 miliardi di dollari destinato allo sviluppo del settore minerario lungo la nuova Via della Seta, di cui Shandong Gold Group e Shaanxi Gold Group deterranno quote del 35 e 25 per cento. Circa una sessantina le Nazioni coinvolte in quello che sembra essere un progetto volto a facilitare l'acquisto di oro da parte delle banche centrali dei paesi membri. I dettagli, tuttavia, sono ancora oscuri.

"Non è ben chiaro se Pechino abbia intenzione di portare avanti lo sviluppo di un maggior numero di miniere nella regione -cosa che sta già facendo, ma con difficoltà, in posti come il Kirghizistan. O se semplicemente voglia incoraggiare le Nazioni della regione a passare dalle riserve in dollari all'acquisto di oro estratto dalla Cina, in uno sforzo volto da una parte a diminuire il ruolo del dollaro come valuta di riserva, dall'altro a vendere parte del suo surplus ora che l'economia cinese rallenta", ci spiega David Trilling, editor di EurasiaNet e corrispondente dall'Asia Centrale per l'Economist. Ad ogni modo, dal momento che la Cina non solo è il primo produttore al mondo del prezioso metallo, ma anche il primo consumatore ed importatore, a naso il progetto dovrebbe solleticare le fantasie di Bishkek.

"L'oro è una parte fondamentale dell'economia del Kirghizistan, che esporta per lo più verso la Svizzera, il Kazakistan e la Russia. Solo all'incirca il 4 per cento finisce in Cina," ci dice Katie Putz, che copre l'Asia Centrale per il magazine The Diplomat, "ma se e quando aumenterà la produzione, sarà proprio l'oro a trainare l'export kirghiso verso est". Anche se secondo Ryskeldi Satke, freelance contributor per diversi media outlet e istituti di ricerca, "dato il suo scarso peso politico, Bishkek normalmente non ha voce in capitolo in questo genere di progetti. Il Kazakistan potrebbe finire per essere strettamente associato alla nuova iniziativa più di tutti gli altri stati della regione." "Stan" avvisato mezzo salvato.

(Pubblicato su China Files)

mercoledì 15 luglio 2015

Sulla Via della Seta (Parte I)


Se soltanto il Presidente Xi Jinping sapesse, forse rotolerebbe qualche testa. D'altronde, come recita un vecchio detto, le montagne sono alte e l'imperatore è lontano. Qui, dove Cina e Kirghizistan s'incontrano, l'occhio vigile dell'anticorruzione fatica ad arrivare. E all'intrepido viaggiatore che voglia oltrepassare il confine sino-kirghiso attraverso il passo di Irkeshtam (quello più "agevole" e meridionale) attendono due posti di frontiera, altrettanti check point e circa 150 chilometri (tra autostop e taxi ufficiali) solo per cambiare lato. Il traguardo finale, per parte cinese, è un'imponente struttura con ambizioni da terminal aeroportuale, bandiera pentastellata al vento e nessuno ad accoglierti. Dei funzionari nemmeno l'ombra: solo la foto affissa all'entrata, nome e appartenenza etnica. "Ma qui è sempre così?!" chiediamo dopo un'ora abbondante di attesa. "A volte..." risponde un kirghiso con passaporto cinese che quell'odissea sembra viverla quotidianamente senza il minimo cenno di fastidio.

Ulugqat, regione autonoma dello Xinjiang, circa 90 chilometri a ovest di Kashgar, non sembra avvertire il contraccolpo delle frequenti fiammate di violenza associate dalle autorità locali alle istanze separatiste del Tukestan Orientale. Né sembra particolarmente ansiosa di giocare la sua parte nel Sogno Cinese di una rinascita nazionale. Nei piani di Pechino, quell'avamposto occidentale dovrebbe diventare il centro propulsore della "Go West Strategy", una politica di rivalutazione delle province interne mirata a ridistribuire la crescita economica trainata fino a oggi dalle regioni costiere, quelle più protese verso i mercati sviluppati e vere beneficiarie delle riforme anni '80. Se al tempo della "fabbrica del mondo" a girare a pieno regime era sopratutto il Delta del Fiume delle Perle, nell'era della "nuova normalità" lo sviluppo viene ridistribuito verso il più arretrato e selvaggio ovest, secondo la convinzione che progresso e "armonia sociale" procedano di pari passo. Il focus si sposta sulle frontiere terrestri, storicamente determinanti per la stabilità del Celeste Impero minacciato dai barbari delle steppe; crocevia di lucrose rotte commerciale che oltre un millennio fa spinsero periodicamente le dinastie cinesi a lambire l'Asia Centrale.

In rodaggio dalla fine degli anni '90, il progetto (almeno nella sua forma originaria) ha iniziato a scricchiolare nel momento in cui il rallentamento dell'economia nazionale -scesa al 7% nel primo trimestre 2015- ha portato alla luce l'incapacità della Cina costiera e arricchita di sostenere anche la ripresa delle aree più in difficoltà. E' qui che entrano in gioco i vicini a ovest della Grande Muraglia. Pechino ha già in cantiere un piano B: disegnare nuova connettività panasiatica al fine di stimolare gli interscambi commerciali e culturali attraverso l'intera regione. Si parla di hardware (nuove strade, condotte energetiche, ferrovie), ma anche di software (centri di cultura, libera circolazione di idee e know-how). Una strategia rigorosamente "win-win" che, tuttavia, da un punto di vista geostrategico finirebbe per restituire alla Cina -una potenza tradizionalmente terrestre più che marittima- il ruolo di Regno di Mezzo strappatole nell'800 con l'imposizione dei trattati ineguali. Con la differenza che stavolta Pechino finirà per fungere da centro nevralgico non più soltanto del continente Asia, bensì di un Impero Afro-Eurasiatico, ci spiega David Gosset, direttore dell'Academia Sinica Eropaea.

Il progetto noto come One Belt, One Road (yi dai yi lu) coinvolgerà un'area rappresentante il 55 per cento del Pil mondiale, il 70 per cento della popolazione globale e il 75 per cento delle riserve energetiche. Arricchita di una rotta marittima che arriverà a toccare le sponde africane, la Nuova Via della Seta ha, tuttavia, il suo baricentro nel "cuore dell'Asia". Come sottolinea Chen Gong, chief researcher di Anbound Consulting, il progetto agli esordi presentava un unico ramo terrestre (xin sichou zhi lu), tutto proiettato verso l'Asia Centrale per il bene dello Xinjiang e dei paesi limitrofi, particolarmente vicini al Far West cinese per religione, lingua, usi e costumi.

Il Dragone condivide con tre delle cinque repubbliche centroasiatiche (Kazakistan, Tajikistan e Kirghizistan) 2800 chilometri di confine. Un confine che ha subito modifiche nel momento in cui, con la dissoluzione dell'Unione Sovietica, i neo-Stati si sono ritrovati a ereditare i contenziosi territoriali pendenti tra la Russia zarista e l'impero dei Qing, l'ultima dinastia cinese. Le dispute si sono definitivamente concluse nel 2011 lasciando nelle mani del gigante asiatico soltanto una minima parte delle terre rivendicate: 3,5 per cento, 22 per cento e 32 per cento di quanto chiesto inizialmente a Tagikistan, Kazakistan e Kirghizistan. Un'insolita concessione -si dice- meditata da Pechino in cambio di sostegno da parte dei governi locali nella gestione dell'etnia uigura, minoranza turcofona e musulmana residente nello Xinjiang, che fin dall'800 impensierisce Pechino per via delle sue aspirazione indipendentiste.

Circa 350mila uiguri vivono sparsi per l'Asia Centrale, sopratutto in Kazakistan e Kirghizistan, paese quest'ultimo dove contano per l'1 per cento dei 5,5 milioni di abitanti. Allo stesso tempo, il Xinjiang ospita 1,2 milioni di kazaki, 162mila kirghizi, 39mila tagichi, 13mila uzbeki, e 4600 tartari, etnie storicamente esposte alla fascinazione esercitata dall'idea "di una nazione turca dai Balcani alla Grande Muraglia". Tra il '92 e il '93 una serie di attacchi dinamitardi hanno colpito diverse aree della regione autonoma spostando i riflettori sull'East Turkestan Liberation Organization (ETLO), movimento secessionista con base in Kazakistan che millanta 50mila seguaci e non disdegna "l'utilizzo estremo delle armi" pur di "resistere al genocidio culturale" perpetrato da Pechino attraverso una sinizzazione a tappe forzate. A differenza dell'East Turkestan Islamic Movement (ETIM), che intrattenendo rapporti con Al-Qaeda e l'Islamic Movement of Uzbekistan (IMU) per un breve periodo ha fatto la sua comparsa sulla blacklist americana, l'ETLO non è mai stata riconosciuta a livello internazionale come organizzazione terroristica, eccezion fatta per i governi di Astana e Bishkek.



Nonostante durante il periodo sovietico il Kirghizistan si sia dimostrato un rifugio piuttosto sicuro per gli uiguri, con la raggiunta indipendenza nel 1991, la crescente sudditanza economica al Dragone si è tradotta in una maggior insofferenza nei confronti della minoranza. Al contempo, il timore che i fatti centroasiatici potessero ravvivare le aspirazione separatiste dello Xinjiang ha alzato il livello di guardia nelle segrete stanze di Zhongnanhai. Secondo il World Uyghur Congress, organizzazione con base a Monaco di dubbia imparzialità, sarebbero 50 gli uiguri riconsegnati da Bishkek a Pechino tra il 2001 e il 2011, mentre a fine maggio il Parlamento del Tagikistan ha approvato all'unanimità un accordo bilaterale con la Cina che consente di estradare nella nazione di origine i detenuti rinchiusi nelle carceri dei due paesi. Stando a fonti di EurasiaNet, la stretta sulla comunità uigura immigrata si farebbe più serrata a ridosso dei vertici SCO (Shanghai Cooperation Organisation), la "Nato asiatica" a guida russo-cinese (di cui fanno parte tutti gli "stan" tranne il Turkmenistan) che impone ai suoi membri di adeguare misure anti-terrorismo/separatismo agli standard cinesi.

Lo scorso anno, poco a nord del passo di Irkeshtam, undici uiguri sono stati uccisi in circostanze poco chiare mentre tentavano di attraversare illegalmente il confine. Confine che, stando a rilevamenti satellitari della National Space Administration, presenta "tunnel transfrontalieri" utilizzabili tanto dai rifugiati come via di fuga, quanto dagli aspiranti militanti islamici come trampolino di lancio verso i teatri di guerra mediorientali. E sebbene la diaspora uigura sia sempre più spesso direzionata verso le frontiere della Cina meridionale, tutt'oggi transitare tra Xinjiang e vicini in compagnia di viaggiatori uiguri vuol dire esporsi a minuziosi controlli e frequenti ritardi sulla tabella di marcia.

Le travagliate vicissitudini interne del Kirghizistan, "un'oasi democratica" circondata da regimi totalitari e come tale soggetta a frequenti ribaltoni politici, non fanno che agitare ulteriormente i sonni del Dragone. Sebbene non si abbia la percezione di un'adesione diffusa al fanatismo religioso, non è inusuale scovare nei principali mercati del paese -non solo nel sud conservatore ma persino nel celeberrimo Dordoy Bazaar di Bishkek- T-shirt con scritte tra il serio e il faceto ("I'm muslim don't panic", "I'm muslim and I'm proud"). E si fanno insistenti le testimonianze riguardo un'inusuale radicalizzazione tra le frange più emarginate della società. L'incapacità dello Stato di offrire un welfare soddisfacente, coniugata all'impennare del tasso di disoccupazione, sembrerebbe spingere giovani e piccoli nuclei famigliari ("family jihad") a cercare sostegno nel sistema di assistenza sociale fornito dai miliziani in Siria. Una tendenza emersa solo alla fine del 2013 e che sta prendendo piede sopratutto nella valle di Fergana, già epicentro di criticità etniche con il confinante Uzbekistan.

Nel mese di febbraio, il GKNB (il KGB kirghiso) contava oltre 50 cittadini kirghisi nei campi d'addestramento jihadisti; mentre, secondo fonti di Dushambe, sarebbero circa 5000 i guerriglieri centroasiatici coinvolti negli scontri che continuano a scuotere l'Afghanistan settentrionale, a pochi chilometri dalla frontiera tagica. Difficile stimare l'effettiva entità del pericolo fondamentalismo, spesso sovrastimato dalle autorità locali per giustificare il pungo di ferro adottato per reprimere un'opposizione politica in molti casi d'ispirazione islamica. Di certo il crescente disimpegno statunitense dall'area agita non poco Pechino, tutt'altro che ansioso di calarsi nei panni di gendarme regionale. Il rischio di un effetto domino minaccia da vicino il Xinjiang, dove è sempre più difficile tirare una linea netta tra le rimostranze contro le politiche culturali portate avanti dal governo cinese e l'infiltrazioni di idee collegate al terrorismo internazionale. Questo è vero sopratutto nel Nanjiang, il Xinjiang meridionale dal sapore fortemente mediorientale. Schiere di blindati della tejing (la SWAT) sorvegliano l'imponente statua di Mao Zedong in piazza del Popolo, nel centro di Kashgar, città più vicina a Baghdad di quanto non lo sia a Pechino.

Le misure di sicurezza si fanno sempre più severe procedendo verso sud-ovest attraverso il deserto del Taklamakan, dritto fino a Hotan. Alla sera la città-oasi sprofonda in un tramonto giallo paglierino, sferzata da una delle sue abituali tempeste di sabbia. Le strade si svuotano mentre le instancabili camionette della famigerata wujing (la sicurezza interna) sfrecciano da una parte all'altra senza sosta. Rintanata nei ristoranti, la gente del posto continua a vivere la propria quotidianità con incurante leggerezza e una buona dose d'ingenuità. Chiediamo a un ristoratore uiguro il motivo di tanta polizia. "Bu zhidao (non lo so)", si schermisce imbarazzato. Poi prende coraggio. Parla di "luan" (caos), "uccisioni all'ordine del giorno" e uno stato di militarizzazione che prosegue da molto tempo: "Ormai è quasi come l'Afghanistan."

(Pubblicato su China Files)

mercoledì 17 giugno 2015

I cinesi si curano all'estero


Il turismo medico è un fenomeno sempre più diffuso on Cina. Complice un servizio sanitario non impeccabile, i nuovi ricchi pagano a peso d'oro viaggi "tutto compreso" per le cure più disparate. C'è chi va a farsi la chirurgia estetica in Svizzera, ma anche chi deve affrontare problemi ben più gravi. In tre puntate, il reportage dell'autorevole rivista economica Caixin.

Un tempo emigravano. Poi hanno cominciato ad andare all'estero per studiare e viaggiare. Adesso sempre più cinesi vanno oltremare per curarsi.

Cinque anni fa, Mou, 57 anni e un tumore al colon-retto, si sentì diagnosticare una morte certa entro due anni. Ma, invece che arrendersi, decise di andare a curarsi negli Stati Uniti e oggi, a sei anni di distanza, è ancora vivo.

All'inizio di quest'anno, la figlia di Mou ha scoperto di avere un tumore al seno e senza pensarci due volte è partita anche lei per l'America, non soltanto per avvalersi di trattamenti migliori, ma anche nella speranza di salvare il seno. Ad averla convinta sopratutto la presenza di team sanitari particolarmente attenti al paziente e servizi medici privati di alto livello.

Quello della globalizzazione medica è un fenomeno sempre più evidente. La nuova tendenza dei ricchi cinesi è andare in Giappone per esami di precisione, negli Stati Uniti per curare i tumori, in Gran Bretagna per sottoporsi a un trapianto di fegato, in Corea del Sud per la chirurgia estetica e in Svizzera per le iniezioni di placenta. Grazie ai loro prezzi convenienti Thailandia, India, Singapore, Malaysia e Filippine sono diventate le cinque mete più gettonate per il 'turismo medico'.

Secondo un rapporto pubblicato dallo Stanford Research Institute, il numero totale di questo tipo di viaggiatori è passato dai 20 milioni di unità del 2006 ai 40 milioni del 2012. Lo scorso anno l'industria del 'turismo di salubrità' ha raggiunto i 438,6 miliardi di dollari, pari a circa il 14% dell'industria turistica globale.

Gu Xiaofang, direttore della China International Medical Tourism Association, ha provato a dare una definizione del settore: il turismo medico è un'industria in crescita finalizzata ai servizi clinici, al trattamento e alla prevenzione delle malattie, al recupero e alla convalescenza, che si avvale del turismo come mezzo.

La globalizzazione medica include principalmente spostamenti in entrata e uscita attraverso le frontiere internazionali. "Oltre il 90% dei viaggiatori cinesi sceglie perlopiù di uscire dal Paese; in Cina l'industria del turismo medico è ancora in una fase embrionale e il flusso in entrata è scarso", ha spiegato Gu a Caixin.

Non è ancora possibile riuscire a quantificare esattamente il numero dei turisti cinesi che espatriano per motivi medici, ma all'estero le istituzioni cliniche hanno già lanciato una dopo l'altra servizi in lingua cinese e 'un canale verde'. Il direttore generale e l'amministratore delegato dello United States Public Health Service (PHS), il professor Gilbert H. Mudge dell'Harvard Medical School e il direttore per le relazioni internazionali della Mayo Clinic Melissa Goodwin hanno dichiarato a Caixin che negli ultimi anni i pazienti cinesi sono diventati sempre più numerosi e che il mercato cinese ha vastissime potenzialità, rappresentando un'area chiave per lo sviluppo del settore a livello mondiale.

I trattamenti all'estero hanno accelerato la nascita di una nuova industria.

Il 16 giugno, il venture capitalist Sequoia Capital ha investito 50 milioni di yuan nella Beijing Shengnuo Hospital Management Ltd. Secondo quanto appreso da Caixin, si tratta del primo caso in cui un importante fondo d'investimento internazionale ha finanziato una società cinese che si occupa di servizi di assistenza medica all'estero.

Un po' per volta a Pechino, Shanghai, Shenzhen, Canton e in altri grandi centri urbani sono cominciati a emergere i primi centri medici internazionali e le prime città ospedaliere. Ad aprile, è stato fondato l'Hainan Boao Music City International Medical Tourism First District, l'unico progetto approvato dal Consiglio di Stato, volto a incentivare lo sviluppo di parchi industriali dedicati al terziario. Questo non soltanto prevede l'allentamento delle restrizioni affinché i medici stranieri possano praticare al suo interno, ma apre anche i confini ai capitali stranieri per la costruzione di strutture dedicate ai trattamenti clinici. Tra i vari obiettivi vi è quello di renderlo un nuovo resort per la salute e il benessere.

Cai Qiang, fondatore e presidente di Shengnuo, ha dichiarato a Caixin che curarsi all'estero non soltanto aumenta le possibilità di scelta per i malati, ma allo stesso tempo contribuisce indirettamente al miglioramento del sistema sanitario nazionale, a tutto vantaggio dei pazienti.

I pionieri del turismo medico

A fare da apripista sono state le star e la nomenklatura cinese. Nel 2012, l'atleta Liu Xiang, ritiratosi dalle Olimpiadi di Londra a causa di un infortunio, per le cure si è poi rivolto al più grande ospedale privato d'Europa, il Wellington Hospital di Londra. Il campione cinese dell'NBA Yao Ming si è recato più volte presso il Memorial Hermann Medical Center, in Texas, per sottoporsi a diversi interventi chirurgici, tanto che alla fine l'ospedale è diventato il preferito dei Rockets. Conosciuta come 'la Corte Suprema della diagnosi medica', la Mayo Clinic è diventata luogo di ritrovo di ricchi e politici in arrivo da tutto il mondo. Gli ex presidenti degli Stati Uniti Gerald Ford e Ronald Reagan, Bush padre, l'ex re di Giordania Hussein, gli imprenditori cinesi Feng Lun, Pan Shiyi, tutti si sono rivolti al centro statunitense.

Nonostante il fenomeno dei trattamenti medici all'estero, in Cina, sia cominciato ad emergere appena 5-6 anni fa, tuttavia si sta propagando con rapidità. Secondo l'Hurun Wealth Report 2013, alla fine del 2012 nella Repubblica popolare c'erano 1,05 milioni di milionari e oltre 60mila miliardari, di cui più di 3/4 ha manifestato insoddisfazione per il proprio stato di salute.

"Queste persone non solo hanno un forte potere economico, ma allo stesso tempo danno anche parecchia importanza alla salute. Molte di loro scelgono di curarsi in un altro Paese", ha spiegato Mou che proviene da una famiglia di miliardari. Gran parte dei suoi conoscenti ha deciso di partire "non soltanto quelli con malattie gravi, ma anche quelli con disturbi cronici, problemi alimentari, o che necessitano terapie di riabilitazione ed esami clinici".

Stando a quanto riferito da Cai Qiang, la Shengnuo "conta un migliaio di clienti; gli imprenditori rappresentano oltre l'80% -alcuni di istituzione finanziarie, buona parte di imprese private- e l'età media si aggira sui 50-60 anni. Stando a quanto appreso da Caixin, tra quanti sono andati all'estero per turismo medico, ci sono anche funzionari, dirigenti di imprese statali e vip.

I prezzi per le cure oltremare non sono alti come si potrebbe credere

"Negli Stati Uniti i costi sono abbastanza elevati, ma nel Regno Unito, in Germania e a Singapore sono tra il 10 e il 30% più alti che in Cina”, spiega Cai Qiang,"l'America ha i prezzi più cari, in media circa 150mila dollari per la cura del cancro, ma nel budget sono comprese le tasse oltre alle spese per il trattamento. Se uno vuole soltanto la terapia i costi sono più contenuti, per esempio per il tumore ai polmoni si parla di soli 15mila dollari".

Chi opta per il turismo medico lo fa sopratutto per curare il cancro, “circa l'80%. Il 10% parte per disturbi cardiaci, un altro 10% per malattie neurologiche. Inizialmente erano sopratutto malati di tumori in fase avanzata, quelli che non erano riusciti a trovare un rimedio in Cina, ma ora sono sempre di più anche i malati lievi a voler raggiungere al più presto i centri milgiori" racconta Cai.

Secondo lui, all'estero le diagnosi sono più accurate, i trattamenti più completi e personalizzati, eppure a livello di tecnica anche le strutture nazionali non sono male. "Per cui capita anche che i cinesi vadano all'estero per le analisi, per farsi fare una diagnosi definitiva e prescrivere un trattamento. Dopo di che tornano in patria per la parte 'pratica'. Questa è l'opzione più economica".

La scelta della meta è soggettiva e varia da persona a persona. Gli Stati Uniti hanno oltre 5000 ospedali e, secondo una lista pubblicata lo scorso anno da US News & World Report, i prime cinque sono il John Hopkins Hospital, il Massachusetts General Hospital, Mayo Clinic, Cleveland Clinic e il New York University Medical Center. Ma per quanto riguarda la cura del cancro, la cardiologia e cardiochirurgia, la classifica dei centri migliori è cambiata molto.

Un paziente racconta che trovare il migliore ospedale e specialista per la cura di una determinata malattia è diventato il compito principale delle istituzioni che fanno consulenza nel settore dei servizi clinici. Le ricerche effettuate da Caixin dimostrano che i malati più gravi e allo stesso tempo più danarosi scelgono gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Germania, quelli con malattie più lievi e con minori possibilità economiche ripiegano su Corea del Sud, India e Singapore. "Per quanto riguarda i trattamenti, le strutture e la fornitura dei farmaci, l'America viene ancora considerata la meta migliore. Certo, i prezzi sono i più alti. In proporzione, la Gran Bretagna è più conveniente, la qualità è buona e le spese sono la metà. Per quanto riguarda l'Asia, il Giappone anche non è male, ma le formalità per ottenere un visto sanitario sono complesse.

Differenze tra Cina e l'estero

Una sala da pianoforte, una stanza singola con dei fiori e fuori dalla finestra un bel prato verde: sono tutti elementi che arricchiscono l'esperienza del paziente. Per i malati cinesi più difficili e ricchi si tratta di confort di lusso, ma all'estero sono considerate condizioni di base, spiega Cai.

Negli Stati Uniti le risorse mediche di qualità sono concentrate negli ospedali senza scopo di lucro e in strutture private. Melissa Goodwin di Mayo Clinic spiega a Caixin che tutte le procedure per i trattamenti medici prevedono un sistema di prenotazione, così che il numero dei pazienti viene controllato ogni giorni al fine di garantire un servizio di qualità. "Alla Mayo Clinic i rapporti tra medici e pazienti sono molto buoni, non bisogna fare file, i medici fanno visite accurate, di almeno mezz'ora. Fiducia e rispetto influenzano inconsapevolmente la scelta", dice a Caixin Gang Qiang, vice direttore del dipartimento di chirurgia epato-bilio-pancreatica del Beijing Cancer Hospital.

La differenza principale sta nei risultati delle cure. Nel 2012, l'American Cancer Society e il National Cancer Institute hanno rilasciato un rapporto in cui si evidenzia che, per via di fattori quali un incremento del tasso di sopravvivenza, nel 2022 le persone scampate al cancro saranno 18 milioni, contro gli attuali 13,7 milioni. Negli Stati Uniti il 45% di chi è sopravvissuto a un tumore ha più di 70 anni, soltanto il 5% non ha ancora compiuto i 40. Al 64% dei malati sono stati diagnosticati almeno 5 anni, al 15% più di 20.

Secondo i dati emessi quest'anno dal Centro per il Registro Tumori della Repubblica popolare, ogni anno in Cina ci sono 3,5 milioni di nuovi casi e 2,5 milioni di morti. Per questo il cancro viene annoverato tra le prime cause di decesso per malattia, sia per i residenti delle aree urbane sia per quelli delle zone rurali. Il tasso di guarigione del cancro ha raggiunto il 65% nei Paesi sviluppati, mentre in Cina si attesta ancora attorno al 25%.

Nel caso del tumore al colon-retto, "negli States, già 10 anni fa, il tasso di sopravvivenza di un malato era del 67%, in Cina è ancora del 31%", spiega Mou.

Il maggior scarto tra la Repubblica popolare e l'estero sta nelle diagnosi e nei programmi di trattamento. Stando a quanto racconta Melissa Goodwin, alla Mayo Clinic i pazienti sono circondati da un team di esperti. Per esempio, la squadra che si occupa del tumore al polmone è formata da medici interni al dipartimento, pneumologi, oncologi, medici esperti di radio-oncologia e assistenti sociali. "Ognuno ha una propria specializzazione. Poi alla fine si fa un'analisi complessiva dei vari pareri e si somministra una terapia personalizzata previa approvazione di tutti gli esperti".

La cura viene costantemente regolata in base agli esami. "In Cina il materiale che deriva dallo screening e dai vari esami, di fondo, rimane sempre lo stesso, sulla base di queste analisi diversi ospedali e diversi medici finiscono per prescrivere trattamenti grossomodo identici", spiega Mou. "Alla Mayo Clinic invece ogni anno si fanno nuovi controlli e la cura viene corretta di conseguenza. Questa è la ragione per la quale alla fine i risultati sono piuttosto buoni".

Sulla base del sistema adottato in Cina, ogni reparto finisce per essere indipendente. In passato Mou faceva avanti e indietro da un reparto all'altro cercando di dare un senso a quanto gli veniva riferito dagli esperti con un linguaggio tecnico. E poi erano file di ore, e visite di nemmeno dieci minuti. Mou avverte profonde differenze tra i metodi di trattamento dei due Paesi.

Anche le apparecchiature differiscono non di poco. Il sistema di terapia protonico chiamato "la macchina ammazza cancro" che può raggiungere il centro del tumore riducendo i danni ad altre parti del corpo, è al momento il più avanzato del mondo ma è anche l'apparecchiatura medica più sofisticata e difficile da costruire. Per ora sono in grado di utilizzarla soltanto Stati Uniti, Giappone e altri pochi Paesi sviluppati.

Il sistema di chirurgia con il robot Da Vinci ha già raggiunto gli standard della US Food and Drug Administration e viene utilizzato sopratutto nei reparti di chirurgia generale, chirurgia toracica, di urologia, ginecologia e chirurgia cardiovascolare. E' un metodo particolarmente indicato negli interventi più complessi perché poco invasivo. "Per esempio un intervento di bypass al cuore può essere fatto senza bisogno di una toracotomia", spiega Cai Qiang. Al momento in Cina soltanto il 301 Hospital di Pechino ha un'apparecchiatura in grado di farlo. "Negli Stati Uniti l'80% dei casi di tumore alla prostata viene operato con il metodo Da Vinci, gli effetti collaterali sono pochi, le ferite più piccole. La Cina non arriva all'1%".

Un'altra delle principali motivazioni per le quali i cinesi malati scelgono l'estero sta nella mancanza di farmaci anticancro convenienti. Secondo un rapporto congiunto pubblicato nel 2012 dall'American Cancer Society e dal National Cancer Society Institute, per gli uomini la sopravvivenza al cancro è stata registrata sopratutto tra i malati di tumore alla prostata, al colon retto e tra i malati di melanoma, rispettivamente per un 43%, 9% e 7%. Per le donne, invece, la guarigione è stata riscontrata soprattutto in caso di cancro al seno (41%), di tumore della cervice uterina (8%) e al colon retto (8%).

Laddove la mancanza di farmaci anticancro rende le cure in Cina più difficili, gli Stati Uniti hanno il numero più alto di sopravvissuti. "Principalmente questo è vero per i casi di leucemia, cancro al polmone, al colon retto e melanomi", ha spiegato a Caixin Lian Yaoguo, dirigente medico della Shengnuo.

A rendere complessa l'introduzione di farmaci stranieri in Cina è sopratutto la questione dei brevetti. Secondo quanto riferito da addetti ai lavori, i farmaci coperti da proprietà intellettuale non possono essere copiati da altre aziende e altri Paesi, per cui le aziende che vogliono introdurre in Cina nuovi medicinali devono fare autonomamente richiesta per un brevetto.

Dopo aver fatto domanda per operare in Cina, l'azienda farmaceutica deve presentare tutta la documentazione alla China Food and Drug Administration e al dipartimento che si occupa di regolare i prezzi. Il che vuol dire che per ottenere una partita di farmaci passano almeno due tre anni. Allo stesso tempo, spesso i medicinali che riescono ad arrivare in Cina rimangono invenduti a causa dei prezzi troppo alti. "I prezzi possono essere più cari anche di dieci volte", spiega Mou. Così negli ultimi anni è esploso un fenomeno controverso: quello degli intermediari stranieri.
"Alcune persone che vanno ufficialmente all'estero per farsi visitare in realtà ci vanno per i farmaci".

Mirando al mercato cinese

Il rapido aumento del numero dei malati cinesi ha attirato l'attenzione delle istituzioni mediche statunitensi. Le strutture migliori stanno mettendo a disposizione servizi di traduzione gratuita e siti in cinese. Quando si telefona per informazioni basta dire "ni hao" ("salve" in cinese, ndt) perché dall'altra parte si inserisca il servizio in mandarino.

Melissa Goodwin di Mayo Clinic racconta che tra il 2012 e il 2013 i pazienti cinesi sono raddoppiati. Nei primi sei mesi del 2014 il loro numero potrebbe essere addirittura triplicato. "All'inizio la Cina non rientrava tra le priorità della nostra strategia di internazionalizzazione, ma nell'arco di pochi anni è diventata il nostro secondo mercato principale".

Per Gilbert H. Mudge, presidente e CEO di Partners Health Service (PHS), nonché professore presso l'Harvard Medical School, il mercato cinese è importantissimo. PHS ha in mente di avviare la costruzione di ospedali a Pechino e Shanghai e lanciare programmi di cooperazione a Shenzhen e Urumqi.

Su queste basi, organizzazioni straniere che fanno consulenza medica sono spuntate un po' ovunque. Stando a quanto emerso da un'inchiesta condotta da Caixin, strutture di questo tipo sono reperibili a Pechino, Shanghai, Shenzhen, Guangzhou, Hangzhou e forniscono servizi di consultazione, accompagnamento e gestione della documentazione medica.

Per quanto riguarda il modello di cooperazione, la stragrande maggioranza delle organizzazioni d'oltremare assicura assistenza ai parenti dei malati, in particolare mettendo a disposizione servizi di interpretariato, alloggi per i famigliari e svolgendo le varie pratiche. "Siamo l'unica società ad aver adottato "un accordo ufficiale di cooperazione" ha dichiarato Cai Qiang. Questo vuol dire che la Shengnuo ha una comunicazione diretta con vari ospedali e reparti. Ottenuta l'autorizzazione del paziente, il personale può provvedere -attraverso canali ufficiali- al completamento delle cartelle, alla loro modifica, revisione ecc...fornendo al malato servizi diretti ancora più dettagliati.

Un rappresentante della Shenghuo ha dichiarato che la clinica ha già firmato accordi con le principali istituzioni mediche di Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Corea del Sud. Tra queste compaiono Massachusetts General Hospital, Brigham and Women's Hospital, la Mayo Clinic, Wellington Hospital, il Royal Brompton Hospital. I servizi offerti comprendono visite all'estero, nonché servizi di consulenza a distanza da parte di specialisti stranieri.

Per i pazienti più gravi affrontare un viaggio per farsi visitare è troppo rischioso. "Molte aziende asseriscono di poter fare servizi one-stop, ma in realtà avvengono tutti attraverso intermediari locali e non appena lasciano il Paese nessuno si prende più alcuna responsabilità in caso qualcosa non vada bene", spiega Mou che in passato ha contattato varie organizzazioni che prestano assistenza medica all'estero.

Dato che si tratta di un'industria nascente, gli esiti non sempre positivi sono ancora motivo di scarsa fiducia, ma con l'ingresso di nuovi operatori la situazione dovrebbe migliorare.

Il 16 giugno, la Shengnuo ha ottenuto dalla Sequoia Capital China Fund 50 milioni di yuan di investimenti. Si tratta del primo caso del genere nella mainland, segno che il sistema dei servizi medici all'estero comincia ad attirare l'attenzione degli investitori. "Il settore dei servizi medici certamente avrà grande richiesta, molto superiore a quella attuale", ha spiegato a Caixin Zhou Kui, socio di Sequoia Capital China, "il nostro investimento non prevede un ritorno a breve termine, quello che cerchiamo è una crescita sul lungo periodo che possa lasciare il segno".

Il risvolto più importante sta nella promozione dell'ingresso di capitale straniero nel settore sanitario nazionale. Considerata la tendenza verso l'eliminazione progressiva delle restrizioni sugli investimenti diretti esteri, si ritiene che l'aumento del turismo medico stimolerà la competizione nel sistema medico cinese. Come spiega Marco D. Huesch, professore associato di Economia aziendale presso la Duke University School of Law, in un certo senso la globalizzazione dei servizi medici può servire a promuovere il progresso del sistema sanitario di ogni Paese.

(Tradotto per Internazionale/ China Files)

martedì 9 giugno 2015

Business tibetano



Tre anni fa, Sonam Droma ha lasciato il pubblico impiego per aprire un negozio online specializzato in prodotti tradizionali tibetani. Si chiama Tibet Sonam Dorje Trade ed è il primo nel suo genere (a gestione tibetana e con base in Tibet) ad essere stato accolto sulla piattaforma di Alibaba Tianmao. L’idea -racconta la trentenne al ‘China Daily’- nasce da un’intuizione del marito Wang Xin, cinese Han (l’etnia maggioritaria), originario della provincia del Jilin e appassionato di cultura tibetana. Incoraggiati dal rapido sviluppo delle infrastrutture logistiche nella regione autonoma (faccia buona del ‘neocolonialismo’ con caratteristiche cinesi), i due si sono detti che aprire un negozio sarebbe stato anche un modo per far conoscere la tradizione tibetana al mondo esterno. Oggi lo store propone oggettistica nepalese, tappeti, rosari e molto altro; alcuni prodotti sono benedetti su commissione da maestri buddhisti. Gli affari -estesi ormai anche all’estero- vanno talmente bene che per reggere il carico di lavoro Sonam Droma ha deciso di assumere 10 impiegati.

Quella di Sonam Droma non è la storia di un successo isolato, quanto piuttosto il sintomo di un trend in espansione. Una classe cinese agiata e sempre più numerosa è alla ricerca di nuovi canali attraverso cui affermare il proprio status sociale. Una spruzzata di esotismo non guasta. “Ora che tutte le amanti dei signori del carbone dello Shanxi possono permettersi una borsa di Vuitton, per distinguersi dagli altri, quelli davvero ricchi stanno cominciando a cambiare gusti,” spiega al ‘New York Times’ John Osburg, Professore di antropologia presso la University of Rochester, nonché autore di “Anxious Wealth: Money and Morality Among China’s New Rich“, fotografia delle abitudini dei ‘paperoni’ d’oltre Muraglia.

Lo scorso novembre, da Christie Hong Kong, il miliardario Liu Yiqian ha sborsato 45 milioni di dollari per aggiudicarsi un thangka (arazzo tibetano in seta) commissionato oltre seicento anni fa da un imperatore Ming. Una cifra mai pagata prima per un pezzo cinese ad un’asta internazionale. Senza arrivare a tanto, su Taobao, l’eBay ‘in salsa di soia’, gli amanti dell’esotico possono trovare scatole da regalo in pelle di yak a 80 dollari e creme per il viso a base di radici di rosa tibetana. Ai palati più esigenti, Mayke Ame, noto ristorante di Pechino, offre un liquore tibetano a 880 yuan (142 dollari) la bottiglia e lingua di yak brasata a 888 yuan (143 dollari), mentre Tibet 5100 ha già superato Evian e Perier al top delle acque minerali sul mercato cinese.

Nonostante le oltre 130 auto-immolazioni tibetane in chiave anti-Pechino, la fascinazione per il ‘Tetto del Mondo’, con la sua aurea di mistero e la sua sacralità, esercita un notevole appeal sui ricchi Han. Complice la visione idealizzata di cui gode il Tibet come locus amoenus di pace e purezza. Esattamente quel che sognano molti cinesi urbanizzati, stufi della vita caotica delle metropoli ipertrofiche che caratterizzano la Repubblica popolare. Nel 2013, oltre 12 milioni di turisti hanno visitato la regione autonoma (di cui 223mila stranieri) portando nelle casse del Governo provinciale 2,72 miliardi di dollari. Ma se da una parte lo sviluppo dell’industria turistica aiuta a migliorare le condizioni di vita della popolazione locale, dall'altra il discutibile comportamento mantenuto da alcuni visitatori cinesi è motivo di critiche ricorrenti. “Sembra che i tibetani a volte siano osservati dai turisti cinesi come se fossero ad un'esposizione, proprio come gli animali dello zoo, come se fossero lì per essere fotografati indipendentemente dal fatto che vogliano esserlo o no," si legge nel rapporto “Culture Clash: Tourism in Tibet“. D’altra parte, come riporta il ‘Jing Daily’, non di rado il gusto per l’esotico finisce per sconfinare nel kitsch. E’ questo il caso delle opere di Chen Yifei, artista cinese inviso alla comunità tibetana per via delle sue rappresentazioni eccessivamente ‘primitive‘ della minoranza etnica; una specie di ‘mito del buon selvaggio’ dei tempi moderni.

“Penso che tutto questo faccia parte di un interesse spirituale per la coltivazione della moralità. Alcune persone sono veramente interessate a diventare ‘migliori’. Allo stesso tempo, però, questa tendenza viene alimentata dal desiderio di affermare una distinzione sociale,” chiarisce Osburg. Un punto messo in luce dalla crescente attrazione dell’élite cinese per il Buddhismo tibetano, anticamente praticato nelle corti imperiali cinesi e oggi diffuso persino ai piani alti del Partito comunista. Si dà il caso infatti che, nonostante l’ateismo di Stato, le religioni siano state recentemente ‘riabilitate’ dalla leadership come panacea per il vuoto valoriale di cui soffre la società cinese, effetto diretto dell”arricchimento glorioso’ perseguito dal gigante asiatico nell’ultimo trentennio. Secondo un recente sondaggio di WIN/Gallup International, la Cina è “la capitale mondiale degli infedeli“, con solo il 6 per cento dei rispondenti che si definisce ‘credente’ e uno straripante 68 per cento fermamente ateo, il doppio rispetto a qualsiasi altro Paese.

Ciononostante, reclutare guide spirituali è diventata una pratica piuttosto diffusa tra i ricchi Han. E non serve arrivare fino in Tibet. Chi vuole può sempre seguire il Dharma accedendo agli esclusivi club ospitati da comuni privati lontano da occhi indiscreti nel centro di Pechino. Mecenati che, una volta scelto il proprio lama ‘di fiducia’, ripagano la ‘consulenza spirituale’ con bustarelle, banchetti sontuosi e regali sfarzosi. “Non è raro che i giovani ricchi cinesi che possiedono vari appartamenti ne regalino uno al loro guru per organizzare cerimonie e rituali, dal momento che le attività religiose non sono autorizzate in pubblico“, spiega Osburg, sottolineando l’atteggiamento ambiguo mantenuto dalle autorità davanti al diffuso fervore spirituale. Un’ambiguità che ha permesso a Xiao Wunan, ex alto funzionario del PCC, di farsi immortalare, in un video diffuso dalla BBC a gennaio, accanto al Dalai Lama, il leader religioso tibetano additato da Pechino come separatista e in esilio in India dal 1959. Le autorità cinesi e tibetane non si incontrano formalmente dal 2010. Xiao -si mormora vicino al Presidente Xi Jinping per amicizie paterne-, si trovava a Dharamsala in qualità di Vice Direttore dell’Asia Pacific Exchange and Cooperation Foundation (APECF), fondazione sostenuta dal Governo cinese e incaricata dello sviluppo di “progetti significativi“, tra cui un sito buddhista in Nepal del valore di svariati miliardi di dollari. Durante l’incontro, i due si lagnano vicendevolmente dell’approccio di Pechino alla questione tibetana (il Dalai Lama) e del problema dilagante dei finti lama (Xiao), impostori pronti a spennare il primo facoltoso protettore che passa loro sotto mano, in certi casi, ricorrendo alla corruzione pur di ottenere dai funzionari locali un certificato che ne attesti la carica di huofo zheng (‘Buddha vivente’). Invero, quello tra religione e denaro è un connubio tossico ampiamente riconosciuto. A marzo, Shaolin, il celebre tempio delle arti marziali -non insolito a iniziative di dubbio gusto- era finito nuovamente sotto accusa per un piano di espansione in Australia (da 380 milioni di dollari) che prevede un hotel a 4 stelle da 500 posti e un campo da golf a 27 buche.

Come fa notare Osburg, “[In Cina] non c’è quel tipo di rifiuto dei beni materiali tipico dei buddhisti hippie occidentali. [I seguaci cinesi] spesso non sono veramente interessati a diventare illuminati o bodhisattva. Piuttosto pensano: ‘forse potrei sfruttare il potere del Buddhismo tibetano per migliorare il mio business o per tenermi lontano dalla campagna anticorruzione.” Addirittura talvolta ad attrarre è soltanto una generica spiritualità e poco conta se si tratta di Buddhismo, Taoismo o persino Cristianesimo. Uno vale l’altro, purché serva allo scopo.

giovedì 9 aprile 2015

Cina, Giappone e il Risiko indocinese


Dalle acque agitate del Mar Cinese Orientale alle coste dell’Indocina. L’agguerrita competizione tra Cina e Giappone cambia scenografia. Sedate le belligeranze sulla sovranità delle isole Diaoyu/Senkaku, la partita tra la seconda e la terza economia del mondo si gioca nel Sudest asiatico, crocevia di importanti rotte commerciali ed energetiche; anticamera di entrambi anche se della Cina un po’ di più. Ma stavolta le dispute territoriali non centrano.

Epicentro di un nuovo ‘Risiko in salsa di soia’ la Thailandia post-Shinawatra con le sue infrastrutture ferroviarie obsolete e la sua perenne fame di capitali stranieri. Qui Pechino e Tokyo stanno cercando di realizzare ciò che la State Railway Thailand -perennemente a corto di finanziamenti – non è stata ancora in grado di fare. In cantiere ci sono due linee ferroviarie in grado di agganciare il ‘Paese dei sorrisi’ ai vicini Birmania (Myanmar), Laos e Cambogia regalando alla penisola indocinese una connettività senza precedenti. Le tratte in questione sono la Bangkok-Kunming, che taglia la Thailandia da Nord a Sud e arriva nella Cina meridionale passando per Map Ta Phut (Laos), e la Dawei-Phnom Phen che parte dalla Birmania, tocca Bangkok raggiunge la capitale cambogiana e potrebbe in futuro proseguire fino a Ho Chi Min e Vaung Tau, Vietnam.

Note come North-South ed East-West, le due linee sono finanziate rispettivamente da capitali cinesi e giapponesi a interessi relativamente bassi: la prima, i cui lavori inizieranno il prossimo anno, dovrebbe essere pronta entro il 2020 per un costo di 12 miliardi di dollari soltanto per il tratto thailandese (734 chilometri), estendibile in futuro sino alle coste bagnate dall’Oceano Indiano in modo da creare una via alternativa più diretta che permetterebbe alle navi cargo cinesi di aggirare il volatile Stretto di Malacca. La seconda, di contro, è ancora in fase di studio, ma la costruzione risulta agevolata dalla conformazione del territorio prevalentemente pianeggiante che dovrebbe ridurre le spese. La sezione tra la Thailandia e la Birmania risulta particolarmente necessaria alla luce della ripresa dei lavori per la Dawei Special Economic Zone, la zona economica speciale -appoggiata da Tokyo- che, una volta completata, concorrerà a rendere quella dell’omonimo porto d’altura l’area industriale più grande del Sudest asiatico. In ballo non c’è soltanto l’integrazione economica e commerciale del ‘Paese dei sorrisi’. In un momento in cui le riforme democratiche vertono in una fase di stallo, per la giunta militare -salita al potere lo scorso anno con un colpo di Stato- si tratta di lasciare in eredità un risultato tangibile del proprio operato. L’impresa non è semplice. A ricordarlo la sfilza chilometrica di pilastri destinati a sostenere una ferrovia sopraelevata (mai ultimata) che avrebbe dovuto raggiungere il Don Muang International Airport. Lo chiamano ‘Thai Stonehenge’ ed è l’esempio più lampante delle promesse mai mantenute dai Governi succedutisi dagli anni ’90 a oggi.

Per la Cina il progetto ferroviario costituisce un importante tassello della 21st Century Martitme Silk Road, piano attraverso il quale Pechino punta a velocizzare gli scambi tra Asia ed Europa fortificando le infrastrutture locali. E’ con questo scopo che nasce l’AIIB (Asia Infrastructure Bank), diretta concorrente dell’istituto a guida giapponese ADB (Asian Development Bank), pensata appositamente per supportare finanziariamente lo sviluppo logistico della regione sotto il cappello cinese. Nel grande piano asiatico di Pechino, la Thailandia funge da anello di congiunzione tra la penisola malese e i vicini Laos, Cambogia e Vietnam. Motivo per cui l’establishment cinese ha provveduto ad annodare amichevoli relazioni con il nuovo Governo di Bangkok, come conferma un recente accordo per l’acquisto di riso e gomma, commodities particolarmente colpite dal calo dei prezzi dello scorso anno.

Dal punto di vista giapponese si tratta di mantenere viva la propria influenza nel Sudest asiatico, importante fucina del manifatturiero nipponico, evitando che esso ricada completamente sotto l’influsso cinese. La presenza del Sol Levante in Thailandia risale agli anni ’80-’90, quando Tokyo si incaricò delle spese per lo sviluppo delle infrastrutture locali. Sebbene non incolumi dall’inondazione che ha colpito il ‘Paese dei sorrisi’ nel 2011, oggi le società giapponesi -dal settore automobilistico all’elettronica- contano per due terzi degli investimenti stranieri in Thailandia, complice il ritiro delle attività dalla Cina in seguito dell’escalation delle dispute marittime tra Pechino e Tokyo. Lo scorso anno il Giappone ha investito nello Stato del Sudest asiatico la cifra record di 10 miliardi di dollari, secondo dati del Ministero delle Finanze giapponese. Ma le mire della terza economia mondiale sembrano gradualmente riposizionarsi verso mercati più convenienti: Laos, Vietnam e Cambogia forniscono un’alternativa a basso costo con cui rimpiazzare Thailandia e Cina, l’ormai ex ‘fabbrica del mondo’ sempre meno votata al low cost e sempre più all’high-end. In Thailandia, d’altro canto, gli stipendi sono lievitati del 40 per cento da quando due anni fa il salario minimo è cominciato a crescere, e sono parecchie le compagnie pronte a delocalizzare le attività labour-intensive nei Paesi limitrofi come appendici della filiera. “Abbiamo bisogno di ridurre le spese, ma allo stesso tempo di rimanere vicini alla Thailandia“, spiega al ‘Wall Street Journal’ Toshiko Watanabe, portavoce del fornitore di componentistica automotive Denso Corp.

Facendo leva sull’insofferenza diffusa nei confronti dell’assertività cinese nella regione, negli ultimi anni il Giappone è riuscito a estendere la propria influenza nell’area, utilizzando un modello di cooperazione basato sul trittico ‘aiuti, commercio e investimenti‘. Lo stesso sta facendo la Cina. Nel 2014 gli affari nipponici in Cambogia hanno raggiunto quota 127 milioni di dollari, un aumento di tre quarti rispetto al 2012, nonostante il netto vantaggio accumulato dal Dragone: tra il 2005 e il 2012 le società cinesi hanno investito nella terra degli Khmer dieci volte le concorrenti giapponesi, e quattro volte quanto sborsato dal Sol Levante in Laos, vecchio alleato comunista di Pechino bisognoso di liquidità. Qui il gigante asiatico ha interessi nelle miniere, centrali idroelettriche nell’agricoltura e, naturalmente, nel manifatturiero. Come potrebbe non averne dal momento che produrre in Laos costa un terzo che produrre oltre Muraglia!

In Birmania la volontà di affrancarsi dalla dipendenza cinese sta spingendo il nuovo Governo ‘civile’ tra le braccia di Giappone e Stati Uniti. A Tokyo si devono i fondi per lo sviluppo di una zona industriale a sud di Yangon, pensata per il settore dell’abbigliamento e l’industria automobilistica. Mentre l’Indonesia dovrà sciogliere le riserve entro l’anno riguardo alla realizzazione della ferrovia superveloce Jakarta-Bandung. Appena alcuni giorni fa, un memorandum d’intesa tra il Ministero delle Imprese statali indonesiano e la National Development and Reform Commission (l’agenzia cinese di pianificazione economica) ha riportato in gara Pechino, sebbene dal 2012 la Japan International Cooperation Agency sia alle prese con uno studio di fattibilità del progetto ormai in fase di rifinitura. Il tutto dopo un delicato corteggiamento che negli scorsi giorni ha portato il nuovo Presidente Joko Widodo a Tokyo, prima, e a Pechino, poi.

Ma è in Vietnam che il braccio di ferro tra i due cugini asiatici si fa più acceso. Con una popolazione complessiva di 150 milioni di abitanti e una crescita annua superiore al 6 per cento, Vietnam e Myanmar sono il vero traino dell’economia del Sudest asiatico. In particolare, il Vietnam vanta la crescita più rapida della classe media e benestante in tutta la regione, con buone possibilità che entro il 2020 il bacino di nuovi consumatori raggiunga le 33 milioni di unità dai 12 milioni del 2012. Da qui la strenua competizione tra il Dragone e il Sol Levante per rafforzare il proprio potere attrattivo nel Paese. Negli ultimi anni, il Giappone ha concesso ad Hanoi più prestiti che a qualsiasi altro Paese; 1,8 miliardi di dollari nel solo 2014 per l’ampliamento dell’aeroporto internazionale e la costruzione di un’autostrada. Pechino, da parte sua, ha guadagnato terreno sostenendo finanziariamente lo sviluppo di centrali a carbone, fino ai primi anni 2000 comparto dominato dalle compagnie europee, giapponesi e statunitensi. Alla Cina si deve un terzo dei 19.000 megawatts aggiunti alla rete vietnamita dal 2009. Tuttavia, la scarsa qualità dei servizi, i frequenti guasti e la tendenza delle società d’oltre Muraglia ad assumere personale cinese a discapito dei lavoratori locali alimentano ricorrenti espressioni di malcontento con spiccate coloriture nazionaliste. Specie dopo che lo scorso anno Pechino ha provveduto a parcheggiare temporaneamente una piattaforma petrolifera in acque contese, ricche di gas e risorse naturali.

Sfruttare sapientemente le proprie riserve valutarie potrebbe aiutare la Cina a cementare le relazioni con i vari attori regionali e dissipare i timori innescati dalla svolta muscolare intrapresa dalla nuova leadership cinese sullo scacchiere internazionale. Stando ad uno studio condotto dalla Japan International Cooperation Agency, nel 2013 Pechino ha concesso 7,1 miliardi di dollari in aiuti all’estero, la spesa più considerevole dopo quella di Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania, Francia e Giappone. Numeri che parrebbero ormai rendere il Dragone uno dei principali benefattori dello sviluppo asiatico, grazie al disimpegno americano nella regione a favore di un maggior coinvolgimento in Pakistan e Afghanistan.

Al contempo, l’ascesa della Cina a potenza regionale implica una lenta metamorfosi nel modo di esercitare la propria assistenza ai Paesi vicini. Se al tempo della Guerra Fredda a guidare la spesa cinese all’estero era sopratutto l’affinità ideologica tra i membri del blocco comunista, col passare del tempo l’elargizione di sussidi è diventata uno strumento di diplomazia economica per puntellare la crescita nazionale e sopperire al bisogno di materie prime. Anche se l’appartenenza cinese alla cerchia dei ‘Paese in via di sviluppo’ viene tutt’oggi opportunamente sbandierata da Pechino per addolcire il saccheggio di risorse naturali, sopratutto in Africa e America Latina. Non a caso il gigante asiatico preferisce presentarsi all’esterno come ‘partner’ piuttosto che come ‘donor’, e vincola il proprio intervento oltreconfine al rispetto dei cinque principi di coesistenza pacifica. Cosa che gli riesce piuttosto bene nei Paesi CLMV (Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam) con i quali intrattiene relazioni virtuose da oltre duemila anni, un po’ meno con Stati marittimi quali Malaysia, Indonesia e Filippine di più giovane affiliazione alla galassia sinocentrica. Di contro, il Giappone ha cercato di sfruttare il bagaglio ideologico che lo distingue dal Dragone, proponendosi nella regione con il ruolo di esportatore di valori universali, diritti umani, innovazione e democrazia. Ma la superficialità dei rapporti economico-culturali con CLMV, inseriti in una strategia mirata soltanto al volgere del nuovo secolo -prima i CLMV venivano trattati in maniera generica nell’ambito dei rapporti diplomatici con l’ASEAN tutta- potrebbe remare a suo sfavore. Così come d’intralcio potrebbe essere l’immagine ripulita che la Cina vuole dare di sé promuovendo nel mondo ferrovie e tecnologia nucleare. Non più paccottiglia Made in China ma tecnologia a prova di standard internazionali.

“Mi trovo d’accordo con la studiosa americana Carol Lancaster nel ritenere che il sistema di aiuti cinesi sia per così dire ‘work in progress’. La Cina continuerà a migliorare imparando dai propri errori, proprio come i vari Paesi donatori del Development Assistance Committe e dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico hanno fatto durante i loro primi anni come fornitori di aiuti internazionali“, spiega a ‘L’Indro’ Dennis Trinidad, Professore di Economia politica internazionale presso la De La Salle University nonché autore di “China and Japan’s Economic Cooperation with the Southeast Asian Region“, “L’enfasi sulle ferrovie è dovuta a un aumento della domanda nel Sudest asiatico. La regione è progredita economicamente e lo sviluppo delle infrastrutture è diventato una priorità per i vari Governi locali. Ma si tratta di un cambiamento radicale? Io non penso. Gli aiuti cinesi sono ancora spesso concentrati su progetti infrastrutturali, che già nel 2009 contavano per il 61 per cento dei prestiti agevolati all’estero erogati da Pechino. Nel documento 2014 intitolato ‘China’s Foreign Aid’, pubblicato dall’Ufficio del Consiglio di Stato, si afferma, tra le altre cose, che la Cina continua ad aderire sempre agli stessi principi in materia di sussidi: non imposizione di condizioni politiche, non interferenza negli affari interni, e lasciare sviluppo autonomo ai Paesi beneficiari. Inoltre, la maggior parte degli aiuti cinesi rimane legata alle imprese statali. Anche se bisogna riconoscere che il campo di assistenza si è ampliato; ora include la cancellazione del debito e l’assistenza umanitaria in casi d’emergenza“.

(Pubblicato su L'Indro)

sabato 4 aprile 2015

L'AIIB per una nuova strategia multilaterale


Con le adesioni dell’ultimo minuto, salgono a oltre 40 gli aspiranti membri fondatori dell’AIIB (Asia Infrastructure Investment Bank), la superbanca promossa da Pechino con l’intento di sopperire al deficit infrastrutturale dell’Asia e promuovere una ‘democratizzazione’ dell’ordine economico internazionale secondo ‘caratteristiche cinesi’. Solo 31 i Paesi per ora ammessi ufficialmente, di cui una lista completa verrà rilasciata nei prossimi giorni. La Germania è già dentro.

Il progetto -preannunciato nell’ottobre del 2013 durante il tour del Presidente Xi Jinping nel Sudest asiatico- ha cominciato a prendere forma con un primo memorandum d’intesa sottoscritto da 21 Paesi lo scorso ottobre. Ma nuove adesioni si sono succedute sino al 31 marzo (deadline per i membri fondatori), inframmezzate dagli avvertimenti allarmistici di Washington sulla governance dell’istituto (quanto a standard qualitativi e sostenibilità dei progetti). Cui si aggiungono i timori per le presunte ambizioni dirigiste della Cina nella creazione di una nuova Bretton Woods a guida asiatica.

Da tempo Pechino rivendica un maggior peso nei grandi enti internazionali ritenuti poco rappresentativi dei Paesi emergenti, nuovo centro propulsore della crescita mondiale. Nel FMI (Fondo Monetario Internazionale), i diritti di voto di Stati Uniti, Giappone e Cina sono fissati rispettivamente a 16,75 per cento, 6,23 per cento e 3,81 per cento. Secondo riforme concordate nel 2010 e mai attuate, il Dragone dovrebbe poter raggiungere una quota di circa il 6 per cento, mentre il suo potere di voto nell’ ADB (Asian Development Bank) è ancora inferiore (5,4 per cento contro il 12,8 per cento del Giappone e il 12,7 per cento degli Stati Uniti). In questo contesto l’AIIB si propone come catalizzatore di un rinnovato sistema finanziario mondiale, con un occhio particolarmente attento al gap infrastrutturale che affligge i Paesi asiatici (si parla di 800 miliardi di dollari all’anno) ormai al di là delle capacità dei due istituti.

L’ipotesi di una rivoluzione degli equilibri globali, tessuti minuziosamente da Washington nell’arco di oltre mezzo secolo, ha innescato svariati campanelli d’allarme sull’altra sponda del Pacifico. Nonostante le pressioni esercitate dagli Stati Uniti per dissuadere le Nazioni amiche, negli ultimi giorni l’AIIB ha ricevuto il consenso dei più fidati alleati regionali di Washington (Giappone escluso), proprio mentre sull’isola cinese di Hainan andava in scena l’annuale Boao Forum, versione asiatica di Davos. Tema del vertice: ‘Il nuovo futuro dell’Asia; verso una comunità dal destino condiviso‘ (“Asia’s New Future: Toward a Community of Common Destiny”). Un punto, questo, sul quale la Cina di Xi Jinping ritorna regolarmente in presenza dei vari partner locali con l’intento non dichiarato di isolare ‘culturalmente‘ gli Stati Uniti.

Come fa notare Gideon Rachman sul ‘Financial Times’, se è vero che, davanti all’assertività cinese in acque e territori contesi, gli Stati Uniti continuano a ricoprire il ruolo di prezioso gendarme regionale (Giappone, Filippine, Australia e Corea del Sud hanno con gli States trattati di mutua difesa) è anche vero che le disponibilità finanziarie sono il vero asso nella manica del Dragone; immense riserve in valuta estera (oltre 3 trilioni) da impiegare per lo ‘sviluppo comune’ del continente e che dovrebbero andare a riempire il 65 per cento del Silk Road Fund, il fondo speciale da 40 miliardi di dollari con cui Pechino finanzierà l’altro grande progetto a base di infrastrutture di cui si è fatto promotore. Quello per una cintura economica tra Asia e Europa (‘Belt and Road’) in grado di riportare in vita le tratte commerciali dell’antica Via della Seta. Chi ha buona memoria ricorderà come -con buona pace dello ‘Zio Sam’- la Cina avesse già incassato un largo consenso in sede Apec per l’avvio di un piano di studio sul FTAAP (Free Trade Agreement for the Asia-Pacific), area di libero scambio più allargata e inclusiva della TTP statunitense da cui Cina e Russia sono escluse. Ogni vittoria cinese si traduce in un inciampo americano. Tanto più che stavolta a cedere alle lusinghe della seconda economia mondiale e della sua superbanca sono attori extra-regionali del calibro di Gran Bretagna, Germania, Italia e Francia. Così, mentre Pechino ribadisce a mezzo stampa le sue buone intenzioni (l’AIIB è «complementare -non in competizione- agli istituti già esistenti» e «farà tesoro dell’esperienza delle banche esistenti quanto a struttura di governance, politiche ambientali e di sicurezza sociale aggirando, al contempo, gli ostacoli esistenti al fine di ridurre i costi e migliorare l’efficienza») anche a Washington comincia a diffondersi l’impressione che la strategia dell’ostruzionismo si stia rivelando controproducente. Sul versante esterno, permane la sensazione che il ‘Pivot to Asia‘ di Obama sia eccessivamente declinato alla sicurezza; sul versante interno, si affacciano i dubbi di un’opinione pubblica dubbiosa davanti all’estromissione volontaria degli Usa da un progetto che coinvolge trasversalmente il pianeta.

La banca, con un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari -per la maggior parte fornito dal Dragone-, avrà sede a Pechino, possibili filiali in altri Paesi, e sarà pronta entro la fine dell’anno. Pensata appositamente per l’Asia -continente che rappresenta ormai almeno un terzo dell’economia globale-, potrebbe in futuro ampliare lo spettro delle proprie operazioni oltre i confini regionali. Come fa notare Yun Sun, analista del Wilson Center, l’AIIB si presenta come una banca commerciale multilaterale piuttosto che un’agenzia di sviluppo. Vale a dire che oltre a finanziare i progetti infrastrutturali (facilmente soggetti a sprechi e corruzione) sarà anche tenuta a rimborsare i costi e ad assumersi maggiori rischi per risultare più competitiva degli enti concorrenti. Mentre permane la sensazione che esista uno scollamento tra le priorità dei leader cinesi (assicurare alti standard di qualità) e quelle dei vari gruppi d’interesse (servire l’agenda economica in funzione degli obiettivi strategici nazionali), con il rischio di discriminazioni nei confronti dei partner considerati meno amichevoli nei confronti del gigante asiatico.

Anni fa, la Cina e le sue varie agenzie, tra cui la China Development Bank e China ExIm Bank, hanno superato la Banca mondiale come principale finanziatore dei Paesi a medio reddito. Ma non certo per disinteressato altruismo. Nella maggior parte dei casi l’erogazione del credito è stata funzionale al raggiungimento di alleanze politiche secondo la formula ‘prestiti in cambio di risorse naturali’. Lo schema ha funzionato per anni. Ad Africa e America Latina serviva liquidità, al gigante asiatico occorrevano materie prime e mercati di sbocco per i propri prodotti. Fino a quando, sulla scia del calo dei prezzi delle commodity, l’insolvenza dei debitori è diventata più che una semplice eventualità. Stando agli esperti, il Venezuela -ricompensato da Pechino per le sue forniture di petrolio con totali 56,3 miliardi di dollari- ha il 90 per cento delle possibilità di incorrere in un default. Ed Ecuador e Argentina non stanno messi molto meglio.

Sebbene la mancanza di dati ufficiali lasci soltanto immaginare l’entità complessiva dei prestiti cinesi, secondo Fred Hochberg, Presidente della statunitense Export-Import Bank, tale cifra negli ultimi anni avrebbe toccato i 670 miliardi di dollari. Secondo stime più prudenti di Kevin Gallagher, Professore associato della Boston University, e Margaret Myers, Direttore del think tank Inter-American Dialogue, i prestiti concessi dalla Cina all’America Latina hanno raggiunto i 119 miliardi dal 2005 a oggi, con un aumento di 22 miliardi soltanto lo scorso anno, mentre il credito ai Paesi africani per il periodo 2000-2011 si aggirerebbe sui 53 miliardi. E’ così che si sta delineando l’esigenza di un approccio più istituzionalizzato attraverso l’utilizzo di piattaforme multilaterali (come l’AIIB e la New Development Bank, la banca dei Brics) in modo da suddividere oneri e rischi tra diversi attori. Senza contare che il rallentamento della crescita economica cinese -al livello più basso da 24 anni- fa sì che l’appetito del Dragone per le risorse naturali non sia più tale da giustificare coalizioni spericolate. Le esigenze della seconda economia del mondo sono cambiate: «Continuare a mettere le riserve valutarie estere in titoli del tesoro Usa non sta portando grandi ritorni, per cui utilizzarle per finanziarie infrastrutture sembra una situazione win-win che crea opportunità di business [oltreconfine] per le compagnie cinesi affette da sovracapacità in Patria», spiega al ‘Financial Times’ Brautigam.

C’è tutta una letteratura, meno nota, secondo la quale l’emarginazione della Cina negli istituti internazionali sarebbe stata volontariamente incoraggiata dalla Cina stessa. Non è un mistero che Pechino preferisca continuare a stazionare sul secondo gradino del podio, smarcandosi dalle responsabilità che spettano a una superpotenza. D’altronde, il placet concesso dall’Europa, -si dice barattato con la rinuncia del Dragone ad esercitare il potere di veto nell’AIIB- sarebbe il sintomo di una debolezza molto più reale che strumentale. Secondo Alan Beattie del ‘FT‘, estendendo l’invito ai Paesi occidentali nella nuova banca, il gigante asiatico riconosce di fatto la necessità di ottenere una legittimazione politica. Anche se questo implica la possibilità di pressioni e restrizioni sulle operazioni dell’istituto per via delle preoccupazioni diffuse riguardo alle pratiche disinvolte con cui Pechino gestisce diritti umani e questioni ambientali.

Tutto è cominciato con l’ingresso della Gran Bretagna, seguita nel giro di 72 ore da Francia, Germania e Italia. La partecipazione dell’Europa a un progetto asiatico secondo regole cinesi è cosa tutt’altro che scontata. Addirittura insensata, secondo François Godement, Senior Policy Fellow presso l’European Council on Foreign Relations, se si considera che “dal 1998 l’Asia (non solo la Cina) ha continuato ad accumulare riserve in valuta estera e gode di un tasso di crescita da far vergognare le economie europee“. Tirarsi indietro vorrebbe dire rinunciare a un posto nel grande disegno euroasiatico promosso da Pechino (la ‘Belt and Road’ di cui sopra). Fiondarsi a capofitto nel progetto, tuttavia, potrebbe non essere la scelta più giusta. Come ricorda Godement, tra il 1993 e il 1997 le banche del Vecchio Continente cercarono di arginare il calo dei profitti nel mercato domestico proponendosi come principali creditori della crescita asiatica. Ma finirono per rimetterci al sopraggiungere della crisi che travolse la regione alla fine degli anni ’90. Per Godement, sarebbe più logico sviluppare un fondo europeo per le infrastrutture sulla base del nuovo Juncker Fund, una sorta di EIIB da estendere a partecipazioni esterne, Cina inclusa. Il che però richiederebbe una coesione tra i 28 Stati membri al momento quasi inimmaginabile considerata l’accesa rivalità tra Londra, ex partner numero uno di Pechino, e Berlino, che ormai conta per il 40 per cento degli scambi tra la Cina e l’Unione europea (Ue).

“L’Ue potrebbe fare benissimo entrambe le cose: aderire all’AIIB e istituire una EIIB. Perché no?!“, ci dice Jiang Shixue, Vice Direttore dell’Istituto di Studi europei presso l’Accademia cinese delle Scienze sociali. “Purtroppo gli europei sembrano del tutto incapaci di mettersi d’accordo tra loro; sono solo in grado di competere uno contro l’altro e dividersi di fronte a soggetti esterni. La mancanza di ambizione per l’Europa, e la gara disdicevole di tutti contro tutti la dice lunga riguardo la mancanza di fiducia tra i membri chiave quando si tratta di interesse economico. E’ davvero uno spettacolo spiacevole.”

Più misurato il giudizio di Fredrik Erixon, Direttore dell’ European Centre for International Political Economy (ECIPE): “L’Unione europea non dovrebbe far parte dell’AIIB per il semplice fatto che l’Ue non è membro di nessuna banca di sviluppo locale al di fuori dell’Europa,” ci spiega, “non lo è nemmeno della Banca Mondiale. Né ha un budget da destinare a investimenti ‘extraeuropei’. Tuttavia è cosa ben diversa se i singoli Governi vogliono incanalare una piccola parte dei loro bilanci per gli aiuti attraverso il nuovo istituto“.

(Pubblicato su L'Indro)

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...