martedì 20 settembre 2011

La giustizia non può più attendere

Ricordare spesso è più difficile che dimenticare, "scavare una fossa e seppellire il passato per guardare al futuro", risulta assai più conveniente ed indolore ed è una prassi consueta nel corso della storia, legittimata dal tacito consenso della comunità internazionale che ha reso la memoria storica l'umile ancella della retorica politica. E in questa storia fatta di "giustizia selettiva", che assolve i potenti e ignora i sofferenti, non ci sono né vincitori né vinti, ma solo "bastardi senza gloria".  Nessuno è scagionato solo perché protetto dalla "presunzione d'innocenza"; nemmeno chi della giustizia dovrebbe essere il regolatore.

Ed è così che l'avvocato difensore stesso finisce sul banco degli imputati: il Consiglio per i diritti umani dell'Onu, che avrebbe dovuto far luce sulle "gross violation" perpetuate durante il corso degli ultimi 30' anni, è finito nell'occhio del ciclone dopo le pesanti accuse mossegli da Human rigths watch e Amnesty International per l'immobilità dimostrata nella questione dei crimini di guerra e contro l'umanità commessi in Sri Lanka, nel ventennio tra il 1983 e il 2009. Un conflitto durato oltre un quarto di secolo che ha visto il gruppo separatista delle Tigri tamil combattere contro il governo di Colombo per dar vita ad uno stato indipendente nel nord e nell'est dell'isola. Una guerriglia che, sebbene non abbia mai trovato l'appoggio della popolazione si è conclusa con un bilancio di 100mila vittime, di cui - secondo i dati dell'Onu - 40mila soltanto nei mesi seguenti all'offensiva  governativa del novembre 2008. Allora un primo SOS fu lanciato dalle organizzazioni dei diritti umani dell'isola per ricadere immancabilmente nel vuoto. Soltanto nell'aprile 2010 l'esito di un'inchiesta portata avanti dall'Onu che accusava Colombo di aver ucciso decine di migliaia di civili, bombardando centri d'accoglienza, ospedali e operatori umanitari; di aver negato alle persone rimaste intrappolate nelle zone di conflitto qualsiasi tipo di aiuto umanitario. Quanto ai Tamil, risultarono responsabili dell'arruolamento coatto di bambini e dell'utilizzo della popolazione inerme come  scudo umano.

Ma nonostante la risonanza che questa carneficina ebbe in seno all'opinione pubblica, il segretario generale del Consiglio, Ban Ki-moon, dichiarò di non avere l'autorità per ordinare un'inchiesta internazionale. Un fascicolo archiviato sino a pochi giorni fa quando, a ridosso della riunione di Ginevra in agenda per il 13 di settembre, gli attivisti sono tornati alla carica, denunciando al Consiglio la totale impunità di cui continuano a godere gli artefici del massacro. Pronta è stata la reazione del presidente Sri Lankese, Mahinada Rajapaksa, che attraverso la revoca dello stato di emergenza, ha proceduto a sostituire lo stato di guerra con la legge marziale. Un provvedimento questo che di fatto gli attribuisce l'assoluto controllo del Paese e lo esime dal sottoporsi a qualsiasi inchiesta dell'Aja, rendendolo così immune da un possibile arresto per i crimini commessi durante la guerra civile. Secondo Peacereporter "non verranno nemmeno revocati i poteri emergenziali di esercito e polizia, né smilitarizzate le 'zone di sicurezza'. Tantomeno decadrà la messa al bando di tutte le organizzazioni politiche legate all'Ltte (Liberation Tiger of Tamil Eelam), come le Tigri del fronte popolare di liberazione (Pflt). Rimarranno in vigore anche tutte le norme che limitano la libertà di sciopero e di stampa, con il loro tragico corollario di violenze para-governative contro attivisti sindacali, difensori dei diritti umani e giornalisti critici".

Un esito presagito già da chi aveva temuto un intervento degli alleati asiatici di Rajapaksa - Cina in primis - volto ad influenzare le decisioni dell'Onu; un intervento che per il momento non è stato nemmeno necessario per mettere fine alle speranze di chi in una giustizia ancora ci credeva.

Ma a gettare ulteriori ombre sull'operato del Consiglio dei diritti umani, il riaffiorare di un'altra dolorosa cicatrice della storia del 900", ancora una volta inferta all'Indocina, e a distanza di anni mai guarita del tutto.  La rivoluzione ultracomunista cambogiana che tra il 17 aprile 1975 e il 7 gennaio 1979 ha messo fine a un milione e 700 mila vite, ma che in realtà ha avuto degli strascichi sino alla dissoluzione dei khmer rossi nel 99". Crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio: sono queste le accuse alle quali dovranno rispondere gli ultimi quattro superstiti del vertice del regime davanti alle Corti straordinarie, il tribunale di Phnom Penh, composto da magistrati locali e internazionali, sotto l'egida dell'Onu.

Ancora una storia di giustizia ritardataria, alla quale piace farsi desiderare. Cominciate le trattative nel 1999, governo cambogiano e Onu giunsero ad un accordo nel giugno del 2003, quando furono stanziati 56 milioni di dollari per le spese processuali, di cui 13 milioni messi a disposizione dalla Cambogia, e 43 milioni dalla comunità internazionale. A quali condizioni? Il tribunale potrà giudicare solo quanto accaduto tra il 17 aprile 1975 - giorno dell'ingresso dei Khmer rossi nella capitale - e il 6 gennaio 1978, vigilia dell'ingresso delle truppe vietnamite e della successiva caduta del regime di Pol Pot. In altre parole il tribunale non potrà occuparsi di quanto avvenuto prima e dopo quel periodo. Dovrà tacere sulle ripercussioni causate dalla guerra tra Vietnam e Usa ( dal 69' al 73'), quando il presidente Nixon, senza il consenso del Congresso, autorizzò il bombardamento della Cambogia causando oltre 150 mila vittime; dovrà tacere sul sostegno prestato dalla Cina al regime filo-maoista cambogiano che, attraverso elargizioni di 100 milioni di dollari l'anno, ha continuato a finanziare i Khmer Rossi fino agli anni 80', anche dopo la caduta di Pol Pot. E sarà silenzio anche sull'invasione vietnamita protrattasi sino al crollo del muro di Berlino, nonché sulle trame geopolitiche che hanno coinvolto la Cambogia nella Guerra Fredda.

Ma il processo, previsto all'inizio per lo scorso settembre, è prima slittato ad agosto, e proprio quando sembrava essere giunti ad un passo dalla tanto agognata "Norimberga cambogiana", i giudici hanno ordinato, pochi giorni fa, la perizia psichiatrica per uno degli imputati, l'ex ministro degli Affari sociali Leng Thirith. Un provvedimento che di fatto ha archiviato nuovamente la pratica almeno fino al gennaio 2012. Un nuovo esito imbarazzante per l'Onu che, ormai messo alla gogna dalle principali associazioni per i diritti umani, dovrà rispondere anche di questo. Mentre una buona dose di responsabilità incombe su Usa e Cina - le quali animate dall'obiettivo di arginare i movimenti di un Vietnam filosovietico, fecero di tutto per ritardare la nascita della Corte - anche l'attuale Tribunale finisce per essere l'esito di una serie di compromessi, sotto la regia di una magistratura "comprata a caro prezzo". Ancora troppi gli interessi e le persone coinvolte.

Un copione noto anche nel Myanmar dove, gli atti repressivi imputati all'esercito birmano vengono tacitamente tollerati da Pechino, alleato numero uno del regime di Yangon cui forniscono armi, prestiti, investimenti e sostegno politico. Un legame sancito dalla protezione diplomatica prestata dalla Cina in seno all'Onu, attraverso l'esercizio del proprio diritto di veto all'interno del Consiglio di Sicurezza su qualsiasi decisione riguardi il Myanmar. E secondo l'usuale rituale del "do ut des", il Dragone riceve in cambio la possibilità di attingere alle ingenti risorse naturali del Paese, scongiurando tra l'altro il pericolo che una Birmania democratica possa seguire la stessa strada percorsa dal Vietnam, uscendo dalla sua orbita per passare sotto l'influenza statunitense. D'altra parte, l'esercito birmano mantiene stabile una situazione che potrebbe facilmente degenerare in una nuova guerra civile, con possibili strascichi anche nell'intera regione e in Cina.

E così, mentre la "politica dell'interesse" continua ad avere la meglio, il Consiglio per i diritti umani dell'Onu perde sempre di più credibilità, dando conferma alle critiche di chi, commentando l'ingresso nel 2006 di Cina, Arabia Saudita, Pakistan, Cuba e Russia, aveva gridato alla beffa.

di Alessandra Colarizi

domenica 18 settembre 2011

Cina vs Italia: l'ostilità del Dragone si calcola in percentuali

A quasi una settimana di distanza dalla notizia di un possibile sostanzioso intervento della Cina per risollevare le sorti dell'Eurozona, la questione "acquisto del debito pubblico italiano" la fa ancora da padrone sulla maggior parte dei quotidiani internazionali. Dopo i commenti postati dai netizen cinesi sul sito web del FT (http://cinasia-baochai.blogspot.com/2011/09/il-debito-italiano-lo-compra-la-cina.html), adesso è la volta del portale del China Daily, dove il dibattito in seno all'opinione pubblica viene schematizzato in percentuali grazie ad una tabella; una specie di applausometro che fa tanto programma a premi della Rai. Il risultato era piuttosto prevedibile: alla domanda "la Cina deve acquistare i bond dell'Italia?" il 91% degli internauti ha detto no, solo il 9% si è schierato a favore, sostenendo che lo shopping del debito italiano contribuirà a diversificare le riserve in valuta estera detenute dal Dragone. Sorvolando sul fatto che di questo 9% un buon 5% - tratto in inganno dal colore rosso del pulsantino - ha votato SI pensando di votare NO (e qui mi astengo dal commentare per non ferire alcuni amici cinesi che potrebbero leggere), la maggior parte dei contrari ha lasciato post non dissimili da quelli già apparsi sul FT, e per mia grande fortuna questa volta quasi tutti in inglese:

"We can do a show, ASIA for Europe and USA. Same how the singers did a show "US for Africa" No singing tough, just buy their debt. But with certain conditions. If dont give back our money. We grab their land and cities."

"Chinese should protect ourselves well before helping others."

"What's the upside? If I were China, I would do a special "Buffett-like" investment where you are guaranteed a nice return"

"no free lunch in the world"


"NO!
Italy should ask its allies for help, after all they are brothers.
China is NOT Italy's brother [unless the Chinese government is hoping Italy would consider making them their brother :-p]
If anything, Chinese government should help the Chinese citizens first! There are many millions of Chinese citizens in need.. What can be better than helping your OWN people? WEAN China of foreign aids too, that's more important."

"No, China is poor enough"

"Who save China?

"Europeans like the Americans need to curb their spending habits and get down to some serious measures to balance their budget deficits."

"How to improve the life quality of chinese is more important than any other thing"

"The west is dominated by a very small group of super rich. Let them help themselves"

"Good for them to be broke. Italians are cheaters in every way...."

Insomma, secondo i più la Cina ha già tanti di quei guai in casa, che non è proprio il caso di andare a fare beneficenza tra quei Paesi che di soldi ne avrebbero, se solo fossero stati amministrati meglio invece che venire fagocitati da una ristretta cerchia di rapaci, e su questo ci si può pure stare.... Ma quello che sembra sfuggire alla maggior parte dei cinesi è che se Pechino deciderà di aiutare i Paesi dell'Eurozona non sarà certo per buon cuore e magnanimità d'animo. Proprio qualche giorno fa il primo ministro Wen Jiabao, durante il World Economic Forum tenutosi a Dalian, aveva avanzato la richiesta di un completo riconoscimento della Cina come economia di mercato: “In base alle regole stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), lo status di economia di mercato verrà riconosciuta alla Cina nel 2016. Ma se i paesi dell’Eurozona fossero in grado di dimostrare la loro sincerità con qualche anno di anticipo, sarebbe quello il modo in cui un amico tratta un altro amico.” Una giusta ricompensa per il sostegno fornito dal Regno di Mezzo all'UE che, rimuovendo una serie di barriere sull'esportazione e investimenti cinesi in Europa, darebbe una bella mano a Pechino nella risoluzione di alcune controversie in seno al WTO.
Ma quale "free lunch" ?!!!! Nulla viene fatto per nulla...è ovvio che la Cina avrebbe il suo tornaconto. Pianyi (economico), da zhe (scontare) sono parole all'ordine del giorno, ma di mianfei (gratis) in Cina non c'è proprio nulla...Per non parlare del fatto che ormai è pressocché assodato che Pechino non ha alcuna intenzione di acquistare titoli di Stato italiani, quanto piuttosto di intervenire, limitandosi a finanziare il settore industriale.

Per parcondicio ora mostrerò alcuni commenti di quei pochi che hanno votato SI (consapevoli effettivamente di stare votando SI...)

"Why not. Since we have such a big fiscal surplus every year. And we also need to encourage Chinese companies to buy shares of Italian companies."

"will you be shameful to lend money to the richer when you are still suffer from hunger?"

"yes, it will give us control over western nations. make them our colonies now. heheha"

A parte uno o due dotati di discernimento, c'è sempre chi continua ad inneggiare al saccheggio, mostrando velleità coloniali...Che l'ex Impero Celeste non abbia ancora digerito la pesante sconfitta subita durante le guerre dell'Oppio (1832-1842)? O che sia per via della colonia italiana di Tianjin, una concessione di scarsi 458.000 metri quadri e adesso sfondo più ambito dalle coppie di novelli sposi per i loro album di nozze? Lascio a voi l'ardua sentenza perché io ormai sono senza parole...

(per chi volesse divertirsi a leggere gli altri commenti, questo è link: http://debate.chinadaily.com.cn/debate.shtml?id=103)

giovedì 15 settembre 2011

Tutti pazzi per i fast food: come McDonald's e KFC hanno conquistato la Cina


Per strada, in bicicletta, sulla metro: in Cina ogni luogo ed ogni momento è buono per addentare un hamburger o soggiacere ai piaceri di un untuosissimo involucro di patatine fritte. Ormai è una scena che si ripete quotidianamente, e non soltanto alla luce del giorno. Si perché in Cina i fast food, come d'altronde gran parte dei ristoranti, rimangono aperti anche di notte, pronti a soddisfare le voglie della nuova generazione di nottambuli che all'uscita dei locali si riversa negli "kuaicanting" , i "quick service restaurant" (QSR) che ormai hanno invaso le maggiori città cinesi. E non importa se si tratti di McDonald o KFC; l'importante è che sia "made in USA". Diffusa tra i giovani, ma non solo, la febbre dei fast food in Cina è un fenomeno relativamente recente, cominciato nel 1987 quando KFC varcò per la prima volta i confini dell'Impero di Mezzo. Adesso il contagio ha assunto le proporzioni di una vera e propria epidemia: nel 2009 McDonald's contava 700 ristoranti, mentre KFC, già da diversi anni,  ha superato quota 1.200. Numeri questi che al momento le rendono le due aziende del settore della ristorazione più potenti di tutta la Cina.

Ma calcolando il vasto numero di "kuaicanting" dai sapori locali, cos'è che ha permesso ai due colossi americani di affermarsi tanto rapidamente, spandendosi a macchia d'olio sul territorio nazionale? Dotati di una capacità finanziaria e gestionale seconda a nessuno, hanno fatto di un'invidiabile aggressività e capacità di inventiva i loro punti di forza. D'altra parte il mercato cinese richiedeva una strategia di penetrazione ben diversa da quella adottata negli Stati Uniti o nella maggior parte degli altri Paesi. Da qui, come spiega Paul Wang, consumer market consultant di KFC, in un editoriale pubblicato a giugno sul giornale indipendente Cajing, alcune peculiarità tutte cinesi; in primis il fatto che la maggior parte dei ristoranti è di proprietà delle società stesse. In pratica cosa vuol dire? Una maggior flessibilità per le aziende in grado così di apportare cambiamenti e fare mosse più audaci; buona parte delle entrate derivanti dalle vendite dirette piuttosto che dalle tasse sul franchising, sugli immobili o da altre fonti di reddito tradizionali; maggior autonomia nel loro sviluppo commerciale grazie ad un forte nucleo manageriale a livello locale (un fattore questo particolarmente vero nel caso di KFC).

America e Cina, due mercati differenti
Accomunate dall'incredibile successo, in realtà le due società americane hanno assunto una strategia di inserimento nel mercato cinese molto differente. Prima di tutto va tenuto in considerazione che in Cina la varietà di marchi del settore è decisamente ridotta rispetto a quella presente nel Nuovo Continente, dove l'alta competitività ha portato alla progressiva settorializzazione e specializzazione: Dunkin Donuts è famosa per la colazione e i suoi dolci, Taco Bell per la cucina messicana, Starbucks per il caffè, KFC per il pollo fritto, mentre McDonald's e Burger King si litigano il primato per gli hamburger. Nel Regno di Mezzo, l'esiguo numero di società e catene di fast food d'oltre oceano ha reso la competizione pressocchè nulla e di conseguenza superflua nella corsa alla conquista del mercato locale.
In secondo luogo, quando un'azienda straniera entra nel mercato cinese di solito ha già stabilito a priori quale prodotto venderà, senza tener conto se questo vada incontro ai gusti locali o se possa trovare condizioni  di produzione adatte. Insomma più che una strategia orientata verso il cliente, prevale un approccio incentrato sul prodotto in sé per sé, con il risultato che non soltanto spesso esso risulta del tutto nuovo al palato dei cinesi, ma frequentemente la sua produzione richiede anche l'utilizzo di materie prime assenti in Cina, con conseguenti costi più elevati per l'importazione degli ingredienti e per il processo di lavorazione.


I Giganti americani a confronto: due strategie d'attacco vincenti
In un mercato altamente concorrenziale come quello americano, KFC preferisce rimanere fedele ad un menù vincente, evitando rischiosi cambiamenti nella gamma dei prodotti offerti; in Cina invece adotta un approccio più sperimentale, aggiungendo gradualmente al pollo fritto - per il quale è celebre - prima humburger e patatine, poi colazioni in stile cinese con latte di soia, sino ad arrivare a piatti di riso che certo avrebbero fatto inorridire il Colonello Sanders.
McDonald's invece, forte del suo nome che lo lega indissolubilmente al binomio hamburger-patatine fritte, continua a sponsorizzare il gusto americano, introducendo prime colazioni a base di muffin e salsicce. Insomma il suo menù, che sia in patria o nell'Impero di Mezzo, rimane pressocchè identico, e con che risultati! Data la mancanza di altri marchi specializzati, la colazione del fast food dell'Illinois avrà sicuramente maggior successo in Cina di quello che potrebbe ottenere in America, dove è costantemente minacciato da rivali quali Tim Hortons e Dunkin Donuts.
Insomma alla fine i due colossi dei fast food si sono rivelati entrambi vincenti; il re del pollo seguendo una tattica più spregiudicata, ma che sul lungo periodo potrebbe risultare rischiosa, McDonald's osando di meno e puntando su prezzi concorrenziali.: con 6 RMB (poco meno di un dollaro) è possibile acquistare una colazione comprendente un muffin più una bevanda; un costo pari a quello richiesto dai venditori ambulanti locali, con la differenza che il noto fast food americano beneficia della notorietà del suo marchio. Ma non è tutto. E' stato accertato che i QSR hanno un'influenza determinante sulle abitudini alimentari delle persone. Come? Facciamo un semplice esempio: da McDonald's una tazza di caffè (alla quale normalmente  i cinesi preferiscono tè e succhi di frutta) da sola costa 6 RMB, all'incirca 1/3 di quanto si pagherebbe in una normale caffetteria, e quanto il menù colazione sopra citato. A questo punto non stupisce il fatto che la bevanda più richiesta insieme al muffin sia proprio il caffè, che preso singolarmente costerebbe quanto l'intero il menù. E di questo non beneficia soltanto l'azienda americana, ma ovviamente anche tutto il settore del caffè cinese, che trae vantaggio da questa involontaria promozione.
Per KFC la storia è più complessa in quanto l'ardita introduzione di cibi della tradizione locale nei menù standard va incontro a diverse difficoltà: gli alimenti cinesi - data l'abbondanza di salse - si prestano poco all'asporto; la concorrenza di altri venditori che offrono pietanze dello stesso tipo ai medesimi prezzi è molto più forte, senza calcolare che, nei gusti a loro familiari, i cinesi sono assai più esigenti. Fattori di rischio che tuttavia al momento non sembrano aver fatto scemare la passione del Dragone per la catena del Kentucky.

Dunque pareggio finale per i due giganti dei fast food. Ad essere invece decisamente sconfitto è chi come Zhao Jiao, membro del CCPPC e Yang Yuexin, vice direttrice dell'Associazione cinese per la nutrizione, da anni porta avanti una strenua opposizione contro la moda dei "kuaicanting", responsabili di un'alimentazione supercalorica e recentemente incriminati per l'utilizzo di sostanze cancerogene.

lunedì 12 settembre 2011

Il debito italiano? Il popolo cinese si fa due conti in tasca...

La crisi finanziaria italiana vista dai cinesi:

Roma, 13 set.- Ecco alcuni commenti a caldo degli internauti cinesi riguardo alla crisi finanziaria italiana e ad un possibile acquisto del debito tricolore da parte della Cina. Se non fosse che ci riguarda direttamente, verrebbe da sorridere. Che dietro ai soliti conti in tasca, ai sentimenti xenofobi e all'infantilità di alcune affermazioni ci sia un fondo di verità? Forse è opportuno rifletterci su...
Una cosa è certa: in Cina adesso l'Italia non verrà più ricordata soltanto per il calcio, l'alta moda e la pizza...e non penso sarà un bel ricordo...


"刚刚从意大利旅游回来。当我8月初到意大利的时候,发现大部分的商店都已经关门了--不是因为经济不景气,因为那个时间点刚好是游客最多的时候;而是意大利人传统的暑期休假,从8月初到8月中旬。
意大利人宁可休假也不愿意去工作。中国人在拼死拼命的工作而没有假期。我们为什么用自己的血汗钱去拯救其他人呢?至少得拿什么来交换是吧。(Kdfox)

Sono appena tornato da un viaggio in Italia. Giunto all'inizio di agosto, ho subito dovuto constatare che la maggior parte dei negozi erano già tutti chiusi, e non per via della crisi economica, perchè quello è il mese di maggior afflusso turistico, ma piuttosto perchè secondo l'usanza italiana, dall'inizio fino alla seconda metà di agosto è periodo di vacanza.Gli italiani preferiscono oziare piuttosto che lavorare, i cinesi invece lavorano senza sosta e non hanno vacanze. Quindi perchè dovremmo usare i soldi guadagnati col sudore della nostra fronte per salvare gli altri? Almeno ci arrivasse qualcosa in cambio!"


"给钱不是问题,只要对价合适。意大利被归入欧猪有点儿冤,还是有点儿好东西的,趁火打劫正当时。 (HiJhons)

Il problema non è pagare...basta trovare un accordo sul prezzo! Che l'Italia sia entrata a far parte dei PIIGS (neologismo composto da  欧 di Europa più il carattere 猪 di maiale, che indica i cinque Paesi europei affetti dalla crisi finanziari: Italia, Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda) è piuttosto ingiusto, ma c'è anche un aspetto positivo in questo: è giunto il momento del saccheggio!"


"当意大利人在海边晒太阳时,中国人在“汗滴禾下土”;意大利人踢足球时,中国人在缝衬衫。于是,中国有钱了,在政府手里。这些钱如果要换成意大利国债,不如换成Eni的股票。当然,他们不干,但钱在中国人手里。最终的结果,应该是意大利人多缝一会儿衬衫,中国人多晒一会儿太阳 (www8731)

Mentre gli italiani se ne stanno a prendere il sole al mare, i cinesi lavorano duramente. Mentre gli italiani giocano a calcio, i cinesi cuciono camice. Così la Cina ha i soldi, solo che questi rimangono nelle mani del governo; e se verranno utilizzati per pagare il debito dell'Italia e per acquistare i titoli Eni, il valore di questo denaro non troverà un giusto equivalente. Ma certamente ciò non avverrà e i soldi rimarranno nelle tasche della Cina. Il risultato finale dovrebbe essere: più italiani impiegati nella cucitura delle camice, mentre i cinesi dovrebbero passare più tempo a prendere il sole."


"意大利的人均GDP为35435美元,是中国的6倍!如果他们愿意像日本人那样,做出点牺牲,不要那么多高福利和高收入要求,意大利根本不会陷入债务危机!!但他们就是不愿意,那怪得了谁?
一个懒惰但又不断老化,不思进取,在技术上也全面落伍的国家,还贪图享受!这样的国家,投入多少,都挽救不了!!!江山易改,本性难移,连欧盟成员国都不愿出钱买意大利的国债,为什么中国政府还那么“独到眼光”?难道最了解意大利的不是欧洲国家,不是他的邻国德国吗?德国都紧张得要命,连政府人员都开始讨论拒绝进一步给欧猪四国贷款,我们自己国民饿着肚皮,瘦得皮包骨,还要给吃饱了撑得要死的意大利人贷款买豪车,住豪宅,吃大餐,享受免费医疗,免费教育?他们根本不再是发达国家,为什么中国还不明白?他们将不得不过上发展中国家的日子,因为他们本来就是失败的落伍者。
让欧元区解体,剔除南欧发展中国家的西班牙,葡萄牙,意大利,保留一个以中欧和北欧为主的新欧元区更符合中国利益。一旦那些欧洲发展中国家被剔除出欧元区,它们的资产一定会降到至少目前的1/4水平,到那时再购买意大利资产,更划算!目前,整个欧元区还在沦陷过程,没有见底。最后的解决方式只有解体,没有更好的选择。
暴发户心态。中国买欧债是有条件的,至于什么条件,中国政府就讳莫如深了。。。

In Italia il PIL pro capite ammonta a più di 35.435 dollari, sei volte quello della Cina. Se gli italiani fossero disposti a fare un sacrificio, come ha fatto il Giappone, se fossero disposti a rinunciare ad un benessere e a salari così alti, non rischierebbero minimamente di cadere nella crisi del debito. Ma loro semplicemente non lo vogliono, non è una cosa strana?
Ah, che Paese pigro e in inarrestabile invecchiamento, che non pensa a progredire, antiquato sotto tutti i punti di vista, e ancora che ricerca il godimento! un Paese così per quanto ci si possa investire, nulla potrà salvarlo! Il leopardo non cambia le sue macchie; se nemmeno gli Stati membri dell'Unione Europea sono disposti a sborsare i loro soldi per comprare il debito italiano, allora perché il governo cinese dovrebbe mantenere una "visione differente"? Non sono i Paesi europei a conoscere meglio l'Italia? Non è il suo vicino d'oltre confini Germania? La Germania è al massimo della preoccupazione e anche i funzionari governativi hanno cominciato a discutere su come rifiutare di fare prestiti ai quattro Stati del "suinicolo europeo". La nostra gente è affamata, è pelle e ossa, e allora perchè deve ancora andare in aiuto del popolo italiano che se l'è andata a cercare soltanto per comprarsi automobili costose, per vivere in appartamenti di lusso, fare pranzi da re, godere di un'assistenza sanitaria e di un sistema scolastico gratuito? L'Italia non è per nulla un Paese progredito; perché i cinesi non lo capiscono? Gli italiani non raggiungeranno mai un tenore di vita pari a quello di un Paese in via di sviluppo come la Cina, perché hanno fallito e sono rimasti indietro. Lasciare che l'Eurozona si disintegri, tagliando fuori i Paesi dell'Europa meridionale ancora invischiati nel processo di sviluppo come Spagna, Portogallo e Italia, e mantenendo invece una nuova Eurozona basata sugli Stati dell'Europa Centrale e Settentrionale: questa strategia sarebbe molto più in linea con gli interessi della Cina. Infatti una volta che questi Paesi ancora in via di sviluppo saranno esclusi, il loro capitale sarà ridotto almeno ad 1/4 del livello attuale, e allora acquistare i titoli italiani sarà ancora più conveniente! Al momento l'UE è in rapida caduta ma non ha ancora toccato il fondo: l'unica soluzione sta nella disintegrazione, non c'è altro rimedio.
L'acquisto del debito da parte della Cina sottostà a delle condizioni, ma quali esse siano, lo sa solo il governo cinese..."


"面条哥,俺们怕殖民你,你还是找别人吧。 Fratello di spaghetti, ti fa paura la colonizzazione cinese...e invece ti dovrai trovare qualcun'altro!"


"世界的规则是欧美制定的,中国要走入世界,只能按照别人的规矩。所以才有乞丐凑份子支持富豪吃大餐的怪事,这是历史与现实的无奈,也是你走进世界的代价。
除了政府想明白,最好也让公民们有个概念。
就中国之力,是救不了意大利的。但用血汗换来的那堆外汇,分了不行,总要买点东西。量力而为吧。

Le regole nel mondo le fanno Stati uniti e Unione Europea, e se la Cina vuole accedere a questo mondo, deve stare alle regole degli altri. Così sussiste la strana situazione in cui è il mendicante ad assicurare il pezzo di pane al riccone. Questo è quanto stabilito dalla storia ed è una condizione senza alternativa: è il prezzo che bisogna pagare per entrare nel mondo. Ma questo oltre ad illuminare il nostro governo, dovrebbe anche suscitare qualche pensiero nei cittadini. La Cina non è in grado di salvare l'Italia e  spartire la valuta estera accumulata con il sudore della nostra fronte non è giusto; tutto ha un suo prezzo. Bisogna agire in accordo con le proprie possibilità!"

(I commenti sono tutti stati presi dal sito in lingua cinese del Financial Times e da me, spero decentemente, tradotti)



Il Tesoro conferma l'incontro con il fondo cinese. Al centro dei colloqui investimenti industriali, non BTp


Da Il Sole 24Ore: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2011-09-12/colloqui-italiacina-lacquisto-212206.shtml?uuid=AauG5r3D


Il Fondo sovrano cinese sarebbe interessato a eventuali investimenti industriali in Italia e non ad acquisti di titoli di Stato. Lo riferisce il sottosegretario all'Economia, Antonio Gentile, sottolineando che Roma non ha «richiesto alcun aiuto particolare alla Cina. La domanda di titoli di Stato italiani tiene». «Con la Cina - aggiunge il sottosegretario - nessuna operazione straordinaria sull'acquisto di titoli, ma solo incontri istituzionali in calendario da tempo per valutare opportunità di investimento in Italia, prevalentemente a carattere industriale».

Non è il primo incontro di emissari del fondo cinese con i rappresentanti del governo italiano. In particolare i rappresentanti del Fondo cinese - secondo quanto risulta all'Ansa - hanno incontrato lo scorso 6 settembre i Ministri dell'Economia, Giulio Tremonti, delle Infrastrutture, Altero Matteoli, e altri ministri nonchè con la Banca d'Italia. L'incontro con Tremonti è servito da presentazione con la Cdp, per valutare iniziative comuni sul fronte delle Equity.

La "Strategia del filo di perle" e la gemma cingalese


Una linea immaginaria che collega Mar Cinese Meridionale al Golfo del Bengala per poi proseguire fino all'Oceano Indiano e quindi al Mar Rosso, sino allo stretto di Suez. Silenziosamente il Dragone tesse il “suo filo di perle”, il fiore all'occhiello di una strategia geopolitica che a poco a poco ne sta determinando un'inarrestabile avanzata. I porti tailandesi, quello birmano di Sitwe, le Coco Island (le Isole Andamane birmane), Chittagong nel Bangladesh e Gwadar nel Baluchistan pakistano sono alcune delle gemme più splendenti, conquistate da Pechino nell'ultimo ventennio attraverso la consolidazione di una partnership strategica basata prevalentemente sulla cooperazione nel settore delle infrastrutture e del commercio.

Una politica oceanica che attraverso finanziamenti e partecipazioni alla costruzione di grandi opere ha permesso alla Cina di legarsi a doppio filo alle principali aree portuali e costiere del Sud-est asiatico, trasformandole gradualmente da importanti basi commerciali a strategici avamposti militari.

Ma il “viaggio verso Occidente” del Dragone ha un obiettivo ben preciso. Si stima infatti che i 2/3 degli approvvigionamenti energetici dei quali beneficiano i Paesi asiatici provengano dal Medio Oriente tramite rotte marittime che attraversano l'Oceano Indiano e lo stretto di Malacca. Il filo di perle si innesta così in una politica di contenimento che da una parte ha lo scopo di accerchiare e isolare l'India, allontanandola dai suoi vicini naturali, dall'altra punta ad assicurare a Pechino i diritti di navigazione e la protezione delle petroliere che provengono dai Paesi Arabi.

Il lavoro di trama e ordito cominciò negli anni 90' quando la fame per le risorse globali iniziò a tormentare il Regno di Mezzo. Primi “cacciatori di perle” furono i miliardari cinesi d'oltremare che a quel tempo avevano di fatto il monopolio delle attività commerciali e industriali dell'area. Nel giro di qualche anno, oltre al controllo delle risorse energetiche, la Cina riuscì ad accumulare concessioni minerarie, infrastrutture di trasporto aereo, poli marittimi e risorse tecnologiche. Tutto questo ad un prezzo ben superiore a quello che molti altri Paesi sarebbero stati disposti a pagare, e investendo su ciò che al tempo i più ritenevano di nessun valore.

E nel forziere di Pechino adesso risplende una gemma rara, di inestimabile valore. L'isola di Sri Lanka, situata davanti allo stato indiano del Tamil Nadu, gode di una posizone strategica  invidiabile, perfettamente in linea con l'asse che collega lo stretto di Malacca con il Mar Arabico. Nella propaggine a sud dell'isola sorge il porto di Hambantota che, distrutto durante lo tsunami del 2004, sta vivendo una nuova fioritura che lo renderà presto il secondo centro più importante dopo la capitale Colombo.

Il progetto guida, incentrato sulla ricostruzione e valorizzazione dell'area portuale e che si prevede sarà portato a termine entro il 2014, è stato finanziato per l'85% del costo complessivo da Pechino; un contributo quello cinese che viaggia a cifre di sei zeri, per un totale di oltre 759 milioni di dollari nel periodo tra gennaio e aprile, e di cui soli 100 milioni destinati alla realizzazione di opere ferroviarie. Così, con elargizioni annuali di 1miliardo di dollari, Pechino è diventato a tutti gli effetti il primo partner asiatico dello Sri Lanka. Ma non è tutto. La “generosità” del Dragone sull'isola di Ceylon si è estesa ben oltre le speculazioni commerciali, e lo sa bene Delhi. Molte delle armi utilizzate dall'esercito cingalese durante la ventennale guerra civile contro i ribelli Tamil recavano il marchio “made in China”.

In seguito ad un accordo stipulato nell'aprile 2007, Colombo ha ricevuto dall'impresa cinese Poly Technologies forniture militari per il costo di 37,6 milioni di dollari, ottenendo un equipaggiamento, che andando dall'artiglieria agli apparati per le forze navali, si è rivelato determinante nella repressione delle Tigri. Una mossa che non è piaciuta per nulla al governo indiano il quale, conscio della situazione precaria in cui verteva la regione meridionale del Tamil Nadu - retroterra strategico dei ribelli - fino a quel momento aveva ripetutamente fatto pressioni su Colombo perchè mettesse fine agli scontri armati con mezzi pacifici.

Insomma, la perla cingalese, oltre ad avere un ruolo chiave nella penetrazione marittima verso il Medio Oriente, rappresenta anche l'ennesimo sfoggio di muscoli con il quale il Dragone spera di intimorire il suo principale rivale asiatico, un rivale sul quale sta prendendo sempre più vantaggio. Con un investimento di 200 milioni di dollari e l'impiego di 8.500 lavoratori, Pechino ha avviato la costruzione di una strada che collegherà le città pakistane di Gwadar e Karachi; un'alternativa via di passaggio verso il Golfo Persico con lo scopo di baipassare le rotte marittime che solcano l'Oceano Indiano. Una moderna Via della Seta che, insieme alle perle rivierasche - per citare le parole del generale Fabio Mini, addetto militare in Cina - “darà a Pechino la possibilità, senza nemmeno sparare un colpo di fucile, di conquistare il controllo di risorse che gli altri Paesi, quelli cosiddetti civili e perfino democratici, hanno acquisito con la colonizzazione, la schiavitù, le guerre di preda e le devastazioni sociali e umane.”


domenica 11 settembre 2011

People: istantanee dall'Asia

Patan, Nepal
Rajasthan, India
Spiaggia di Ngapali, Myanmar
Myanmar
Lago Inle, Myanmar
Guilin, Cina
Spiaggia di Ngapali, Myanmar
L'Asia non è soltanto il continente più esteso della Terra, ma è anche quello che presenta maggiori contrasti fisici umani ed economici. Detiene il 6% della ricchezza mondiale, di cui il 3% è concentrato soltanto in Cina ed ha una popolazione di 3,8 miliardi, i 3/5 di quella mondiale. Nel 1950 la popolazione asiatica ammontava a circa 1miliardo e 380 milioni di persone. Dopo soltanto 50 anni era pressocchè triplicata: alla fine del XXI secolo gli asiatici erano più di 3 miliardi e 600 milioni, di cui circa 1 miliardo e 200 milioni soltanto in Cina e 1miliardo in India. Secondo stime effettuate dalle Nazioni Unite nel 1990, entro il 2025 il continente asiatico raccoglierà quasi 5 miliardi di abitanti. Attualmente, con un tasso di più del 50% sul totale mondiale, il Sud-est asiatico ha i più alti livelli di malnutrizione infantile e uno degli indici di sviluppo umano più bassi della Terra.
Palazzo d'Estate, Pechino
Bali, Indonesia
Yangshuo, Cina
Kathmandu, Nepal
Tempio del Cielo, Pechino

venerdì 9 settembre 2011

Ciò che Pechino non dice lo dice il web


Il controllo di internet in Cina è serratissimo, nemico numero sono i social network seguiti a ruota da blog e microblog made in Occidente. Ma questa volta la cesoia di Pechino si è fatta sfuggire qualcosa di grosso. Un comunicato pubblicato sul sito della Corte Suprema del Popolo, una sorta di mea culpa sulla questione delle espropriazioni e demolizioni forzate che ormai sta rimbalzando sulla rete nazionale da un social network all'altro. Il testo, in seguito prontamente rimosso dal sito governativo, è stato catturato su Baidu dallo staff di ChinaGeeks. Censura politica o altro? La domanda sorge spontanea dato che il comunicato è ancora reperibile sul portale della Xinhua e non solo. Una distrazione di Pechino non è da escludere anche se appare piuttosto improbabile...
Sotto segue il testo originale più una sommaria traduzione.

最 高 人 民 法 院

关于坚决防止土地征收、房屋拆迁强制执行

引发恶性事件的紧急通知

近年来,一些地方在土地征收、房屋拆迁强制执行中引发的恶性事件屡屡发生。有的被执行人以自焚、跳楼等自杀、自残方式相对抗,有的以点燃煤气罐、泼洒汽油、投掷石块等方式阻挠执行,有的聚众围攻、冲击执行人员酝成群体性事件,有的法院干警不当使用武器致人死伤等等。前不久,湖南省株洲市又发生一起被执行人在房屋拆迁强制执行中自焚(经抢救无效死亡)的严重事件。上述事件虽属少数或个别,但引起的社会关注度极高,造成的社会影响极为恶劣,其中的教训也极为深刻。为防止和杜绝类似事件再次发生,现就有关问题紧急通知如下:

一、必须高度重视,切实增强紧迫感和危机感。土地征用、房屋拆迁往往事关人民群众切身利益和社会稳定大局,是社会高度关注的问题,也是矛盾多发的领域。各级人民法院的领导和干警必须站在依法保护人民群众合法权益、维护社会和谐稳定、巩固党的执政地位和国家政权的高度,充分认识做好这项工作的极端重要性,将此作为坚持群众观点、贯彻群众路线的重要载体,以更加严格执法的信念、更加严谨审慎的态度、更加务实细致的方法,依法慎重处理好每一起强制执行案件,坚决反对和抵制以“服务大局”为名、行危害大局之实的一切错误观点和行为,坚决防止因强制执行违法或不当而导致矛盾激化、引发恶性事件。

二、必须严格审查执行依据的合法性。对行政机关申请法院强制执行其征地拆迁具体行政行为的,必须严把立案关、审查关,坚持依法审查原则,不得背离公正、中立立场而迁就违法或不当的行政行为。凡是不符合法定受案条件以及未进行社会稳定风险评估的申请,一律退回申请机关或裁定不予受理;凡是补偿安置不到位或具体行政行为虽然合法但确有明显不合理及不宜执行情形的,不得作出准予执行裁定。

三、必须严格控制诉讼中的先予执行。对涉及征地拆迁申请法院强制执行的案件,凡是被执行人尚未超过法定起诉期限的,一律不得受理;凡是当事人就相关行政行为已经提起诉讼,其他当事人或有关部门申请先予执行的,原则上不得准许,确需先予执行的,必须报上一级法院批准。

四、必须慎用强制手段,确保万无一失。对当事人不执行法院生效裁判或既不起诉又不履行行政行为确定义务的案件,要具体情况具体分析,注意听取当事人和各方面意见,多做协调化解工作,尽力促成当事人自动履行。凡最终决定需要强制执行的案件,务必要做好社会稳定风险评估,针对各种可能发生的情况制定详细工作预案。凡在执行过程中遇到当事人以自杀相威胁等极端行为、可能造成人身伤害等恶性事件的,一般应当停止执行或首先要确保当事人及相关人员的人身安全,并建议政府和有关部门做好协调、维稳工作,确保执行活动安全稳妥依法进行。

五、必须加强上级法院的监督指导。上级法院要切实履行监督指导职责,增强工作协同性,及时发现和纠正下级法院存在的各种问题。下级法院要主动争取上级法院的指导和支持,充分发挥执行工作统一管理的优势。凡涉及征地拆迁的强制执行案件,相关法院在执行前必须报上一级法院审查同意后方可实施。

六、进一步优化执行工作司法环境。鉴于目前有关征地拆迁的具体强制执行模式尚待有关国家机关协商后确定,各级人民法院要紧紧依靠党委领导,争取各方理解和支持。凡涉及征地拆迁需要强制执行的案件,必须事前向地方党委报告,并在党委统一领导、协调和政府的配合下进行。同时,积极探索“裁执分离”即由法院审查、政府组织实施的模式,以更好地发挥党委、政府的政治、资源和手段优势,共同为有效化解矛盾营造良好环境。

七、严格重大信息报告制度。凡在执行中发生影响社会稳定重大事件的,有关法院必须迅速向当地党委和上级法院如实报告有关情况,做到信息准确、反应灵敏。对不具备交付执行条件的案件,凡遇到来自有关方面的压力和不当干扰的,必须及时向上级法院和有关机关报告,坚决防止盲目服从、草率行事、不计后果的情况发生。

八、明确责任,严肃追究违法失职行为。凡是因工作失误、执法不规范或者滥用强制手段、随意动用法院警力实施强制执行导致矛盾激化,造成人员伤亡或财产严重损失等恶性后果以及引发大规模群体性事件,或者对重大信息隐瞒不服、歪曲事实,造成影响社会稳定等负面效果持续扩大的,要严肃追究有关法院领导和直接责任人员的责任,并予以曝光通报。

特此通知。

Ultimamente espropriazioni e demolizioni forzate hanno portato al verificarsi di ripetuti, terribili eventi. Alcuni di coloro le cui case sono state colpite si sono dati alle fiamme, hanno scelto il suicidio gettandosi dagli edifici, oppure hanno protestato mutilando il loro corpo; altri hanno fatto resistenza in modi differenti, con bombole di gas da illuminazione, spruzzi di benzina o lanciando pietre. Hanno circondato le squadre di demolizione attaccando gli operai e provocando incidenti di massa; ufficiali giudiziari e forze dell'ordine hanno impropriamente utilizzato armi per uccidere e ferire la gente. Recentemente a Zhuzhou, nello Hunan, una persona, la cui casa era stata demolita, si è data fuoco e nulla hanno potuto fare i paramedici per salvarla.
Anche se questi episodi rappresentano una minoranza di casi, tuttavia hanno avuto un grosso impatto sull'opinione pubblica, esercitando un influsso negativo sulla società, e da essi abbiamo tratto un insegnamento molto profondo:

1 Dobbiamo attribuire maggior importanza a questi eventi, aumentando la consapevolezza dell'urgenza e dello stato di crisi
2 Dobbiamo indagare sull'attuazione delle demolizioni forzate, verificando che siano in accordo con le norme vigenti
3 Dobbiamo controllare seriamente quei casi in cui, sebbene la causa sia ancora in corso, la demolizione sia stata preventivamente autorizzata
4 Dobbiamo impiegare la forza con cautela assicurando la sicurezza
5 Dobbiamo rafforzare i controlli supervisionando l'operato del Tribunale Superiore
6 Dobbiamo sfruttare al meglio l'apparato giuridico attraverso la collaborazione tra gli organi competenti ai vari livelli.
7 Dobbiamo migliorare lo scambio d'informazioni e il dialogo tra la Corte di Giustizia, i comitati locali di Partito e il Tribunale Superiore
8 Dobbiamo vigilare sull'effettiva assunzione delle responsabilità e sul corretto operato degli organi competenti

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...