martedì 18 ottobre 2011

La tragedia di Foshan scuote il popolo del web

E' possibile essere investiti da due camion e trascorrere agonizzante sull'asfalto sette lunghissimi minuti senza che nessuno dei passanti presti alcun soccorso? A quanto pare, a Foshan, nota città dell'industrialissima provincia del Guangdong, questo non solo è possibile, ma da giovedì scorso è anche realtà. La vittima, una bambina di due anni, dopo essere stata travolta da un furgone nei vicoli di un locale mercato all'ingrosso, viene totalmente ignorata dai presenti. Ben 18 persone le camminano a fianco senza alzare una mano, chi tirando dritto, chi guardando altrove o evitando il piccolo corpo in fin di vita. Un secondo veicolo le passa sopra, ma ancora nulla: quel fagotto insanguinato pare essere invisibile agli occhi dei passanti. Soltanto una donna, accortasi dell'accaduto, va in aiuto di Yue Yue - questo il nome della bimba - la solleva e la depone sul ciglio della strada. Chiede inutilmente aiuto ad un negoziante nelle vicinanze, poi, gridando, richiama l'attenzione della madre, la quale, impegnata nelle faccende in casa, non si era accorta dell'improvvisa assenza della figlia. Ora la bambina è in stato vegetativo.

L'agghiacciante storia, filmata per intero da una telecamere di sorveglianza, è stata subito denunciata dalla stampa internazionale, e rapidamente il tam tam dalla carta stampata si è riversato sulla rete. Ora il caso Foshan ha suscitato lo sdegno generale, divenendo, con 4,5 milioni di tags, l'argomento più discusso su Sina Weibo, il "Twitter cinese" ormai piattaforma privilegiata dal popolo del Regno di Mezzo per far sentire la propria voce. "Please Stop Apathy" è il nome della campagna  lanciata sul microblog con lo scopo di porre fine al dilagare di una serie di episodi che hanno come comune denominatore la crescente insensibilità della società contemporanea cinese.

Tutto cominciò nel 2007, quando un'anziana donna di Nanchino, urtata mentre cercava di salire su un autobus, cadde a terra rompendosi il fianco sinistro. Peng Yu, uno dei passeggeri che era sceso dal mezzo, accortosi dell'accaduto soccorse la donna per accertarsi sulle sue condizioni; poi la scortò in ospedale e le diede 200 yuan. Un gesto che è costato molto caro all'uomo, in seguito denunciato dalla parte lesa e condannato dalla Corte a pagare le spese mediche, poiché - secondo la "logica del tribunale" - il suo intervenuto poteva essere stato motivato soltanto dal senso di colpa.

A quanto pare la storia di Peng in Cina se la ricordano un po' tutti, perché, dal giorno dell'incidente di Nanchino, i casi di omissione di soccorso sono ormai il "companatico" dei media nazionali. Il popolo di internet non sembra avere dubbi: se da una parte la società si sta evolvendo sospinta da un'economia in continua crescita, dall'altra l'umanità transita pericolosamente verso uno stato di apatia; i portafogli sono sempre più gonfi mentre i cuori si inaridiscono. "Tutta l'esistenza di una persona ruota intorno al denaro; la gente pensa solo a come arricchirsi, senza prestare attenzione alle esigenze dell'altro. Siamo giunti ad un punto di disumanizzazione" commenta su Weibo un netizen che si firma come Lijieya. Poi ovviamente le critiche vanno a colpire il sistema giudiziario cinese, incapace di tutelare chi agisce spinto da buone intenzioni. Ma gli strali  più avvelenati sono tutti riservati per il Partito, accusato di "servirsi dei successi economici per nascondere la malignità delle proprie azioni".

L'umanità che fu rimane soltanto nel ricordo della solidarietà dimostrata da tutta la nazione verso i terremotati del Sichuan nel 2008. "Chi ha i soldi fugge all'estero. Questo posto non è più vivibile: la mancanza di moralità lo ha reso un inferno" scrive Xudream, un altro degli "cyber-indignati". D'altra parte il caso Foshan non ha fatto altro che gettare ulteriore benzina su un fuoco che arde ormai da mesi, alimentato dai numerosi problemi che attanagliano il Paese di Mezzo, vertiginoso aumento del costo della vita in primis (link). Un ultimo appello dalla rete evidenzia la profonda disperazione che serpeggia tra i cittadini: "Dimenticate il PIL e il boom economico, sono soltanto stronzate. Mi vergogno di essere cinese; mondate le nostre anime corrotte! "

(A.C)

domenica 16 ottobre 2011

Qualcosa succede in Cina...

Dal Guandong, al Xingjiang, dal Jiangsu alla Mongolia Interna e poi ancora in Tibet, sino alle metropoli di Pechino e Shanghai; ormai in ogni parte della Cina proteste e movimenti di rivolta si spandono a macchia di leopardo, catalizzate dal malcontento per i bassi salari, per l'inflazione galoppante, per le condizioni di lavoro insostenibili, alimentate dall'indignazione verso la corruzione dilagante, dai sentimenti indipendentistici e dal progressivi allargamento della forbice tra ricchi e poveri. Questi e molti altri fattori hanno trasformato il Paese di Mezzo in una gigantesca polveriera che, secondo molti, non tarderà ad esplodere. E sebbene si possa parzialmente riconoscere l'effettiva influenza esercitata dall'ondata rivoluzionaria che negli ultimi mesi ha coinvolto i paesi arabi, la precarietà degli equilibri sociali in Cina era già evidente da tempo (gli episodi che hanno ripetutamente insanguinato lo Xingjiang e il Tibet sono solo un esempio), così che la rivolta dei gelsomini " Made in China" del febbraio scorso potrebbe essere definita la goccia che ha fatto traboccare un vaso ormai stracolmo.

Nel 2010 le insurrezioni di massa sono state almeno 180.000 e, negli ultimi mesi, la regione industriale del Zhejiang è diventata teatro di nuovi disordini in seguito all'emissione di rifiuti tossici da parte di una fabbrica di pannelli solari della zona. Le autorità hanno risolto la questione arrestando 30 manifestanti e inviandone altri 100 in alcuni, non meglio identificati, centri di "rieducazione legale".

"Dunque, il popolo cinese finalmente si è svegliato?!" La domanda è insidiosa perché, a ben vedere, quella degli scioperi e delle ribellioni continua ad essere una sparuta minoranza, mentre la massa sembrerebbe ancora preferire attenersi alle logiche del compromesso, accettando uno status quo che prende giustificazione dagli incredibili successi ottenuti in campo economico nell'ultimo ventennio. Insomma, "squadra vincente non si cambia" e le tattiche di gioco messe in campo dal Partito - in altre parole il tanto dibattuto "modello Cina" - sino ad oggi hanno ottenuto notevoli vittorie: 200 milioni di contadini sono stati sollevati dalla povertà e la transizione da un'economia pianificata dal governo centrale ad un'economia di mercato è stata finalmente raggiunta.

Ora il punto è: fino a quando la società cinese, inebriata dal crescente benessere - che d'altra parte è un benessere di pochi - potrà continuare a tollerare la dittatura politica e il monolitismo delle strutture governative? Secondo l'opinione di Suisheng Zhao, professore ed executive director presso il Center for China-U.S Cooperation dell'Università di Denver nonché editor del "Journal of Contemporary China", una volta che la crescita economica avrà assicurato la sussistenza, i cittadini cominceranno a rivendicare una maggiore tutela dei loro diritti; l'unica panacea per eliminare le tensioni sociali risiederebbe nella democrazia e nello Stato di diritto, concetti che, attualmente, entro i confini della Grande Muraglia sono ancora tabù.

Eppure, volendo evitare i soliti luoghi comuni e semplificazioni eccessive, dire cosa pensano i cinesi della loro Cina non è poi cosa così semplice. A questo proposito vorrei suggerire la lettura di un articolo pubblicato su Cineresie il 19 maggio, nel quale viene fatto riferimento ad alcune teorie molto interessanti, avanzate rispettivamente da Martin King Whyte in Myth of Social Volcano e da Teresa Wright in Accepting authoritarianism. Penso sia un buono spunto di riflessione, per analizzare la questione da angolazioni differenti; un punto di partenza, ma non certo d'arrivo, per fare chiarezza su una delle società più complesse al mondo.

venerdì 14 ottobre 2011

Ai Weiwei, la tigre assopita torna a graffiare


Dopo mesi di silenzio Ai Wei Wei torna a far parlare di sé. Lo avevamo lasciato a luglio con l'ipotesi di un possibile "esilio" in Germania - a seguito dell'offerta di una docenza presso l'Università delle Arti di Berlino - ora Ai è ancora agli arresti domiciliari, ma dalla sua casa-prigione si fa beffe delle autorità cinesi e, grazie alla collaborazione con la rivista W e l'utilizzo di Skype, è riuscito a dare vita ad un nuova creazione fotografica che presto diventerà una mostra.

Su uno scenario newyorkese, una storia per immagini prende vita dagli scatti che il fotografo Max Vadukl ha realizzato nella megalopoli americana e che, grazie all'ausilio di internet, sono giunti sino all'abitazione dell'archistar. Le scene ricordano le foto che Ai scattò per testimoniare i disordini di Tompkins Square negli anni '80, quando ancora viveva  a Brooklyn. Le immagini, rispedite dall'artista cinese negli Stati Uniti via web, costituiranno il materiale di una mostra che - come riporta il New York Times - verrà allestita questo novembre nella Grande Mela.

E da New York a Berlino: proprio questa sera è stata inaugurata un'altra esposizione fotografica dell'artista dissidente, ospitata dal Martin-Gropius-Bau, il palazzo-museo per le esposizioni-itineranti nei pressi di Potsdamer Platz. La mostra consiste di 220 istantanee scattate dall'artista-dissidente in persona durante il suo soggiorno americano, quando era ancora sconosciuto nell'East Village, e che sono una sorta di diario fotografico di quei 10 anni trascorsi lontano dalla Cina post-Mao. Ora i negativi di quegli scatti sono tornati alla luce grazie all'aiuto di Rong Rong, altro artista ribelle che si è preso la briga di andare alla ricerca di quella vecchia scatola, fortunatamente custodita tra la cerchia di amici della Grande Mela.

Insomma, seppur dalla sua Factory artistica, a quanto pare, Ai Weiwei potrà continuare ad "esibirsi" .

Ma non è tutto. Proprio ieri la rivista britannica Art Review ha eletto Ai personalità artistica più influente al mondo. Grazie al suo impegno politico, a lui va il merito di aver riproposto l'arte come mezzo di protesta, liberandola dalle mura di gallerie e musei; un'arte che si impone prepotentemente nel mondo reale, raggiungendo un pubblico sempre più vasto.

Una questione quella del legame tra espressione artistica e attivismo politico sulla quale è tornato a parlare l'archistar stesso, lasciando graffianti dichiarazioni. Il sito del South China Morning Post gli ha dedica ampio spazio, proponendo in homepage un articolo dal titolo  "Ai vows his to continue his crusade" ("Ai promette di portare avanti la sua crociata"). "La mia arte è incentrata sulla comunicazione e sulla coscienza. Il mio scopo è quello di tutelare la libertà d'espressione ed ogni diritto essenziale, pertanto, per me, attivismo e arte sono inseparabili", ha dichiarato il dissidente cinese, che dopo 81 giorni di detenzione con l'accusa di "crimini economici", non sembra aver perso il gusto per la provocazione. Poi prosegue: "in realtà non ho ambizioni politiche, il problema è che i diritti che sto difendendo, a quanto pare, hanno assunto un valore molto politico".

Ai, padre dello Stadio Nazionale di Pechino noto come "Nido d'Uccello", è diventato bersaglio del governo cinese a causa delle sua critica serrata contro il Partito, culminata nel 2008 nell'indagine indipendente sul crollo delle scuole durante il terremoto del Sichuan. Ora a distanza di anni, l'artista 56enne rappresenta ancora un nervo sensibile per le autorità governative, sopratutto in ragione del grande appoggio dimostratogli dalla comunità internazionale.
"Sono consapevole della pericolosità del mio attivismo, ma come potrei rinunciarvi?"- ha affermato l'archistar - "Questo è il valore della vita, il valore di un'artista...non è questione di scelte. Oggi è in atto un processo di cambiamento, e non soltanto in Cina, ma anche in nel resto dell'Asia, in Africa, nel mondo arabo...e gli artisti devono avere un ruolo centrale in questo mutamento".

Sebbene ancora sotto sorveglianza e nonostante il divieto di rilasciare dichiarazioni alla stampa riguardo alla sua detenzione, l'attivista cinese è tornato in possesso del suo account di Twitter, il potente mezzo mediatico che gli permette di dare voce ai propri pensieri, purché smussati nelle loro parti più pungenti. Così, mentre tra le mura di Zhongnanhai regna lo sdegno per la nomina attribuita da Art Review, la tigre ferita, dopo mesi di torpore, torna a sfoderare gli artigli.

(A.C.)

giovedì 13 ottobre 2011

Myanmar: tra nuove libertà e delusioni


Una rondine non fa primavera, nemmeno se la rondine in questione si chiama Zarganar ed è uno dei prigionieri politici più importanti del Myanmar. Il noto comico birmano, finito agli arresti nel 2008 dopo aver aspramente criticato la gestione del governo birmano al tempo del ciclone Nargis (che spazzò via 140.000 vite), da mercoledì è di nuovo libero, graziato dall'amnistia concessa dal nuovo presidente Thein Sein al potere dallo scorso novembre. Oltre a Zarganar, sono 6.300 i detenuti che hanno beneficiato della clemenza del leader del governo "civile", il quale, alla ricerca di una nuova immagine agli occhi della comunità internazionale, centellina pillole di democrazia.

Una settimana dopo aver assunto la guida del governo, il generale aveva provveduto a scarcerare Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e leader dell'opposizione democratica, che ha trascorso agli arresti domiciliari 18 degli ultimi 21 anni; una mossa ben posta che, tuttavia, non ha ammaliato le democrazie occidentali ancora sospettose verso il regime di Thein, definito sulla carta "civile", ma nei fatti ancora caratterizzato dal pugno di ferro.

Secondo le stime di Amnesty International ammontano a circa 2.000 i detenuti politici ancora dietro le sbarre; tra questi, probabilmente, Min Ko Naig e Ko Ko Gyi, che nel 1988 avevano guidato una fallimentare rivolta studentesca e U Gambira, uno dei monaci più importanti coinvolti nelle proteste di piazza del 2007. "Se si sperava che il governo avrebbe dato la libertà ad un buon numero di prigionieri, sicuramente la realtà dei fatti è piuttosto deludente", ha dichiarato David Mathieson di Human Rights Watch. Parole di rimpianto ed amarezza anche quelle di Zarganar il quale, subito dopo aver lasciato la prigione di Myitkyina, aveva detto al settimanale locale Weekly Eleven: "Il mio cuore è pesante, sapendo che molte altre persone sono ancora sotto detenzione. Sulla base delle mie esperienze personali, non so dire se finalmente sia in atto un qualche cambiamento, ma di certo le recenti scarcerazione sono state al di sotto delle aspettative". L'Associazione d'assistenza per i prigionieri politici (AAPP), gruppo birmano con sede in Thailandia, ha fatto sapere che i detenuti effettivamente rilasciati sono solo 207, un numero irrisorio rispetto ai 2.000 ancora dietro le sbarre.

D'altra parte, seppur a piccoli passi, il governo civile del Myanmar sta cercando di venire incontro alle richieste del popolo, o almeno così vuole dare a vedere. Proprio alla fine di settembre è stata resa nota la sospensione dei lavori per la diga di Miytsone, un progetto avviato nel 2005 dal presidente birmano e dal suo omologo cinese Hu Jintao sulla base del quale si sarebbero dovuti allargare 766 chilometri quadrati di terre fertili, con conseguente spostamento coatto di migliaia di cittadini residenti. L'opera, che rientrava in un piano generale per la realizzazione di sette dighe "generosamente" finanziate da Pechino, aveva suscitato comprensibili polemiche tra la popolazione, ragione per la quale lo stop ai lavori ha ricevuto il plauso tanto di Aung San Suu Kyi che della comunità internazionale.

Ora, però, il passo falso di mercoledì sembra aver cambiato le carte in tavola. "L'esiguo numero di scarcerazioni  in qualche modo dimostra un rilassamento nel processo di riforma politica" - aveva affermato ieri Benjamin Zawacki, researcher di Amnesty International per la Birmania - "non c'è dubbio che nei mesi scorsi si sia riscontrata una certa apertura, ma ciò che è accaduto oggi rappresenta un brusco arresto."

(A.C.)

mercoledì 12 ottobre 2011

Uomo e natura: istantanee dall'Asia 2

Rajasthan, India

tempio Tanzhesi, Pechino
Pechino
Ngapali beach, Myanmar

tempio Tanzhesi, Pechino
Mandalay, Myanmar
tempio Tanzhesi, Pechino
Guilin, Cina
Guilin (Elephant mountin), Cina
Guilin (Seven stars park), Cina
Bali, Indonesia

lunedì 10 ottobre 2011

Pechino: "stop alle armi nucleari", nel mirino Pyongyang e Teheran

La Cina vuole dire stop all'utilizzo delle armi nucleari. La posizione del Dragone è stata ufficializzata dall'ambasciatore cinese per il disarmo, Wang Qun, durante il primo consiglio della 66° Assemblea generale delle Nazioni Unite, tenutosi venerdì scorso a New York. Wang - come riportato dall'agenzia di stampa cinese Xinhua - ha invitato la comunità internazionale a realizzare un piano a lungo termine articolato in fasi ben definite al fine di assicurare il disarmo nucleare totale, requisito essenziale per la stabilità strategica e la sicurezza globale. Punti particolarmente cruciali per Pechino sono la questione nucleare della penisola coreana e dell'Iran, in ragione delle quali l'amabasciatore cinese ha avanzato la richiesta di riattivare anticipatamente i Colloqui a sei giunti ad una situazione di stallo per ragioni politiche. La Conferenza sul Disarmo dell'ONU si prefigura come forum privilegiato per concludere la negozziazione di un Tratto di Non-Proliferazione Nucleare, attraverso la partecipazione di tutte le parti interessate.

La cooperazione tra Cina, Russia, Stati Uniti, Corea del Nord, Corea del Sud e Giappone vide il suo inizio nel 2003, quando gli Stati membri diedero il via ad una serie di colloqui volti ad arrestare la corsa all'atomica di Pyongyang, in cambio di sussidi economici e investimenti. Poi la ripresa di esperimenti missilistici e nucleari da parte del governo di Kim Jong-Il hanno interrotto le trattative. Ma sebbene la Corea diserti i colloqui dall'aprile 2009, i toni dell'ultima trasferta newyorkese del viceministro degli Esteri nordcoreano - durante la quale Pyongyang ha dato la sua piena disponibilità a migliorare i rapporti bilaterali e a riprendere la cooperazione a sei - fanno ben sperare nell'inizio di una graduale fase di disgelo. Ma gli addetti ai lavori mettono in guardia da facili ottimismi: troppi gli interessi in sospeso e le dinamiche intessute intorno al quadrilatero Cina-USA-Iran-Corea del Nord.

Alcuni documenti rilasciati da Wikileaks, e pubblicati dal New York Times il 24 febbraio dello scorso anno, avevano messo a nudo il timore dell'itelligence americana riguardo all' avveuta acquisizione da parte dell'Iran di testate missilistiche in grado di colpire l'Europa; si sarebbe trattato di 19 missili modello BM-25, dati “in dono” dalla Corea del Nord e in grado di trasportare testate nucleari fino a 3mila chilometri di distanza, minacciando così diverse città europee. D'altra parte in passato Pyongyang aveva già contribuito al potenziamento dell'apparato militare di Teheran attraverso il network del pakistano A.Q Khan, “benefattore” anche di Libia e Siria.

Ed ecco entrare in scena il quarto elemento, Pechino, al quale - secondo alcuni documenti risalenti al 2007 comparsi sul Guardian - gli Stati Uniti avrebbero più volte chiesto di intervenire nella questione iraniana in veste di conciliatore, senza, tuttavia, ottenere una risposta concreta. Nel dettaglio, Washington lamentava spedizioni di missili dalla Corea del Nord, che via Pechino venivano imbarcati sull'Iran Air, per giungere infine in territorio iraniano. Altre fonti del 2008 confermano le inefficaci pressioni esercitate dal governo americano sulla Cina per arrestare lo scambio di tecnologie militari tra Pyongyang e Teheran.

Poi una serie di scambi telegrafici tra Zhongnanhai e la Casa Bianca, avvenuti tra il marzo e il dicembre 2009, testimoniano ancora una volta l'importanza attribuita alla Cina come mediatrice nei rapporti con la repubblica islamica: Wang Jiarui, direttore del dipartimento Affari Internazionali del Partito Comunista Cinese, assicurato che il programma nucleare di Teheran non perseguiva fini militari, sottolineò come il blocco totale dell'arricchimento dell'uranio costituisse per l'Iran un presupposto inaccettabile, mettendo così a repentaglio l'avvio dei negoziati. D'altra parte la cautela adottata dal Dragone nella questione iraniana è tutt'altro che immotivata; Theran infatti rappresenta il terzo fornitore di greggio del Regno di Mezzo dopo Arabia Saudita ed Angola, con una media di 540mila barili al giorno soltanto nei primi sei mesi dell'anno, più del 10% dei 5,1 barili giornalieri importati dalla Cina.

Ugualmente, anche sul versante nordcoreano, Pechino ha rivestito un ruolo centrale nel conciliare le posizioni dei Paesi coinvolti nei six-party talks, in particolare quando nel 2006, in seguito alla realizzazione del primo esperimento atomico di Pyongyang, l'ONU decise di rafforzare le sanzioni economiche e militari ai danni dell'interlocutore coreano. Al tempo fu proprio la diplomazia cinese a salvare i rapporti tra i sei Stati, guadagnandosi il plauso dell'allora presidente americano George W. Bush. Il 30 settembre 2007 la Corea del Nord si impegnò a neutralizzare l'intero arsenale nucleare entro la fine dell'anno, mentre Washington da parte sua ricambiò, cancellando Pyongyang dalla lista degli “Stati canaglia”. Tuttavia, a causa del mancato rispetto delle scadenze previste da parte dello “Stato Eremita” (prima dicembre 2007 e in seconda battuta febbraio 2008), lo smantellamento dell'arsenale nucleare si trova ancora in una fase di stallo. Il Dragone, che in pratica è l'unico alleato di Kim Jong-Il - secondo alcuni cable di Wikileaks - avrebbe consigliato agli USA di impegnarsi formalmente a non rovesciare il regime nordcoreano in modo da ammansire il “caro leader”, rendendolo così meglio disposto a sedere al tavolo delle trattative.

E se negli anni '90 l'attività nucleare della Corea del Nord preoccupava il Regno di Mezzo esclusivamente dal un punto vista della sicurezza nazionale, adesso la questione ha assunto più sfaccettature, andando ad abbracciare anche la sfera geopolitica ed economica. Pericolo numero uno per Pechino, il crollo del regime di Pyongyang, il quale comporterebbe l'afflusso alle frontiere di milioni di profughi nordocreani, con conseguente rischio dell'intervento statunitense, in nome dell'alleanza tra Washington e Seul.

Per quanto riguarda invece il versante economico, basti pensare che un centinaio di industrie minerarie, siderurgiche e portuali cinesi hanno già investito in Corea e che, dal 2005 a questa parte, i due "vicini naturali" sono impeganti in esplorazioni congiunte per verificare la presenza di pozzi petroliferi nel Mar Giallo. Appare piuttosto evidente che in questo contesto la deneuclarizzazione della Corea del Nord diventa un requisito indispensabile per assicurare la pace e la stabilità della regione, obiettivo che la Cina, in qualità di peace maker dell'area, sta cercando di raggiungere mettendo in atto tutta la sua abilità diplomatica.

Ed è così che i Colloqui a sei si trasformano da piattaforma multilaterale di dialogo a vera e propria organizzazione regionale, trampolino di lancio per gli interessi economici dell'ex-Impero Celeste. In quest'ottica, dunque, la fretta manifestata dal Dragone durante il forum di venerdì scorso sembrerebbe essere più che giustificata.

A.C

venerdì 7 ottobre 2011

Dietro i cancelli dei "laogai", ovvero la storia di Harry Wu


"Laogai" (traducibile in vari modi tra cui "campi di rieducazione" o "campi di lavoro forzato"), un termine dal sapore un po' "vintage" che sembra trascinarci lontano nello spazio e nel tempo in una Cina anni '50-'60, ma che in definitiva è ancora attualità e ed è molto più vicino a noi di quanto si possa pensare. Secondo uno studio condotto dalla Laogai Research Fondation (LRF) Italia, propaggine della sede di Washington fondata dal dissidente Harry Wu, buona parte dei prodotti destinati all'export provengono proprio dai lager cinesi, dove i reclusi - spesso attivisti e personaggi scomodi al Pcc- sono sottoposti ai lavori forzati, subiscono punizioni corporali e pestaggi da parte della polizia. Dietro ai "laogai" infatti si nasconde un'attività imprenditoriale estremamente fruttuosa che di fatto rende le prigioni aziende commerciali che operano sul mercato attraverso accordi di partnership, esattamente come le società di capitali. Sarebbero 354 le imprese commerciali legate ai campi di rieducazione cinesi, come riportato sugli archivi di Dun & Bradstreet, la banca dati business più grande del mondo; un commercio basato sul lavoro forzato - e quindi illegale -di vastissime proporzioni, che va contro le leggi internazionali e cinesi. Quasi il 21% dei "laogai" produce nel settore agroalimentare, ed esporta oltre la Grande Muraglia, riversando i suoi prodotti sul mercato internazionale e in buona parte su quello europeo. Il 19 novembre del 2010 in Italia è stata avanzata una proposta di legge che cerca di integrare la normativa vigente la quale “sanziona pesantemente coloro che mantengono altre persone in una posizione di soggezione lavorativa – articolo 600 del codice penale – ma non prevede il divieto del commercio di beni prodotti dai lavoratori clandestini e la relativa confisca, come invece accade ad esempio negli Stati Uniti”. La bozza di legge ha quindi lo scopo di impedire l'importazione, la produzione e il commercio in territorio italiano di merci ottenute attraverso il lavoro forzato, cercando di limitare un fenomeno che nel nostro Paese sembra aver già messo radici: la Zhongji Tomato Corporation, catena di produzione di pomodoro che acquista prodotti da diversi "laogai" - secondo la LRF - intrattiene rapporti con un grande gruppo societario campano. (Vedi:AgiChina24)

Ma in cosa consistono esattamente i lager cinesi e qual'è la loro storia? A tal riguardo nessuna voce è più autorevole di quella di Harry Wu, il cui nome ha ormai fatto il giro del mondo grazie alle sue importanti testimonianze. Quello che segue è un articolo scritto dal dissidente e pubblicato sul sito di Indipendent Chinese Pen Center nell'ottobre del 2009.

永远记住劳改

“劳改”是“劳动改造”的简称,其实质意义是对囚犯进行“强迫劳动和改造思想”,所有囚犯都被高强度地、没有安全保障、没有充分食物供应的劳动。这是每个囚犯“改造成社会主义新人”的必须途径。中国共产党指出,每个囚犯必须认罪、服法。劳改单位有权认为某人“不认罪、不服法”“抗拒改造”,即可由劳改单位延长其刑期,毋需法院或任何其它部门介入。

中国共产党要求劳改单位“改造第一、生产第二”,每个劳改单位必须提供二种产品。第一种是“社会主义新人”,第二种是劳动生产商品。因而劳改队有两类人士被关押的期限远长于其他人士,即天主教人士及西藏的喇嘛,因为他们“不认罪”不放弃他们的信仰。

劳改单位一方面大规模地参加中国的“社会主义建设”,如建筑铁路、矿山、公路,修筑水坝、治河修渠、开垦荒地、开挖煤矿、铅洞、石棉等矿产,以及大规模地烧制砖瓦、开采石料,同时又发展了轻工业、纺织业、橡胶工业。生产的产品,除了茶叶、粮食、水果、棉花及畜牧业等传统产品外,还有相当规模的工业产品,不仅供应国内市场而且出口远销世界各国。中共称劳改企业是特殊企业,是一项赢利事业。它是中国国民经济中的不可分割的部份。按照中共的规定每个劳改单位都有二种性质,二个不同的名称,一是镇压统治的工具,劳改单位由公安司法单位管辖,称为监狱或劳改支队;另一个是企业名称,它是一个生产单位,称为XX 农场, XX工厂,XX砖瓦厂,XX工程处。例如云南省第一监狱,又挂牌称为云南省金马柴油机厂。

中共对其劳改单位的双重性质一直非常赞赏的。一方面镇压了犯罪份子,另一方面又生产了许多产品。劳改单位如同其他企业一样需要减低成本,提高质量,推广销路。如果产品达到出口标准,当然毫无疑问立即由政府组织出口。例如六十年代我所在的团河农场大量出口葡萄、草莓、鲜梨至日本。云南省金马柴油机厂生产的农用柴油机在八、九十年代每年出口到美国。

自九十年代起,美国海关根据美国国内法律查禁了中国劳改产品,发表了有几十产品的查禁清单,并有若干宗美国公司被起诉到法院按法处罚。中国政府警觉到这是国际关系中的大问题,也发表了不准劳改产品出口的规定,但迄今为止,大批劳改产品不是直接地由其他贸易公司转销出口。

虽然,近年来中共在劳改生产方面做了一些改进,在时间、强度、安全、食品等方面与过去相比有进步,但是六十年来不知有多少囚犯牺牲了生命。例如,1955-1956年,由国务院总理周恩来直接下令调集江苏、浙江及上海三地劳改犯二百万人参加淮河治理工程,第二年有一半囚犯死亡。再如,1960年甘肃省夹边沟农场集中了三千多名反革命右派分子,第二年仅有四百人存活。

劳改单位有多少?中共从来没有公布过,有多少人被劳改?中共也从来没有公布过。现在,据我们调查了解至少有一千多所劳改单位,约三至五百万的囚犯,近六十年来被关押的囚犯约有五千万人。

西方世界对于劳改的认识正在一步步走过来。1990年美国参议院听取我的证词,我陈述了自己十九年的劳改日程,经历了十二个不同的劳改单位。至于问到全国有多少劳改队?有多少人在内?我不知道,我无法回答。

我终于决定放弃个人的安定生活,调查劳改队的各方面情况。1991年开始,我回中国到各省去查访,谁知1992年我无法再去了,因为中共安全部的一份“四十九人名单”上有我的名字,其中四十八人都是与天安门事件相关的人,唯独我与天安门事件无关而被禁列。1992年中共政府发表了劳改政策的白皮书,大肆吹嘘劳改是如何公正、如何人道。

1994年我入籍美国,有了美国公民身份,获得美国护照。我决定冒着危险再次去中国,这次历时三十八天,从新疆经四川、湖北到浙江、上海再转山东、辽宁等多个省市,不仅调查了劳改队,而且访问调查了中共臭名远扬的死囚器官移植问题。

1995年6月,在新疆入境口岸上中共再次逮捕了我。我早已预料到他们会这样做。他们定我的罪名是“盗窃国家机密”判刑15年。我非常坦率地承认这个“罪行”,就如同有人如要查访苏联的古拉格,纳粹德国的集中营一定会被苏共和纳粹判刑一样。但是今天的世界毕竟很不同,中共的行为引起了轩然大波,成为众矢之的。中共宣布“先执行附加刑:驱逐出境”。我就这样在中国扣押了66天就回美国了。

1993年美国华盛顿邮报记者问我“你的最终目的是什么?”我回答“劳改(Laogai)应该成为一个世界通用的词语,进入各种语言词典,劳改应该结束,不再存在。”

2003年英国牛津词典首先把Laogai写入词典,随后德语、法语、日语、意大利语都纷纷把Laogai列入词典。我十分欣慰,觉得自己也应该退休了,可是有人对我说“Laogai列入世界各种语言的词典,只表明事情的开始,人们要问劳改的真实情况,你怎么能退休呢?”

当今世界形势同当年西方民主国家反对苏联为首的社会主义阵营的冷战时代不太一样。中国共产党经历了文化大革命这样一种黑暗时代,今天亦改变了一些毛泽东的阶级斗争的做法,放弃了支持世界革命的宗旨,不再赞美共产主义的前景,而且积极与西方资本主义国家合作,在国际上许多方面非常迎合西方国家,在国内各方面有明显的退却和放弃。但是,中国直到今天,它还是一个主义,一个政党,一个领袖。政治上沿袭毛泽东的政治格局,没有根本性的改变,经济上虽然放宽了国内外资本主义的成长,但仍然坚持着“社会主义市场经济”。

何况,中共统治中国的历史事实还没有暴露,劳改还在迷雾之中,宗教信仰没有自由,甚至三十年来人们不能自由生育。大家不会忘记去年中共屠杀藏人的暴行,今年又镇压维吾尔族人。这都是在今天世界开放、民主澎湃的浪潮下发生的。

若今天中国已转变成为一个自由和民主的国家,但是,在中国发生的以一个政党之见,以它的“阶级和阶级斗争”为纲的主导下建立起来的劳改的真实面目还要彻底地揭露,树立永久的纪念,永不忘怀,不致于再度发生。

Per non dimenticare

I “laogai” (campi di lavoro) da 60anni a questa parte sono uno strumento utilizzato dal governo dittatoriale del Partito comunista cinese al quale la leadeship non rinuncerà né deciderà mai di cambiere completamente per perseguire qualsivoglia processo di “riforma” o “apertura”.
All'inizio degli anni '50 tra gli esperti che il Partito comunista sovietico e Stalin avevano inviato in Cina vi erano anche degli specialisti dei “gulag” i quali non soltanto lavoravano a Pechino nel settore giudiziario e della pubblica sicurezza, ma davano anche il loro aiuto dirigendo direttamente la costruzione delle unità di lavoro dei laogai. Per esempio l'ufficio di pubblica sicurezza di Pechino che sorgeva nel campo Qinghe, nei pressi di Tianjin Chadian, e dove io stesso sono stato imprigionato per 4 anni, fu costruito proprio da un esperto dei gulag sovietici. Il carcere di Qingcheng, una delle prigioni cinesi più famose al mondo è stata costruita grazie ai fondi e ai disegni di progettazione dell'Unione Sovietica. Fin dall'inizio vi furono detenuti i membri del Guomindang (Partito nazionalista cinese), in seguito si aggiunsero vari prigionieri politici, compresi gli alti quadri del Partito che avevano avuto un ruolo importante durante la Rivoluzione Culturale; le mogli di Mao e Liu Shaoqi, Jiang Qing e Wang Guangmei, nonché i leader studenteschi e i “teppisti” che presero parte ai fatti di piazza Tiananmen del 1989.

Prima del 1990 i campi di lavoro all'interno della Grande Muraglia godevano di grande considerazione, non soltanto per l'alto numero di personaggi pubblici - considerati “elementi controrivoluzionari animati da “principi di lotta di classe” - che vi erano rinchiusi allo scopo di venire “riformati attraverso il lavoro”, ma anche perchè al loro interno non vi era nessuna legge, e men che meno nessun avvocato: tutto veniva deciso e regolamentato dal Partito. Così il termine “laogai” ha rimpiazzato altre parole di uso più comune come “zuolao” e “dun jianyu” - entrambi traducibili come “essere imprigionato”.
“Laogai” è l'abbreviazione di “laodong gaizao”, “riformare attraverso il lavoro”, ma il suo significato reale è “lavoro forzato e trasformazione del pensiero”: tutti i prigionieri sono sottoposti ad un lavoro massacrante, senza salvaguardia della propria sicurezza e senza razioni di cibo sufficienti. Questa è una strada obbligata per poter trasformare i detenuti in “nuovi socialisti”. Il Pcc ha sottolineato che ogni prigioniero deve “dichiararsi colpevole, sottomettendosi alla legge”; le unità di lavoro dei “laogai” hanno il potere di ritenere che una persona abbia fatto resistenza alla sua “trasformazione” non ammettendo le proprie colpe o rifiutando di sottomettersi alla legge, con il risultato che potrà prolungare il periodo di detenzione del prigioniero, senza che ci sia il bisogno dell'intervento della Corte di giustizia o di altri dipartimenti. Secondo quanto richiesto dal Partito il detenuto, oltre a sottoporsi ad una trasformazione che lo renderà un “nuovo socialista”, deve anche contribuire al processo di produzione, mettendo a disposizione la sua manodopera, secondo il principio “gaizao di yi, shengchan di er” (“prima la trasformazione, poi la produzione”). Pertanto nelle squadre di lavoro vi sono due tipi di detenuti il cui termine di detenzione viene prolungato rispetto a quello di altri: questi sono i cattolici e i lama tibetani, i quali, per non rinnegare la loro fede, non si “dichiarano colpevoli e non si sottomettono alla legge”.

Le unità di lavoro da una parte partecipavano in larga scala alle grandi “opere socialiste”, costruendo ferrovie, miniere, strade, dighe, riparando canali, prendendo parte ad opere di bonifica e lavorando nelle miniere nell'estrazione del carbone, del piombo ecc.. allo stesso tempo contribuivano allo sviluppo dell'industria leggera, della gomma e del settore tessile. Oltre ai prodotti tradizionali quali tè, cereali, frutta, cotone e bestiame, si occupavano anche in buona parte alla produzione su scala industriale di beni destinati non solo a circolare nel mercato interno, ma anche ad essere esportati in tutto il mondo. Quella che il Pcc chiama “l'industria dei laogai” è un business molto particolare, estremamente redditizio, ed è parte integrante ed inseparabile dell'economia nazionale cinese.
Secondo le direttive del Pcc, ogni unità lavorativa possiede due nature differenti, due nomi distinti: il primo è il nome che viene assegnato alla prigione, sotto la giurisdizione delle autorità giudiziarie; l'altra è la denominazione che viene attribuita in quanto unità produttiva secondo la dicitura “azienda agricola XXX”, “fabbrica XXX” ecc... Per esempio la prigione No.1 della regione dello Yunnan è anche una nota fabbrica di motori, la Jinma Diesel Engine Works.

Il Partito ha sempre rivolto grandi apprezzamentii verso il duplice sistema in cui sono incanalate le unità di lavoro dei “laogai”; da una parte perchè elimina gli elementi criminali, dall'altra perchè dà un notevole contributo alla produzione. Alle unità di lavoro dei “laogai”, come d'altra parte accade in tutte le imprese, viene richiesto un taglio dei costi, una sempre migliore qualità dei prodotti e diffusione sul mercato. Se il prodotto poi soddisfa gli standard richiesti, le autorità governative provvedono immediatamente a permetterne l'esportazione. Quando negli anni '60 mi trovavo nell'azienda agricola Tuanhe, grandi quantità di uva, fragole e pere prendevano la via verso il Giappone. La fabbrica di motori diesel Jima ha continuato ad esportare verso gli Stati Uniti per tutti gli anni '80 e '90, poi la dogana statunitense, sulla base di alcune normative interne, ha cominciato a proibire i prodotti provenienti dai “laogai” cinesi e ha pubblicato una lista dettagliata che riportava una decina di prodotti vietati. Così molte società americana sono state processate e punite dalla Corte. Il governo cinese resosi conto che la questione stava mettendo a rischio le relazioni internazionali, emanò una serie di norme approssimative sull'esportazione dei prodotti provenienti dai lager, le quali d'altra parte non hanno risolto la situazione.

Sebbene negli ultimi anni il Pcc sia riuscito a migliorare la condizione dei “laogai”, sopratutto per quanto riguarda le ore e l'intensità del lavoro, la sicurezza fornita e le razioni di cibo assicurato, tuttavia non si è ancora in grado di quantificare il numero dei detenuti che, schiavi di questo sistema, negli ultimi 60 anni hanno sacrificato la loro vita. Nel 1955-56 il presidente del Consiglio di Stato Zhou Enlai ordinò di riunire i prigionieri-lavoratori di Jiangsu, Zhejiang e Shanghai, per un totale di 2milioni di persone, al fine di farli partecipare al progetto per il controllo delle acque del fiume Huai; la metà morì il secondo anno di lavoro. Altro caso è quello della provincia del Gansu, dove nel 1960 più di 3000 elementi controrivoluzionari di destra furono mandati nell'azienda Jiabiangou; dopo un anno ne erano sopravvissuti solo 400.

Ma quanti sono in tutto i “laogai”? Il Partito non ha mai rilasciato i dati ufficiali come non ha mai reso noto quanti sono stati i prigionieri “riformati”. Oggi, grazie alle ricerche condotte, sappiamo che ci sono più di 1.000 campi di rieducazione nei quali sono detenute tra i 3 e i 5 milioni di persone.
I Paesi occidentali stanno progressivamente prenedendo consapevolezza di questo fenomeno. Nel 1960 il senato americano ha ascoltato la mia testimonianza nella quale ho potuto fornire un resoconto dei diciannove anni trascorsi nei lager cinesi, durante i quali ho sperimentato dodici unità di lavoro differenti. Ma quando mi è stato chiesto di dichiarare in tutta la Cina quanti fossero i campi e a quanto ammontassero i prigionieri, non ho potuto rispondere perchè non ne avevo idea.
Alla fine ho deciso di abbondonare la mia vita tranquilla per investigare sui “laogai”, analizzandone ogni aspetto. Cominciai nel 1991, quando tornai in Cina con l'intento di recarmi in ogni provincia del Paese per condurre le mie ricerche. Chi sapeva che l'anno seguente sarei dovuto andare via di nuovo?! Il mio nome comparve su di una lista stilata dal ministero della Pubblica Sicurezza del Pcc: tra le 49 persone citate, 48 avevano a che fare con i fatti di piazza Tiananmen. Io ero l'unica eccezione. Nel 1992 il governo pubblicò il Libro Bianco sulla politica dei “laogai”, in cui millantava la totale imparzialità e umanità del sistema.

Due anni dopo fui naturalizzato americano; avendo così cittadinanza e passaporto americano decisi di rischiare e tornai di nuovo in Cina. Questa volta il mio viaggio durò 38 giorni. Dallo Xingjiang mi recai nel Sichuan, poi nello Hubei, passai per il Zhejiang, per Shanghai, mi trasferii nello Shandong, nel Liaoning ecc..non soltanto portai avanti le mie investigazioni sui “laogai”, ma condussi delle interviste e feci domande sul noto problema del trapianto d'organi dei condannati a morte. Nel giugno 1995 fui arrestato mentre ero nello Xingjiang; avevo già preventivato che ci sarebbero riusciti. Fui condannato a 15 anni con l'accusa di “aver rubato segreti di stato”. Candidamente ammisi di aver commesso il crimine, e subito fui condannato come accadde a chi aveva tentato di fare luce sui gulag sovietici e sui campi di concentramento nazisti. Ma d'altra parte il mondo d'oggi è molto diverso: la decisione presa dal Pcc sollevò un polverone che si trasformò ben presto in aperte critiche. Il Partito annunciò che avrebbe eseguito la pena accessoria; così fui detenuto in Cina per 66 giorni, poi tornai negli USA.

Nel 1993 un giornalista del Washington Post mi domandò “qual'è il tuo obiettivo finale?”, io risposi: “Voglio che 'laogai' diventi un'espressione di uso comune in tutto il mondo, deve comparire in ogni dizionario, mentre spero che i campi di lavoro smettano di esistere.”
Nel 2003 la parola “laogai”comparve per la prima volta nel dizionario inglese della Oxford, in seguito fu introdotta anche nei vocabolari di tedesco, francese, giapponese e italiano. Fui veramente contento e pensai di dovermi finalmente ritirare, ma poi alcune persone mi dissero: “il fatto che il termine "laogai" sia stato accolto in ogni lingua è solo un primo passo, ora ci sarà tanta gente che vorrà sapere la vera storia dei campi di lavoro cinesi. Come puoi ritirarti?”
Oggi la situazione mondiale è diversa da quella che regnava ai tempi della Guerra Fredda, quando i Paesi democratici occidentali osteggiavano la socialista Unione Sovietica. Il Partito comunista cinese ha sperimentato il periodo buio della Rivoluzione Culturale, e anche gli ideali della lotta di classe sostenuti da Mao Zedong non sono più quelli di un tempo, hanno perso il valore che gli derivava dallo scopo ultimo del perseguimento di una rivoluzione mondiale. La prospettiva comunista non gode più dell'antico consenso, piuttosto si comincia a collaborare attivamente con i Paesi occidentali capitalisti. Nelle dinamiche delle relazioni internazionali poi, molti aspetti che sono accolti positivamente in Occidente, all'interno dei nostri confini sono chiaramente rifiutati e abbandonati. Ma fino ad oggi la Cina ha ancora un suo “ismo”, un partito politico e dei leader. In politica si continua a sostenere la struttura ideata da Mao, senza particolari cambiamenti, mentre in economia, sebbene si siano allentate le restrizioni imposte contro la maturazione del capitalismo, tuttavia si continua ad appoggiare un'economia di mercato di stampo socialista.

Il Partito è riluttante a far luce su buona parte dei fatti storici del nostro Paese cosicchè sui “laogai” incombe ancora una nebbia confusa. In Cina non vi è libertà di religione, e negli ultimi 30anni le persone non hanno avuto la libertà di dare alla luce i loro figli. Nessuno può dimenticare l'atrocità del massacro attuato l'anno scorso dal Pcc in Tibet, né la recente repressione dell'etnia uigura; avvenimenti questi che non sono altro che il prodotto delle spinte riformiste e democratiche della società di oggi.
Se adesso la Cina divenisse un Paese libero e democratico la vera identità dei “laogai”, emanazione stessa dell'ideologia del Partito e della “lotta di classe”, potrebbe finalmente essere resa manifesta, e come un simulacro, mantenendo vivo il ricordo, impedirebbe il ripetersi degli stessi tragici eventi.

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