giovedì 19 gennaio 2012

L’attivista Yu Jie subisce torture e fugge negli USA


Ha scelto l’esilio il noto dissidente cinese di fede protestante, Yu Jie, che dopo essere stato malmenato e torturato dalle autorità si è  rifugiato negli Stati Uniti, come scriveva alcuni giorni fa la Reuters.
Yu ha dichiarato di voler fornire un racconto dettagliato dei maltrattamenti subiti durante il periodo di detenzione.

Le sorti di Yu hanno preso una brutta piega da quando nel 2010, il noto attivista Liu Xiaobo, suo buon amico, e stato insignito del premio Nobel. “La mia situazione e peggiorata drammaticamente e ho dovuto subire torture terribili” ha raccontato telefonicamente, mentre si trovava nei pressi di Washington.

“Pochi giorni prima della cerimonia per l’assegnazione del Nobel, sono stato rapito e picchiato da diverse persone al punto da collassare in terra e dover essere ricoverato d'urgenza in ospedale” ha continuato Yu, il quale, dopo l'accaduto, ha per diversi mesi perso la memoria e sofferto d'insonnia.

“Indignati per il riconoscimento di Liu Xiaobo, hanno deciso di sfogare la loro rabbia su di me. Credevano che essendo un suo amico, fossi anch'io partecipe di ciò che aveva fatto”

Nel 2009 Liu e stato condannato ad 11 anni di detenzione con l'accusa di incitamento alla sovversione del potere statale. La notizia della sua incarcerazione e dell'arresto ai domiciliari della moglie, Liu Xia, ha scosso la comunita internazionale, innescando un'ondata di proteste contro il modus operandi adottato da Pechino nei confronti dei dissidenti.

Il cambio di leadership in agenda per il prossimo autunno, fa presagire un ulteriore giro di vite intorno alle voci scomode; e ai vertici del Partito è tolleranza zero verso nuove destabilizzanti sfide politiche.

La testimonianza di Yu riaccende i riflettori sulla questione dissidenti a pochi giorni dalla trasferta diplomatica del vice premier- nonché probabile futuro Grande Timoniere- Xi Jinping negli Stati Uniti.

“L anno passato, sono stato messo agli arresti domiciliari e privato della mia libertà per lunghi periodi,” ha dichiarato l'attivista ai microfoni di Radio Free Asia giovedi scorso. “Privato della libertà di potermi esprimere attraverso la scrittura e di praticare la mia fede religiosa, ho preferito scegliere di vivere altrove”.

Per buona parte del 2011 il tritacarne del Partito ha lavorato senza sosta: alla luce degli sconvolgimenti politici in Medio Oriente, e nel tentativo di scongiurare una Primavera di Pechino, nel Regno di Mezzo centinaia di attivisti e manifestanti sono stati messi in manette, trattenuti dalla polizia o fatti sparire nel nulla. L’odissea di Ai Weiwei, il padre dello stadio “Nido d’uccello” detenuto dalle autorità per 81 giorni, è stata, e continua ad essere, una delle vicende piu dibattute tanto in patria che all'estero.

Yu Jie ha 38 anni ed è una delle voci più pungenti della Cina. Ha più volte puntato il dito contro il  controllo esercitato dal governo in materia religiosa e di libertà d'espressione. Noto per aver scritto una serie di libri proibiti nella Cina continentale- (la cui vendita e stata vietata nella mainland per oltre cinque anni) il suo nome aveva gia varcato i confine della Grande Muraglia in quanto membro di un gruppo di giovani saggisti dalla penna affilata.

Cristiano dal 2002, Yu si e scagliato più volte contro la chiusura dimostrata da Pechino nei confronti delle “chiese domestiche”, e dalla sua abitazione, nella periferia della capitale cinese, ha continuato la sua attività di scrittore, pubblicando le proprie opere ad Hong Kong e all'estero.

Nel 2010 la sua vena critica ha preso di mira il primo ministro Wen Jiabao, considerato da molti uno dei leader piu liberali di Zhongnanhai, e invece descritto da Yu come un ridicolo “Idolo da Film” incapace di promuovere lo Stato di diritto e di assicurare la tutela dei comuni cittadini.

“Prima di lasciare il mio Paese un alto funzionario responsabile per la sicurezza dello Stato mi ha detto che mi sarebbe stato concesso di andare negli Stati Uniti e di tornare in Cina; tenendo a precisare però che se avessi fatto qualcosa a loro sgradito, mi avrebbero rivoluto subito indietro”, ha dichiarato l’attivista, che proprio in quei giorni stava ultimando la biografia dell'amico Liu Xiaobo.

(Pubblicato su Dazebao)

mercoledì 18 gennaio 2012

Corruzione e land grabbing: anche Wanggang alza la voce


La terra del Guangdong continua a scottare. Nella giornata di ieri, circa un migliaio di cttadini infuriati si è radunato di fronte alla sede del governo della città di Canton, mentre bandiere colorate e striscioni di protesta ondeggiavano al vento.

Risarcimenti adeguati per il sequestro delle proprie terre e la sospensione del segretario del partito locale: questo quanto richiesto dagli abitanti del villaggio di Wanggang, cittadina situate nella parte orientale della provincia che più di ogn'altra ha trainato lo sviluppo economico del Paese.

Ad un mese dalla rivolta di Wukan ( HYPERLINK "http://www.dazebaonews.it/mondo/item/7361-rivolte-a-wukan-arrestato-muore-in-circostanze-sospette"http://www.dazebaonews.it/mondo/item/7361-rivolte-a-wukan-arrestato-muore-in-circostanze-sospette) , la tempesta torna ad infuriare sulla questione del land grabbing, una delle piaghe che affligge più dolorosamente il popolo cinese, alimentata in buona parte dal problema endemico della corruzione dei funzionari locali. E mentre i petitioner invocavano giustizia davanti ai palazzi del potere provinciali, a qualche chilometro di distanza il congresso del popolo celebrava la chiusura della sessione annuale

Come raccontato da Li Hongding, 32 anni risiedente a Wanggang, è la terza volta che i cittadini del villaggio bussano invano alle porte dei palazzi governativi per far sentire la propia voce. Il timore diffuse è che, se non si procederà immediatamente con una  campagna di investigazione sull'operato dell’amministrazione locale, ben presto tutti i terreni sino ad oggi di proprità dei cittadini verranno espropriati con la forza.

Ma alla rabbia e alla disperazione hanno fatto ben presto seguito le minacce. “Se la questione non sarà risolta correttamente trasformeremo il nostro villaggio in una seconda Wukan” hanno intimato I leader della protesta. “Vogliamo far sentire al governo la nostra voce mentre è in corso il congresso del popolo provinciale” ha continuato Li “a Wanggang il regime comunista è stato rimpiazzato da un potere corrotto affiliato alle gang mafiose delle triadi. La terra ci è stata lasciata in eredità da I nostri antenati e lotteremo sino a che non ci verrà restituita”.

Dopo ore di attesa, Xie Xiaodan, nuovo vice sindaco di Canton addetto alla sicurezza pubblica e ai reclami, ha incontrato alcuni rappresentanti del villaggio presso l'ufficio delle petizioni.
I manifestanti hanno puntato il ditto contro il segretario del partito di villaggio, Li Zhihang, colpevole di aver intascato oltre 400milioni di yuan dall'affitto di terre collettive, di aver sottratto 850milioni di yuan dalle cooperative di villaggio nonché di essere intervenuto illegalmente nelle elezioni locali.

Li Zhizhang, non verrà sospeso dal suo incarico, come richiesto dai manifestanti, ma Xie ha assicurato che sarà immediatamente sottoposto ad indagini, il cui esito verrà reso noto il 19 febbraio.

La decisione delle autorità è suonata tanto come il contentino di rito, volto ad ammansire i cittadini scontenti. E i petitioner a questi infruttuosi compromessi non ci stanno piu’. Alcune centinaia di irriducibili continuano a dimostrare davanti alla sede del governo di Canton, richiedendo una dichiarazione scritta di quanto promesso dal vice sindaco Xie.

“Abbiamo paura delle rappresaglie, una volta tornati a Wanggang- ha affermato uno degli abitanti del villaggio- Li Zhizhang ha relazioni strette con le triadi e noi in passato abbiamo gia’ assaggiato i loro pugni e il loro bullismo”

Il caso Wanggang non è che l’ennesima gatta da pelare per il capo del partito del Guangdong Wang Yang, balzato agli onori della cronaca per aver saputo gestire magistralmente i disordini di Wukan. Tempo fa proprio Wang avevo dichiarato che la provincia meridionale della Cina avrebbe adottato il così detto “metodo Wukan” come modello di riforma della propria governance.

“Coraggioso, liberale e con una mentalità da leader moderno” -come scriveva a metà dicembre il South China Morning Post- Wang Yang ha più volte posto l’accento sulla necessità di migliorare le condizioni dei lavoratori, eliminare le discriminazioni e facilitare il progresso di integrazione urbana, sottolineando come le modalità adottate nella gestione dell'incidente di Wukan “andrebbero prese come un insegnamento in tutta la provincia”.

Proprio ieri il giornale ufficiale, Qiushi, ha pubblicato un articolo recante la firma del capo del partito del Guangdong in cui veniva ribadita la necessità di anteporre a tutto gli interessi del popolo.

Molti gli elogi ma altrettante le critiche mosse dai colleghi più conservatori, convinti che la politica del guanto di velluto utilizzata da Wang possa lasciare spazio all'insorgere di nuovi episodi simil-Wukan

Le proteste di Wanggang giungono in un momento particolarmente delicato per la dirigenza politica cinese. Giusto in questi giorni, nella provincia dello Shanxi 51 persone sono finite in manette con l'accusa di estorsione, traffico d'armi e altri reati. 68 i funzionari risultati implicati nell'attività mafiosa della gang, mentre il boss è risultato essere Ma Feng, ex pubblico ministero che, spalleggiato da dipendenti del governo e forze di polizia, per anni ha estorto denaro a commercianti e imprenditori locali.

Il fenomeno della corruzione tra i quadri del partito non cenna a diminuire, e se la rivolta di Wanggang non è stato il primo episodio di rimostranza popolare, qualcosa fa tanto pensare che non sarà nemmeno l'ultimo.

(Pubblicato su Dazebao)

domenica 15 gennaio 2012

Cina. Foxconn: disputa sui magri salari. Lavoratori sul piede di guerra


E` ancora Foxconn sulle prime pagine dei quotidiani internazionbali: proprio ieri il principale fornitore di componentistica dei colossi dell`elettronica quali Apple, Nokia e Dell, ha reso noto di aver risolto la disputa sui salari che la settimana scorsa ha surriscaldato l`atmosfera nello stabilimento di Wuhan, regione dello Hubei.


Nelle prime ore della mattina dell 4 gennaio, circa 150 operai hanno protestato contro i magri stipendi e il trasferimento di alcuni lavoratori in un’altra unità dello stesso stabilimento. La controversia si e’ conclusa pacificamente, e l’attività produttiva e’ tornata alla normalità, ma 45 operai hanno preferito presentare le proprie dimissioni, come reso noto giovedì da un comunicato rilasciato dalla società Taiwanese. Solo una manciata di mosche bianche se si pensa che l’impianto di Wuhan è alimentato da una forza lavoro di 32.200 dipendenti.

Dalle strade di Wukan ai tetti di Wuhan, la protesta degli operai della catena di assemblaggio di XBox 360 (creatura di Microsoft), e` stata contraddistinta da nuove minacce di suicidi di massa da parte dei lavoratori, che, esausti di essere sottoposti a condizioni di lavoro durissime in cambio di stipendi irrisori, hanno messo alle strette l`amministrazione della compagnia minacciando di gettarsi dai tetti della fabbrica.

In cima alla lista delle richieste, il rispetto delle condizioni stabilite secondo contratto: uno stipendio di circa 450 dollari al mese, straordinari inclusi -del quale avrebbero visto solo i due terzi- secondo quanto raccontato telefonicamente da uno dei partecipanti alla rivolta pacifica. Molte anche le voci contrarie al trasferimento dallo stabilimento di Shenzhen, il piu’ grande detenuto dalla Foxconn in Cina, a quello di Wuhan; un provvedimento in linea con la nuova tendenza delle fabbriche operanti nella mainland di spostarsi verso le zone piu’ interne e piu’ economiche del Paese.

“Le proteste sono durate otto ore e hanno coinvolto piu di cento persone” ha raccontato l’uomo il quale ha preferito rimanere nell’anonimato, temendo ritorsioni da parte della società. “Era una giornata molto fredda. Alcune delle donne salite sul tetto non hanno resistito al gelo e hanno perso i sensi.”

Giovedì il gigante dell`informatica Microsoft- che proprio alla fabbrica di Wuhan ha affidato l`assemblaggio della sua console Xbox 360- ha dichiarato che sta effettuando delle indagini sull`ultima protesta messa in atto dai dipendenti della Foxconn. “Teniamo molto in considerazione le condizioni di lavoro all`interno degli stabilimenti che si occupano dei nostri prodotti, pertanto stiamo studiando attentamente il problema.”

Ma secondo quanto emerso dopo una lunga discussione con gli operai e i manager della societa’,- scrive Bloomberg- il malcontento che imperversa negli stabilimenti della Foxconn e’ da imputarsi principalmente alle politiche di rilocalizzazione e alle modalità di gestione del personale piuttosto che alle condizioni di lavoro dei dipendenti.

Wang Guangzhou, researcher presso l`Accademia cinese di Scienze Sociali, ha spiegato al Global Times come la societa’ taiwanese dovrebbe seriamente pensare di cambiare le proprie strategie gestionali per rimanere al passo con i tempi. Nell`Impero di Mezzo si sta affacciando una nuova generazione di lavoratori che, figli dell`apertura e delle riforme anni ‘80, manifestano una maggior consapevoleza dei loro diritti e sono sempre piu’ inclini ad alzare la voce.

Da tempo ormai la Foxconn e’ al centro di un ciclone mediatico: nel 2010, hannus horribilis per la multinazionale del gruppo Taiwanese Hon Hai Precision Industry Company, un’ondata di suicidi aveva tinto di rosso gli stabilimenti di Shenzhen, Dongguan e Foshan. Al tempo, a spingere gli operai a commettere un gesto tanto estremo erano state le condizioni di lavoro al limite della disumanita’: turni di piu’ di 12 ore al giorno, per una paga di mille yuan al mese (circa 110 yuan di allora), tempi cronometrati per i bisogni corporali, pause pranzo ridotte al minimo e il divieto assoluto di parlare durante l`orario di lavoro.

Lo stop alle autoimmolazioni degli operai è giunto soltanto nel momento in cui la compagnia ha assicurato un aumento degli stipendi prima del 30%, innalzando il budget mensile a 1200 yuan, e dopo pochi mesi del 66%. Bei propositi mai messi in pratica: “La paga base e’ ancora di 1.000 yuan, una cifra nettamente al di sotto di quella promessa”, aveva affermato al tempo uno dei dipendenti.

E come se non bastasse, l’azienda Taiwanese non ha esitato ad avanzare minacce di licenziamenti al fine di dissuadere gli operai dal mettere in atto altri scioperi. Vietati dalla legge cinese, nella realta’ dei fatti, il blocco della produzione e l’astensione dal lavoro vengono trattati in maniera differente dai vari governi locali., con la provincia del Guangdong in testa per esempio di tolleranza e liberalita’.

Ma se è indubbio che nell’ex Impero Celeste qualcosa si sta cominciando a muovere, d’altra parte risulta ancora piuttosto improbabile possa trattarsi delle prime avvisaglie di una “lotta di classe”. Alcuni elementi farebbero pensare piuttosto ad un fenomeno circoscritto: gli scioperi interessano per lo più aziende straniere e sono concentrati principalmente nel Guangdong -cuore pulsante del manifatturiero cinese- mentre le richieste dei rivoltosi vertono quasi sempre sull’innalzamento del salario minimo: un provvedimento, questo, che in realtà è perfettamente in linea con la politica governativa volta ad incrementare i consumi interni del Paese.

(Pubblicato su Dazebao)

sabato 7 gennaio 2012

Taiwan. I pronostici ad una settimana dalle presidenziali


Aria tesa sull'isola di Taiwan. Ad una settimana esatta dalle elezioni presidenziali i due piatti della bilancia sembrano essere ancora in equilibrio: secondo i sondaggi, a contendersi la poltrona sono Tsai Ing-wen, rappresentante del Partito democratico progressista e Ma Ying-jeou, leader del Partito nazionalista alla ricerca del secondo mandato, mentre il terzo candidato, il fondatore del Primo Partito del Popolo James Soong, riuscirà a fatica ad accaparrarsi un decimo dei votanti.

Negli scorsi giorni i due rivali si sono sfidati a colpi di accuse: la signora Tsai e i suoi uomini hanno incolpato l'attuale presidente di aver sguinzagliato i servizi di intelligence per spiare illegalmente la loro campagna elettorale, mentre Ma, per non essere da meno, ha sollevato una serie di interrogativi sulla posizione ricoperta dalla leader del Partito democratico all'interno di una società biotech statale, che le avrebbe fruttato ingenti guadagni. Immediate le smentite da ambo le parti.

Così "lontani" eppure così "vicini"; una serie di somiglianze accomunano in maniera evidente i due leader politici. Entrambi hanno effettuato gli studi oltremare, muovendo i primi passi nel mondo accademico: Ma ad Harvard e alla New York University, Tsai alla Cornell e alla London School of Economics. Tutti e due refrattari alle telecamere manifestano, piuttosto, una certa tendenza wonkish; promettono una generosa spesa sociale e abitazioni a basso costo.

Tsai punta sulla variegata schiera dei suoi fedeli sostenitori, che oltre ai nativi dell'isola e ai contadini del sud vanta la partecipazione dei colletti blu, i quali sognano ancora un ritorno agli splendori degli anni '90, quando Taiwan era ancora il paradiso della produzione dell'high-tech. "Se chiedete ai miei vicini, loro vi diranno di essere verdi, ma in realtà dentro di loro sono blu" ha dichiarato la Miss dei Democratici, facendo riferimento ai colori delle bandiere sventolate dai due Partiti rivali.

E tra i due fronti si erge la questione cinese. Taiwan vive in un'indipendenza de facto da quando nel 1949 Chiang Kai-shek fuggì sull'isola spostando il governo della Repubblica di Cina a Taipei; poi negli anni 70' il declino, con la perdita del seggio all'Onu in favore di Pechino.

Dopo 8 anni di presidenza democratica -guidata da Chen Shui-bien, tutt'oggi dietro le sbarre con un'accusa di corruzione-  nel 2008 il testimone è passato a Ma, già conosciuto nel panorama politico come ex sindaco di Taipei, il quale ha da subito mostrato una linea morbida nei confronti della mainland suggellata da un accordo di libero scambio, l'Economic Cooperation Framework Agreement (ECFA).


"Diciamolo chiaramente, la Cina non vuole altro che divorarci, e il GMD (ovvero il Partito nazionalista) ci sta abbandonando nelle sue grinfie" ha commentato lo scorso mese Zhou Zhu-Zhen, un infermiere in pensione che ha dato eco ai timori del popolo taiwanese, indignato verso l'eccessiva accoglienza dimostrata dal governo attuale nei confronti del colosso della porta accanto.

Tsai stessa in un'intervista ha dichiarato che le politiche nazionaliste stanno erodendo la sovranità dell'isola: "Quando arrivano dei visitatori cinesi dobbiamo nascondere le nostre bandiere".
D'altra parte i successi degli ultimi anni potrebbero dare un certo vantaggio al suo rivale. "La distensione ha rafforzato la posizione di Taiwan a livello globale", ha controbattuto il presidente. Pechino ha interrotto la guerra contro i Paesi che riconoscono diplomaticamente l'indipendenza dell'isola, e ha ritratto la sua ostilità verso la partecipazione di Taipei ad alcune organizzazioni internazionali. "Taiwan non è più vista come una piantagrane, ma come una forza pacifica" ha continuato il leader del Guomindang.

E non solo. Ma ha dalla sua parte tanto la Repubblica popolare cinese che gli Stati Uniti, la prima timorosa che un cambio al vertice possa inasprire le relazioni con l'isola, preferisce sostenere l'attuale governo tutto sommato facilmente manipolabile; i secondi perché, legati a Taiwan da un'alleanza risalente al disgelo post Guerra Fredda, sarebbero costretti ad intervenire nel caso il deterioramento dei rapporti tra Pechino e Taipei sfociasse in un attacco armato.

Proprio all'inizio di gennaio Washington aveva annunciato visite ufficiali sull'isola e la possibilità di viaggi negli Usa senza bisogno di visto. Una mossa che gli addetti ai lavori hanno interpretato come un tentativo di tirare acqua al mulino di Ma Ying-jeou. E le smentite della diplomazia a stelle e strisce non sono state sufficienti a dissipare i sospetti: "Noi non interferiamo mai nelle elezioni negli altri Paesi, e Taiwan non fa eccezione" ha dichiarato Sheila Paskman, portavoce dell’Istituto americano di Taiwan.

Ma non è passa certo inosservata l'agitazione mostrata dalla Casa Bianca, che tra due fuochi, deve stare attenta da una parte a non irritare il Dragone, il suo rivale più insidioso sullo scacchiere internazionale, e dall'altra a mantenere gli accordi derivanti dall'alleanza con Taiwan, che alla luce del nuovo assetto geopolitico mondiale, risulta ormai quantomeno obsoleta.

Intanto sull'ex isola di Formosa tutti gli occhi sono già puntati al 14 gennaio, data in cui l'elettorato verrà chiamato alle urne. Rafforzare l'identità nazionale a discapito del quieto vivere con i cugini cinesi, o cedere ad un conveniente compromesso avvallato dai numerosi successi ottenuti in politica estera? Messi da parte i sondaggi, ora l'ultima parola spetta ai cittadini.

(Pubblicato su Dazebao)

venerdì 6 gennaio 2012

Cina. Molestie sessuali sul lavoro in aumento


Aumentano i casi di molestie sul lavoro nei confronti delle donne cinesi. A dare l'allarme è stato il China Daily, organo di stampa del Partito comunista cinese, che il 5 gennaio titolava a grandi lettere: "More sexual assault at work reported".

Nonostante si stia cercando di sensibilizzare sempre maggiormente le donne verso il problema degli abusi sul posto di lavoro, sono ben poche le vittime ad avere il coraggio di varcare le aule delle Corti di giustizia per raccontare la loro storia; "questa è una delle ragioni principali per la quale tale tipo di molestie è in costante aumento" ha dichiarato Guo Jianmei, noto avvocato specializzato nella difesa dei diritti delle donne e dei bambini, nonché direttore del Beijing Zhongze Women's Legal Counseling and Service Center.

Dal 2007 ad oggi il Centro ha ricevuto più di 183 richieste di consulenza  in materia di abusi sessuali; dei 47 casi portati avanti , il 34% era legato proprio all'ambiente di lavoro. I numeri rispecchiano un aumento della consapevolezza delle donne riguardo ai loro diritti; alla sofferenza silenziosa oggi, di frequente, si preferisce la confessione e la ricercare di aiuto, ha osservato Guo.

Questo è il caso di Luo Yun (il nome è fittizio), la quale, dopo essere stata violentata e costretta a posare nuda per delle foto, ha deciso di denunciare il suo ex-capo. Song Shanmu, questo il nome dell'uomo, è stato messo dietro le sbarre nel 2011 in seguito al sopraggiungere di nuove accuse da parte di altre dipendenti, anch'esse accomunate a Luo Yun dalle stessa tragica sorte.

Al giorno d'oggi le donne possono avvalersi del sostegno di Internet e di una più agevole diffusione delle informazioni, e d'altra parte le vittime disposte a segnalare il proprio caso rappresentano ancora una minoranza. "In primo luogo coloro che subiscono le violenze devono essere a conoscenza di come poter richiedere aiuto e di dove cercare le informazioni necessarie" ha sottolineato Guo, facendo riferimento alla storia di una cameriera che, ripetutamente sottoposta ad abusi dal proprio datore di lavoro, ha dovuto ricorrere a diversi aborti, non essendo in grado di accedere ai servizi di consulenza legale.

"In Cina circa 200 milioni di donne sono state o sono tutt'ora vittime di molestie sessuali, ma solo un numero esiguo di centri di assistenza fornisce anche consulenza legale". Chen Wei, avvocato per la tutela dei diritti delle donne presso lo studio legale Yin Ke di Pechino, ha affermato che sebbene abbia ricevuto molte richieste di aiuto per casi riguardanti gli abusi sul lavoro, tuttavia ha rilevato che sono molto poche le clienti decise a portare la questione in tribunale.

A frenarle la paura di perdere il proprio posto e il terrore di essere ritenute colpevoli per quanto accaduto. "E' veramente difficile poter raccogliere degli elementi inconfutabili che provino le molestie sessuali, e ancora più arduo è riuscire a provare le molestie verbali" -ha dichiarato Chen -"le vittime dovrebbero tenere sempre con loro dei registratori mentre sono a lavoro".

Ma anche le autorità hanno la loro buona dose di colpa. "La polizia non presta sufficiente importanza alle molestie sessuali" ha raccontato Zhu Yantao, funzionario in pensione del Ministero della Pubblica Sicurezza, "Ci concentriamo di più su casi di maggiore gravità quali rapine e bombardamenti, mentre gli abusi sul posto di lavoro finiscono nel dimenticatoio".

E alla fine di ottobre anche il South China Morning Post aveva sollevato all'attenzione pubblica il problema delle violenze femminili. Stesso copione ma scenario diverso:secondo i risultati di un'indagine condotta da All-China Women's Federation- pubblicati sul quotidiano di Hong Kong- nel Regno di Mezzo, circa un quarto delle donne sposate ha subito una qualche forma di abuso durante il matrimonio, e per più del 5% le violenze familiari sono ancora una realtà di tutti i giorni. Il 24,7% è stato sottoposto ad umiliazioni verbali, abusi sessuali e restrizioni della propria libertà, perdendo il controllo delle proprie finanze; il 5,5% è vittima di maltrattamenti fisici, con un tasso del 7,9% nelle zone rurale e del 3,1% nelle aree urbane.

Le violenze domestiche spesso sono ancora ritenute un 'problema di coppia', risolvibile semplicemente attraverso il dialogo tra i coniugi, piuttosto che con il coinvolgimento della Corte. Le autorità competenti stanno ancora lavorando alla stesura di un progetto di legge autonomo che copra nello specifico questo tipo di crimini, al momento trattati ancora in maniera superficiale dalla legge sul matrimonio. Secondo gli addetti ai lavoro, una normativa contro le violenze familiari sarebbe già comparsa nell'agenda di agosto del Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo.

E nonostante nelle grandi città l’emancipazione economica femminile sia un fenomeno in costante crescita - secondo le classifiche del Forbes e del Sunday Times dell'ottobre 2010, nella classifica delle donne più ricche del pianeta il primato spetterebbe infatti alla Cina - nelle zone rurali i principali beni della famiglia quali abitazioni, automobili e depositi bancari sono ancora tutti intestati a nome del marito mentre alle donne viene affidato il solo compito di crescere i figli e coltivare i campi.

(Pubblicato su Dazebao)

mercoledì 4 gennaio 2012

Le due facce del RMB

La "Cina rurale" dietro Jianguomen
Xidan
Xidan
Xidan
Yintai towers

La "Cina rurale" dietro Jianguomen
Il Reignwood Center e il parco macchine del Reignwood theatre
Lo schermo di "The Place", uno dei più grandi al mondo
Xidan, tra grattacieli di vetro e pagode 
Jianguomen str.
Xidan

Il retailer degli arredamenti di lusso Da Vinci
Jianguomen str.
Xidan
Xidan
Xidan
Jianguomen str.



La "Cina rurale" dietro Jianguomen
Jianguomen a pochi passi dal Silk Market
Lo schermo di "The Place"

martedì 3 gennaio 2012

Cina: 2011, l'anno del dissenso


Forse in qualche remoto angolo della terra il 2011 sarà stato anche visto come un anno tutto sommato buono, ma sicuramente non nel Nuovo o nel Vecchio Continente, nè nella Mezzaluna, e tanto meno in Cina, dove verrà caldamente messo alla porta con il più sentito augurio di un "a mai rivederci".

Dopo le zampate inferte dell'inflazione, la crisi del credito di Wenzhou, lo scoppio di numerosi focolai di rivolta nel sud del Paese e le minacce della "rivoluzione dei gelsomini", probabilmente, nei palazzi del potere di Pechino le speranze sono già tutte protese verso il 2012, che sotto il segno propizio del Drago segnerà un'importante svolta, se non altro a livello politico: il passaggio delle consegne dalla quarta alla quinta generazione di leader sancirà la fine dell'era Hu Jintao-Wen Jiabao, aprendo una serie di incognite su quella che sarà la nuova gestione della cosa pubblica cinese.

Sebbene siano in molti a credere che vi sarà una sostanziale continuità con il passato nella linea politica dei "principini"- così vengono chiamati i figli dei maggiorenti del Partito e futuri membri del Comitato permanente del Politburo- d'altra parte le loro credenziali concedono il beneficio del dubbio: la maggior parte di loro ha studiato all'estero, conosce il mondo globalizzato ed è entrata in contatto con i valori occidentali. Ragioni sufficienti, queste, per indurre molti a sperare -forse un po' troppo ottimisticamente- in una sterzata in senso democratico.

D'altra parte timide spinte riformiste hanno cominciato a farsi sentire già da tempo, sopratutto nella provincia del Guangdong, polmone industriale che ha irrorato ossigeno alla Nuova Cina. A fine novembre il Southern Metropolis Daily, si era fatto portavoce delle speranze dell'ala più liberale del Partito, inviando messaggi subliminali a Xi Jinping, salvo colpi di scena, futuro Grande Timoniere, nonché figlio di Xi Zhongxun, esponente della corrente riformista anni '80. Una mossa azzardata, che difficilmente sarebbe potuta essere messa in pratica senza la sicurezza di non rischiare di infastidire il destinatario della frecciata. (link).

Con il nuovo secolo la dirigenza del Partito ha deciso di cambiare strategia rispetto a quella draconiana adottata a ridosso degli eventi di piazza Tiananmen. Reprimere con la forza la formazione di organizzazioni autonome in grado di dar voce alle vittime della modernizzazione è cominciata ad apparire una tecnica sempre meno efficace, così che si è deciso di impugnare nuove misure per impedire la nascita di una vera società civile. Il Partito ha stabilito di accordare alla pancia del Paese nuove modalità attraverso le quali poter esprimere il proprio malcontento, annunciando l'attuazione dello Stato di diritto.

E tuttavia ciò non ha impedito l'emergere di movimenti per la difesa dei diritti civili (weiquan) che, nella maggior parte dei casi alimentati dagli strati più bassi della popolazione, cominciano ad esprimersi sempre più spesso attraverso i giornali, sfidando la cesoia del Dipartimento di Propaganda. Poi la rete di Internet fa il resto, arrivando dove la carta stampata non riesce. In altre parole, i cittadini quando non trovano giustizia nelle aule dei tribunali, spostano il dibattito sui media, così da ottenere più facilmente l'attenzione dell'opinione pubblica.

Eredi del movimento democratico anni "70-"80, avvocati, giornalisti, sociologi e accademici prendono le parti dei contadini espropriati, dei lavoratori migranti, degli operai sottopagati. Un fenomeno in continua espansione che ha indotto il governo a monitorare più a fondo la situazione, creando una nuova amministrazione- presente ad ogni livello dal distretto al centro- volta a proteggere la stabilità controllando gli elementi ritenuti sovversivi, reprimendo le manifestazioni sul nascere o facendo sparire i petitioner nelle black jails. Questo sistema di vigilanza è diventato fondamentale per Pechino, tanto che nel 2011 il suo budget ha superato quello della difesa nazionale.

Nella megalopoli di Chongqing, nel Sichuan, si sta lavorando alla realizzazione del più grande apparato di sorveglianza poliziesca al mondo, che attraverso un sistema di telecamere, terrà sott'occhio ogni angolo della città.

I tentativi di Wen Jiabao di spingere il Partito verso una riforma del sistema politico e verso l'accettazione della nascita di una società civile- sinceri o meno che fossero- sono rimbalzati contro il muro di gomma della realpolitik cinese. Dall'8 ottobre 2010, data dell'assegnazione del premio Nobel per la pace al dissidente Liu Xiaobo, la morsa delle autorità ha cominciato a stringere con più vigore, confermando il principio della "stabilità del silenzio" grazie al quale il potere indiscusso del governo viene raggiunto attraverso l'imposizione del bavaglio sulla popolazione e sui principali organi d'informazione.

Yao Lifa, Ai Weiwei, Chen Guangcheng, Yang Hengjun sono solo alcuni dei nomi degli attivisti vittime del giro di vite messo in atto da Pechino nell'ultimo anno. E lo scorso marzo il sito web China Geeks, gestito da studiosi cinesi e stranieri, individuava i nomi di 24 dissidenti tra blogger, scrittori e avvocati dei quali si erano perse le tracce.

Il tritacarne di Pechino, che oltre alle misteriosi sparizioni ha portato anche alla condanna di altri 18 attivisti, tra i quali Liu Xiaobo, si fa sempre più vorace. A sei settimane dalla "rivoluzione dei gelsomini", ondata di proteste su ispirazione della "primavera araba", ammontava già a 47 il totale delle voci di dissenso messe a tacere dal governo cinese; numeri destinati a salire a 140 entro il mese di giugno. E sebbene la protesta pacifica dei gelsomini "made in China" si sia rivelata di fatto un incredibile flop, a Zhongnanhai dallo scorso 14 febbraio non si dormono più sonni tranquilli.

Mentre la comunità internazionale lancia strali avvelenati contro il modus operandi di Pechino in materia di diritti umani, la leadership cinese cerca di metterci una pezza effettuando liberazioni lampo in concomitanza con importanti visite diplomatiche: il rilascio di Ai Weiwei nel mese di giugno a ridosso della tournè di Wen Jiabao in Europa ne è un chiaro esempio.

E anche la nuova proposta di emendamento pubblicata su Legal Daily alla fine dell'estate è stata da molti letta come l'ennesimo tentativo volto a smorzare l'ondata di polemiche che arriva da Occidente.

“In casi riguardanti la sicurezza nazionale, terrorismo o seri episodi di corruzione,” cita l'articolo, “l'accusato o il sospettato potranno essere messi sotto sorveglianza in una residenza diversa dal proprio domicilio per un periodo non superiore ai sei mesi, qualora la sorveglianza presso la casa del sospettato o accusato possa intralciare le indagini. Inoltre, quando il sospettato o accusato in questione verrà messo sotto sorveglianza in una residenza diversa dal proprio domicilio, la famiglia verrà prontamente informata entro 24 ore. A meno che", specifica la proposta d'emendamento, "le autorità non riescano a raggiungere la famiglia o tale notifica non rischi nuovamente di intralciare le indagini.”

La proposta di legge ha suscitato lo sdegno della stampa internazionale la quale ha interpretato l'emendamento, forse non del tutto erroneamente, come una legalizzazione delle sparizioni di quegli “elementi sovversivi” che Pechino deve a tutti i costi mettere a tacere.

Eppure c'è chi alla buona fede del governo ci crede ancora: “la nuova normativa rappresenta un grande passo avanti verso la modernizzazione del sistema legale cinese”, ha dichiarato alla Xinhua Song Yinghui, professore di giurisprudenza presso la Beijing Normal University. 

Anche i recenti sviluppi della rivolta di Wukan (link), conclusasi inaspettatamente con il dialogo tra i manifestanti e le autorità, hanno indotto molti ad avanzare l'ipotesi di un progressivo ammorbidimento del governo cinese, ma in realtà basta percorrere un centinaio di chilometri sino al villaggio di Haimen -dove i cittadini stanno protestando da giorni contro una centrale elettrica, probabile causa di un'impennata dei casi di tumori nella zona-  per imbattersi nella legge marziale. 

In base a quale principio Pechino sceglie di utilizzare il guanto di velluto o il pugno di ferro per spegnere i focolai di protesta? In generale si può dire che il governo cinese tende a tollerare le critiche quando non lo toccano direttamente. Nella maggior parte dei casi, infatti, la popolazione non si scaglia direttamente contro il Partito- che viene invece riconosciuto come garante di giustizia e paladino dei diritti dei cittadini- quanto piuttosto contro quei funzionari locali corrotti, soliti perpetuare soprusi ai danni del popolo; poche, isolata mele marce che il governo centrale sacrifica come capro espiatorio per scaricarsi della responsabilità del malcontento che infiamma il Paese. Riconosciuta la legittimità delle proteste dei manifestanti e puniti i funzionari colpevoli di non aver saputo ascoltare la voce dei cittadini, il Partito di fatto ne esce scagionato e pressocché illeso.

Nel caso dei dissidenti la questione è ben diversa. Gli attivisti, come Chen Wei, Chen Xi -condannato proprio il 26 dicembre a 10 anni di reclusione con l'accusa di sovversione ai danni dello Stato- e Chen Guangcheng, sono finiti dietro le sbarre per aver criticato il modello a partito unico cinese, per aver difeso le categorie più deboli, per aver denunciato i metodi disumani con i quali le autorità hanno imposto il controllo delle nascite. Sono frecce ben più acuminate che vanno a colpire direttamente i vertici del sistema e pertanto non possono essere risparmiate, in quanto pericolosamente destabilizzanti.

E a ridosso delle feste natalizie la mordacchia cinese ha approfittato della pausa delle attività diplomatiche per far passare in sordina le nuove carcerazioni lampo. "Il trucco funziona molto bene perché intorno a Natale le attività diplomatiche sono tutte ferme", ha dichiarato Nicholas Bequin di Human Rights Watch. "Prima che i funzionari saranno tornati alle loro scrivanie, nel frattempo le cose avranno già fatto il loro corso".

"Uccidere i polli per terrorizzare le scimmie" è la strategia utilizzata dal Partito per dissuadere le "teste calde" che minano la stabilità del Paese con le loro idee rivoluzionarie. E a Natale, si sa, si sacrificano "i polli più grassi": proprio il 25 dicembre di due anni fa fu processato Liu Xiaobo.

Per il momento non sembra scorgersi all'orizzonte una linea politica incline ad accettare l'istituzionalizzazione di canali d'espressione del malcontento, ma diversi segni fanno pensare che anche all'interno del Partito si stiano cominciando a sollevare voci contro l'immobilismo del governo. Ora non rimane che attendere il prossimo autunno, quando il passaggio del testimone alla nuova leadership aprirà al popolo cinese un nuovo decennio di speranza.

(Scritto per Uno sguardo al femminile)

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