lunedì 23 novembre 2015
Pechino e il dilemma del non interventismo
Intervenire o non intervenire? Questo è il dubbio amletico che tormenta Pechino mentre si allunga la lista dei cittadini cinesi vittima del jihad. Lo scorso giovedì lo Stato Islamico (IS) ha reso nota l'esecuzione Fan Jinghui, il cinquantenne di Pechino ostaggio del Califfato "messo in vendita" lo scorso settembre assieme al norvegese Ole Johan Grimsgaard-Ofstad. Nemmeno 24 ore dopo tre dirigenti cinesi della statale China Railway Construction Corp. hanno perso la vita nell'attacco al Radisson Hotel di Bamako sulla cui paternità permangono diversi dubbi, fatta eccezione per l'assodata matrice islamica.
"La Cina si opporrà risolutamente a qualsiasi forma di terrorismo e risolutamente risponderà ad ogni attività criminale e violenta che sfida l'essenza della cultura umana", ha tuonato il Ministero degli Affari Esteri cinese alla notizia della morte di Fan. Mentre la recente escalation di violenza si è fatta strada in sedi inusuali quali i vertici economici di G20, Apec ed East Asia Summit, il gigante asiatico non ha mancato di rimarcare il proprio cordoglio per le perdite altrui all'indomani del massacro di Parigi, sottolineando tuttavia come il terrorismo sia un problema comune. Un problema che non tollera "doppi standard": "anche la Cina è una vittima". L'allusione -che trascende le uccisioni oltremare di cui sopra- batte sul nervo scoperto del Dragone.
Da alcuni anni lo Xinjiang, regione autonoma musulmana dell'estremo occidente cinese, fa da sfondo ad una "guerra a bassa intensità" in cui è difficile distinguere le semplici frizioni etniche dalle infiltrazioni jihadiste. Dagli anni '90 a oggi, attacchi con coltelli ed esplosivi sono stati registrati non soltanto nello Xinjiang ma anche in altre aree del Paese. Stando alle autorità della regione autonoma, nell'ultimo anno sono stati sgominati almeno "181 gruppi terroristici" (pari al 96,2% delle gang locali), ma la reticenza nel fornire informazioni su quanto avviene nel Far West cinese trattiene gli osservatori internazionali dal riconoscere formalmente una minaccia islamica in Cina. Così se Pechino punta il dito contro l'East Turkestan Islamic Movement (sigla oggi di dubbia esistenza ma un tempo prossima ad al-Qaida), le organizzazione per la difesa dei diritti umani tendono a leggere nelle violenze una risposta al presunto genocidio culturale perpetrato dalle autorità centrali ai danni delle minoranze etniche locali, per usi e costumi più vicine al quadrante centroasiatico di quanto non lo siano al resto della Cina. Lo stesso leader dell'IS, Abu Bakr Al-Baghdadi, all'inizio dell'anno aveva condannato le politiche repressive del governo cinese invitando i musulmani dello Xinjiang ad abbracciare la causa jihadista. Il rischio di un contagio da oltre Muraglia (Pakistan e Afghanistan sono alle porte) agita i sonni dell'establishment cinese: secondo Wu Sike, ex inviato speciale in Medio Oriente, sono circa 100 i cinesi assoldati dalle milizie dell'IS, un bilancio diffuso da fonti estere e non verificate indipendentemente dalle autorità di Pechino.
La crescente volatilità dei territori occidentali arriva in un momento in cui la Cina sta cercando di promuovere una cintura economica afro-eurasiatica direttamente ispirata all'antica via della seta. Il progetto (di natura prevalentemente commerciale ma che non disdegna, per ovvie ragioni, la cooperazione sul versante sicurezza) vedrà una massiccia presenza di investimenti e forza lavoro cinesi all'estero, di cui buona parte dislocati in regioni turbolente tra Asia, Africa ed Europa. Le stime attuali parlano di 5 milioni di cinesi oltre Muraglia, tra i quali circa 2 milioni concentrati nel Continente Nero. Tutelare la sicurezza dei propri capitali e cittadini oltreconfine è diventata una priorità per il gigante asiatico. Nel marzo 2015, navi da guerra cinesi hanno evacuato 629 cinesi e altri 279 stranieri dallo Yemen. Nel solo 2011, la Cina ha salvato più cinesi all'estero (oltre 47.000, di cui circa 35.000 in Libia) che nei decenni a partire dalla fondazione della Repubblica popolare (1949).
Stando a fonti del People's Daily, le operazioni di salvataggio di Fan Jinghui erano a buon punto prima che la controffensiva franco-russa contro l'IS facesse deragliare i colloqui tra Pechino e i rapitori. Ma, per molti, l'approccio adottato dal governo cinese davanti al pericolo estremismo (oltreconfine) sarebbe ancora troppo soft. "l'IS ci sta oltraggiando con l'uccisione dell'ostaggio cinese. E' tempo che la Cina si alzi in piedi e agisca da grande potenza", commenta demi_miao sulla piattaforma di microblogging Weibo. Parecchi i commenti favorevoli ad un maggior protagonismo cinese nella guerra contro il terrorismo; altrettanti quelli che invitano alla cautela. "Un'azione militare? Dopodiché possiamo anche dire addio alla pace nei cieli e nel centro di Pechino e Shanghai", scrive Tao Ye sul forum Zhihu.com, mentre Hercule_Holmes_Star avverte: "La Francia ha dichiarato guerra all'IS e cosa ha ottenuto? Se la Cina si schierasse apertamente contro l'IS credete che ora stareste qui a chiacchierare a gambe incrociate?"
A frenare la neo-superpotenza non sembra essere tanto il rischio di una ritorsione islamica quanto piuttosto la necessità di attenersi al principio cardine della propria politica estera, in auge fin dai tempi di Mao: quello della non ingerenza negli affari degli altri Paesi. Con la speranze che lo stesso valga di rimbalzo quando si parla di questioni delicate che interessano direttamente la Repubblica popolare: guai a chi critica la condizione dei diritti umani in Cina o mette in dubbio la sovranità di Pechino su Xinjiang, Tibet e Mar Cinese Meridionale/Orientale. E questo spiega anche la diffidenza cinese nei confronti delle varie rivoluzioni colorate e primavere arabe, finanziate dall'esterno e considerate miccia scatenante dell'emergenza migranti in Europa.
Nel dicembre 2014, il Financial Times aveva ventilato l'ipotesi di raid aerei cinesi in Iraq, citando niente meno che Ibrahim Jafari, ministro degli esteri iracheno. La notizia si sarebbe poi rivelata infondata, almeno quanto i più recenti rumors sull'attracco della portaerei Liaoning lungo le coste siriane. Ma questo non vuol dire che il Dragone stia fermo a guardare. Oltre a contribuire all'addestramento della polizia afghana, nel 2013 la Cina ha rimpolpato la missione Onu di peacekeeping in Mali inviando 170 soldati, mossa storica dopo circa due decenni di supporto esclusivamente medico e logistico. E se tutt'oggi, la massiccia presenza economica del Dragone in Africa risulta accompagnata da un modesto contributo in materia di sicurezza, tuttavia, stiamo assistendo a un rafforzamento della posizione cinese all'interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e a un maggior coinvolgimento nella gestione di situazioni di crisi. Proprio recentemente Pechino ha schierato un battaglione da combattimento sotto l’egida della missione di pace dell’Onu in Sud Sudan, Paese in cui il gigante asiatico ha ingenti interessi petroliferi. In futuro, però, tutto questo potrebbe non bastare.
(Pubblicato su Gli Italiani)
sabato 14 novembre 2015
Xi goes global
Rassicurare il mondo sulla tenuta dell'economia cinese e riaffermare l'ascesa pacifica del Dragone sullo scacchiere internazionale. E' con questo messaggio che il presidente cinese, Xi Jinping, continua la sua fitta tournee estera. Alla fine di novembre, ammonteranno a 24 i giorni trascorsi da Xi oltreconfine negli ultimi quattro mesi. Giunto sabato ad Antalya per presenziare alla decima edizione del forum che dal 2008 riunisce i leader dei paesi membri del G20, il 17 novembre il presidente cinese si rimetterà in volo per partecipare al summit Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation Forum) ospitato quest'anno dalle Filippine, e poi ancora alla volta di Parigi per il decisivo vertice sul clima, facendo tappa in Sud Africa dove a inizio dicembre si terrà il China-Africa Cooperation Summit. Si tratta di un attivismo internazionale "insolito" per un leader cinese, commenta l'agenzia di stampa governativa Xinhua.
Stando a quanto evidenziato da Jin Canrong, consulente del governo cinese nonché docente della Renmin University di Pechino, le impellenti sfide sul fronte internazionale giustificano le frequenti trasferte di Xi, appena rientrato dalla sua prima visita di Stato in Vietnam e a Singapore, entrambi Paesi bagnati dalle agitate acque del mar Cinese Meridionale, teatro di frequenti battibecchi tra il Dragone -che si arroga il diritto di sovranità su oltre l'80% della sua superficie- e i vicini rivieraschi. "Davanti a problemi interni, come la situazione economica, [Xi] non è in grado di trovare soluzione immediate e si trova ad affrontare molte più sfide in politica estera, come per quanto riguarda il Mar Cinese Meridionale", spiega Jin al South China Morning Post.
Nonostante la recente missione del Presidente cinese negli States, le relazioni tra Pechino e Washington (già tese per via delle reciproche accuse di cyberspionaggio) hanno subito una nuova battuta d'arresto in seguito alle recenti incursioni navali e aree americane in prossimità delle isole artificiali costruite dalla Cina nell'arcipelago delle Spratly. E' altamente probabile che tali frizioni marittime, sebbene non ufficialmente in agenda, faranno da sfondo al vertice Apec di Manila. Tanto più che Pechino è in attesa di ricevere il responso del tribunale internazionale dell'Aja a cui le Filippine si sono rivolte nel 2013 per dirimere le controversie territoriali con l'incombente vicino- arbitrato, tuttavia, non riconosciuto dalla Repubblica popolare che continua a preferire il confronto bilaterale con i vari attori regionali.
Salvo l'aspra condanna contro il massacro di Parigi, l'intervento di Xi ad Antalya ha avuto invece un taglio prettamente economico. "Siamo ancora un importante motore per la crescita mondiale. Dobbiamo portare avanti la transizione del G20 da meccanismo di risposta in caso di crisi a governance di lungo termine", ha dichiarato il presidente nella giornata di domenica, "dobbiamo costruire un'economia globale aperta, opporci al protezionismo, spingere per l'assunzione di politiche macroeconomiche responsabili da parte di tutti i paesi del G20, e insieme espandere la domanda globale". La Cina, da parte sua, "ha ancora l'intenzione e la capacità di sostenere una crescita medio alta e creare opportunità di sviluppo per gli altri paesi". Un punto ribadito in occasione del meeting con i leader dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa), tenutosi a margine del vertice. Letteralmente: "L'oro puro non teme il fuoco. Finché manteniamo la fiducia e rafforziamo il coordinamento, i paesi BRICS riusciranno sicuramente a navigare anche con onde e vento".
Cerniera tra le economie mature e i paesi in via di sviluppo, la Repubblica popolare ha il potere, nel bene e nel male, di influire pesantemente sul'assetto mondiale, contando per un terzo della crescita globale. E' stato, pertanto, compito di Xi illustrare al mondo le linee guida tracciate nell'ambito del quinto plenum del Partito comunista, appuntamento chiave della politica cinese tenutosi lo scorso mese a Pechino. Come sintesi del consesso rosso, è al Tredicesimo Piano Quinquennale (2016-2020) -summa del pacchetto di riforme preannunciato nel novembre del 2013- che bisogna guardare per avere anticipazioni sul cammino intrapreso dal gigante asiatico. Quella di Xi sarà una Cina a crescita "medio-alta" (lontana dai tassi di crescita iperbolici dell'ultimo decennio), "ecofriendly" e "high-end". Scordiamoci la fabbrica del mondo, la paccottiglia a basso costo e il fake. Pechino ora punta alla produzione di beni ad alto valore aggiunto e ad una distribuzione più equa delle ricchezze accumulate negli anni del miracolo cinese. Si parla di raddoppiare il Pil e il reddito pro capite del 2010 entro il 2020, obiettivo che -stando alla leadership cinese- potrà essere raggiunto anche con una crescita del 6,5 per cento (contro il 6,9 per cento registrato nei primi tre trimestri del 2015 e un 7 per cento stimato da Xi per la fine di quest'anno). Non solo. 70 milioni di persone usciranno dallo stato di povertà in 5 anni, promette il Tredicesimo Piano Quinquennale.
Sarà in grado Pechino di passare dalle parole ai fatti? La domanda è pertinente dal momento che il rallentamento dell'economia cinese ha coinciso con alcuni bruschi incidenti di percorso, come nel caso del tonfo della Borsa di Shanghai sprofondata dell'8,48 per cento lo scorso 24 agosto. Da oltre Muraglia replicano ostentando la solidità dei fondamentali e la crescita del settore dei servizi e dei consumi interni, ma secondo voci di corridoio la performance sottotono dell'economia nazionale starebbe ritardando l'implementazione delle riforme volte a dare "un ruolo decisivo al mercato nell'allocazione delle risorse". Condizione fondamentale per facilitare l'arrivo di nuovi investimenti esteri in Cina.
(Pubblicato su Gli Italiani)
sabato 7 novembre 2015
La lunga stetta di mano tra Pechino e Taipei
A distanza di 66 anni, ricominciano con una lunga stretta di mano (durata oltre 1 minuto!) i rapporti tra la Repubblica popolare e Taiwan. Il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo taiwanese Ma Ying-jeou si sono incontrati sabato a Singapore, primo faccia a faccia tra i vertici dei rispettivi Paesi da quando nel 1949 la fine della guerra civile tra i comunisti di Mao e i nazionalisti (del Guomindang) di Chiang Kai-shek vide questi ultimi riparare, da perdenti, sull'isola oltre lo Stretto di Formosa. Da quel momento le due leadership hanno governato sotto regime antitetici (di tipo democratico a Taiwan, monopartitico in Cina) raggiungendo nel 1992 un'intesa non priva di criticità: quell'anno Pechino e Taipei si accordarono sul riconoscimento dell'esistenza di "una sola Cina" continuando tuttavia, ognun per sè, a interpretare la formula a proprio piacimento.
Entrambi i governi si definiscono i legittimi rappresentanti di quella "sola Cina", con la differenza sostanziale che la maggior parte della comunità internazionale oggi riconosce Pechino come proprio interlocutore. Questo comporta per Taipei un isolamento diplomatico di cui -stando al comunicato stampa rilasciato da Ma Ying-jeou- i due leader hanno avuto modo di discutere a porte chiuse.
Per il Dragone, Taiwan è una "provincia ribelle" da riannettere alla madrepatria anche a costo di passare alle maniere forti (nel 2005 Pechino ha varato una legge anti-secessione che autorizza l’uso delle forze armate qualora l’isola si dovesse dichiarare formalmente indipendente. Concetto costantemente ribadito dai 1500 missili balistici tutt'oggi rivolti verso l'ex Formosa).
"Niente può separarci. Siamo un'unica famiglia", ha dichiarato Xi Jinping, invitando i popoli su entrambi le sponde dello Stretto a non lesinare gli sforzi per "la grande rinascita della nazione cinese", "siamo come due fratelli tenuti ancora insieme dalle nostre carni mentre le nostre ossa sono rotte". Un'unica famiglia in cui, tuttavia, "entrambe le parti debbono rispettare reciprocamente i valori e lo stile di vita dell'altro", ha risposto Ma Ying-jeou alludendo al sistema liberale in vigore sull'isola, fonte di non pochi grattacapi per il regime a Partito unico di Pechino.
Sebbene i rapporti tra i due cugini asiatici siano nettamente migliorati a partire dal 2008, anno in cui la leadership è passata nelle mani di Ma e del Guomindang, lo scorso anno l'opinione pubblica ha puntato i piedi all'annuncio di un nuovo accordo bilaterale sui servizi che, secondo molti, rischia di penalizzare le piccole e medie imprese taiwanesi. Le proteste, sfociate nell'occupazione studentesca del parlamento di Taipei (la Rivoluzione dei Gelsomini), sono riuscite a posticipare la ratifica del trattato, ma hanno finito per innalzare il livello di guardia a Pechino, particolarmente occhiuto quando a levare gli scudi sono le periferie dell"Impero" (leggi: Taiwan, Hong Kong, Tibet e Xinjiang).
Come preannunciato alla vigilia del meeting, l'incontro di sabato non ha portato alla firma di nuove intese commerciali. Né ha visto un reale upgrade qualitativo nei rapporti diplomatici: sebbene Xi e Ma si siano accordati per l'istituzione di una hotline tra le due agenzie semigovernative fin'oggi incaricate di gestire le relazioni nello Stretto (il Consiglio per gli Affari Continentali e l’Ufficio per gli Affari di Taiwan del Consiglio di Stato), i due leader si sono rivolti l'un l'altro con il generico termine di "mister" al fine di evitare quello ufficiale di "presidente". Da escludere, quindi, un ammorbidimento cinese per quanto riguarda il riconoscimento formale di Taiwan come entità statale autonoma (ben indottrinati in proposito i media governativi cinesi non hanno esitato a pixellare la spilletta con i colori di Taiwan appuntata sulla giacca di Ma e a tagliare il suo intervento in conferenza stampa). Inoltre, secondo il quotidiano hongkonghese South China Morning Post, Taipei avrebbe gradito che lo storico faccia a faccia venisse ospitato dalle Filippine nel contesto più formale del summit Apec (Asia Pacific Economic Cooperation) in agenda nei prossimi giorni a Manila. Richiesta respinta dai compagni di Pechino, che hanno optato per Singapore, location neutra già sede, nel 1993, di un primo inedito incontro tra il Consiglio per gli Affari Continentali e l’Ufficio per gli Affari di Taiwan.
Decisamente più indicativo il tempismo scelto per il meeting, di poco successivo al passaggio di una nave militare americana a 12 miglia nautiche da alcune isole artificiali del Mar Cinese Meridionale che Pechino considera entro i suoi confini territoriali, e a un paio di mesi dalle elezioni presidenziali taiwanesi. Da una prospettiva macro, il vertice (del tutto inatteso) avrebbe avuto quindi due funzioni principali: innanzitutto quella di rassicurare uno dei vicini regionali sulle intenzioni pacifiche del Dragone nelle acque contese (Pechino e Taipei avanzano rivendicazioni incrociate su alcuni degli atolli del Mar Cinese). Rassicurazione da leggersi, nondimeno, come un messaggio subliminale diretto a Washington, dal momento che gli Stati Uniti sono ancora blindati a Taipei dal Taiwan Relation Act, un lascito della Guerra Fredda. In secundis, l'incontro serve a riaffermare la fiducia del gigante asiatico al Partito nazionalista e assicurare il mantenimento dello status quo in un momento in cui la politica interna dell'ex Formosa si fa via via più magmatica. Se infatti il candidato del Democratic Progressive Party (DPP), Partito di orientamento filo-indipendentista e "amico" dei Gelsomini, viene dato in testa ai sondaggi, il Guomindang si è trovato a dover sostituire in extremis il proprio con l'attuale capo del partito, Eric Chu, a causa dell'impopolarità ottenuta dalla sua prima scelta. In questo contesto, pertanto, l'incontro al vertice -mal digerito dal DPP- avrebbe lo scopo di cementare l'elettorato taiwanese intorno al presidente uscente e ai suoi uomini. Seppure la scarsa simpatia nutrita da una consistente fetta della popolazione verso l'ingombrante vicino rischi di innescare un effetto boomerang. Secondo un sondaggio della Cross Strait Policy Association rilasciato all'indomani dello storico meeting, il 48,6 per cento dei 1.014 intervistati si è detto a favore della candidata del DPP, Tsai Ing-wen, solo il 21,4 per cento sostiene Chu.
"Il Guomindang ha una più lunga tradizione di rapporti con i funzionari cinesi. Si avvale di tutta una serie di canali privilegiati e viene visto come il Partito di Taiwan in grado di evitare una guerra nello Stretto e rafforzare contatti amichevoli tra le due sponde", spiega al Guardian Michael Cole, senior officer presso il think tank Thinking Taiwan Foundation. Da quando Ma Ying-jeou ha assunto il suo incarico, Pechino e Taipei hanno siglato 23 accordi di cooperazione, mentre il volume dei commerci tra le due Cine ha superato i 170 miliardi di dollari annui. Ecco che scongiurare un'inversione a U nella politica di buon vicinato coltivata dai nazionalisti risulta di importanza primaria per il Dragone.
Alla fine come ha dichiarato Ma Ying-jeou in conferenza stampa: "A me restano soltanto sei mesi [di governo], ma Xi ha ancora davanti a sé almeno altri sette anni".
(Pubblicato su Gli Italiani)
martedì 3 novembre 2015
Vertice commerciale tra Cina, Giappone e Corea del Sud per ricucire gli antichi strappi. Ma gli Usa sorvegliano
Cina, Giappone e Corea del Sud si impegnano a rafforzare gli scambi commerciali e a ricucire gli strappi provocati dalle storiche incomprensioni, nonché dalle più recenti dispute territoriali. E’ quanto emerso dal vertice trilaterale andato in scena nella giornata di domenica a Seul, che ha visto il premier cinese Li Keqiang incontrare la presidente sudcoreana Park Geun-hye e il primo ministro giapponese Shinzo Abe.
I leader dei tre giganti regionali hanno regolarmente condotto incontri annuali dal 2008 al 2012, anno in cui le relazioni bilaterali tra il Dragone e il Sol Levante sono precipitate ai minimi storici in seguito alla nazionalizzazione da parte di Tokyo delle Diaoyu/Senkaku, un pugno di scogli del Mar Cinese Orientale rivendicati da entrambi i Paesi per via delle risorse naturali nascoste nei fondali ad essi circostanti. Non da meno, quello stesso anno veniva marcato da un ricambio al vertice che avrebbe visto affermarsi alla guida dei due vicini asiatici leadership animate da una forte spinta muscolare in politica estera.
Da quanto dichiarato in conferenza stampa, i tre parrebbero aver trovato un accordo per la ripresa del summit con scadenza annuale (nel 2016 sarà ospitato da Tokyo), al fine di dare nuovo smalto alla cooperazione commerciale.
Cina, Giappone e Corea del Sud rappresentano le tre principali economie dell’Asia Orientale con un volume di scambi da 690 miliardi di dollari. Nel 2012, sono stati avviati i negoziati per un accordo di libero commercio (FTA), ma l’andamento ondivago dei rapporti diplomatici ha finora ritardato i lavori.
Mentre la Repubblica popolare continua a rappresentare per Seul il partner commerciale di punta e la principale fonte d’importazione con un giro di affari che quest’anno dovrebbe raggiungere i 300 miliardi di dollari, la reticenza del governo di Abe nel riconoscere le violenze inflitte dal Giappone nell’abito della seconda guerra mondiale ha portato ad un calo dell’8 per cento nei commerci con la Corea del Sud rispetto ai valori del ’91, quando il Sol Levante contava per il 22 per cento delle transazioni sudcoreane con l’estero. In particolare, la questione delle “comfort women”, le donne asiatiche (in maggioranza coreane) costrette alla prostituzione durante l’occupazione nipponica tra il 1910 e il 1945, continua ad essere la principale fonte di frizioni tra Tokyo e Seul. Così come lo è per la Cina il ricordo del “Massacro di Nanchino”, termine con cui sono passati ai posteri i crimini di guerra perpetrati dal Giappone nel Regno di Mezzo tra il 1937 e il 1938. Se per Shinzo Abe le scuse ufficiali rilasciate nell’ambito della Dichiarazione Kono (1993) sarebbero più che sufficienti a buttarsi alle spalle il passato una volta per sempre, per Seul un mea culpa trasparente è precondizione necessaria a dare nuovo vigore alla partnership.
“Spero che questo summit possa guarire le ferite provocate dalla storia in maniera più completa e che possa dimostrarsi un’importante opportunità per lo sviluppo delle relazioni tra i due Paesi,” ha scandito Park lunedì all’apertura del suo primo faccia a faccia con Abe da quando la “Lady di ferro” si è insediata alla Blue House.
La trilaterale è stata, infatti, preceduta e seguita da meeting “two-way” tra i rispettivi leader. Nella giornata di sabato, Park e Li hanno siglato 17 accordi di cooperazione bilaterale, dal commercio alla protezione ambientale, passando per gli scambi people-to-people e l’IT. Ciliegina sulla torta dopo l’annuncio, lo scorso luglio, della raggiunta intesa per un FTA Cina-Sud Corea e, sopratutto, dopo l’ingresso di Seul nell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), la superbanca lanciata da Pechino per sopperire al deficit infrastrutturale del continente Asia. Il nuovo istituto, additato sull’altra sponda del Pacifico come concorrente ufficioso di World Bank e Fondo Monetario Internazionale, risulta ancora “incompleto” a causa dell’assenza di Stati Uniti e Giappone.
Nonostante un tiepido disgelo avviato con l’incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e Abe a margine del summit Apec dello scorso novembre, i rapporti tra Pechino e Tokyo continuano ad essere percorsi da tensioni alimentate in buona parte dalla storica alleanza che lega il Sol Levante agli Stati Uniti e che non di rado è arrivata a intaccare questioni che il Dragone considera di propria esclusiva pertinenza. Un esempio: le inedite esercitazioni congiunte tra Washington e Tokyo nel Mar Cinese Meridionale, tratto di mare in cui Pechino è ai ferri corti con un’altra manciata di Paesi limitrofi.
“La Cina continuerà a procedere fermamente sul sentiero dello sviluppo pacifico e spera che il Giappone faccia lo stesso”, ha dichiarato Li, stando al resoconto del meeting bilaterale con Abe diramato alla stampa. Un’ennesima velata condanna alla controversa revisione della costituzione pacifista adottata dal Giappone al termine della seconda guerra mondiale (revisione, tuttavia, auspicata da Washington fautore di una politica estera più responsabile e proattiva tra i propri sodali). Le due parti si sono impegnate a implementare i meccanismi di comunicazione tra le rispettive forze armate e a riavviare i colloqui sullo sviluppo dei giacimenti di gas e petrolio in prossimità delle aree contese nel Mar Cinese Orientale. Ma è improbabile che questo basti a scongiurare definitivamente l’intrusione a stelle e strisce nell’area, che la si voglia chiamare “pivot” o “rebalance to Asia”.
Sono circa 80 mila i soldati americani ancora ripartiti tra Corea del Sud e Giappone, con l’intento conclamato di mantenere la stabilità nel quadrante minacciato dalle ricorrenti provocazioni nordcoreane, e quello meno strombazzato di contenere lo slancio assertivo del Dragone sullo scacchiere Asia-Pacifico. Proprio domenica, il Segretario alla Difesa Usa, Ashton Carter, in visita nella zona demilitarizzata tra le due Coree, ha rinnovato l’impegno americano a difendere Seul dalle imprevedibili mosse di Pyongyang, lo “Stato canaglia” di cui la Cina è principale alleato e benefattore. Carter non ha mancato di far notare come i toni rodomonteschi utilizzati da Pechino per difendere la propria sovranità a discapito dei vicini asiatici stiano progressivamente spingendo i Paesi più indifesi sotto l’ombrello statunitense. Un’eventualità che il Dragone spera di schivare giocando la carta commerciale. Non a caso, durante il summit di domenica, Li Keqiang ha spronato Giappone e Corea del Sud a velocizzare le trattative per l’istituzione della Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), mega accordo di libero scambio regionale in cui molti intravedono una risposta cinese alla Trans-Pacific Partnership (TPP) a trazione americana.
(Pubblicato su Gli Italiani)
martedì 20 ottobre 2015
A ‘China Town’ in Northern Tajikistan
Dushanbe has invited China’s Tebian Electric Apparatus Stock Co., Ltd. Company (TBEA) to take part in the construction of Saikhun, the first new city to be built in Tajikistan since its independence, Azernews reported last April. The new city is to be built on a 14,000-hectare desert land near Khujand, the country’s second-largest city in the Sughd province (northern Tajikistan), and will have 19 residential areas, 17 schools, 31 kindergartens, 40 sports centers, 140 shopping and services centers, a transport terminal, and other social facilities. It is also said to provide housing and jobs for some 250,000 people in nearest future helping to reduce the number of Tajik citizens working abroad and lessen Tajikistan’s dependence on remittances as an engine of growth.
TBEA is a leading Chinese producer of transformers, wire and cable, high-voltage electric aluminum foil, and solar energy equipment with experience in the construction of high-rise buildings, hotels, schools, sports, and other social facilities. The Chinese company was also asked to consider energy projects in the Sughd region.
This would be a big deal in itself, but it gained even more prominence after the announcement of a similar project last month. As Khovar Information Agency reported, in the near future a large residential project will begin in Khujand called “China town.” This will be the first project featuring foreign construction companies to be carried out in Tajikistan. The project, being undertaken by a Chinese state-owned construction company with the support of the Tajikistan national and regional authorities, will include 15 high-rise buildings for 1,200 families, schools and a number of social facilities. The construction work is expected to take up to five years.
Under a bilateral agreement, the construction company is obliged to provide housing for those persons whose houses are located on the project site. But local people fear that the area will see massive Chinese immigration, becoming a “China town” in the true sense. To date, the presence of Chinese workers has generated relatively few concerns in Tajikistan. Some estimates put the number of Chinese workers at between 7,000 and 10,000, relatively lower compared to comparable figures in neighboring countries. Consequently, although the local population has expressed some unease, the issue has yet to engender the fears seen in Kazakhstan and Kyrgyzstan, according to a Crisis Group report.
However, this could change rapidly as Beijing looks west for its One Belt One Road strategy, which aims to enhance interconnectivity among Eurasian countries and export China’s industrial overcapacity. Tajikistan lacks natural resources but possesses strategic importance since it shares borders with Afghanistan, a sanctuary for Islamic fundamentalism and drug proliferation. Moreover, now that Chinese investors are tiring of persistent uncertainty in Kyrgyzstan after it joined the Kremlin-led Eurasian Economic Union (EEU), Tajikistan is becoming more attractive to Beijing, according to EurasiaNet.org. And the Sughd region holds particular appeal.
“Khujand is Milan; the rest of Tajikistan is Sicily,” said Christian Bleuer, research fellow at the Australian National University. “In Khujand you can find a reliable and professional business partner. There is an old industrial and economic base. People are educated, skilled and cosmopolitan. Khujand is close to large population centers and to lucrative markets. People in Khujand have 3000 years of trade experience. A contract will be honored by a Khujandi.” China is definitely in southern Tajikistan, but the north is far more attractive. “The Chinese projects in the south have more of the characteristic of the Chinese government building ties and influence (and are tied to big Chinese bank loans). Chinese projects in the north are more independent so Chinese businessmen see a good investment opportunity,” explained Bleuer.
In 2006, a Chinese company commenced the Dushanbe-Khujand-Chanok highway project (DKC), financed by a $296 million loan from the Chinese government. Today, the highway serves as a vital trade artery, connecting capital Dushanbe to the economically vital Sughd province and the Ferghana Valley. It is a sign of things to come.
(Pubblicato sul The Diplomat)
sabato 10 ottobre 2015
Meet Rebiya Kadeer
(9 ottobre - sede del Partito Radicale)
Due lunghe trecce argentee ai lati del viso ovale, lievemente schiacciato, sormontato da un cappellino quadrato come i molti visti fino alla nausea nei bazar dell'Asia Centrale. Rebiya Kadeer, la leader del popolo uiguro, ha un corpo minuto e movenze aggraziate. Avanza a piccoli passi nel suo vestito azzurro regalando sorrisi di una dolcezza spiazzante. Una delicatezza che raramente traspare dagli scatti reperibili in rete, e aggiunge luci e ombre ad una delle figure più controverse della lunga lista di detrattori di Pechino.
Per qualcuno Rebiya muove i fili delle forze separatiste del Turkestan Orientale (che Pechino ha ribattezzato Xinjiang nel XIX secolo), alimentate dal processo di sinizzazione della regione portato avanti dal gruppo maggioritario han, e sempre più amalgamate al brodo primordiale dei gruppi terroristici centroasiatici.
"Perché uiguri e han possano vivere insieme ci vuole uguaglianza e giustizia. E' dovere dello Stato incoraggiare l'amicizia tra i popoli". Il sorriso si deforma in uno sguardo corrucciato. La voce è severa, a tratti roca: "il popolo uiguro vive sotto costante minaccia; è come ai tempi della Rivoluzione Culturale. Le nostre richieste di pace incontrano la resistenza della forza bruta e questa situazione ha accresciuto il rancore in una parte della popolazione. La radicalizzazione degli uiguri è frutto di una politica pianificata da Pechino, invisa anche a molti han. La parola terrorismo viene usata dalle autorità come pretesto [per denunciare atti dimostrativi contro l'etnia maggioritaria]."
Non c'è spazio per il dialogo in un'intervista che degenera in un monologo imbevuto di retorica anticinese; un copione già letto, costruito su una serie di falsità ricorrenti, come la presunta imposizione di un'istruzione monolingue nelle scuole dello Xinjiang. La Kadeer, in visita a Roma per la Marcia per la Libertà delle Minoranze e dei Popoli Oppressi, avrebbe potuto sfruttare l'occasione per veicolare un messaggio propositivo, di incoraggiamento alla stabilità di uno Xinjiang pacifico e multietnico. Invece ha optato per la denuncia fine a sé stessa, sterile e incostruttiva. Peccato!
domenica 20 settembre 2015
8000 donne dello Hunan sulle Tianshan (Parte I)
In Cina c'è un detto: "Ci sono tre modi per contravvenire alla pietà filiale; il peggiore è non portare avanti la discendenza". Quando il comandante di brigata Wang Zhen arrivò nello Xinjiang, trovare una moglie per i veterani dell'esercito diventò per lui il problema più spinoso da risolvere. Al tempo, circa il 90 per cento dei soldati proveniva dalle campagne; persino il comandante e il colonnello erano persone umili. Grazie allo scrittore Lu Yiping, questa memorabile parte della storia cinese è stata rivelata in un'opera dal titolo "8000 donne dello Hunan alla volta delle Tianshan". Quello che segue è un estratto, che pubblichiamo in tre puntate
Io sono una persona che ha reso importanti servigi al popolo, sono stato premiato con una medaglia al valore per la Spedizione settentrionale, ho combattuto contro gli invasori giapponesi; sono un quadro in pensione di Nongqishi. Mia moglie, Daixiu Ju, originaria di Hengyang (Hunan), si è unita all'esercito femminile nell'aprile del 1952, per questo in un certo senso mi considero a mia volta un po' dello Hunan.
In realtà, prima di arruolare delle donne, Wang Zhen ci aveva pensato su a lungo. Il generale Tao Jinchu -che era il cugino di Tao Zhiyue (generale nazionalista dello Hunan, ndt) e precedentemente aveva servito come comandante in capo della guarnigione del Guomindang nello Xinjiang- dopo la resa [alle forze comuniste] nel settembre 1949, era stato messo a capo della 22° Armata dell'Esercito popolare di liberazione. Divenuto, il 27 ottobre del 1949, vice comandante della nuova guarnigione di stanza nello Xinjiang, nonché comandante della 42° divisione, in un telegramma indirizzato al vicecomandante della 22° Armata, Zhao Tinguang, scriveva che "in seguito alla riorganizzazione dell'esercito, sotto le nuove linee guida del governo del popolo dello Xinjiang, bisogna subito cooperare attivamente con il nuovo Esercito popolare di liberazione nelle attività produttive e di costruzione. Se riusciamo a raggiungere questo obiettivo, il nostro Paese avrà un futuro prospero e luminoso, e ciò che più conta: migliaia di ufficiali e soldati potranno tornare a casa. In futuro con lo sviluppo dei trasporti, dell'agricoltura e del settore minerario, continueranno ad arrivare persone provenienti da ogni luogo e non ci saranno più divisioni etniche."
Anche il maresciallo Peng Dehuai era presto giunto alla stessa conclusione. Una volta, mentre supervisionava le truppe, aveva chiesto ai soldati se avessero nostalgia di casa. Questi guardandosi a vicenda ridacchiarono senza avere il coraggio di rispondere.
"Se dicessi che non mi manca casa mentirei", disse Peng. "Alcuni tra di noi sono più di dieci anni che non tornano dalla famiglia. Ora che la guerra è finita molte persone vorrebbero tornare a casa. Ma per ora non è possibile: combattere per il potere è più facile che riuscire a mantenerlo. Per questo bisogna restare di guardia nello Xinjiang; dobbiamo prepararci a metterci radici," rispose. "Volete o no una moglie e dei figli?"
Imbarazzati i soldati si limitarono a dei sorrisetti. "Quando entrate nelle linee del nemico non mostrate paura, vi mantenete da voi coltivando nuove terre in queste terre inospitali, e se ci sono grandi problemi sono certo sarete in grado di risolverli. Ma sul fatto che possiate stare senza una donna, su questo ho qualche dubbio. Anche se voleste rimanere soli tutta la vita io non sarei d'accordo. Le truppe addette alla bonifica delle terre di confine necessitano di successori. Se rimanete tutti scapoli, chi erediterà la nostra attività? Mi sono già accordato con Wang e gli ho detto di far venire delle donne..."
Non aveva finito di parlare che subito fu sommerso dall'applauso scrosciante dei soldati.
In un'altra occasione, mentre era andato a preparare i lavori per la costruzione di Shihezi (città a ovest di Urumqi, ndt), Wang Zhen fu invitato da una danwei a tenere un discorso. Una volta finito di parlare Wang chiese se avessero qualche suggerimento. Tutti risposero di no, al che un soldato un po' ingenuotto si alzò in piedi e disse: "Ufficiale, io ce l'ho". "Allora dicci", replicò Wang. E lui: "Comandante, nessuno di noi ha una moglie. Ci deve aiutare a risolvere questo problema". Detto ciò si rimise a sedere. Quando gli altri sentirono tali parole lo guardarono e scoppiarono a ridere. Il soldato diventò tutto rosso e abbassò il capo. Ma Wang no, non rise, e con ironia rispose: "Questa si che è una questione interessante. Il Comitato centrale del Partito e il Presidente Mao avevano già pensato a questo problema e presto vi manderanno "peperoncini" dallo Hunan, "cipolline" dallo Shandong e "anatrelle" da Shanghai.
Invero, il problema delle mogli dei soldati esisteva già ai tempi della guerra civile. In Cina c'è un detto: "Ci sono tre modi per contravvenire alla pietà filiale; il peggiore è non portare avanti la discendenza". Tra noi veterani, circa il 90 per cento proveniva dalle campagne. Anche il comandante e il colonnello non erano uomini di grande cultura, e più che pensare all'amore e all'affetto volevamo una moglie per dare al mondo degli eredi.
Al tempo in cui mi trovavo nella regione militare di Bohai come istruttore politico, c'era Liu Xigou, il comandante della compagnia, che aveva militato nell'Armata Rossa durante la Lunga Marcia ricevendo molte ferite: gli intestini tagliati erano stati riannodati con quelli di un cane, le guance sfregiate e i denti rotti, per non parlare delle ferite disseminate su tutto il corpo. Un giorno mi venne a cercare per dire che aveva qualcosa da dirmi. C'erano alcune questioni "fastidiose" che dovevo discutere con il comandante della brigata perché lui si sentiva troppo a disagio per farlo. "La prima è che a 40 anni sono ancora senza moglie. Ti chiederei quindi di aiutarmi a trovarne una. Poi avrei bisogno di mettermi dei denti finti; me ne mancano così tanti da farmi sembrare terribilmente vecchio e questo influisce anche sull'opinione che l'esercito ha di me. Terzo: io non sono un quadro di Partito. Sono di origini umili e finché si tratta di badare a qualche decina di mucche e pecore può ancora andare, ma qui si parla di 100-200 soldati, è un lavoro che richiede un grande sforzo".
Sentite queste parole, andai subito a cercare il comandante della brigata Zhang Zhonghan. Dopo avergli riportato ogni cosa, Zhang scoppiò a ridere e rispose che al momento non si poteva certo andare alla ricerca delle mogli. La guerra [tra comunisti e nazionalisti] non era ancora terminata; se ne sarebbe riparlato in seguito. Per quanto riguardava i denti, avrebbero proceduto all'impianto appena trovato un posto con le attrezzature adeguate, quanto al suo ruolo nell'esercito, non poteva certo esimersi dall'incarico. Quando riportai queste parole a Liu Xigou questi sospirò: "Ah, questa guerra... chissà quanto durerà!"
Quando l'esercito raggiunse il Nord-Ovest, il comandante Liu aveva già compiuto i 45 anni ed era diventato un quadro di reggimento. Arrivati a Zhangye (provincia del Gansu, ndt), Liu tirò di nuovo fuori il discorso. "La guerra è quasi conclusa. Se le truppe del Guomindang di stanza nello Xinjiang non si ribellano, questo interminabile conflitto finirà. Ora mi posso trovare una moglie giusto?"
Il caso volle che nella proprietà in cui c'eravamo appena stabiliti lavorasse una cameriera. Improvvisandomi sensale le chiesi se le andasse di finire in sposa a un soldato. La ragazza, che proveniva da una famiglia povera, provava una grande venerazione per l'Esercito popolare di liberazione e accettò subito di buon grado. Le spiegai che l'uomo che doveva sposare era un quadro di reggimento, reduce della Lunga Marcia, che aveva combattuto i diavoli giapponesi e partecipato alla rivoluzione comunista. Proprio per questo era un po' più grande di età. Era il caso che ci pensasse bene prima. Ma lei sentendo ciò fu ancora più felice ed emozionata rispose: "Io, una semplice domestica, in sposa ad un quadro di reggimento! Certamente devo ringraziare gli antenati per questo!" Riportammo tutto al padrone di casa che inaspettatamente si oppose fermamente all'unione. Dopo aver discusso a lungo, venne fuori che quello che voleva era semplicemente essere pagato. Gli chiesi quanto. 200 kuai era una somma enorme, tuttavia acconsentii a denti stretti. Tutti noi della brigata cominciammo a raccogliere il denaro. Considerato che eravamo in 185, un kuai a testa non era abbastanza, per cui decidemmo di dividerci la spesa. In questo modo alla fine riuscimmo a dare a Liu una moglie.
Ce n'era poi anche un altro; il capitano della squadra sanitaria Liu Chongxi, 50 anni e ancora scapolo. Dato che il padrone di casa aveva un'altra cameriera pensammo di dargli lei in sposa, ma avevamo già speso tutti i soldi per sistemare Liu Xigou e temevamo che il padrone volesse altro denaro. Decidemmo pertanto di far arruolare la ragazza così che il padrone di casa non avrebbe avuto il coraggio di opporsi nuovamente. Le chiesi se avesse voglia di unirsi alle truppe. Rispose che la moglie del padrone la maltrattava torcendole le labbra con le dita, ma che se i soldati non l'avessero fatto allora avrebbe acconsentito. Le dissi che non c'era pericolo. Che nell'esercito eravamo tutti fratelli e sorelle. Sembrò subito sollevata e accettò di arruolarsi. La istruii su come unirsi alle truppe e partì assieme a una guardia. Divenne subito parte dell'esercito. Quanto al capitano della squadra sanitaria e alla domestica, poco dopo essere arrivati nello Xinjiang si sposarono. E da quel che ne so, le cose tra i due vanno ancora piuttosto bene.
Il problema [delle mogli] si fece ancora più urgente una volta raggiunto lo Xinjiang. Al tempo, la regione militare si stava attrezzando in vari modi. Oltre ad aver deciso di reclutare un consistente numero di donne con un buon grado di istruzione dallo Hunan, nel 1951 Wang Zhen chiese al maresciallo Chen Yi di assumere 2000 soldatesse, di cui molte avevano militato durante la guerra di liberazione come infermiere nelle retrovie. Poi c'erano le donne dello Shandong, vecchio campo di battaglia dove parecchi uomini avevano perso la vita, e questo spiega perché vi fossero molte vedove da poter reclutare. In questo modo il problema dei matrimoni fu sostanzialmente risolto. Alla fine erano rimasti da sistemare soltanto alcuni veterani dell'esercito insurrezionale. Proprio per questo nel 1954 furono chiamate da Shanghai circa 920 prostitute.
Tempo fa, mi è capitato sotto mano il lavoro del sociologo britannico Sidney D. Gamble che prima della vittoria comunista aveva condotto un sondaggio sulla percentuale della prostituzione in grandi città come Londra, Berlino, Parigi, Chicago, Nagoya, Tokyo, Pechino e Shanghai, scoprendo che quest'ultima guidava largamente la classifica con un rapporto di 1:137. Dopo la liberazione nazionale, il governo di Shanghai decise di avviare un processo di riforma della prostituzione. Ad essere spedite nello Xinjiang furono proprio quelle ex prostitute passate attraverso il sistema di rieducazione attraverso il lavoro istituito dalle autorità della città. In quella regione remota e sconosciuta queste donne riuscirono a riacquistare dignità e autostima.
Quello dei matrimoni tra le truppe è un argomento gravoso tanto per gli uomini quanto per le donne. Prendiamo Zhao, per esempio. Comandante di battaglione durante la guerra di resistenza [contro il Giappone], non trovando una compagna ha cominciato a soffrire di problemi mentali. Passava tutto il giorno a rigirarsi la sua Mauser tra le mani. Alla fine ha deciso di farla finita impiccandosi con una cintura. Ci sono anche donne che, insoddisfatte del proprio matrimonio, hanno deciso di suicidarsi. Alcune sono state proprio costrette a farlo. Diversa storia è quella del comandante del gruppo addetto ai progetti ingegneristici, un certo Nie, che ha minacciato con la pistola una donna che lo respingeva. Avvertito del fatto, Wang Zhen decise di punire il comandante mandandolo via dallo Xinjiang. Lo spedì nello Hunan consentendogli il ritorno solo una volta trovata moglie. A Changsha Nie trovò effettivamente una donna diplomata, competente e bella. In breve tempo convolarono a nozze e una volta fatto rapporto a Wang, gli fu concesso di tornare nello Xinjiang.
Non per nulla questi racconti hanno suscitato opinioni discordanti. Nel '43 ho preso parte alla rivoluzione, successivamente sono passato alla direzione del Dipartimento politico del Distretto Militare dello Xinjiang e poi sono stato nominato vice commissario politico. Avendo modo di consultare diverso materiale, ho potuto scrivere un articolo basato sulle mie memorie intitolato "Le soldatesse dello Xinjiang dopo la liberazione". Qui parlo proprio della situazione delle donne nelle truppe di stanza nello Xinjiang e della questione dei matrimoni. Al tempo la situazione nell'esercito era la seguente: la maggior parte dei quadri di grado superiore a quello del comandante di divisione erano sposati, gli scapoli erano molto pochi; i quadri di reggimento, invece, erano quasi tutti non sposati. La maggior parte di quelli al di sotto del battaglione e i soldati semplici -a parte quelli che si erano già sposati prima di venire arruolati- non aveva moglie. La media della loro età era piuttosto alta. I comandanti di divisione erano per lo più sopra i 30, i quadri di reggimento sui 30 e quelli di battaglione sopra i 20.
Secondo la tradizione cinese, prima ci si sposa e meglio è, dal momento che allevare figli assicura protezione e assistenza per il resto della vita. Il matrimonio in giovane età è foriero di ricchezza e gloria, quello in tarda età porta povertà e umiliazione. Nelle campagne gli uomini e le donne a "15-18 anni si sposavano, a 17-18 avevano figli". Chi viveva nelle aree montane si sposava anche a 13-14 anni. Per questo il fatto di arrivare a 20-30 anni senza moglie/marito era motivo di apprensione.
A quel tempo, soldati e funzionari dell'esercito affrontavano il problema in maniera piuttosto impulsiva, avanzando richieste urgenti. Dicevano, non a torto, che "senza moglie il cuore non è tranquillo, senza figli non si hanno radici". Se la questione matrimoniale dei soldati non fosse stata risolta in fretta, a rimetterci poteva essere la stabilità e il tranquillo sviluppo dell'intero Xinjiang. Per questo i leader a tutti i livelli davano molto importanza alle loro lamentele. Wang Zhen, il vice commissario politico Xu Liqing, il capo di stato maggiore Zhang Xiqin, il vice direttore del Dipartimento politico e molti alti alti funzionari, erano tutti in grande apprensione e fecero di tutto per sistemare le cose con le buone e con le cattive.
Secondo le informazione che ho ricavato dagli archivi militari, Wang Enmao, all'epoca commissario politico presso la 2° Armata, durante una conferenza tenuta nel 1950, ha dichiarato che: "Riguardo al problema dei matrimoni, il comandante Peng Dehuai ha proposto di mobilitare le donne nello Xinjiang e di stabilire delle basi operative a Xi'an, Lanzhou, Jiuquan e Hami. Chi ha già una moglie o una promessa sposa la può portare a Xi'an. Se a casa non avete né una moglie né una promessa sposa, i genitori possono sceglierne una da portare. Arrivati a Xi'an dovete cercare la Segreteria del Comitato militare e politico del Nord-Ovest oppure l'ufficio locale della regione militare del Xinjiang. Tutto quanto concerne il trasferimento fino in Xinjiang è di competenza del governo. Al momento non è possibile accontentare tutti insieme, ma il comandante Peng e Wang Zhen sono uomini di parola. I più giovani non devono essere in ansia: prima vengono i compagni sopra i 30 anni, poi quelli sui 28-29 anni, a seguire quelli di 25 e così via; i più giovani devono lasciare il posto ai più vecchi senza creare disordine. Ciò che più conta è il benessere della nazione, una volta ottenuto questo obiettivo anche i problemi dei singoli individui potranno essere risolti. Per questo occorre che gli sforzi di tutti i compagni siano uniti per il raggiungimento del benessere collettivo. Il Presidente Mao certamente si prenderà cura di noi. Lui sostiene che l'economia del nostro Paese migliorerà ogni anno di più e che tutti i problemi possono essere risolti. Pertanto lavorando duramente e svolgendo al meglio i nostri compiti anche i nostri problemi verranno superati."
Per sanare lo squilibrio causato dal vasto numero di soldati senza mogli (di cui molti in età avanzata) a fronte delle poche donne di etnia Han in età da marito, giovani ragazze cominciarono ad abbandonare le province interne per trasferirsi in Xinjiang. L'unico modo per risolvere questa questione era farlo gradualmente, adempiendo agli obblighi imposti dalla propria carica e rispettando i criteri gerarchici, in base all'età. Un regolamento della regione militare dello Xinjiang del novembre 1951 stabiliva che i funzionari militari, i soldati e il personale militare trasferito al servizio civile o impiegato nelle attività industriali -arrivati nello Xinjiang nel 1949- potessero portare mogli e figli. Quell'anno oltre un migliaio di famiglie si unì alle truppe. Nel 1953, le truppe sotto il comando della regione militare dello Xinjiang furono riorganizzate in forze di difesa nazionale e unità di produzione; entrambe forze attive, ma con compiti diversi. Nel luglio del '53, il Dipartimento politico della regione militare emise un decreto sui matrimoni tra le forze di difesa, che stabiliva che quattro categorie potessero portare il proprio partner nelle truppe: i quadri con incarichi al di sopra del livello di battaglione; quelli di compagnia e plotone con più di 26 anni d'età e tre anni di servizio; i soldati dell'Armata Rossa arruolatisi prima del 7 luglio 1953; i veterani sopra i 30 anni e con 6 anni di guerra alle spalle. In seguito, con l'aumento del numero delle donne, le cose migliorarono, le norme furono progressivamente rilassate così che tutti i quadri potevano sposarsi o portare con loro i famigliari. La maggior parte dei veterani fu trasferita nelle unità produttive. Al volgere del 1955, il problema dei matrimoni tra i soldati era sostanzialmente stato risolto e il lavoro di trasferimento delle donne nello Xinjiang terminato. Quanti si sposarono dopo tale data trovarono moglie di ritorno al villaggio nativo, in altri casi invece si trattava di studentesse mandate [in Xinjiang] dagli istituti femminili.
D'altra parte, al tempo non c'era alternativa. La maggior parte delle truppe di base nello Xinjiang erano incaricate di coltivare queste terre di confine. Se i problemi matrimoniali di 200mila quadri non fossero stati risolti, sarebbe stato difficile mantenere stabile il morale delle truppe. Wang Zhen non poteva lasciarli lì scapoli ad affrontare le difficoltà dello sviluppo della regione. Inoltre il Xinjiang è una regione vastissima e per gran parte disabitata. Da una prospettiva di lungo termine, Wang riteneva bisognasse delocalizzare dalle province interne una parte consistente della popolazione. Per questo, nell'autunno del 1950, mandò nello Hunan il commissario politico Xiong Huang della 2° Armata per arruolare delle soldatesse. Egli credeva che le donne dello Hunan fossero in grado di sopportare le molte difficoltà e che se si fossero portate studentesse con una certa cultura il problema dei matrimoni dei funzionari di reggimento e battaglione sarebbe stato superato più in fretta. Così scrisse una lettera al Segretario del Partito dello Hunan Huang Kecheng, e al Capo del governo provinciale Wang Shoudao, invitandoli a collaborare. Effettivamente i due hanno dato un grande aiuto allestendo un ufficio di reclutamento a Yingpan Road (nella capitale provinciale Changsha, ndt), e pubblicando sul "Xin Hunan bao" continue notizie riguardo alla mobilitazione delle donne nell'esercito. Si esaltava il fatto che, una volta arrivate in Xinjiang, le ragazze avrebbero potuto frequentare dei corsi di russo, lavorare come operaie tessili o come trattoriste. Non si faceva parola, tuttavia, dei matrimoni. Sparsa la notizia, molte ragazze da ogni parte della provincia si affrettarono a raggiungere l'ufficio di reclutamento per proporsi come candidate e improvvisamente quell'area dove sorgeva il campo militare in cui in passato servirono Xin Qiji (poeta e militare della dinastia dei Song Meridionali, ndt) e Zuo Zongtang (statista e alto funzionario della dinasta Qing, ndt) divenne il luogo più popolare di Changsha.
*Lu Yiping nasce nel 1972 nella contea di Nanjiang, provincia del Sichuan. Di umili origini, sviluppa precocemente la passione per la letteratura. Nel marzo del 1990 decide di arruolarsi in una divisione di fanteria di stanza nel Xinjiang, una scelta che gli cambierà la vita. Nel 1996 si laurea presso il dipartimento di letteratura dell'Accademia d'Arte dell'Esercito di Liberazione Popolare. Dal 2002 fa parte dell'Associazione degli scrittori cinesi. La sua produzione letteraria ammonta a oltre dieci opere di vario genere, tra cui ricordiamo Il regno della passione, la raccolta di saggi Il libro del Tetto del Mondo e il reportage Ottomila donne dello Hunan alla volta delle Tian Shan, dato alle stampe nel 2006. In quest'ultimo utilizza una prospettiva nuova, attenendosi in maniera oggettiva ai ricordi delle protagoniste ancora in vita. Affinché il racconto fosse il più preciso possibile, Lu non solo ha girato il Xinjiang da nord a sud, ma ha anche visitato lo Hunan, il Sichuan e Pechino riuscendo a raccogliere oltre un centinaio di interviste.
(Pubblicato su China Files)
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