giovedì 8 settembre 2011

Google torna in Cina

Il caso Google è giunto ad una nuova svolta. Il motore di ricerca Usa, che l'anno scorso dopo il rifiuto di soggiacere ulteriormente al bavaglio di Pechino aveva preferito “l'esilio” ad Hong Kong, tornerà ad operare sul mercato di Internet più grande del mondo. E' giunta proprio oggi la notizia del rinnovo della licenza che permetterà al gigante del web di operare su piazza cinese per un altro anno. Un riappacificamento che se da una parte ha permesso all'azienda yankee di riaccedere ad una rete che conta più di 480milioni di utenti, dall'altra, ha dato, in extremis, alla Cina la possibilità di salvare la faccia.

La querelle tra Google e Pechino cominciata ufficilmente nel 2010, aveva mostrato le sue prime avvisaglie già nel 2009. A portare alla luce le dinamiche della controversia un cable pubblicato da Wikileaks che, omettendo le fonti, parlava di “disturbi” all'attività di Google da parte del governo cinese già durante tutto il 2009. Una guerra che, culminata con l'allontanamento del motore di ricerca americano dalla Cina continentale, sembra essere giunta ad un armistizio.

Ma la cesoia di Pechino continua ad abbattersi implacabile sui siti e i social network più popolari al di fuori dei confini dell'Impero di Mezzo: You Tube, Facebook e Twitter sono tutti vittima della censura cinese, mentre le compagnie nazionali, con in testa Baidu, sono le vere leader del mercato domestico. Secondo le stime di Analysys, società di ricerca con sede a Pechino, dopo la scelta di dirottare i propri utenti sul sito senza filtri google.com.hk , le quote dei ricavi dell'azienda americana sono crollate dal 35% al di sotto della soglia del 20%.

E, intanto, non è passato inosservato ai più come l'accordo con Google sia giunto a meno di due settimane dall'entrata in vigore di una serie di normative che sembrano minacciare la struttura legale di molte società di Internet straniere e cinesi quotate all'estero. Pechino avrà il diritto di revisione nell'acquisizione di aziende nazionali effettuate da investitori stranieri- come cita il regolamento- “per implicazioni di sicurezza nazionale”, mentre agli investitori stranieri non sarà possibile evitare la suddetta revisione con espedienti quali la stipula di contratti volti a dar loro il controllo su una società nazionale. In realtà non è ben chiaro in quale modo la normativa interesserà il settore, ma gli esperti avvertono che di fatto darà al governo cinese maggior potere discrezionale in un ambito già fortemente a rischio regolatorio; e il passato burrascoso di Google in Cina lo rende una preda particolarmente appetibile.

(A.C)
articoli correlati: http://www.itespresso.it/google-senza-filtro-e-censura-in-cina-44288.html

mercoledì 7 settembre 2011

Varanasi, così come la ricordo...


Varanasi, la città di Shiva anticamente chiamata Benares (Città della vita), sorge lungo le sponde del sacro Gange e da esso prende vita. All'alba e al tramonto i pellegrini vengono a bagnarsi nelle acque del fiume per purificarsi da tutti i peccati; si dice che esalare l'ultimo respiro a Varanasi assicuri la moksha, la liberazione dal ciclo delle rinascite.
Magica e per un certo verso angosciante, l'antica Benares funge da sfondo all'incessante alternarsi di rituali di vita e di morte, oggigiorno, purtroppo, diventati principale attrazione turistica. Ed è un vero peccato che zigzagando tra i maleodoranti vicoli della città vecchia, tra escrementi di mucche, cumuli di rifiuti e mendicanti storpi, l'occhio occidentale spesso faccia fatica ad andare oltre...


martedì 6 settembre 2011

Yao Lifa, i paladini dei diritti umani e il grande bluff di Pechino

Neanche il tempo per riassaporare la libertà: Yao Lifa, liberato il 4 settembre dopo più di due mesi di detenzione, è di nuovo sparito nel nulla. Lunedì mattina un'ultima telefonata alla moglie Feng Lin per avvertirla che non sarebbe tornato a casa per pranzo, poi più nulla.
Yao, insegnante presso una scuola elementare di Qianjian, ma ben più noto come attivista, era stato sequestrato dalla polizia lo scorso 20 giugno per cause non ancora accertate e poi rialasciato per motivi di salute. Dopo due settimane di detenzione l'uomo riuscì a fuggire lanciandosi dal secondo piano; un salto che gli costò diverse ferite e la frattura delle vertebre. Nascostosi a casa di un amico, il 6 agosto fu scovato da alcuni agenti in borghese e portato in un ostello presso il giacimento petrolifero di Jianghan, a Qianjiang. Come racconta la moglie, i due mesi seguenti furono durissimi per Yao che, senza assistenza medica e con cibo razionato, oltre a perdere 10 chili riportò anche diversi problemi allo stomaco.

Ora la perdita delle sue tracce ha indotto amici e familiari a temere in un nuovo arresto. Nome già conosciuto nel panorama politico di Qianjiang per aver vinto nel 1999 una poltrona come candidato indipendente alle elezioni locali per il congresso popolare, l'attivista si sarebbe presentato alle elezioni previste per l'estate e, secondo il parere di molti, con grandi probabilità di vittoria. Insomma, Yao era un personaggio scomodo da far sparire al più presto.

D'altra parte il copione è già arcinoto. Yao Lifa, Ai Weiwei, Chen Guancheng, Yang Hengjun sono solo alcuni dei nomi degli attivisti vittime del giro di vite messo in atto da Pechino negli ultimi mesi. E a marzo il sito web China Geeks, gestito da studiosi cinesi e stranieri, individuava i nomi di 24 dissidenti tra blogger, scrittori e avvocati dei quali si erano perse le tracce. La morsa di Pechino, che oltre alle misteriosi sparizioni ha portato anche alla condanna di altri 18 attivisti tra i quali il premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo, si fa sempre più serrata. A sei settimane dalla Rivoluzione dei Gelsomini, ondata di proteste sulla falsariga delle rivolte magrebine, ammontava già a 47 il totale delle voci di dissenso messe a tacere dal governo cinese; numeri destinati a salire a 140 entro il mese di giugno. E sebbene la protesta pacifica dei Gelsomini si sia rivelata di fatto un incredibile flop, a Zhongnanhai dal 14 febbraio non si dormono più sonni tranquilli.

Mentre la comunità internazionale solleva critiche serrate contro il modus operandi di Pechino in materia di diritti umani, la leadership cinese cerca di metterci una pezza effettuando liberazioni lampo in concomitanza con importanti visite diplomatiche: il rilascio di Ai Weiwei a ridosso della trasferta di Wen Jiabao in Europa ne è un esempio.

E anche la nuova proposta di emendamento pubblicata su Legal Daily è stata da molti letta come l'ennesimo tentativo volto a smorzare il vento di proteste che soffia da Occidente. “In casi riguardanti la sicurezza nazionale, terrorismo o seri episodi di corruzione,” cita l'articolo, “l'accusato o il sospettato potranno essere messi sotto sorveglianza in una residenza diversa dal proprio domicilio per un periodo non superiore ai sei mesi, qualora la sorveglianza presso la casa del sospettato o accusato possa intralciare le indagini. Inoltre, quando il sospettato o accusato in questione verrà messo sotto sorveglianza in una residenza diversa dal proprio domicilio, la famiglia verrà prontamente informata entro 24 ore. A meno che", specifica la proposta d'emendamento, "le autorità non riescano a raggiungere la famiglia o tale notifica non rischi nuovamente di intralciare le indagini.”
La proposta di legge ha suscitato lo sdegno della stampa internazionale la quale ha interpretato l'emendamento, , forse non del tutto erroneamente, come una legalizzazione delle sparizioni di quegli “elementi sovversivi” che Pechino deve a tutti i costi mettere a tacere.

Eppure c'è chi alla buona fede del governo ci crede ancora: “la nuova normativa rappresenta un grande passo avanti verso la modernizzazione del sistema legale cinese”, ha dichiarato alla Xinhua Song Yinghui, professore di giurisprudenza presso la Beijing Normal University. Ma in un Paese in cui non esiste la divisione dei poteri e la legge corrisponde alla volontà del Partito, il beneficio dell'illusione è ormai un privilegio per pochi.

A.C

domenica 4 settembre 2011

Un insolito cinese "take away"


“La bacchetta più veloce del Far East” fa razzie di cellulari, portafogli e altri oggetti di valore. Una telecamera di sorveglianza di un'imprecisata località della Cina mette a nudo il modus operandi dell'insolito borseggiatore che, accerchiata la vittima di solito intenta ad osservare vetrine e bancarelle, utilizzando un paio di kuaizi sfila rapidamente il prezioso da tasche e borse. E il tutto sotto gli occhi eccessivamente discreti dei passanti che non sembrano rendersi conto dell'accaduto. Secondo gli inquirenti dietro agli insoliti “furti take away” vi sarebbe una banda di ladri organizzata, operante in varie città del Paese. Il video postato su You tube è apparso anche sulla televisione cinese.


I "soliti noti": il sogno birmano infranto

Cambia il nome ma non la sostanza. Le promesse di apertura e democrazia del governo “civile” birmano, che cinque mesi fa ha nominalmente messo fine ad un ventennio di dittatura militare, non convincono l'opposizione, né tanto meno la pancia del Paese. E sebbene le pareti degli uffici governativi della capitale siano state ripulite dalle onnipresenti effigi del generale-dittatore Than Shwe, voci indiscrete sostengono che nelle questioni più importanti sia ancora lui ad avere l'ultima parola. Costituiti per il 25% da militare e per il 73% da ex uomini in divisa o esponenti dello Uspd (Union solidarity and development Party, il partito di maggioranza e longa manus della giunta militare), Parlamento ed esecutivo sono ancora presieduti dai “soliti noti”; una situazione questa, come dichiarato da Maung Maung, segretario generale del National Council of the Union Burma, che di fatto “preclude la possibilità di emendare la Costituzione, precondizione per poter partecipare alle elezioni.” E se qualcuno ancora conservava in cuor suo qualche speranza, a togliere ogni dubbio ci ha pensato il nuovo presidente Thien Sein il quale, nel suo discorso inaugurale, annunciato di voler modernizzare e rafforzare le forze armate per una migliore difesa del Paese, ha poi “gentilmente” rispedito al mittente ogni richiesta di dialogo proposta dai leader della lega Nazionale per la Democrazia (Nld).

Maltrattamenti verso la popolazione, confische, abuso di potere, e tangenti sono ancora all'ordine del giorno. Il Myanmar si barcamena faticosamente tra spinte conservatrici e tentativi riformisti; e la rischiesta di rinnovamento arriva anche dall'esercito stesso. Negli ultimi tempi, salari troppo bassi e la mancanza di qualsiasi possibilità di dialogo hanno portato le truppe di Rangoon a fare la voce grossa, e la moltiplicazione di casi di ammutinamento ne è un chiaro segno.

E neppure la serie di incontri diplomatici svoltisi lo scorso mese tra l'entourage goverantivo e la dissidente dei democratici, Aung Saan Siu Kyi, liberata dagli arresti domiciliari lo scorso novembre, sembrano aver tranquillizato gli animi. Anzi, sono in molti a credere che l'inaspettata svolta in senso pacifista intrapresa da Thien Sein celi in realtà l'ennesimo tentativo di legittimazione agli occhi di Stati Uniti e Unione Europea, le quali mantengono sanzioni economiche e commerciali nei confronti del Myanmar. Ma non è tutto. La posta in gioco è ancora più alta se si pensa alla corsa per la presidenza dell'ASEAN (Association of South-East Asian Nations) alla quale il governo di Naypidaw è candiadato per il 2014. In quest'ottica, la premio nobel per la pace, Suu Kyi, rappresenta il miglior biglietto da visita verso l'esterno che il governo “civile” birmano possiede.

(Alessandra Colarizi)

venerdì 2 settembre 2011

Zoellick: "le falle del Modello Cina"

"La locomotiva Cina" è a corto di carburante e, in rallentamento negli ultimi mesi, rischia nel prossimo decennio di giungere al capolinea. Secondo un editoriale del presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, comparso ieri sul sito web della World Bank e sul Financial Times, il Regno di Mezzo sta gradualmente esaurendo i punti di forza che gli hanno permesso negli ultimi vent'anni di conquistare il secondo posto sul podio delle potenze mondali. Durante un seminario economico tenutosi a Pechino lunedì, Zoellick alla sua quinta visita in Cina da quando nel luglio 2007 ha assunto la direzione della World Bank, ha mostrato il suo stupore per come un modello di crescita basato esclusivamente sulle esportazioni e sugli investimenti all'estero sia riuscito a raggiungere una tale espansione, sottolineando che, senza un cambiamento netto, il Dragone “corre il rischio di amplificare i problemi della sua economia e di quella globale”. Sul banco degli imputati la riduzione della crescita della produttivita', le prospettive ridotte della produzione a basso valore aggiunto e l'invecchiamento della popolazione. “Senza profonde riforme strutturali, ha proseguito il presidente della Banca Mondiale, la Cina rischia di trovarsi invischiata nella ‘trappola del reddito medio’. Nel breve periodo, il rischio è quello rappresentato dall’alta inflazione provocata dall’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Nel lungo termine, stanno venendo a mancare i fondamentali della crescita cinese.” Spine nel fianco di Pechino sono anche il problema ambientale, l'allargamento della forbice tra ricchi e poveri, lo sfruttamento energetico intensivo, le emissioni di carbonio incontrollate, un settore dei servizi sottosviluppato e l'eccessiva dipendenza dai mercati esteri. Zoellick poi, ha richiamato l'attenzione sugli elementi cardine necessari per realizzare la transizione verso un'economia di mercato; in primis la ridefinizione del ruolo dello Stato, lo Stato di diritto, il rafforzamento del settore privato e la promozione delle riforme dei mercati finanziari.

di Alessandra Colarizi

mercoledì 31 agosto 2011

La Città Proibita e l'imbarazzo del Dragone

La Città Proibita, baluardo dell'ex- Impero Celeste e per secoli orgoglio nazionale, sta diventando motivo di imbarazzo generale. Finito nella spirale scandalistica già lo scorso 9 maggio per il furto di  sette opere d'arte del valore di 10 milioni di yuan (più di un milione di euro), il Palace Museum, altro nome con il quale è conosciuta l'antica residenza imperiale, sembrerebbe essere nuovamente nei guai.

E il ritrovamento di parte della refurtiva non è bastato a scagionare l'agenzia di sorveglianza dalle accuse di lassismo alle quali si è andato ad aggiungere l'ulteriore imbarazzo per l'imperdonabile distrazione con la quale il Museo, esposto uno striscione in seta per lodare l'efficienza mostrata dall'Ufficio municipale di Pubblica Sicurezza nel gestire la situazione, ha confuso il carattere han, “proteggere”, per il suo omofono “tremare”. Mantenuto il silenzio per due giorni, il 16 maggio il microblog del Palace Museum riportava pubblicamente le scuse della direzione ammettendo l'errore. Nel frattempo l'11 dello stesso mese, a gettare nuove ombre sul Palazzo Imperiale ci ha pensato Rui Chenggang, anchorman della China Central Television (CCTV), dichiarando sul suo microblog che il padiglione Jianfu, restaurato nel 2005, sarebbe stato presto trasformato in un club esclusivo per selezionatissimi 500 membri disposti a pagare la loro iscrizione a caro prezzo.

Ma non è tutto. Messo allo scoperto dalle dichiarazione del blogger “Longcan” comparse sul web il 4 luglio, lo staff del Museo ha dovuto faticosamente ammettere la rottura accidentale di un preziosissimo piatto in ceramica di epoca Song (960-1279 d.c) durante un tentativo di restauro, mentre il 2 agosto sempre lo stesso netizen tornava a puntare il dito contro il Palace Museum per aver messo a tacere altri quattro incidenti avvenuti negli anni passati (tra questi il danneggiamento di un pannello a parete in palissandro intarsiato con fiori e uccelli di giada di epoca Qing e la perdita di alcuni libri antichi). A far perdere ulteriormente la faccia al millenario simbolo della cultura cinese un rapporto, con tanto di videofilmati, che accusava alcuni dipendenti di aver intascato nel 2009 il ricavato della vendita di biglietti in realtà mai rilasciati ai loro legittimi compratori; raggiunto un accordo con il testimone scomodo della vicenda, questa volta al Museo il silenzio è costato ben 100mila yuan (quasi 11mila euro), contro i 200mila inizialmente chiesti dall'uomo.

Poi, a rincarare la dose gli ultimi sospetti di evasione fiscale dovuti all'assenza dell'imposta di bollo sui biglietti venduti all'esterno della Duanmen Gate. Insomma il Museo più famoso della Cina, colto sul fatto, fa orecchie da mercante, preferendo continuare a nascondere sotto il tappeto i cocci rotti.

A.C

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...