giovedì 28 luglio 2016

Taipei indaga le fortune occulte del Guomindang


«Una pietra miliare per la democrazia di Taiwan». O la morte della stessa. Una nuova legge volta a far luce sulle ricchezze dei partiti acuisce la spaccatura che divide l'indipendentista Democratic Progressive Party (Dpp), uscito vincente dalle elezioni di gennaio, dallo sconfitto filocinese Guomingdan (Kmt). Sullo sfondo, le frizioni che oggi più che mai sfilacciano i rapporti tra le due sponde dello Stretto.

Taipei si accinge ad avviare un'indagine sulle fortune occulte dei partiti. Il 25 luglio lo Yuan Legislativo (ovvero il parlamento taiwanese) ha approvato una legge lungamente attesa che autorizza la realizzazione di controlli ed eventualmente la confisca di beni illeciti accumulati dai vari gruppi politici. Dopo 14 anni di ostruzionismo nazionalista, e una seduta parlamentare di 11 ore, lo «Statute on Handling the Inappropriate Assets of Political Parties and Their Affiliated Organizations»prevede l'istituzione di una commissione speciale sotto la supervisione dello Yuan Esecutivo (il gabinetto) con il compito di indagare l'origine degli asset accumulati dal Kmt prima della fine dell'era della legge marziale (1987), compresi i beni di tutte quelle organizzazioni su cui il partito ha esercitato un controllo sostanziale.

Considerato uno dei partiti più ricchi al mondo, il Guomindang vanta tra, partecipazioni in agenzie di stampa, imprese edili, ospedali e karaoke, beni pari a 18,96 miliardi di dollari di Taiwan (TWD), contro i 478,72 milioni del Dpp, tornato al governo con le elezioni dello scorso gennaio. Parte delle ricchezze risale a prima che i nazionalisti scappassero dalla mainland per rifugiarsi oltre lo Stretto alla fine della guerra civile; un'altra fetta deriva dagli asset nazionalizzati dai giapponesi, quando Taiwan era ancora una colonia nipponica (1895 - 1945). Ma il brusco svuotamento dei forzieri ha nel corso degli anni suscitato diversi dubbi sulla gestione finanziaria degli eredi di Chiang Kai-Shek, sopratutto durante l'amministrazione dell'ex presidente Ma Ying-Jeou: secondo Wealth Magazine (Caixun), nel 2000 gli asset dei nazionalisti si aggiravano ancora intorno alla cifra sbalorditiva di 600 miliardi TWD, circa 17 miliardi di euro.

Mentre la somma è stata spesso additata dai partiti rivali come fonte di «un vantaggio sleale» in campagna elettorale, negli ultimi anni non di rado accuse di appropriazione indebita contro Ma - leader del Guomindang dal 2009 al 2014 - sono partite nientemeno che dalle fila del partito stesso;sintomo di un «conflitto interno più che della reale corruzione» dell'ex numero uno di Taipei, spiega Brian Hieo sul magazine online New Bloom.

Cionondimeno, un lungo passato di corruzione, che risale ai tempi del Generalissimo, offre alla coalizione indipendentista pan-verde spunti per varie accuse. I detrattori sostengono che gran parte delle fortune accumulate dai nazionalisti derivino dai monopoli commerciali e dai contatti politici tessuti durante quasi sessant'anni di governo monopartitico. Dopo la sconfitta ad opera dei comunisti e la fuga sull'ex Formosa, il Kmt ha governato manu militari sino al 1987, rimanendo saldo al potere fino al 2000 quando per la prima volta il Dpp ha assunto le redini del paese. Salvo poi tornare all'opposizione nel 2008, in seguito alla nomina di Ma Ying-jeou alla guida della Repubblica di Cina; un ricambio - cominciato con l'arresto per corruzione del Capo di Stato progressista Chen Shui-bian - che ha segnato l'inizio di un periodo di distensione tra le due sponde dello Stretto durato sino al recente turnover politico e alla bagarre sull'interpretazione del concetto «una sola Cina», su cui la neopresidente e leader del Dpp Tsai Ing-wen continua a mantenere una posizione ambigua con grande disappunto di Pechino.

In base alla nuova legge, tutti gli asset di un partito, con l'eccezione di quote associative, donazioni politiche e sussidi governativi ottenuti dal 15 agosto 1945 - quando il Kmt ha rimpiazzato il Giappone sull'isola - sono considerati illeciti e devono essere restituiti al governo. Tutti i gruppi politici dovranno rendere conto dei propri beni alla commissione appositamente istituita entro un anno dall'entrata in vigore della legge. I trasgressori rischiano pene pecuniarie tra 1 e 5 milioni TWD.

Mentre qualcuno rimarca l'abilità con cui il Dpp è riuscito a sbloccare i processi decisionali del granitico parlamento taiwanese, la nuova leader del Kmt Hung Hsiu-chu ha definito l'Act «scorretto e antidemocratico». Stando a quanto riportava ieri il Taipei Times, i nazionalisti «chiederanno un'interpretazione costituzionale da parte del Consiglio dei Grandi Giudici per salvaguardare gli interessi del partito, ma hanno assicurato che onoreranno la promessa di donare tutti i beni in beneficenza, indipendentemente dall'esito». Lo scorso 14 luglio Hung aveva reso nota l'intenzione di «cedere tutto, a parte gli spazi per uffici acquistati legalmente e i fondi per coprire le spese personali».

(Pubblicato su China Files)

martedì 26 luglio 2016

Pazzia e superstizione nella Cina rurale


«Faccio quel che posso, e se non funziona non resta che rivolgersi a un tempio più grande con divinità più potenti. E' come per gli ospedali: se uno piccolo non riesce a curare il problema, tocca provare con uno più grande». Tao ha ottant'anni e da otto pratica rituali taoisti in un tempio incastonato tra le montagne dello Hunan, nella Cina centrale; comunica con gli dei e cura le malattie fisiche e mentali prescrivendo sacri rimedi.

Nelle campagne cinesi, le superstizioni, la medicina tradizionale, l'agopuntura, e il Tai Chi giocano ancora importanti ruoli complementari nel trattamento di pazienti con disturbi mentali, tutt'oggi considerati alla stregua di semplici sbilanciamenti energetici o di influssi demoniaci. Uno studio del 2007 condotto nella zona rurale di Liuyang dai ricercatori della Central South University di Changsha mostra che il 67 per cento degli schizofrenici cinesi preferisce ricorrere a cure popolari prima di rivolgersi agli istituti mentali, e non è detto lo faccia. Delle oltre 61mila persone intervistate in 23 villaggi, 220 avevano manifestato diversi gradi di schizofrenia.

Secondo un rapporto di Lancet, la Cina è uno dei Paesi con il più elevato tasso di malattie psichiatriche, attorno al 17,5 per cento nel 2009, contro il 26,4 per cento degli Stati Uniti in testa alla classifica mondiale. Si parla di 100 milioni di malati (16 milioni giudicati gravi) di cui solo il 20 per cento gode di un trattamento medico. La rivista scientifica avverte che il numero di tossicodipendenti e malati mentali con disturbi neurologici è destinato ad aumentare del 10 per cento nel periodo 2015-2025. Tuttavia, il 40 per cento dei pazienti con disturbi psicotici non si è mai rivolto a professionisti della salute mentale; la percentuale tra le persone soggette ad ansia e alterazione dell'umore scende al 6 per cento.

«I pazienti scelgono di cercare l'aiuto della medicina tradizionale cinese, perché - soprattutto i meno istruiti - non ritengono che il "cattivo umore" sia una malattia mentale», spiega a Sixth Tone un professore della Xiangya School of Public Health at Central South University. «Vanno dai praticanti di Tcm per problemi fisici, come l'insonnia, la stanchezza, e la letargia, che in realtà sono proprio i sintomi della depressione». Un malessere che - stando ad una ricerca condotta dall'ateneo - è responsabile per il 40 per cento dei suicidi tra gli anziani residenti nelle campagne.

Ma se l'ignoranza costituisce la principale causa «dell'allergia» all'aiuto di specialisti, in realtà i fattori ad allontanare i cittadini dalle strutture sanitarie sono molteplici. Nella seconda economia mondiale «malattia mentale» fa rima con corruzione, disonore e spese insostenibili. Oltre alla reticenza nel riconoscere l'esistenza di un problema avvertito a livello sociale come fonte di vergogna, pratiche discutibili concorrono ad alimentare la diffidenza generale verso gli ospedali psichiatrici. Nel corso degli ultimi anni non sono mancate storie di detenzioni coatte ai danni di attivisti, petizionisti e «nemici del regime», rinchiusi in centri psichiatrici dalle autorità locali intenzionate a sbarazzarsi di scomodi detrattori. A causa dell'inaccuratezza dei controlli medici, è capito che persone perfettamente sane siano state ricoverate su pressione dei parenti in seguito a dispute famigliari, venendo «sottoposte ad abusi continui». Un fenomeno noto con il nome di bei jingshen bing, «essere trasformati in malati mentali». Nel 2013, il direttore del quarto ospedale del popolo di Urumqi, capitale provinciale dello Xinjiang, ha riconosciuto che tra il 70 e l'80 per cento dei malati presenti nella struttura erano stati ammessi forzatamente.

Nelle aree rurali, volenti o nolenti, per molti il ricorso a santoni e divinatori risulta ancora l'unica opzione possibile. Gravi carenze di risorse mediche sono state rilevate nelle 832 contee più povere del Paese, dove i bassi salari faticano ad attrarre personale qualificato. Per ovviare al problema, nel 2004 Pechino ha varato il «686 Project» (secondo Harvard «il più vasto e importante progetto sulla salute mentale a livello mondiale») mirato ad assicurare assistenza sanitaria «low cost», mentre dallo scorso anno il National Mental Health Working Plan 2015-2020 lavora con l'obiettivo di raddoppiare il numero degli psichiatri rispetto agli attuali 20mila.

La nuova riforma del sistema sanitario si inserisce nel piano con cui Pechino ambisce a liberare dallo stato di povertà 12 milioni di persone l'anno, da qui al 2020. Secondo un recente rapporto rilasciato congiuntamente dalla Banca Mondiale e dai ministeri cinesi della Finanza e della Sanità, oltre la Muraglia le spese mediche crescono dell'8,4 per cento l'anno, un trend in buona parte trainato dalla prescrizione eccessiva di farmaci, attrezzature troppo costose e inutili, e dal sovraffollamento degli ospedali di prima categoria. Stando alle stime dell'istituto bancario, una pronta attuazione delle riforme in agenda si tradurrebbe in un risparmio dei costi pari al 3 per cento del Pil entro il 2035. Un contributo prezioso per il raggiungimento di una «società moderatamente prospera» (xiaokan shehui), termine mutuato dalla precedente amministrazione e inserito nei «quattro comprensivi» firmati Xi Jinping.

Dati ufficiali rivelano che in Cina il 44 per cento degli impoveriti deve il proprio stato di indigenza alle spese mediche troppo alte. Sebbene negli ultimi anni il governo cinese abbia ampliato le assicurazioni per coprire le malattie gravi, tuttavia circa la metà delle spese per le cure continua a ricadere sui malati e le loro famiglie. Una situazione che rischia di aggravarsi considerato che - secondo stime del Boston Consulting Group - entro il 2025 il costo dell'assistenza sanitaria personale dovrebbe crescere quattro volte, tanto da raggiungere gli 1,9 trilioni di dollari. Ecco che in alcuni casi appellarsi ai santi taoisti non aiuta soltanto a salvare la faccia, ma anche svariate migliaia di yuan.

(Pubblicato su China Files)

sabato 23 luglio 2016

Rassegna: Dispacci dalla Silk Road Economic Belt



L'agenda estera 2016 di Li Keqiang si è aperta con l'11esimo summit Asem di Ulambataar, primo viaggio di un premier cinese in Mongolia da sei anni a questa parte. La trasferta è giunta a a pochi giorni dall'insediamento del novo governo di Jargaltulga Erdenebat, eletto primo ministro l'8 luglio. L'incontro è stato coronato dalla firma di 10 contratti in settori che vanno dal commercio all'energia. Inoltre le due parti si sono impegnate a cancellare il debito mongolo pari a 18,83 miliardi di dollari. Secondo gli esperti gli accordi facilitano nuove sinergie tra la One Belt One Road, il progetto mongolo Steppe Road e il Trans-Eurasian Belt Development di Mosca, che consisterebbe in un network di trasporti, gasdotti, oleodotti e condotte idrche dall'Atlantico al Pacifico. China, Russia e Mongolia avevano già siglato un piano di cooperazione in occasione dell'11esimo summit SCO a Tashkent, lo scorso mese. (Montsame) (Global Times)

Xi Jinping in Ningxia per promuovere la tolleranza religiosa e l'unità del paese. Il presidente cinese ha invitato le autorità locali a promuovere una religiosità "che meglio si adatti alle caratteristiche di un paese socialista" (Xinhua). La visita è servita anche a ribadire alcuni concetti cardine del nuovo modello di sviluppo varato da Pechino, che deve essere rigorosamente "green". Il Presidente cinese ha osservato che il Ningxia costituisce un'importante barriera per la sicurezza ecologica del nord-ovest della Cina, e ha chiesto un potenziamento della costruzione di "barriere verdi". (Xinhua)

L'European Council on Foreign Relations dedica un report alle possibili sinergie tra Ue, One Belt One Road e Unione economica eurasiatica. Nel maggio 2015 - in seguito all'isolamento in cui si è trovata Mosca per i fatti di Crimea- di fatto la Russia ha evidenziato un'inversione a U nei confronti dell'OBOR. Adesso Mosca spera di aumentare la legittimità dell'Uee rendendola la partner privilegiata dell'OBOR. In realtà, per il momento la cooperazione tra i due blocchi è a livello simbolico. I paesi dell'Uee non sono veramente maturi per un'integrazione in stile Ue. Le principali economie del gruppo hanno profili che sono troppo simili tra loro per beneficiare da un'integrazione. I membri Uee commerciano tra loro meno che con i partner esterni, e negli ultimi anni il crollo dei prezzi del petrolio e il rallentamento dell'economia russa hanno causato un'ulteriore diminuzione del commercio interno. (Ecfr)

Il fallito golpe turco come monito per i governi di Kazakistan e Kirghizistan. Entrambi negli ultimi mesi hanno rischiato di capitolare per mano di gruppi d'opposizione guidati rispettivamente dal businessman kazako Tokhtar Tuleshov e da Bekbolot Talgarbekov, ex ministro dell'agricoltura kirghiso. (The Time of Central Asia)

Lo scorso anno, la tansiberiana ha trasportato un volume di merci quasi pari a quello traghettato da una sola nave. Se ancora fosse necessario, ecco l'ennesimo dato che conferma la supremazia degli scambi marittimi sulle vie terrestri. Per qualcuno è un dato sufficiente a mettere in dubbio l'intera Silk Road Economic Belt. (Bloomberg)

Negli ultimi cinque anni, 300 famiglie dello Xinjiang sono state trasferite dalle zone rurali alle città, nell'ambito del XII Piano quinquennale. 20 milioni di dollari erano stati allocati per il piano di delocalizzazione volto a mobilitare 6 milioni di persone tra pastori e contadini, ma secondo RFA il governo locale avrebbe stanziato una cifra più alta per proseguire le operazioni durante il XIII Piano quinquennale (2016-2020). (Radio Free Asia)

NAC Kazatomprom e CITIC Group hanno discusso di future collaborazioni tra Cina e Kazakistan nel settore nucleare, sopratutto per quanto riguarda il transito di uranio dal paese centroasiatico all'ex Impero Celeste e la costruzione di impianti di conversione in Kazakistan. (Trend)



Cooperazione Uzbekistan-Cina lungo la nuova via della seta
La linea ferroviaria Angren-Pap, inaugurata a giugno durante la visita uzbeka di Xi Jinping, trasporterà 6000 passeggeri e 4-6 milioni di tonnellate di merci l'anno. Ma si tratta soltanto di un piccolo passo nel processo di miglioramento della connettività nella valle di Fergana, un'area divisa amministrativamente tra Uzbekistan, Kirghizistan e Tajikistan, che costituisce uno snodo fondamentale per i trasporti tra Cina e Asia Centrale. Mentre è stata completata una strada che collega Kashgar (Xinjiang) Osh (Kirghizistan) e Andijian (Uzbekistan), rimane ancora soltanto su carta il progetto per una ferrovia tra Cina, Kirghizistan e Uzbekistan. Migliorare la sinergia tra i progetti già realizzati e quelli ancora in agenda risulta di importanza cruciale per fluidificare gli scambi tra l'Asia Centrale, Asia Meridionale e Orientale attraverso le rotte Uzbekistan-Afghanistan-Iran, Uzbekistan-Afghanistan-Pakistan e Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman-Qatar (China.org)


Una sintesi grafica dei principali progetti lanciati da Pechino in Asia Centrale nell'ambito della nuova via della seta (Financial Times)








venerdì 22 luglio 2016

Rivelato l'identikit dei foreign fighters uiguri


[AGGIORNAMENTI 25 luglio: Il Wall Street Journal mette a confronto il report della New America Fondation con uno precedente del Combating Terrorism Center di West Point. Entrambi gli studi esaminano il profilo delle reclute entrate in Siria dalla Turchia tra la metà del 2013 e quella del 2014]

Le politiche restrittive attuate da Pechino nella regione autonoma dello Xinjiang stanno spingendo musulmani insoddisfatti tra le braccia dell'Isis. A sostenerlo è un recente studio condotto dalla New America Foundation, think tank «non partisan» con base a Washington, che offre un identikit dettagliato dei foreign fighters uiguri sulla base di una serie di documenti fatti trapelare da un disertore dello Stato Islamico.

Portando ad esempio una serie di restrizioni - dalle limitazioni sull'osservanza del Ramadan al divieto per le donne di indossare il velo e per gli uomini di portare la barba - il report sostiene che l'atteggiamento liberticida mantenuto dal governo cinese è da considerarsi «tra i fattori ad aver spinto le persone a lasciare il paese per cercare un senso di 'appartenenza' altrove». Conclusione tratta dall'analisi di circa 4000 moduli di registrazioni appartenenti a reclute straniere approdate tra le truppe di Daesh tra il 2013 e il 2014, di cui almeno 114 provenienti proprio dallo Xinjiang; o meglio dall'East Turkestan, l'antico nome della regione ancora utilizzato dai separatisti e con cui tutti i miliziani uiguri citati nello studio hanno preferito identificarsi. I numeri rendono lo Xinjiang la quinta fonte di foreign fighters tra le provincie e le regioni riportate nella documentazione, preceduto soltanto da tre aree dell'Arabia Saudita e una della Tunisia.

Secondo il think tank statunitense, gli aspiranti jihadisti provengono più facilmente da «regioni con un passato irrequieto e rapporti federali a livello locale tesi». E la «disparità economica», che differenzia l'etnia maggioritaria han (i cinesi doc) e gli uiguri, concorre con la campagna repressiva a soffiare sul fuoco del malcontento popolare. Sopratutto a partire dalla fondazione della Repubblica popolare (1949), la provincia del «Far West» cinese, per usi e costumi più vicina all'Asia Centrale di quanto lo sia al resto del Paese, è stata interessata da un'ondata colonizzatrice di matrice han che non ha mancato di innescare reazioni violente a livello locale e non solo. Nella primavera del 2014, negli stessi giorni in cui il presidente Xi Jinping si trovava nello Xinjiang, un attentato dinamitardo presso la stazione ferroviaria di Urumqi ha indotto Pechino ad intensificare la campagna antiterrorismo dando il via a processi di massa ed esecuzioni multiple. Pochi mesi prima, nel marzo dello stesso anno, 31 persone erano decedute in un attacco per mano di presunti uiguri armati di coltelli a Kunming, nella provincia meridionale dello Yunnan, in quello che il governo ha definito «l'11 settembre cinese».

Le autorità puntano il dito contro i separatisti radicalizzati dello Xinjiang, alludendo a influenze d'oltreconfine e condannando la narrazione faziosa dei media occidentali restii a rimuovere il virgolettato dalla parola «terroristi» quando gli attentati avvengono entro la Grande Muraglia. Accusato numero uno è l'East Turkestan Islamic Movement (ETIM), la sigla con quartier generale in Pakistan ed estensioni in Cina, Siria, Asia Meridionale e Centrale, che secondo vari esperti non esiste più da tempo, secondo altri si sarebbe riorganizzata sotto il nome di Turkistan Islamic Party (TIP)/Hizb al-Islami al-Turkistani. Il TIP, già rubricato nella «Terrorist Exclusion List (TEL)» statunitense e bandito dall'Onu, in settimana è stato incluso nel novero delle organizzazioni terroristiche dall'Home Office britannico. Nel luglio 2014, lo stesso leader dell'Isis al-Baghdadi aveva speso parole di sostegno in favore dei musulmani oppressi da Pechino, mentre lo scorso anno era stato fatto circolare un video propagandistico ritraente bambini e un miliziano ottantenne di etnia uigura tra le fila siriane dello Stato Islamico.

Oltre a tracciare un'analisi quantitativa dell'adesione uigura al Califfato (precedentemente il Global Times aveva parlato di circa 300 miliziani tra Iraq e Siria), l'inchiesta della New America Foundation fornisce elementi qualitativi piuttosto rilevanti: le reclute uigure pare non abbiano alcun precedente nel jihad (il che smentirebbe un'affiliazione all'ETIM/TIP) e presenterebbero, rispetto alla media degli altri foreing fighters, minore esperienze all'estero, un grado di istruzione inferiore e uno scarso livello di indottrinamento religioso. Ben il 73 per cento di loro si è rivolto a Daesh dopo la presa di Mosul del giugno 2014, una vittoria che ha dato maggior lustro all'immagine del Califfato tra la comunità islamica internazionale. I moduli analizzati dal think tank rilevano inoltre la presenza di bambini fino a dieci anni d'età e persone anziane intorno agli ottant'anni. Un particolare che, come nel caso delle «jihad family» provenienti dall'Asia Centrale, parrebbe suggerire una radicalizzazione frequentemente indotta da necessità di ordine economico più che da una reale ispirazione ideologica. Anche se ormai sempre più spesso il coinvolgimento di interi nuclei famigliari viene utilizzato dai jihadisti per depistare i controlli durante il tragitto verso i teatri di guerra mediorientali.

(Pubblicato su China Files)

Rivelato l'identikit dei foreign fighters uiguri


[AGGIORNAMENTI 25 luglio: Il Wall Street Journal mette a confronto il report della New America Fondation con uno precedente del Combating Terrorism Center di West Point. Entrambi gli studi esaminano il profilo delle reclute entrate in Siria dalla Turchia tra la metà del 2013 e quella del 2014]

Le politiche restrittive attuate da Pechino nella regione autonoma dello Xinjiang stanno spingendo musulmani insoddisfatti tra le braccia dell'Isis. A sostenerlo è un recente studio condotto dalla New America Foundation, think tank «non partisan» con base a Washington, che offre un identikit dettagliato dei foreign fighters uiguri sulla base di una serie di documenti fatti trapelare da un disertore dello Stato Islamico.

Portando ad esempio una serie di restrizioni - dalle limitazioni sull'osservanza del Ramadan al divieto per le donne di indossare il velo e per gli uomini di portare la barba - il report sostiene che l'atteggiamento liberticida mantenuto dal governo cinese è da considerarsi «tra i fattori ad aver spinto le persone a lasciare il paese per cercare un senso di 'appartenenza' altrove». Conclusione tratta dall'analisi di circa 4000 moduli di registrazioni appartenenti a reclute straniere approdate tra le truppe di Daesh tra il 2013 e il 2014, di cui almeno 114 provenienti proprio dallo Xinjiang; o meglio dall'East Turkestan, l'antico nome della regione ancora utilizzato dai separatisti e con cui tutti i miliziani uiguri citati nello studio hanno preferito identificarsi. I numeri rendono lo Xinjiang la quinta fonte di foreign fighters tra le provincie e le regioni riportate nella documentazione, preceduto soltanto da tre aree dell'Arabia Saudita e una della Tunisia.

Secondo il think tank statunitense, gli aspiranti jihadisti provengono più facilmente da «regioni con un passato irrequieto e rapporti federali a livello locale tesi». E la «disparità economica», che differenzia l'etnia maggioritaria han (i cinesi doc) e gli uiguri, concorre con la campagna repressiva a soffiare sul fuoco del malcontento popolare. Sopratutto a partire dalla fondazione della Repubblica popolare (1949), la provincia del «Far West» cinese, per usi e costumi più vicina all'Asia Centrale di quanto lo sia al resto del Paese, è stata interessata da un'ondata colonizzatrice di matrice han che non ha mancato di innescare reazioni violente a livello locale e non solo. Nella primavera del 2014, negli stessi giorni in cui il presidente Xi Jinping si trovava nello Xinjiang, un attentato dinamitardo presso la stazione ferroviaria di Urumqi ha indotto Pechino ad intensificare la campagna antiterrorismo dando il via a processi di massa ed esecuzioni multiple. Pochi mesi prima, nel marzo dello stesso anno, 31 persone erano decedute in un attacco per mano di presunti uiguri armati di coltelli a Kunming, nella provincia meridionale dello Yunnan, in quello che il governo ha definito «l'11 settembre cinese».

Le autorità puntano il dito contro i separatisti radicalizzati dello Xinjiang, alludendo a influenze d'oltreconfine e condannando la narrazione faziosa dei media occidentali restii a rimuovere il virgolettato dalla parola «terroristi» quando gli attentati avvengono entro la Grande Muraglia. Accusato numero uno è l'East Turkestan Islamic Movement (ETIM), la sigla con quartier generale in Pakistan ed estensioni in Cina, Siria, Asia Meridionale e Centrale, che secondo vari esperti non esiste più da tempo, secondo altri si sarebbe riorganizzata sotto il nome di Turkistan Islamic Party (TIP)/Hizb al-Islami al-Turkistani. Il TIP, già rubricato nella «Terrorist Exclusion List (TEL)» statunitense e bandito dall'Onu, in settimana è stato incluso nel novero delle organizzazioni terroristiche dall'Home Office britannico. Nel luglio 2014, lo stesso leader dell'Isis al-Baghdadi aveva speso parole di sostegno in favore dei musulmani oppressi da Pechino, mentre lo scorso anno era stato fatto circolare un video propagandistico ritraente bambini e un miliziano ottantenne di etnia uigura tra le fila siriane dello Stato Islamico.

Oltre a tracciare un'analisi quantitativa dell'adesione uigura al Califfato (precedentemente il Global Times aveva parlato di circa 300 miliziani tra Iraq e Siria), l'inchiesta della New America Foundation fornisce elementi qualitativi piuttosto rilevanti: le reclute uigure pare non abbiano alcun precedente nel jihad (il che smentirebbe un'affiliazione all'ETIM/TIP) e presenterebbero, rispetto alla media degli altri foreing fighters, minore esperienze all'estero, un grado di istruzione inferiore e uno scarso livello di indottrinamento religioso. Ben il 73 per cento di loro si è rivolto a Daesh dopo la presa di Mosul del giugno 2014, una vittoria che ha dato maggior lustro all'immagine del Califfato tra la comunità islamica internazionale. I moduli analizzati dal think tank rilevano inoltre la presenza di bambini fino a dieci anni d'età e persone anziane intorno agli ottant'anni. Un particolare che, come nel caso delle «jihad family» provenienti dall'Asia Centrale, parrebbe suggerire una radicalizzazione frequentemente indotta da necessità di ordine economico più che da una reale ispirazione ideologica. Anche se ormai sempre più spesso il coinvolgimento di interi nuclei famigliari viene utilizzato dai jihadisti per depistare i controlli durante il tragitto verso i teatri di guerra mediorientali.

(Pubblicato su China Files)

martedì 19 luglio 2016

Il golpe turco visto da Pechino


Il fallito colpo di Stato messo in atto dall'esercito turco, in Cina ha ricevuto un'attenzione limitata sui social, ma non è passato del tutto inosservato. Nella giornata di sabato, il ministro degli Esteri Wang Yi ha invitato Ankara a ristabilire l'ordine non appena possibile, smentendo la presenza di cittadini della Repubblica popolare nel computo delle vittime. Normalmente Pechino si tiene alla larga dal prendere posizioni troppo nette davanti a questioni che riguardano la politica interna degli altri Paesi, tuttavia negli ultimi tempi non ha esitato ad esternare le proprie preoccupazioni davanti ai repentini cambi di regime nelle regioni in cui gli interessi cinesi sono più accentuati. Medio oriente e Maghreb in primis.

Mentre al di qua la Muraglia la foto simbolo del mancato golpe, quella di un uomo che fronteggia un carrarmato vicino all'aeroporto Ataturk di Istanbul, veniva accostata al «rivoltoso sconosciuto» dipiazza Tian'anmen, a circolare su Weibo, il Twitter cinese, erano sopratutto informazioni di carattere pratico per i connazionali in Turchia. E se l'analista politico Fang Shaowei ha dichiarato sul suo account che, con sommo dispiacere dei liberali, «la possibilità che un golpe avvenga in Cina è pari a zero», un altro utente ha ringraziato l'ateismo di Stato per aver salvato l'ex Impero Celeste dalla trappola della «fede religiosa», responsabile dell'ondata di radicalismo vissuta oggigiorno dal mondo arabo.

Ma, come fa notare qualcuno, negli ultimi giorni la rete cinese è stata rapita da tematiche ben più
frivole. «Weibo è tutto preso dall'attrice Zhao Wei. L'attacco terroristico di Nizza e il colpo di Stato militare in Turchia non sono riusciti ad offuscare la sua popolarità! Spero davvero che lei rimarrà sempre nel mio cuore, mia dolce, gentile Pei Rong», scrive un utente riferendosi ad uno dei personaggi interpretati dalla star cinese finita recentemente nell'occhio del ciclone per aver assoldato nel cast del suo ultimo film da regista un attore taiwanese filo-indipendentista.

Il golpe non ha comunque lasciato indifferente la stampa governativa. «L'Instabilità della Turchia potrebbe causare un effetto a catena» titolava domenica il semiufficiale Global Times, riferendosi all'attacco sferrato a Erevan contro una stazione di polizia dal gruppo d'opposizione «Nuova Armenia» a poche ore dall'escalation turca. L'editoriale, dai toni insolitamente pacati, continua commentando l'opera di pulizia messa in atto dal presidente turco Erdogan per eliminare i traditori, non senza criticare tra le righe i limiti tanto del leader quanto dell'esercito. Definendo la Turchia «il perno dell'Asia occidentale», il tabloid nazionalista ricorda che «i Paesi islamici del Medio Oriente sono spesso governati da una figura autoritaria, sia questa un re, un leader politico eletto dal popolo, o un leader religioso. Da quando ha aderito alla NATO, la Turchia non ha più avuto una figura politica potente come il padre fondatore Mustafa Kemal Atatürk. L'esercito turco, suscettibili all'influenza della NATO, è considerato come la forza principale dietro al consolidamento del processo di secolarizzazione della Turchia. I precedenti colpi di Stato [tre dal 1960 a oggi con scadenza decennale] sono riusciti a interrompere la crescita del potere conservatore». D'altronde, Pechino ha sperimentato sulla propria pelle quanto Ankara sia esposta alle pressioni dell'Alleanza dei 28, culminate lo scorso inverno nell'annullamento della gara d'appalto internazionale sulla fornitura dei sistemi di difesa missilistica precedentemente vinta dalla China Precision Machinery Import and Export Corporation.

In un editoriale a caldo, sabato il quotidiano aveva attribuito alla rivolta militare «significati di vasta portata»: «la Turchia è ben lungi dall'aver completato il movimento secolare che ha avuto inizio un secolo fa. Il Paese è ancora in bilico tra l'accettazione delle istituzioni politiche occidentali e la difesa della cultura islamica tradizionale». Poi aggiungeva che «in questo fallito colpo di stato, l'esercito ha perso contro il governo democraticamente eletto e i carri armati non sono stati in grado di conquistare il pubblico inerme. Questo potrebbe suggerire che il Medio Oriente sta attraversando una fase di cambiamento fondamentale. Invece di riuscire a innescare una rivoluzione colorata, i militari hanno incassato un duro colpo. La resa dei soldati braccia alzate ai cittadini è senza precedenti».

All'indomani del fallito colpo di Stato, l'Economic Observer ha proposto un'analisi di Qin Hui, professore della Tsinghua University, sulle difficoltà incontrate da Ankara nella lunga marcia verso l'Unione Europea. Secondo l'esperto la forte impronta islamica costituisce il principale freno ad un processo di piena integrazione nel blocco europeo, che dagli anni '80 in poi ha visto una diversificazione della membership con l'ingresso della Grecia ortodossa, ma che ancora non include nessuno Stato musulmano. Questo nonostante «la Turchia vanti un livello di sviluppo superiore a quello di altre Nazioni dell'Europa orientale e dell'Ue, come la Bulgaria, e una condizione finanziaria di gran lunga migliore rispetto ad altri Paesi dell'Europa meridionale».

Dal 2010, Cina e Turchia sono blindate da un partenariato strategico e scambi commerciali pari a 24 miliardi di dollari annui. Ma un anno fa esatto i rapporti tra i due Paesi si erano fatti tesi - in concomitanza con la festività del Ramadan - dopo i commenti solidali del governo turco a favore della minoranza uigura, di lingua turcofona e fede musulmana, che abita la regione autonoma cinese dello Xinjiang. La Turchia rappresenta un punto di arrivo per gli uiguri in fuga dalla Cina a causa delle tensioni etniche che scuotono periodicamente la regione. E talvolta le prese di posizione di Ankara sulla questione indispettiscono il regime cinese, come nel caso delle proteste turche innescate dal rimpatrio di 109 cittadini uiguri scappati in Thailandia e riconsegnati nelle mani di Pechino. All'epoca dei fatti Erdogan aveva solennemente assicurato che non avrebbe mai permesso «a nessuno di usare il territorio turco per fare qualsiasi cosa capace di recare danno agli interessi nazionali e alla sicurezza della Cina». Ma fonti diplomatiche continuano a sostenere la tesi di un coinvolgimento di Ankara nel rilascio di passaporti turchi agli uiguri riparati nel Sud-est asiatico.

Come spiegava puntualmente il Global Times, «per la Cina la Turchia è uno dei Paesi più forti del Medio Oriente, una porta d'accesso all'Europea meridionale nonché un collegamento cruciale per l'iniziativa 'One Belt One Road'. Gli interessi economici in comune sono il fattore più importante in grado di mantenere i legami tra i due Paesi sul giusto binario». In quest'ottica, la stabilità del governo di Ankara è di cruciale importanza per la buona riuscita del progetto Nuova Via della Seta. Meglio un «sultano atlantico» che un'altra primavera araba.

(Pubblicato su China Files)

mercoledì 13 luglio 2016

Mar cinese meridionale: Pechino condanna la sentenza dell'Aja


Non solo la Cina non possiede diritti storici nel Mar cinese meridionale. Ma ha anche violato la sovranità delle Filippine, conducendo esplorazioni in prossimità del Reed Bank, all'interno della zona economica esclusiva (zee) di Manila. Seppur ampiamente preannunciato, il verdetto della Corte permanente di arbitrato dell'Aja (12 luglio) non ha mancato di adirare Pechino che ancora prima dell'ufficializzazione della sentenza aveva annunciato, in segno di avvertimento, la buona riuscita di test di atterraggio in due nuovi aeroporti nell'arcipelago delle Spratly, conteso con Vietnam, Filippine, Malesia, Taiwan e Brunei. Altrettanto sospetto il tempismo con cui il ministero della Difesa cinese ha rivelato la commissione di un nuovo cacciatorpediniere lanciamissili ad una base navale sull'isola-provincia di Hainan, nel profondo sud cinese. In un breve comunicato giunto a ridosso del verdetto, il dicastero si è impegnato a «salvaguardare fermamente la sovranità nazionale, la sicurezza, i diritti e gli interessi marittimi, a sostenere la pace e la stabilità, e ad affrontare ogni tipo di sfida e minaccia». In base alla minaccia avvertite, il governo cinese si avvarrà della possibilità di istituire una zona di difesa aerea, come già avvenuto nel Mar cinese orientale.

Secondo il tribunale, Pechino avrebbe violato non meno di 14 disposizioni dell'UNCLOS (Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare) , 6 del COLREG (Regolamento internazionale per prevenire gli abbordi in mare) e una regola generale del diritto internazionale. Volendo sintetizzare le 500 pagine di documentazione, i punti salienti sono sostanzialmente cinque:

1) La «linea dei nove tratti» (che abbraccia quasi il 90 per cento del Mar cinese meridionale) e i «diritti storici» reclamati dalla Repubblica popolare non hanno alcun fondamento giuridico.

2) Le Spratly, rivendicate dalla Cina, non possono, né individualmente né collettivamente, generare una zona economica esclusiva.

3) La Cina ha violato la sovranità delle Filippine, ha interferito illegalmente con i diritti di pesca tradizionali delle Filippine, e ha creato gravi rischi di collisione, impegnandosi in pratiche di navigazione non sicure e ostruendo le navi filippine.

4) La Cina ha violato gli obblighi di preservare e proteggere l'ambiente marino, conservare le riserve ittiche, e prevenire la raccolta su larga scala delle specie in via di estinzione. Gli esperti hanno rilevato gravi danni alle scogliere.

5) Le attività di costruzione portate avanti dalla Cina sulle isole artificiali violano gli obblighi durante il procedimento di risoluzione delle controversie e non conferiscono alcun diritto legale aggiuntivo alle formazioni marine stesse.


Poco dopo l'annuncio dell'Aja, una lettera di condanna firmata da oltre 20mila persone, e redatta da giovani studiosi cinesi di stanza nei Paesi Bassi, è stata inoltrata alla divisione per gli Affari e la Legge del Mare presso l'Ufficio legale delle Nazioni Unite, oltre che ad altri organi giudiziari internazionali. «Le vere dispute nell'arbitrato sono quelle che riguardano il territorio e le delimitazioni marittime», recita il testo, «per quanto riguarda la giurisdizione, l'Unclos non affronta le dispute territoriali e le dispute di delimitazione sono state escluse dalle procedure obbligatorie secondo quanto dichiarato dalla Cina ai sensi dell'articolo 298». Nel 2014, la Cina ha rifiutato la giurisdizione della corte sostenendo che non abbia competenza sui casi che riguardano la sovranità, eccezione sollevata in passato anche da altri Paesi. Secondo quanto affermato dai media di Stato, sarebbero oltre 70 le nazioni a sostenere la posizione cinese in merito alla sovranità nelle acque contese.

La questione è stata ripresa anche dal leader cinese Xi Jinping durante un incontro con il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il capo della Commissione europea Jean-Claude Junker a Pechino per presenziare all'annuale China-EU Summit. «Insistiamo fermamente a mantenere la stabilità nel Mar cinese meridionale, e a negoziare direttamente con gli Stati coinvolti per trovare una risoluzione pacifica alle controversie, nel rispetto della storia e del diritto internazionale». Tanto Tusk quanto il Dipartimento di Stato americano hanno espresso l'augurio che entrambe le parti rispettino i loro obblighi. In tutta risposta il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha definito l'arbitrato «una farsa politica sostenuta con il pretesto legale» e manipolata da forze straniere, vago riferimento all'indigesta interferenza di Washington al fianco degli alleati asiatici nelle acque agitate. Negli scorsi giorni la stampa cinese aveva messo in dubbio la neutralità dei cinque giudici incaricati di valutare il caso quando, nel 2013 Manila si rivolse alla corte dell'Aja per mettere fine alle angherie subite dai pescatori filippini presso lo Scarborough Shoal; a suscitare diffidenza soprattutto il ruolo di Shunji Yanai, esponente della destra giapponese, incaricato di formare il collegio arbitrale.

Anche il popolo del web non ha mancato di dire la sua. In un bagno di nazionalismo, l'hashtag «arbitrato Mar cinese meridionale» (#南海仲裁案) è diventato trending topic nella serata di martedì, con 360 milioni di visualizzazioni attorno alle 21.00 ora di Pechino. Mentre il Global Times, noto per i suoi editoriali piccati, ha totalizzato 21mila commenti sul suo account Weibo dopo aver lanciato una campagna di protesta contro la decisione dell'Aja. C'è chi ha invitato i propri connazionali a boicottare i prodotti filippini, chi a dichiarare guerra al vicino asiatico, chi invece si è spinto su toni tranchant. «Come osi! Un venditore di banane che ruba il Mar cinese meridionale al proprio padre!» ironizza una vignetta xenofoba circolata sul Twitter cinese. «Bu jieshou, bu chengren, bu zhixing» («non accettare, non ammettere, non eseguire») è il meme rimbalzato dalla stampa ufficiale ai social network. Sia i post contrari alla vulgata ufficiale sia quelli ultra-nazionalisti sono finiti inesorabilmente sotto la scure dei censori.

Ma a considerarsi «parte lesa» non è soltanto Pechino. A sorpresa, il tribunale internazionale ha infatti negato a Taiping/Itu Aba (l'unica formazione naturale del Mar cinese controllata da Taiwan) lo status di isola, pestando i piedi a Taipei che ambiva a vedere formalmente riconosciuti i propri diritti di sfruttamento entro le 200 miglia nautiche, estensione massima della zee - stando all'UNCLOS la zee non viene applicata a scogli e isolotti disabitati. Allineandosi alla posizione cinese, l'ufficio di presidenza taiwanese ha fatto sapere che l'arbitrato non è da considerarsi giuridicamente vincolante. D'altraparte, non potrebbe essere altrimenti considerato che la famigerata «linea dei nove tratti» si fa risalire ad una mappa stilata negli anni '40 dal governo nazionalista, prima della fuga oltre lo Stretto. Nella mattinata di mercoledì, una nave da guerra taiwnaese ha preso il largo verso Taiping per «difendere la sovranità e il territorio di Taiwan».

(Pubblicato su China Files)

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