giovedì 8 agosto 2013

Il sogno cinese del Costituzionalismo


Due testate di Partito danno voce al dibattito che anima e divide la leadership cinese dal turnover politico dello scorso autunno. Mentre a Beidaihe era tutto pronto per i colloqui estivi dei nuovi "imperatori", lunedì scorso, l'ufficialissimo Quotidiano del popolo si scagliava senza pietà contro il concetto di "Costituzionalismo". L'idea che il governo debba essere imbrigliato da un sistema di leggi superiori a tutela dei diritti dei cittadini, per il megafono del Partito, non è altro che un complotto dell'Occidente desideroso di esportare le proprie ideologie in Cina. Una manovra coadiuvata dalle agenzie di intelligence americane fin dall'inizio della guerra fredda, con l'intento di rovesciare il socialismo.

E l'Unione Sovietica c'è cascata. Proprio il Costituzionalismo e il "socialismo democratico" (più pericoloso del capitalismo dichiarato) sarebbero le due armi che hanno condotto al collasso dell'URSS, conclude il quotidiano di Pechino, facendo eco agli avvertimenti lanciati lo scorso dicembre da Xi riguardo al lassismo ideologico del riformista russo Mikhail Gorbaciov.

Di tutt'altro avviso Study Times, rivista della Scuola centrale del Partito, che ha sottolineato l'urgenza di "riforme politiche" in un momento critico per il paese, rendendo i cittadini partecipi dell'attività legislativa e promuovendone i diritti politici.

Le due pubblicazioni non rappresentano necessariamente l'opinione di alcun leader in particolare, quanto piuttosto la diatriba in corso tra conservatori e liberali, che in Cina corrispondono rispettivamente all'ala di sinistra e destra. "C'è un dibattito in arrivo al Terzo Plenum del prossimo autunno, e le rispettive argomentazioni vengono prese in considerazione. Il contesto di riferimento è una discussione su quali siano le riforme politiche da adottare, in che misura e quando adottarle" ha spiegato a Cinasia David Goodman, professore di politica cinese e direttore del China Studies Centre presso l'Università di Sidney.

La tempesta infuria nel solito bicchiere. Il concetto di "Costituzionalismo" aveva già fatto la sua comparsa nella Charta 08, documento sottoscritto nel 2008 da alcuni intellettuali pro-riforme tra i quali il Nobel per la Pace Liu Xiaobo, finito in carcere proprio per la sua adesione al movimento. Dal rilascio della Charta 08, i riformisti cinesi hanno cominciato a fare quadrato attorno al "Costituzionalismo" -un principio considerato più "innocuo" rispetto ad altri citati nel documento, quali democrazia e pensiero repubblicano- avanzando una semplice richiesta: che il Partito rispetti quanto da lui stesso stabilito per legge.

Le storture del sistema sono evidenti: mentre la Costituzione detiene "l'autorità legale suprema", essa tuttavia "rimane sotto la direzione del Partito comunista cinese". Così, se si proclama che "nessuna legge, o regolamento amministrativo e locale deve violare la Costituzione", allo stesso tempo il controllo giudiziario è insufficiente quando non del tutto assente. Espropriazione della terra, censura e abuso di potere dei funzionari sono vietati dalla Costituzione corrente, che definisce il diritto di proprietà sacro e inviolabile, e protegge esplicitamente i diritti umani, libertà di parola, di stampa, di riunione, di associazione, di spostamento e di dimostrazione. Ma con le corti di giustizia controllate dall'Assemblea nazionale del Popolo (della quale molti membri provengono dal Pcc), manca una magistratura indipendente che sia in grado di esercitare un controllo giurisdizionale.

Lo scorso novembre, Xi Jinping, fresco di nomina a Segretario generale del Partito, commemorò il 30esimo anniversario della Costituzione con queste parole: "Nessuna organizzazione o individuo deve godere di privilegi al di là della Costituzione e delle leggi...qualsiasi azioni in violazione della Costituzione e della legge deve essere perseguita". Non mancando di sottolineare che la Costituzione "dovrebbe essere l'arma legale nelle mani dei cittadini per difendere i propri diritti".

Sulla scia delle dichiarazioni di Xi, il 2013 è cominciato all'insegna di richieste coraggiose da parte della stampa nazionale. Lo Yanhuang Chunqiu, testata liberale che raccoglie editoriali di funzionari del Pcc, ha aperto le danze titolando "La Costituzione è il consenso per le riforme politiche". Alcuni giorni prima, il professore dell'Università di Pechino, Zhang Qianfan, aveva pubblicato "Proposta per un consenso sulle riforme" nella quale, con l'appoggio di una settantina di intellettuali, chiedeva un governo in accordo con quanto stabilito nella Costituzone. Sopra entrambi gli articoli è calata la scure della censura. Una sorte toccata anche all'augurio per il nuovo anno del Southern Weekly, che giocando sul leitmotiv della nuova dirigenza cinese aveva cominciato il 2013 parlando di "Chinese Dream, Constitution Dream".

D'altra parte, quello del Costituzionalismo sembra essere un sogno di vecchia data. Vagheggiato dai riformisti dell'ultima dinastia cinese, la Qing, per risollevare il Celeste Impero dopo un secolo di umiliazione straniera; accolto (troppo tardi) dalla corte imperiale che nel 1908 delineò i principi generali della prima Costituzione cinese, promulgata tre anni dopo e abolita il primo gennaio 1912, quando la Cina divenne ufficialmente una Repubblica. L'anno successivo il primo premier eletto democraticamente veniva assassinato dando inizio ad un ventennio di sconvolgimenti, tra lotte di potere, occupazione giapponese e guerra civile tra Nazionalisti e Comunisti.

Il paese attraverserà un'evoluzione passando dal "militarismo, alla tutela politica, fino al Costituzionalismo" aveva profetizzato il padre della Repubblica Sun Yat-sen. L'ultima tappa fu raggiunta nel 1947, ma dopo soli due anni il governo repubblicano dovette battere in ritirata a Taiwan, leccandosi le ferite inferte dai fratelli Comunisti. Anche aldilà dello stretto, la breve parentesi costituzionale fu sostituita da un governo militare "temporaneo" al potere sino alla democratizzazione del 1987.

"Nonostante il loro fallimento finale, i precedenti tentativi di stabilire un ordine costituzionale hanno piantato un seme nella mente del popolo cinese, una memoria che può ancora essere rianimata" scrive Ashley Sun su The Atlantic.

Quella memoria ha cercato di riportarla in vita da dietro le sbarre Xu Zhiyong, l'attivista fondatore del "Nuovo Movimento dei Cittadini" agli arresti dalla metà di luglio. Con un video messaggio girato in segreto nella sua cella pochi giorni fa, Xu ha esortato i suoi compatrioti a "essere cittadini", sostenendo i diritti e gli obblighi previsti dalla Costituzione. Preso in custodia e messo ai domiciliari più volte dal 2009 a oggi, Xu è stato accusato di "disturbo dell'ordine pubblico". Una mossa che ha sollevato ulteriori perplessità circa le posizioni liberali che Xi Jinping dovrebbe aver ereditato dal padre, ex-vicepremier di ispirazione riformista. Rimane pure sempre l'ipotesi di un cortocircuito tra governo centrale e periferia, dove i quadri locali spesso rispettano l'ordine di mantenere la stabilità sociale con metodi a dir poco "disinvolti".

"Gli agenti di pubblica sicurezza (e di altre agenzie) spesso agiscono unilateralmente a livello locale. Ma non vi è alcuna connessione specifica tra il giro di vite ai danni di questi dissidenti e il dibattito della carta stampata" ha continuato Goodman "Attivisti come Xu possono approfittare del dibattito in corso per esprimere opinioni che rischiano di risultare sgradevoli a qualcuno dei leader. Ma più probabilmente Xu è finito nei guai semplicemente perché era già nel radar della sicurezza".










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