lunedì 11 giugno 2018

L'ultima tribù delle caverne



A oltre duemila metri di altitudine, incastonato tra le formazioni carsiche della provincia del Guizhou, il villaggio di Zhongdong non ne vuole sapere di lasciare il posto alla modernizzazione “con caratteristiche cinesi”, lanciata dall’amministrazione Xi Jinping per rimuovere le ultime sacche di povertà dalle aree più remote della Cina.

“Non la definirei una bella vita. Ma qui, nella grotta, non abbiamo bisogno di far fronte al freddo in inverno o al caldo in estate. I funzionari governativi sono venuti molte volte, ma non vogliamo trasferirci”, commenta ai microfoni del South China Morning Post Luo Dengguang, uno dei cento abitanti che popolano Zhongdong, l’insolita comunità nata in una grotta nel Getu River National Park, prima che la riserva divenisse paradiso dei climber. Larga oltre 100 metri, alta 50 e profonda 230, la caverna ospita 18 famiglie fin da quando all’epoca della fondazione della Repubblica popolare (1949) un primo nucleo, appartenete alla minoranza etnica Miao, la scelse come riparo per sfuggire ai banditi. Da allora la comunità ha raggiunto un’apparente autosussitenza, conducendo una vita prevalentemente agricola: a Zhongdong si semina mais in piccoli “campi” ricavati tra le rocce e si allevano maiali, polli e bovini. Le abitazioni, costruite in legno e bambù, occupano la parte più esterna della grotta mentre l’interno risulta perlopiù inutilizzato. Nei primi anni Duemila, l’arrivo di un misterioso viaggiatore americano ha portato persino la corrente elettrica e una scuola per i più piccoli, fino a quando il governo non ha imposto che l’istruzione dovesse essere impartita negli istituti di distretto, a circa due ore dal villaggio.

Nonostante l’apparente idillio, vivere a Zhongdong è tutt’altro che facile. La principale fonte di sostentamento dei suoi abitanti arriva dai parenti inurbati, dai sussidi statali o da quelle poche decine di turisti che affluiscono durante l’alta stagione per sperimentare la vita e la cucina dell’ultima “tribù cinese delle caverne”. Distante quaranta minuti di cammino e oltre un’ora di macchina dal principale centro abitato, a Zhongdong il terreno è sterile e la mancanza di accesso alle strade impedisce alla gente del posto di condurre qualsiasi attività commerciale. Secondo dati del governo locale, mentre il reddito medio annuo nelle zone rurali del Guizhou è di 8.800 yuan (1.400 dollari), nella zona di Getu si assesta sui 3.800 yuan rasentando la soglia di povertà, stando agli standard cinesi, e oltrepassando il limite posto dalla Banca Mondiale.

Questo spiega perché nell’ultimo anno il pressing esercitato dalle autorità sugli ostinati “cavernicoli” sia diventato più insistente. Mancano appena due anni allo scadere del termine entro cui Pechino si è imposto di sconfiggere la povertà in tutto il paese, obiettivo in cima all’agenda personale di Xi Jinping. E sebbene nell’ultimo lustro 8,3 milioni di persone siano state rilocalizzate verso le aree più sviluppate, alla fine del 2017 erano ancora 30 milioni i cinesi a vivere in stato di indigenza estrema, circa il 2% della popolazione. Stando ai piani della leadership, altri 2,8 milioni di poveri sono destinati a lasciare il luogo di origine entro l’inizio del prossimo anno.

Con l’obiettivo di aprire Zhongdong al turismo, nel 2008 il governo ha cercato di stanare la comunità delle grotte offrendo case in muratura appena sotto l’attuale villaggio. Ma la scarsa adattabilità della popolazione al nuovo habitat e la paura di perdere il controllo sulla terra ha presto condannato l’esperimento al fallimento. “Per prima cosa, non eravamo abituati a vivere in queste case, dove tutto intorno si bagna nei giorni di pioggia. Questo nella grotta non avviene”, spiega al South China Morning Post un abitante di Zhongdong che, dopo aver vissuto per anni nelle province più dinamiche della Cina, ha deciso di ritornare sui suoi passi vinto dalla nostalgia per la sua vecchia casa.

Le lamentele sollevate dalla popolazione di Zhongdong fanno eco a quanto denunciato dai residenti della contea di Lin, nella provincia dello Shanxi, una delle poche aree della Cina a ospitare ancora gli yaodong, tradizionali abitazioni ricavate sulle pareti dell’altopiano del Loess e utilizzate dalla popolazione del Nordovest da millenni. Si stima che nel 2006 fossero ancora 40 milioni le persone a vivere in queste case-grotta, dove la terra sabbiosa funge da isolante contro le escursioni termiche. Le sistemazioni proposte come alternativa dalle autorità si sono rivelate deludenti e non in linea con gli standard preannunciati, mentre l’alto costo della vita cittadina mette a dura prova le capacità di sopravvivenza dei locali, in maggioranza contadini avanti con gli anni. Insomma, per la tribù delle caverne il “sogno cinese” rischia di tramutarsi in un incubo.

[Pubblicato su Il Fatto quotidiano]

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