martedì 12 giugno 2018

In Cina e Asia



Il vertice di Singapore si è concluso con un comunicato congiunto in quattro punti dai toni più che mai vaghi.

1)Gli Stati Uniti e la Corea del Nord si impegnano a stabilire nuove relazioni in conformità con il desiderio dei popoli dei due paesi per la pace e la prosperità.
2)Gli Stati Uniti e la RPDC uniranno i loro sforzi per costruire un regime di pace duraturo e stabile nella penisola coreana
3)Riaffermando quanto espresso nella Dichiarazione di Panmunjom del 27 aprile 2018, la RPDC si impegna a lavorare per la completa denuclearizzazione della penisola coreana
4)Gli Stati Uniti e la RPDC si impegnano a recuperare i resti dei prigionieri di guerra e i dispersi in azione, compreso il rimpatrio immediato di quelli già identificati

Bloomberg sta raccogliendo in tempo reale le impressioni degli esperti e per il momento a spiccare è soprattutto il riferimento a una “denuclearizzazione completa” anziché alla dicitura sponsorizzata da Washington che prevede l’aggiunta degli aggettivi “irreversibile e verificabile”. La palla ora passa al Segretario di Stato Mike Pompeo che rimarrà in Asia per continuare le negoziazioni con i funzionari nordcoreani, prima di recarsi in Cina, Giappone e Corea del Sud per informare gli altri partner sugli esiti dello storico vertice.

E ora la Corea del Nord guarda alle riforme economiche
Lontano dai riflettori di Singapore, Trump l’ha messo bene in chiaro. Anche in caso di colloqui fruttuosi, non saranno gli Stati Uniti ad assumersi i costi della ristrutturazione economica nordcoreana, bensì dei suoi vicini asiatici: Corea del Sud, Giappone, in parte la Russia, ma sopratutto la Cina. All’indomani del primo faccia a faccia tra Kim e Moon Jae-in, Seul aveva reso noto un piano di integrazione economica tra le due Coree che prevede la costruzione di infrastrutture ferroviarie e stradali lungo le coste orientale e occidentale, oltre che alla ripresa delle attività congiunte all’altezza del confine. La Cina dal canto suo può puntare sull’espansione di vecchi progetti mai decollati a causa del raffreddamento dei rapporti diplomatici. Sopratutto impianti idroelettrici lungo il fiume Yalu e le due isolette Hwanggumpyong e Wihwa. Probabilmente si tratterà di un’apertura graduale e fortemente centralizzata sotto la guida statale sul modello denghiano. Gli esperti pronosticano l’inaugurazione di zone economiche speciali, come il parco industriale di Kaesong gestito congiuntamente con il sud e la Wonsan Special Tourist Zone, dove Kim ha fatto erigere uno ski resort e un nuovo aeroporto per attrarre visitatori.

…E lungo il confine sino-coreano si fiutano nuovi affari

Intanto lungo il confine sino-coreano è frenesia da investimenti. La prospettiva di un possibile allentamento delle sanzioni contro Pyongyang ha già portato un incremento sostanziale delle attività economiche a Dandong, la città sul lato cinese del fiume Yalu. Nel solo mese di maggio il complesso residenziale Singapore City, lanciato nel 2008 senza troppo successo, ha messo a segno la vendita di 587 unità immobiliari, quattro volte quanto totalizzato ad aprile. Questo ha fatto schizzare i prezzi dai 4000 yuan al metro quadro del 2015 agli attuali 6000, tanto che le autorità locali hanno già giurato tolleranza zero verso la speculazione immobiliare promettendo misure anti-bolla. Non si può dire lo stesso per il contrabbando di merci e frutti di mare, silenziosamente tornato in auge dopo il primo viaggio di Kim in Cina. Come spiega il Global Times, la ripresa degli scambi con il Regno eremita è funzionale alla rivitalizzazione delle province del Nordest cinese.

Lo scenario di una penisola coreana unita

Un accordo di pace potrebbe essere il primo passo verso una distensione e l’unificazione tra Nord e Sud. Ma, dopo 70 anni di divisione, come potrebbe essere una penisola unita? Sulle colonne del Nikkei alcuni esperti si confrontano con le criticità del caso, partendo dalla Germania dopo la caduta del muro di Berlino. Circa 30mila disertori nordcoreani fuggiti al Sud hanno sperimentato sulla propria pelle il disagio del passaggio da un sistema comunista, in cui il ruolo del governo è onnipresente in ogni aspetto della vita, alle libertà e competitività di un sistema democratico. Per non parlare del rischio di discriminazioni creato dall’apartheid tra cittadini del Nord e del Sud. E poi ci sono i costi materiali di una riunificazione: 2 miliardi di miliardi solo nei primi dieci anni.

L’Asia scommette (letteralmente) sui Mondiali di Russia

Con l’apertura dei Mondiali di Russia, volano le scommesse illegali in Asia. Le puntate fuori legge sono particolarmente diffuse in paesi come la Thailandia e la Malesia, dove il calcio è estremamente popolare, ma non esistono alternative legali, spiegano gli esperti del settore del gioco d’azzardo. Persino nella Corea del Sud e a Hong Kong — dove le scommesse sono permesse sotto gli organismi registrati — i canali illegali superano in media il mercato ufficiale. I bookmaker operano attraverso piattaforme online e mobile, che offrono una gamma più ampia di opzioni di scommessa rispetto ai venditori autorizzati e complicano il lavoro di controllo della polizia, mentre i pagamenti sono resi più facili grazie alla proliferazione delle criptovalute. Secondo Jockey Club quest’anno le scommesse illegali frutteranno 68 miliardi di dollari nella sola Hong Kong, 81 milioni di euro solo nel periodo della Coppa del Mondo. I Mondiali minacciano anche le entrate della capitale del gioco d’azzardo Macao, destinata a vedersi strappare una fetta consistente del business a causa delle scommesse online.

Vietnam: oltre 100 arresti tra i manifestanti anti-Cina

Ammontano ad oltre 100 gli arrestati nell’ambito delle proteste anticinesi scaturite in varie città del Vietnam, con cui Pechino è ai ferri corti per questioni di sovranità. Pietre e molotov sono state scagliate contro i palazzi del potere nella provincia di Binh Thuan in segno di protesta contro il programma che vede l’istituzione di zone economiche speciali in cui partner stranieri potrebbero ottenere il controllo della terra per 99 anni. “Nessun affitto alla Cina nemmeno per un solo giorno”, recita uno striscione retto dai manifestanti. Dopo aver usato idranti e gas lacrimogeni per disperdere la folla, le autorità hanno già annunciato di aver posticipato l’approvazione del piano per accertamenti.

La furia travolge il Vietnam mentre altri paesi del Sud-est asiatico, storicamente fedeli, cominciano a mettere in dubbio i rapporti economici con il gigante della porta accanto. Sono sopratutto i partiti d’opposizione a mettere i bastoni tra le ruote. Mentre in Malaysia il “nuovo” premier Mahathir promette di rinegoziare i termini di accordi commerciali (compresa la TPP) e progetti infrastrutturali i leader dell’opposizione cambogiana e maldiviano in esilio promettono — una volta al potere — di difendere il territorio del loro paese dalle pratiche predatorie cinesi. Segno di come la politica interna dei paesi toccati dalla nuova via della seta rischia di incidere profondamente sulla realizzazione del progetto.

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