venerdì 28 ottobre 2011
"50milioni di balene in nuoto verso Bangkok"
Cosa hanno a che fare le balene con Bangkok? La domanda è più che lecita, data la distanza che separa la capitale thailandese dalla costa, è piuttosto improbabile che milioni di cetacei stiano risalendo il fiume Chao Praya diretti verso la città. E in effetti non centrano proprio nulla, se non per il fatto che rendono molto bene l'idea dello stato di emergenza in cui si trova l'antico regno del Siam, dallo scorso luglio colpito da devastanti alluvioni: il centro del Paese si è infatti trasformato in un enorme lago la cui massa d'acqua è pari a quella di 50milioni di balene, le quali, defluendo lentamente verso sud, si troveranno inevitabilmente a passare per Bangkok- situata a metà tra la pianura centrale e il mare- che al momento appare come un'isola galleggiante. I quartieri periferici sono già stati raggiunti dall'acqua, mentre il cuore della città è ancora asciutto (leggi approfondimenti su Asia blog), sebbene ci sia una possibilità su due che, nei prossimi giorni, venga anch'esso sommerso.
In Thailandia, quest'anno le piogge torrenziali hanno già causato 370 vittime e le previsioni sono tutt'altro che ottimistiche: secondo l'ufficio dell'Onu per il Coordinamento degli Affari Umanitari, nel weekend 1,2 miliardi di metri cubi d'acqua si riverseranno nella capitale; un volume pari a quello di 480mila piscine olimpiche.
Intanto l'esodo è cominciato ormai da giorni: molti dei 12milioni di residenti stanno lasciando Bangkok nel terrore di rimanere intrappolati, in quanto si ipotizza che la capitale possa rimanere "ostaggio" delle inondazioni per quattro settimane di fila. Ed è già allarme per le scorte d'acqua: alcuni bacini idrici che forniscono acqua potabile sono stati contaminati, mentre risulta sempre più difficoltoso lo smaltimento dei rifiuti, con un possibile rischio di epidemie. Anche il settore industriale ha subito pesanti ripercussioni a causa della scarsa reperibilità di alcuni materiali necessari per il processo produttivo, ed è probabile che questa situazione influenzerà tutto il mercato mondiale, causando notevoli oscillazioni dei prezzi.
Quella di quest'anno è stata la peggiore alluvione degli ultimi 50anni, frutto di una stagione delle piogge che sembra non avere alcuna intenzione di finire.
giovedì 27 ottobre 2011
Chen Guancheng: quando l'amore diventa dissenso
Amare la famiglia, in Cina, può costare molto caro: Chen Guangcheng, 39 anni, originario della provincia dello Shandong, sei anni fa ha sfidato il diktat del governo violando la legge del figlio unico. Il frutto del suo amore, una bambina "clandestina", è stata privata di tutti i diritti civili; quanto a lui, ha già scontato quattro anni e tre mesi di lavori forzati nei laogai (l'accusa ufficiale fu di danneggiamento di immobili e blocco del traffico mentre era a capo di una manifestazione), ma la sua odissea è appena all'inizio: ora il suo nome rientra nella lista nera delle voci scomode che Pechino deve mettere a tacere.
Sebbene cieco dalla nascita, in un Paese in cui la popolazione brancola nel buio sottoposta al bendaggio delle autorità, Chen sembra vederci meglio di tanti altri e, una volta riassaporata la libertà nel settembre 2010, non ha rinunciato a portare avanti la sua battaglia. Sottoposto agli arresti domiciliari insieme alla moglie e alla figlia (il primogenito è stato strappato ai genitori e affidato ai nonni per ordine del giudice tutelare), la famiglia Chen è riuscita a gabbare i controlli governativi e a comunicare con il mondo esterno attraverso un "video-denuncia", diffuso in seguito da China Aid.
La risposta del Partito non si è fatta attendere: lo scorso febbraio dieci funzionari locali, fatta irruzione nella residenza del dissidente, hanno pestato a sangue i due coniugi per due ore di seguito; la donna è svenuta a causa delle percosse subite. Ma non solo. La famiglia Chen è stata in seguito privata dei beni di prima necessità e dei medicinali di cui Guangcheng necessita a causa di alcuni disturbi cronici, mentre l'abitazione è stata trasformata in una prigione: sigillate le finestre, sequestrati oggetti tra i quali computer, televisione, il bastone per ciechi dell'uomo e i giocattoli della figlia. Un impianto di telecamere monitorizza ogni movimento all'interno della casa-prigione per scongiurare ogni pericolo di fuga.
Chen Guangcheng, che nel 2005 aveva denunciato i metodi poco ortodossi per il controllo delle nascite adottati dalle autorità di Linyi - che vanno dalle percosse agli aborti coatti - ha messo in luce un bilancio agghiacciante: nella provincia dello Shandong, in un solo anno, sarebbero state imposte oltre 7mila sterilizzazioni forzate. Oggi, con un totale di 130mila denunce per aborti coatti, il nome del dissidente appare nella classifica dei "100 uomini che hanno dato forma al mondo", stilata dal Time.
Entro i confini della Grande Muraglia, la rete ha dimostrato la sua solidarietà nei confronti dell'attivista, pubblicando online oltre 210 fotoritratti in venti giorni, contraddistinti tutti dagli occhi coperti a simboleggiare quella menomazione fisica che non ha, tuttavia, impedito a Chen di vedere le ingiustizie che lacerano il suo Paese. "Supportiamo Guangcheng, aiutiamo Guangcheng" è il nome della campagna lanciata su internet e che sta diventando il leitmotiv dei microblog in salsa di soia, mentre il polverone mediatico si sposta dal web alla carta stampata, innescando una querelle che vede quotidiani dalle inclinazione più liberali opporsi agli organi di stampa governativi (leggi: Oriental Morning Post VS Global Times).
Anche la comunità internazionale è in grande apprensione per la sorte dell'attivista cinese, da alcuni dato già per morto. Al tam tam degli ultimi tempi, che ha dato vita a quello che viene chiamato sarcasticamente dai netizen " turismo di avventura nello Shandong", ha fatto seguito un'ulteriore stretta della polizia locale: diversi amici e giornalisti stranieri sono stati arrestati o hanno subito minacce per aver tentato di avvicinarsi all'abitazione del dissidente cinese, e chiunque cerchi di entrare nel villaggio di Dongshigu fa inesorabilmente ritorno a casa con una buona dose di lividi.
Intanto la voce del dissenso arriva al grande pubblico proprio grazie alla mediazione dell'Occidente: Women's Right Without Frontiers, in collaborazione con il CNN e China Aid, ha realizzato un video nel quale è lo stesso Chen Guangcheng ha rilasciare una breve, sebbene pungente, dichiarazione d'intenti: “La cosa che possiamo fare è dominare il terrore e denunciare la loro sfacciataggine che è disumana e priva di coscienza. Dobbiamo esporre ogni loro misfatto nascosto. Per la realizzazione di questo video sono perfettamente pronto, so che possono torturarmi come fecero con Gao Zhisheng (altro dissidente cinese) ma non ho paura”.
Ora, gettato il sasso, non resta che attendere la risposta di Pechino; e dovrà essere una risposta ben ponderata se si vuole evitare che Chen Guangcheng diventi un secondo Liu Xiaobo.
leggi anche:Yao Lifa, i paladini dei diritti umani e il grande bluff di pechino e intervista a Reggie Littlejohn
Sebbene cieco dalla nascita, in un Paese in cui la popolazione brancola nel buio sottoposta al bendaggio delle autorità, Chen sembra vederci meglio di tanti altri e, una volta riassaporata la libertà nel settembre 2010, non ha rinunciato a portare avanti la sua battaglia. Sottoposto agli arresti domiciliari insieme alla moglie e alla figlia (il primogenito è stato strappato ai genitori e affidato ai nonni per ordine del giudice tutelare), la famiglia Chen è riuscita a gabbare i controlli governativi e a comunicare con il mondo esterno attraverso un "video-denuncia", diffuso in seguito da China Aid.
La risposta del Partito non si è fatta attendere: lo scorso febbraio dieci funzionari locali, fatta irruzione nella residenza del dissidente, hanno pestato a sangue i due coniugi per due ore di seguito; la donna è svenuta a causa delle percosse subite. Ma non solo. La famiglia Chen è stata in seguito privata dei beni di prima necessità e dei medicinali di cui Guangcheng necessita a causa di alcuni disturbi cronici, mentre l'abitazione è stata trasformata in una prigione: sigillate le finestre, sequestrati oggetti tra i quali computer, televisione, il bastone per ciechi dell'uomo e i giocattoli della figlia. Un impianto di telecamere monitorizza ogni movimento all'interno della casa-prigione per scongiurare ogni pericolo di fuga.
Chen Guangcheng, che nel 2005 aveva denunciato i metodi poco ortodossi per il controllo delle nascite adottati dalle autorità di Linyi - che vanno dalle percosse agli aborti coatti - ha messo in luce un bilancio agghiacciante: nella provincia dello Shandong, in un solo anno, sarebbero state imposte oltre 7mila sterilizzazioni forzate. Oggi, con un totale di 130mila denunce per aborti coatti, il nome del dissidente appare nella classifica dei "100 uomini che hanno dato forma al mondo", stilata dal Time.
Entro i confini della Grande Muraglia, la rete ha dimostrato la sua solidarietà nei confronti dell'attivista, pubblicando online oltre 210 fotoritratti in venti giorni, contraddistinti tutti dagli occhi coperti a simboleggiare quella menomazione fisica che non ha, tuttavia, impedito a Chen di vedere le ingiustizie che lacerano il suo Paese. "Supportiamo Guangcheng, aiutiamo Guangcheng" è il nome della campagna lanciata su internet e che sta diventando il leitmotiv dei microblog in salsa di soia, mentre il polverone mediatico si sposta dal web alla carta stampata, innescando una querelle che vede quotidiani dalle inclinazione più liberali opporsi agli organi di stampa governativi (leggi: Oriental Morning Post VS Global Times).
Anche la comunità internazionale è in grande apprensione per la sorte dell'attivista cinese, da alcuni dato già per morto. Al tam tam degli ultimi tempi, che ha dato vita a quello che viene chiamato sarcasticamente dai netizen " turismo di avventura nello Shandong", ha fatto seguito un'ulteriore stretta della polizia locale: diversi amici e giornalisti stranieri sono stati arrestati o hanno subito minacce per aver tentato di avvicinarsi all'abitazione del dissidente cinese, e chiunque cerchi di entrare nel villaggio di Dongshigu fa inesorabilmente ritorno a casa con una buona dose di lividi.
Intanto la voce del dissenso arriva al grande pubblico proprio grazie alla mediazione dell'Occidente: Women's Right Without Frontiers, in collaborazione con il CNN e China Aid, ha realizzato un video nel quale è lo stesso Chen Guangcheng ha rilasciare una breve, sebbene pungente, dichiarazione d'intenti: “La cosa che possiamo fare è dominare il terrore e denunciare la loro sfacciataggine che è disumana e priva di coscienza. Dobbiamo esporre ogni loro misfatto nascosto. Per la realizzazione di questo video sono perfettamente pronto, so che possono torturarmi come fecero con Gao Zhisheng (altro dissidente cinese) ma non ho paura”.
Ora, gettato il sasso, non resta che attendere la risposta di Pechino; e dovrà essere una risposta ben ponderata se si vuole evitare che Chen Guangcheng diventi un secondo Liu Xiaobo.
leggi anche:Yao Lifa, i paladini dei diritti umani e il grande bluff di pechino e intervista a Reggie Littlejohn
mercoledì 26 ottobre 2011
Essere donna in Cina, tra violenze ed emancipazione
Se nell'antica società confuciana la donna era sottomessa alla figura maschile attraverso l'osservanza dei "tre principi d'obbedienza" (sottomissione al padre prima del matrimonio, quindi al marito e, in caso di vedovanza, al fratello), i numeri parlano chiaro: oggigiorno la discriminazione femminile continua ad annidarsi tra le mura di casa. Secondo i risultati di un'indagine condotta da All-China Women's Federation pubblicati sul South China Morning Post, in Cina, circa un quarto delle donne sposate ha subito una qualche forma di abuso durante il matrimonio, e per più del 5% le violenze familiari sono ancora una realtà di tutti i giorni. Il 24,7% è stato sottoposto ad umiliazioni verbali, abusi sessuali e restrizioni della propria libertà, perdendo il controllo delle proprie finanze; il 5,5% è vittima di maltrattamenti fisici, con un tasso del 7,9% nelle zone rurale e del 3,1% nelle aree urbane.
Eppure, nonostante l'alta percentuale di abusi domestici metta a nudo una società tradizionalmente patriarcale e misogina, i dati statistici dimostrano che, rispetto a dieci anni fa, il numero delle donne in grado di fare resistenza ai soprusi familiari è in netta crescita; oggi denunciano la loro situazione alle autorità e si rivolgono alle associazioni femminili, sdoganando un tabù che per decenni le aveva costrette al silenzio. "Fino a qualche anno fa gli abusi domestici erano considerati 'affari di famiglia' e, in quanto tali, non potevano uscire dalla porta di casa. Ora invece le vittime sono sempre più propense a cercare aiuto nei tribunali e negli organi di giustizia. C'è una maggiore consapevolezza e anche la legge sembra finalmente aver preso una posizione più drastica al fine di combattere questo fenomeno" ha dichiarato Zhen Yan, vice-presidente della All-China Women's Federation.
D'altra parte le violenze domestiche spesso sono ancora ritenute un 'problema di coppia', risolvibile semplicemente attraverso il dialogo tra i coniugi, piuttosto che con il coinvolgimento della Corte. L'avvocato per la difesa dei diritti delle donne, Lu Xiaoquan, ha sottolineato l'importanza di "sensibilizzare l'opinione pubblica e far rispettare le norme vigenti" perché, purtroppo, tutt'oggi la responsabilità, in alcuni casi, va ancora attribuita alla scarsa solerzia delle forze dell'ordine. Ne è esempio lampante la storia di Shanshan Dong, 26enne che, dopo essere stata picchiata e umiliata in pubblico dal marito, sebbene avesse invocato l'aiuto della polizia ben otto volte, è stata abbandonata a sé stessa. Nell'ottobre del 2009 la giovane donna è morta per gravi lesioni agli organi vitali, sotto le percosse del coniuge. Il colpevole se la cavò con sei anni di reclusione per abusi, scampando alla ben più pesante accusa di omicidio colposo. Questa è la giustizia in Cina. "La morte di Shanshan evidenzia le mancanze di un sistema giudiziario che non tiene sufficientemente in considerazione il problema delle violenze domestiche" ha aggiunto Lu.
Le autorità competenti stanno ancora lavorando alla stesura di un progetto di legge autonomo che copra nello specifico questo tipo di crimini, al momento trattati ancora in maniera superficiale dalla legge sul matrimonio. Secondo gli addetti ai lavoro, una normativa contro le violenze familiari sarebbe già comparsa nell'agenda di agosto del Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo.
"Eppur qualcosa si muove". Sempre lo stesso sondaggio ha evidenziato che l'85% delle donne si dice soddisfatta della propria situazione familiare e del proprio status sociale: ha un maggior livello di istruzione, conduce uno stile di vita più sano ed esercita un controllo maggiore sulle finanze familiari di quanto non facesse in passato. Tutto questo però ha un prezzo: il riscatto femminile in Cina (ma direi non solo) deve fare i conti con la discriminazione in campo lavorativo. Soltanto il 2,2% delle donne - contro il 4% degli uomini - riveste cariche di primo piano all'interno di aziende, enti statali o uffici governativi, mentre circa l'80% degli incarichi per "talenti di alto livello" sono ancora ricoperti da uomini. Le percentuali non fanno giustizia se si pensa che, secondo le statistiche, le donne si trattengono sul posto di lavoro 37 minuti in più rispetto ai loro omologhi maschili, e hanno all'incirca un'ora in meno per il tempo libero durante i giorni di riposo.
Ma nonostante nelle grandi città l’emancipazione economica femminile sia un fenomeno in costante crescita - secondo le classifiche del Forbes e del Sunday Times dell'ottobre 2010, nella classifica delle donne più ricche del pianeta il primato spetterebbe infatti alla Cina - nelle zone rurali i principali beni della famiglia quali abitazioni, automobili e depositi bancari sono ancora tutti intestati a nome del marito mentre alle donne viene affidato il solo compito di crescere i figli e coltivare i campi.
Insomma sono passati secoli, ma, a quanto pare, l'eredità confuciana continua a dettare legge più di quanto non lo faccia la Corte.
Eppure, nonostante l'alta percentuale di abusi domestici metta a nudo una società tradizionalmente patriarcale e misogina, i dati statistici dimostrano che, rispetto a dieci anni fa, il numero delle donne in grado di fare resistenza ai soprusi familiari è in netta crescita; oggi denunciano la loro situazione alle autorità e si rivolgono alle associazioni femminili, sdoganando un tabù che per decenni le aveva costrette al silenzio. "Fino a qualche anno fa gli abusi domestici erano considerati 'affari di famiglia' e, in quanto tali, non potevano uscire dalla porta di casa. Ora invece le vittime sono sempre più propense a cercare aiuto nei tribunali e negli organi di giustizia. C'è una maggiore consapevolezza e anche la legge sembra finalmente aver preso una posizione più drastica al fine di combattere questo fenomeno" ha dichiarato Zhen Yan, vice-presidente della All-China Women's Federation.
D'altra parte le violenze domestiche spesso sono ancora ritenute un 'problema di coppia', risolvibile semplicemente attraverso il dialogo tra i coniugi, piuttosto che con il coinvolgimento della Corte. L'avvocato per la difesa dei diritti delle donne, Lu Xiaoquan, ha sottolineato l'importanza di "sensibilizzare l'opinione pubblica e far rispettare le norme vigenti" perché, purtroppo, tutt'oggi la responsabilità, in alcuni casi, va ancora attribuita alla scarsa solerzia delle forze dell'ordine. Ne è esempio lampante la storia di Shanshan Dong, 26enne che, dopo essere stata picchiata e umiliata in pubblico dal marito, sebbene avesse invocato l'aiuto della polizia ben otto volte, è stata abbandonata a sé stessa. Nell'ottobre del 2009 la giovane donna è morta per gravi lesioni agli organi vitali, sotto le percosse del coniuge. Il colpevole se la cavò con sei anni di reclusione per abusi, scampando alla ben più pesante accusa di omicidio colposo. Questa è la giustizia in Cina. "La morte di Shanshan evidenzia le mancanze di un sistema giudiziario che non tiene sufficientemente in considerazione il problema delle violenze domestiche" ha aggiunto Lu.
Le autorità competenti stanno ancora lavorando alla stesura di un progetto di legge autonomo che copra nello specifico questo tipo di crimini, al momento trattati ancora in maniera superficiale dalla legge sul matrimonio. Secondo gli addetti ai lavoro, una normativa contro le violenze familiari sarebbe già comparsa nell'agenda di agosto del Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo.
"Eppur qualcosa si muove". Sempre lo stesso sondaggio ha evidenziato che l'85% delle donne si dice soddisfatta della propria situazione familiare e del proprio status sociale: ha un maggior livello di istruzione, conduce uno stile di vita più sano ed esercita un controllo maggiore sulle finanze familiari di quanto non facesse in passato. Tutto questo però ha un prezzo: il riscatto femminile in Cina (ma direi non solo) deve fare i conti con la discriminazione in campo lavorativo. Soltanto il 2,2% delle donne - contro il 4% degli uomini - riveste cariche di primo piano all'interno di aziende, enti statali o uffici governativi, mentre circa l'80% degli incarichi per "talenti di alto livello" sono ancora ricoperti da uomini. Le percentuali non fanno giustizia se si pensa che, secondo le statistiche, le donne si trattengono sul posto di lavoro 37 minuti in più rispetto ai loro omologhi maschili, e hanno all'incirca un'ora in meno per il tempo libero durante i giorni di riposo.
Ma nonostante nelle grandi città l’emancipazione economica femminile sia un fenomeno in costante crescita - secondo le classifiche del Forbes e del Sunday Times dell'ottobre 2010, nella classifica delle donne più ricche del pianeta il primato spetterebbe infatti alla Cina - nelle zone rurali i principali beni della famiglia quali abitazioni, automobili e depositi bancari sono ancora tutti intestati a nome del marito mentre alle donne viene affidato il solo compito di crescere i figli e coltivare i campi.
Insomma sono passati secoli, ma, a quanto pare, l'eredità confuciana continua a dettare legge più di quanto non lo faccia la Corte.
domenica 23 ottobre 2011
Pechino: "addio Gheddafi, buongiorno nuova Libia!"
Gheddafi è morto. La notizia accolta con giubilio dal popolo libico e con sollievo dall'Occidente – il passaggio a miglior vita del Rais sancisce finalmente la fine della missione in Libia dell'Alleanza Atlantica - sembrerebbe aver lasciato Pechino in una tiepida indifferenza. “La Cina rispetta le scelte del popolo libico e l'importante ruolo svolto del Consiglio nazionale di transizione. Ci auguriamo che il Paese possa mettere a punto un processo di transizione politica il prima possibile, al fine di preservare la stabilità e l'unità sociale”. Lo ha dichiarato venerdì Jiang Yu, portavoce del ministero degli Affari Esteri cinese.
Il Dragone non si sbilancia mai; rilascia parole attentamente ponderate, si destreggia nell'intricata rete di relazioni internazionali intessute negli ultimi anni, mantenendo i piatti della bilancia ben in equilibrio. A febbraio Pechino si era astenuto dalla votazione sull'intervento in Libia in sede di Consiglio di Sicurezza ONU, senza nascondere nemmeno un certo disappunto per le operazioni aeree della NATO. Un comportamento certo non dettato dal caso né da un capriccio del momento, quanto piuttosto dalla necessità di difendere il proprio “posto al sole” nell'Africa del nord (....)
Per problemi di copyright e per altre ragioni a me poco chiare continuare a leggere su: Puntodidomanda
giovedì 20 ottobre 2011
I monaci del Dalai Lama: per i fedeli martiri, per Pechino "terroristi"
"Terrorismo mascherato", così il governo cinese ha definito le autoimmolazioni dei monaci tibetani che si sono succedute negli scorsi mesi. E automaticamente, secondo un copione già scritto, la responsabilità è ricaduta sul Dalai Lama, il leader spirituale che con le sue preghiere in favore dei martiri buddhisti continuerebbe- secondo Pechino- ad incitare il popolo tibetano al suicidio come segno di rivolta.
Dal 16 marzo sino ad oggi, sono ben nove i bonzi tibetani che si sono dati alle fiamme in segno di protesta, ma in realtà il totale di coloro che hanno scelto la morte per un Tibet libero è senza dubbio un numero ben più consistente. Proprio ieri Tenzin Wangmo, prima martire donna, ha marciato per otto minuti avviluppata tra le lingue di fuoco, recitando slogan anticinesi e invocando il nome del Dalai Lama. E la risposta di Pechino non si è fatta attendere: nella giornata di ieri il portavoce del ministero degli Affari Esteri, Jiang Yu, ha apertamente puntato il dito contro la "cricca del Dalai Lama" per la moltiplicazione di insurrezioni che nelle ultime settimane hanno investito il sud-ovest del Paese. "Invece che denunciare e criticare le autoimmolazioni, gli indipendentisti tibetani e il loro capo religioso hanno tratto vantaggio da questi episodi per incitare altre persone a seguire lo stesso esempio. Sono in tutto è per tutto atti violenti di natura terroristica", ha affermato Jiang.
Da qualche mese a questa parte il monastero di Kirti, nella provincia del Sichuan, continua ad essere teatro di numerose rivolte; diverse foto mostrano i monaci manifestare contro le autorità e opporsi alle forze dell'ordine. Una situazione disperata che il primo ministro del governo tibetano in esilio non ha dubbi sia da attribuire alla linea dura utilizzata per decenni dal governo comunista cinese: "La propaganda di Pechino maschera bene ciò che nei fatti non è altro che una campagna di distruzione nei confronti del nostro popolo e della nostra cultura, spinta da ambizioni coloniali". Un genocidio al quale il popolo tibetano ha cercato di reagire attraverso dimostrazioni pacifiche, senza tuttavia sortire alcun effetto.
Il 10 settembre scorso l'ufficio di pubblica sicurezza della prefettura di Ngaba ha condannato tre monaci a scontare 3 anni di lavori forzati nei famigerati lager cinesi. La tradizione vuole che ogni anno all'inizio di settembre la comunità religiosa di Kirti celebri 15 giorni di festività, ma fino ad oggi solo pochi membri hanno fatto ritorno al monastero, mentre Pechino ha sguinzagliato nella zona un vasto numero di agenti per procedere con la "campagna di rieducazione patriottica". Ma le autorità cinesi non si fermano davanti a nulla, e non hanno esitato nemmeno a sfoderare l'arma della corruzione: 20mila yuan e un prestito di 50mila è il compenso per coloro che si allontaneranno volontariamente dal monastero per "cominciare una nuova vita".
La questione tibetana rappresenta una ferita ancora aperta per la leadership del Regno di Mezzo dagli accadimenti del 1959, data della grande rivolta anticinese nonché dell'inizio dell'esilio indiano di Tenzin Gyatso. In seguito gli attriti tra Pechino e il popolo del Tibet sono degenerati in un'escalation di eventi culminata nei sanguinosi scontri dell'aprile 2008.
(A.C)
mercoledì 19 ottobre 2011
Il Celeste Impero in 10 minuti
Una storia millenaria, una delle società più complesse al mondo e un sistema economico vincente: questo e molto altro in un video che, in soli 10 minuti, fornisce in maniera sintetica uno spaccato della Cina di ieri e di oggi. Simpatica la trasposizione fumettistica di Mao...di questi tempi, con tutto quello che si sente, un po' di umorismo non fa mai male!
martedì 18 ottobre 2011
La tragedia di Foshan scuote il popolo del web
E' possibile essere investiti da due camion e trascorrere agonizzante sull'asfalto sette lunghissimi minuti senza che nessuno dei passanti presti alcun soccorso? A quanto pare, a Foshan, nota città dell'industrialissima provincia del Guangdong, questo non solo è possibile, ma da giovedì scorso è anche realtà. La vittima, una bambina di due anni, dopo essere stata travolta da un furgone nei vicoli di un locale mercato all'ingrosso, viene totalmente ignorata dai presenti. Ben 18 persone le camminano a fianco senza alzare una mano, chi tirando dritto, chi guardando altrove o evitando il piccolo corpo in fin di vita. Un secondo veicolo le passa sopra, ma ancora nulla: quel fagotto insanguinato pare essere invisibile agli occhi dei passanti. Soltanto una donna, accortasi dell'accaduto, va in aiuto di Yue Yue - questo il nome della bimba - la solleva e la depone sul ciglio della strada. Chiede inutilmente aiuto ad un negoziante nelle vicinanze, poi, gridando, richiama l'attenzione della madre, la quale, impegnata nelle faccende in casa, non si era accorta dell'improvvisa assenza della figlia. Ora la bambina è in stato vegetativo.
L'agghiacciante storia, filmata per intero da una telecamere di sorveglianza, è stata subito denunciata dalla stampa internazionale, e rapidamente il tam tam dalla carta stampata si è riversato sulla rete. Ora il caso Foshan ha suscitato lo sdegno generale, divenendo, con 4,5 milioni di tags, l'argomento più discusso su Sina Weibo, il "Twitter cinese" ormai piattaforma privilegiata dal popolo del Regno di Mezzo per far sentire la propria voce. "Please Stop Apathy" è il nome della campagna lanciata sul microblog con lo scopo di porre fine al dilagare di una serie di episodi che hanno come comune denominatore la crescente insensibilità della società contemporanea cinese.
Tutto cominciò nel 2007, quando un'anziana donna di Nanchino, urtata mentre cercava di salire su un autobus, cadde a terra rompendosi il fianco sinistro. Peng Yu, uno dei passeggeri che era sceso dal mezzo, accortosi dell'accaduto soccorse la donna per accertarsi sulle sue condizioni; poi la scortò in ospedale e le diede 200 yuan. Un gesto che è costato molto caro all'uomo, in seguito denunciato dalla parte lesa e condannato dalla Corte a pagare le spese mediche, poiché - secondo la "logica del tribunale" - il suo intervenuto poteva essere stato motivato soltanto dal senso di colpa.
A quanto pare la storia di Peng in Cina se la ricordano un po' tutti, perché, dal giorno dell'incidente di Nanchino, i casi di omissione di soccorso sono ormai il "companatico" dei media nazionali. Il popolo di internet non sembra avere dubbi: se da una parte la società si sta evolvendo sospinta da un'economia in continua crescita, dall'altra l'umanità transita pericolosamente verso uno stato di apatia; i portafogli sono sempre più gonfi mentre i cuori si inaridiscono. "Tutta l'esistenza di una persona ruota intorno al denaro; la gente pensa solo a come arricchirsi, senza prestare attenzione alle esigenze dell'altro. Siamo giunti ad un punto di disumanizzazione" commenta su Weibo un netizen che si firma come Lijieya. Poi ovviamente le critiche vanno a colpire il sistema giudiziario cinese, incapace di tutelare chi agisce spinto da buone intenzioni. Ma gli strali più avvelenati sono tutti riservati per il Partito, accusato di "servirsi dei successi economici per nascondere la malignità delle proprie azioni".
L'umanità che fu rimane soltanto nel ricordo della solidarietà dimostrata da tutta la nazione verso i terremotati del Sichuan nel 2008. "Chi ha i soldi fugge all'estero. Questo posto non è più vivibile: la mancanza di moralità lo ha reso un inferno" scrive Xudream, un altro degli "cyber-indignati". D'altra parte il caso Foshan non ha fatto altro che gettare ulteriore benzina su un fuoco che arde ormai da mesi, alimentato dai numerosi problemi che attanagliano il Paese di Mezzo, vertiginoso aumento del costo della vita in primis (link). Un ultimo appello dalla rete evidenzia la profonda disperazione che serpeggia tra i cittadini: "Dimenticate il PIL e il boom economico, sono soltanto stronzate. Mi vergogno di essere cinese; mondate le nostre anime corrotte! "
(A.C)
L'agghiacciante storia, filmata per intero da una telecamere di sorveglianza, è stata subito denunciata dalla stampa internazionale, e rapidamente il tam tam dalla carta stampata si è riversato sulla rete. Ora il caso Foshan ha suscitato lo sdegno generale, divenendo, con 4,5 milioni di tags, l'argomento più discusso su Sina Weibo, il "Twitter cinese" ormai piattaforma privilegiata dal popolo del Regno di Mezzo per far sentire la propria voce. "Please Stop Apathy" è il nome della campagna lanciata sul microblog con lo scopo di porre fine al dilagare di una serie di episodi che hanno come comune denominatore la crescente insensibilità della società contemporanea cinese.
Tutto cominciò nel 2007, quando un'anziana donna di Nanchino, urtata mentre cercava di salire su un autobus, cadde a terra rompendosi il fianco sinistro. Peng Yu, uno dei passeggeri che era sceso dal mezzo, accortosi dell'accaduto soccorse la donna per accertarsi sulle sue condizioni; poi la scortò in ospedale e le diede 200 yuan. Un gesto che è costato molto caro all'uomo, in seguito denunciato dalla parte lesa e condannato dalla Corte a pagare le spese mediche, poiché - secondo la "logica del tribunale" - il suo intervenuto poteva essere stato motivato soltanto dal senso di colpa.
A quanto pare la storia di Peng in Cina se la ricordano un po' tutti, perché, dal giorno dell'incidente di Nanchino, i casi di omissione di soccorso sono ormai il "companatico" dei media nazionali. Il popolo di internet non sembra avere dubbi: se da una parte la società si sta evolvendo sospinta da un'economia in continua crescita, dall'altra l'umanità transita pericolosamente verso uno stato di apatia; i portafogli sono sempre più gonfi mentre i cuori si inaridiscono. "Tutta l'esistenza di una persona ruota intorno al denaro; la gente pensa solo a come arricchirsi, senza prestare attenzione alle esigenze dell'altro. Siamo giunti ad un punto di disumanizzazione" commenta su Weibo un netizen che si firma come Lijieya. Poi ovviamente le critiche vanno a colpire il sistema giudiziario cinese, incapace di tutelare chi agisce spinto da buone intenzioni. Ma gli strali più avvelenati sono tutti riservati per il Partito, accusato di "servirsi dei successi economici per nascondere la malignità delle proprie azioni".
L'umanità che fu rimane soltanto nel ricordo della solidarietà dimostrata da tutta la nazione verso i terremotati del Sichuan nel 2008. "Chi ha i soldi fugge all'estero. Questo posto non è più vivibile: la mancanza di moralità lo ha reso un inferno" scrive Xudream, un altro degli "cyber-indignati". D'altra parte il caso Foshan non ha fatto altro che gettare ulteriore benzina su un fuoco che arde ormai da mesi, alimentato dai numerosi problemi che attanagliano il Paese di Mezzo, vertiginoso aumento del costo della vita in primis (link). Un ultimo appello dalla rete evidenzia la profonda disperazione che serpeggia tra i cittadini: "Dimenticate il PIL e il boom economico, sono soltanto stronzate. Mi vergogno di essere cinese; mondate le nostre anime corrotte! "
(A.C)
Iscriviti a:
Post (Atom)
Hukou e controllo sociale
Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...
-
Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...
-
Combattute tra i sensi di colpa per aver abbandonato i propri figli in Cina e il timore di venire emarginate nel loro nuovo paese di ado...
-
China's armed police hold anti-terror exercise in Xinjiang China's armed police on Tuesday completed an anti-terror exercise i...








