martedì 8 novembre 2011

Il Pentagono vittima dei falsi "made in China"

Il falso "made in China" varca "le cinture" del Pentagono. Secondo un rapporto pubblicato lunedì dalla Commissione Forze Armate del Senato USA, la catena di forniture militari del Paese abbonderebbe di pezzi contraffatti, la maggior parte dei quali provenienti proprio dal Regno di Mezzo. I pezzi incriminati sarebbero stati rilevati su sette aerei aventi sistemi di produzione della Raytheon Co., L-3 Communication Holdings In. e Boing Co.

Il resoconto riporta una breve descrizione del processo di contraffazione, nel quale "parti già precedentemente utilizzate, vengono lavate nell'acqua e lasciate seccare; poi passate nella sabbia e accuratamente levigate in modo da rimuoverne i marchi d'identificazione, per essere infine rivendute su internet".

1800 i casi sospetti, per un totale di oltre un milione di pezzi: questo è il bilancio approssimativo della beffa perpetuata ai danni delle forze armate americane, definita dal Parlamento "come la punta dell'iceberg" di un fenomeno di ben più vasta portata.

Intanto, mentre il governo Usa cerca di mettere una pezza a colori, piovono ferrei regolamenti volti a stringere i controlli su venditori e spedizionieri, con un occhio particolarmente attento a quelli provenienti dall' ex Impero Celeste. L'ala repubblicana del Comitato delle Forze Armate, rappresentata da Levin e dal senatore Jhon McCain, ha dichiarato che farà il possibile per mettere in atto il National Defence Authorization Act 2012, al fine di responsabilizzare maggiormente gli imprenditori, i quali, dovendo pagare di tasca propria i pezzi di ricambio, avranno, così, maggior interesse nell'assicurare la "genuinità" delle merci.

Ma non è tutto. La Corte statunitense è passata alle minacce: se la Cina non adotterà immediatamente misure più rigide per frenare l'afflusso di prodotti contraffatti, gli Usa  chiederanno l'ispezione di tutte le componenti elettroniche in arrivo dal Regno di Mezzo. E se è vero che i costi di tali controlli ricadranno interamente sui fornitori, c'è forse la possibilità che, con una mano sul portafoglio, il Dragone farà più attenzione a non commettere "passi falsi".

lunedì 7 novembre 2011

Qualcosa succede in Cina 2


Non importa che siano contadini, operai delle fabbriche, tassisti, insegnanti o commercianti: un po' in tutta la Cina, i lavoratori, senza distinzione di sorta, stanno incrociando le braccia in segno di protesta. Colpa del costo della vita in costante aumento, trainato dal rincaro dei prezzi degli alimenti e del settore immobiliare, dai salari troppo bassi e da condizioni di lavoro al limite della disumanità (Qualcosa succede in Cina...). Una mappa degli scioperi (bagong), messi in atto dall'inizio del 2011 ad oggi, evidenzia l'estensione a macchia d'olio ormai assunta dal fenomeno.

E' bene ricordare che, nella "fabbrica del mondo", il diritto all'astensione dal lavoro in segno di dissenso, pur non essendo riconosciuto dalla legge cinese, tuttavia, non viene nemmeno esplicitamente negato; la linea ufficiale del Partito in materia rimane ancora estremamente ambigua. Eppure, scavando a fondo, qualcosa di interessante e un minimo "compromettente" lo si riesce a rintracciare.

Un primo assaggio ci viene dato da un documento del 1957, adottato dal Comitato centrale del Pcc, in cui la leadership cinese riprende il celebre discorso di Mao "Sulla corretta risoluzione delle controversie in seno al popolo"; qui il Grande Timoniere afferma "l'inevitabilità" e, anzi, la "necessità" dei movimenti popolari qualora le masse, private dei loro diritti democratici, fossero spinte a mettere in atto misure estreme.

Nel corso degli anni la questione è stata trattata dalle autorità in maniera altalenante, attraverso un atteggiamento di apertura o di chiusura a seconda delle circostanze e degli interessi contingenti. Così, sebbene le Costituzioni del 1975 e 1978, frutto della Rivoluzione Culturale, ammettevano esplicitamente l'esistenza del diritto allo sciopero, quest'ultimo cadde progressivamente nel dimenticatoio, tanto che nella Costituzione del 1982, tuttora in vigore, non ne viene fatta menzione. Stesso copione nel 2008, quando, durante la riforma del diritto del lavoro, l'argomento bagong passò nuovamente in sordina.

Oggi, in Cina, il diritto di sciopero non è proibito né riconosciuto: è semplicemente rimpiazzato da un altro dei tanti vuoti normativi che contraddistinguono il sistema giuridico del Regno di Mezzo; l'ennesima falla di un sistema che, all'occorrenza, preferisce mantenere indefinite zone d'ombra.

sabato 5 novembre 2011

Democrazia "in salsa di soia"

La crisi finanziaria che ha colpito le economie mature ha acuito l'insoddisfazione e  i dubbi verso i sistemi politici occidentali. Gli accadimenti susseguitisi tra la fine della Guerra Fredda e la morte di Gheddafi hanno evidenziato la fragilità dei totalitarismi e la superiorità dei regimi democratici, ma è possibile parlare di democrazia come di un valore universale? Un editoriale pubblicato il 21 ottobre sul Global Times, quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese (Pcc), presenta la questione così come viene vista attraverso gli occhi a mandorla, sottolineando l'importanza di adattare e plasmare la democrazia in base alle caratteristiche proprie di ogni singolo Paese, al fine di massimizzare i benefici del sistema stesso. Questo è un po' il principio che sta alla base della "democrazia con caratteristiche cinesi," promossa dal governo cinese; una democrazia che non ha come obiettivo l'occidentalizzazione del sistema, non prevede una competizione elettorale multipartitica né una tripartizione dei poteri, ma che principalmente si basa sul rinnovamento dell'Assemblea nazionale del popolo attraverso l'introduzioni di elezioni dirette e competitive, tra più candidati scelti a livello locale.

L'editoriale del Global prende le mosse dal presupposto che le carenze emerse nel processo di democratizzazione del Medio Oriente rispecchiano i punti deboli del concetto di democrazia “made in Occidente”. Dalle proteste di Wall Street alla primavera araba, la pancia del Paese, un po' in tutto il mondo, sembra dare segni di insofferenza per quanto sta avvenendo tra le mura di casa propria; se non animata, ovunque, dalle stesse motivazioni, diciamo che se non altro presenta sfumature simili. I regimi di Gheddafi e Mubarak sembrano aver intrapreso la stessa direzione, ed ora che i “cattivi” sono stati eliminati sorge il sospetto che i movimenti democratici possano degenerare a loro volta in fondamentalismi. Adesso più che mai gli sviluppi futuri sono sospesi nell'incertezza.

Insomma, la crisi globale ha puntato i riflettori sulle crepe del sistema democratico che viene da Ovest e, per tale ragione, l'anonimo autore ritiene opportuno soffermarsi sul concetto stesso di democrazia: “La democrazia è l'opposto dell'autoritarismo individuale, ma tuttavia non si limita soltanto all'attuazione del sistema 'una persona, un voto', sebbene per molto tempo si è creduto fosse la sua unica caratteristica. In molti paesi questo format ha causato uno stato di caos non inferiore a quello suscitato da molti regimi autoritari. La democrazia è qualcosa che deve produrre effetti reali; non deve ostacolare le persone ma facilitare il progresso della società. Non ha nemmeno motivo di interrompere il suo sviluppo e la sua evoluzione in nome delle passate conquiste” Poi l'articolo giunge al nocciolo della questione: “La democrazia ha bisogno di adattarsi alle esigenze di ogni singolo paese, creando nuovi canali di interazione tra il popolo e il potere: le elezioni non sono l'unico mezzo che ci viene messo a disposizione. Un governo va valutato sulla base dei servizi che offre ai propri cittadini, in modo da ottenere la pubblica approvazione. In Medio Oriente, l'era degli uomini dal pugno di ferro è giunta al termine, e presto lo sarà in tutto il mondo.Ogni Paese svilupperà un suo sistema democratico il più possibile consono alle proprie caratteristiche (leggi: “democrazia con caratteristiche cinesi”). Tutto questo potrà introdurre un nuovo capitolo nella storia del genere umano”.

Se non fosse che le parole provengono dall'Impero Celeste, per mezzo di una delle voci più vicine al Ghota cinese, si potrebbe quasi cadere vittima della logica di un ragionamento che sicuramente un certo fascino ce l'ha: l'idea di una “democrazia altra” fa gola un po' a tutti gli “indignati”. Poi però balza agli occhi un'incongruenza. O meglio: nel puzzle di un mondo in protesta, ricostruito dalla penna del “profeta cinese”, manca un tassello; un tassello da 1,3 miliardi di abitanti. In altre parole, l'autore sembrerebbe essersi dimenticato di citare in causa proprio il suo stesso paese. Una svista che insospettisce non poco dato il fermento che, dal febbraio scorso sino ad oggi, sta crescendo a ritmi esponenziali un po' in tutto il Regno di Mezzo. E sebbene possa sembrare strano data la proverbiale mansuetudine del popolo cinese, gli “indignados”, a quanto pare, sono sbarcati anche entro i confini della Grande Muraglia. Il 28 ottobre il South China Morning Post utilizzava proprio il termine “indignati” nel descrivere i riots di Huzhou, città dello Zhejiang e capitale dell'abbigliamento per l'infanzia, che la scorsa settimana hanno visto piccoli lavoratori e imprenditori protestare a braccetto contro l'aumento delle tasse. Un'alleanza dei ceti produttivi contro le autorità che è degenerata in caos e distruzione di strutture pubbliche e simboli del potere politico.

Dal Guandong, al Xingjiang, dal Jiangsu alla Mongolia Interna e poi ancora in Tibet, sino alle metropoli di Pechino e Shanghai; ormai in ogni parte della Cina proteste e movimenti di rivolta si spandono a macchia di leopardo, catalizzate dal malcontento per i bassi salari, per l'inflazione galoppante, per le condizioni di lavoro insostenibili, alimentate dall'indignazione verso la corruzione dilagante, dai sentimenti indipendentistici e dal progressivi allargamento della forbice tra ricchi e poveri. Questi e molti altri fattori hanno trasformato il Paese di Mezzo in una gigantesca polveriera che, secondo molti, non tarderà ad esplodere.

E se i regimi del mondo arabo sono stati sconfitti, nel Celeste Impero, a tenere salde le redini del potere è ancora la dittatura monopartitica, caratterizzata dal monolitismo delle strutture di governo, le quali non lasciano la minima possibilità di dialogo.

Eppure di tutto ciò il giornalista del Global Times non fa parola; preferendo glissare su quanto accade a casa propria, tratta la questione democrazia da una prospettiva super partes, “dimenticando”, forse, che dalle proteste di piazza Tiananmen del 1989, la parola democrazia, proprio in Cina, è diventata ormai un tabù inviolabile.

(A.C)

venerdì 4 novembre 2011

La storia di Ai commuove la comunità di Twitter


Leggi: Aggiornamenti Ai Weiwei: multa da 2,4 MLN di dollari

15 milioni di yuan (2,4 milioni di dollari) in 15 giorni: un'impresa da nababbi, proibitiva per l'artista cinese Ai Weiwei. Ad un giorno di distanza dall'avviso di pagamento inviato a casa Ai dall'ufficio delle imposte di Pechino, la madre e il fratello del dissidente cinese hanno rilasciato una dichiarazione shock: per poter ricavare il denaro necessario al pagamento della multa, la famiglia procederà ad ipotecare l'ex residenza del padre, il famoso poeta cinese Ai Qing. La notizia accolta nello sdegno generale, ha portato l'avvocato per i diritti umani, Li Tiantan, e la femminista, Ai Xiaoming, ad appellarsi alla comunità di Twitter per cercare di aiutare finanziariamente l'archistar. Il risultato della campagna pro-Ai Weiwei è stato strabiliante: 5.232 donatori hanno contribuito alla causa, e in sole 12 ore sono stati raccolti fondi per un totale di 1,1 milioni di yuan (più di 173mila dollari). Le donazioni sono giunte in maggior parte dagli utenti di Aliplay e Paypal, i due account configurati appositamente dai sostenitori del dissidente. Se le offerte continueranno ad arrivare con questi ritmi, Ai sarà in grado di saldare "il suo debito" verso lo Stato entro soltanto una settimana. Tuttavia i suoi benefattori ci tengono a precisare che si tratta solo di "un prestito"; lo stesso archistar ha dichiarato che ripagherà i suoi sostenitori fino all'ultimo centesimo, qualsiasi sarà l'esito finale della sua battaglia.

martedì 1 novembre 2011

Aggiornamenti Ai Weiwei: multa da 2,4 MLN di dollari



Leggi l'antefatto: Ai Weiwei deve pagare 1,2 MLN di tasse

Quella di Ai Weiwei sembra ormai essere una storia infinita. Proprio questa mattina l'artista cinese ha diffuso sul web uno di quei tweet che il governo cinese non avrebbe mai voluto leggere: "Mi è arrivata una comunicazione dell'ufficio delle imposte. Poichè sono considerato il "controllore reale" dell'azienda (si riferisce alla Beijing Fake  Cultural Developer Ltd., la società per cui lavora e della quale è proprietaria la moglie, Lu Qing), dovrò pagare 15 milioni di yuan (2,4 milioni di dollari); l'equivalente di quanto incassano in un anno le ferrovie cinesi".

Ai racconta alla Reuters il losco modus operandi con il quale le autorità stanno trattando la questione: "Io non sono un manager, né un direttore; sono un semplice progettista. So bene che dietro vi sono motivazioni politiche e che sono rivolte contro di me". E la convinzione dell'archistar non è stata indebolita nemmeno dalle rassicurazioni dei funzionari, secondo i quali la multa sarebbe diretta all'azienda e non a lui personalmente. "Ho domandato perchè sul comunicato del ministero degli Affari Esteri ci fosse il mio nome"- ha continuato il dissidente cinese- "ma in tutta risposta mi è stato ripetuto che la cosa non ha nulla a che fare con me". L'irragionevolezza della questione è accentuata dal fatto che sino ad oggi la Fake non ha ricevuto nessun documento che provi un'effettiva evasione fiscale. "Se lo Stato dice che hai eluso le tasse, allora vuol dire che lo hai fatto e basta. Come si può avere ancora qualche speranza? Questo Paese non cambierà mai", hanno replicato dagli uffici.

Intanto la richiesta avanzata dal Beijing Local Taxation Bureau è salatissima: 5,3 milioni di yuan di tasse arretrate (circa 800mila dollari), ai quali si vanno a sommare 6,8 milioni di multa (poco più di 1milione di dollari) e circa 3 milioni di pagamenti arretrati (472mila dollari). La somma dovrà essere versata entro 15 giorni e, in caso di inadempienza, non è da escludersi che l'artista possa nuovamente finire agli arresti. "Se realmente esiste un problema di tipo fiscale sarò io a pagare, ma se le accuse sono false, non tirerò fuori una lira. Tutto ciò è ridicolo" ha continuato l'archistar.

Dopo il suo rilascio nel mese di giugno, il padre dello stadio Nido d'uccello è rimasto sotto inchiesta con l'accusa di reati economici, senza tuttavia ricevere alcuna comunicazione ufficiale che spiegasse, nello specifico, la natura dei crimini commessi. Poi a luglio il governo di Pechino ha tenuto un'udienza a porte chiuse, alla quale ad Ai fu vietato di prendere parte; una prassi, questa, definita "illegale" dal suo avvocato. E adesso i fatti sembrano proprio dare ragione ai più sospettosi. Tra gli attivisti per i diritti umani l'ipotesi più accreditata è quella che vede dietro i falsi pretesti del governo un unico obiettivo: mettere a tacere un personaggio troppo scomodo.


"Luci cinesi 1981/2011"


Ecco alcuni tra i 100 scatti realizzati dal giornalista Enrico Rondoni per ripercorrere i cambiamenti affrontati dalla Cina nell'arco di tempo che va dal 1981 al 2011; il trentennio del "secondo grande balzo", questa volta quello economico. «Tornare nella Repubblica Popolare Cinese dopo 30 anni è stata la fonte ispiratrice di questa mostra» - spiega Rondoni - «Il paese che avevo visto e fotografato nel 1981 e nel 1983 si rivelava, nel 2010, un altro mondo. Erano passati solo tre decenni, ma sembrava fosse trascorso un secolo. Quando sono arrivato a Shanghai nel 2010 per l’Expò Universale, con in mente le giunche dalle vele rosse nel porto e i palazzi sul Bund che ricordavano una New York degli anni ’30, lo stupore è stato superiore alle aspettative». Mentre il giornalista era impegnato a girare un reportage per il TG5, ha ripreso a fotografare - con la stessa macchina usata allora, in pellicola - gli stessi luoghi di trent’anni prima. Ora "Luci cinesi 1981/2011" è un excursus per immagini della storia cinese dalle riforme di Deng Xiaoping sino ai nostri giorni, e rientra nel calendario di appuntamenti della Biennale Internazionale di Cultura Vie della Seta che si terrà nella Città Eterna sino al febbraio 2012.


domenica 30 ottobre 2011

"Il miracolo cinese" fa arrossire il capitalismo

La crisi finanziaria del 2008 si è dimostrata un interessante banco di prova per valutare l'efficacia della macchina governativa dei vari Stati. Sebbene presenti evidenti contraddizioni, il sistema politico cinese ha evidenziato notevoli punti di forza grazie ai quali il Regno di Mezzo è riuscito a reagire egregiamente alla recessione mondiale, suscitando lo stupore e l'ammirazione di molti studiosi ed economisti, in Patria e all'estero. Ma quali sono le armi nascoste delle quali si è avvalso il Dragone? Per capirlo, o almeno per tentare di farsi un'idea, qui sotto ripropongo la traduzione integrale di un saggio di Hu Angang, direttore del Centro Studi sulla Cina Qinghua-Cas (Chinese Academy of Science), nonchè docente di economia presso l'Institute of Public Administration del'Università Qinhua di Pechino, apparso in un numero speciale del Renmin Luntan dedicato al "modello Cina". Alcuni estratti dell'articolo sono stati ripresi e analizzati anche nel libro Il Modello Cina.


从政治制度看中国为什么总会成功

尽管中国的政治制度还有许多不尽人意之处,但是它适合于中国的基本国情和发展阶段,也适应于越来越开放的国内外环境,还能够回应来自内外部的各种挑战
如何判断中国政治制度的优势和成功标志
世界上没有最好的政治体制模式,也不可能有唯一的模式,政治体制具有多样化的类型,它们同时并存、相互吸收、相互借鉴,又相互竞争、此消彼长。这是与1945年第二次世界大战之后世界人口和国家格局的重大变化极其相关的。首先,世界人口大幅度增加,从24亿人增加至目前的近70亿人(为68亿人);其次,国家数量也大幅度增加,从45个增加到193个(还有31个地区),一方面战后发展中国家纷纷独立,国家数增加,另一方面从1990年以后因前苏联和南斯拉夫等东欧国家解体,又导致国家数增加;再有,平均每个国家的人口数由5300万人下降至3500万人,相对而言国家治理难度减小,经济更加活跃;最后,世界经济迅速地一体化、区域化和全球化,其结果也导致世界各国竞争日益激烈,不进则退,进慢了也是退。各国的市场竞争和技术竞争本质上也是各国制度的竞争,这已不简单地取决于哪个国家制度的好坏,而取决于该国相对于竞争对手的优劣。
中国总人口则从1945年的5亿人上升至13.4亿人,与此同时也从一个贫穷落后、文盲充斥、东亚病夫、“一盘散沙”的社会成为极富活力、日益繁荣、统一团结的世界第二大强国。那么,中国是如何成功实现国家良治的呢?我们又如何从国际视角来衡量她的成功呢?进而证明她的政治体制是适宜的,也是成功的。
这里我们不能靠主观判断,更不能按着以往的西方价值观来判断,而需要用量化数据说话,用客观事实来证明。这里“成功”与否不是抽象的,而是具体的,并没有统一的标准,只能使用“具体问题具体分析”,“具体案例”和“具体指标”;“成功”与否不是自我的评价而是横向的评价,并可以进行国际比较,而且只能在比较中鉴别。以下我从两个方面作简要讨论:一是从过去三十年(指1978-2008年)的长期发展角度出发,对100多个发展中国家进行国际比较;二是从过去三年(指2008-2010年)的短期发展角度,对G20应对国际金融危机进行国际比较,进而说明中国的发展成绩是最佳的,确实是“这边风景独好”。
无论是历史事实还是国际比较都表明,尽管中国的政治制度还有许多不尽人意之处,但是它适合于中国的基本国情和发展阶段,也适应于越来越开放的国内外环境,还能够回应来自内外部的各种挑战,并在激烈的国际竞争中充分显示出了巨大的发展优势和独有的竞争优势。这也源于过去30多年实现了中国式的政治制度重建与改革:一是领导人新老交替的制度化、规范化和程序化,保证了政治领导集体的稳定性、连续性和继承性;二是领导人坚持了“实事求是、解放思想”的思想路线;三是公共政策决策实现了民主化、科学化和制度化。这是中国为什么总是成功的根本原因。
30年来中国经济高速增长、社会显著进步的秘诀
从国际比较看,中国发展奇迹绝非偶然或仅凭运气,它是有其发展之道的。这个“道”也不是那么复杂、那么莫测,而是相当简明又顺其自然的。我们根据世界银行和联合国计划开发署数据库,选择了世界100多个国家的三类指标进行分析,一是GDP年平均增长率,以反映经济增长绩效;二是GDP年均增长率相对差异系数,以反映宏观经济稳定状况;三是人类发展指数(HDI)提高幅度,以反映社会进步和社会公平发展程度。我们发现,在1978-2008年期间,世界上100多个国家中,经济增长率最快的20个经济体中,都是发展中国家;其中实行五年计划的国家有13个;其中经济增长率最快的前10个经济体中,则有8个实行五年计划的国家。这绝不是历史的“巧合”,也不是国际的“巧合”。诚如邓小平所言,“计划和市场都是经济手段”,既运用五年计划这只“看得见的手”,提供公共服务,促进社会进步,也是运用市场机制这只“看不见的手”,提供良好投资环境,促进经济增长,这是理解中国奇迹的一把钥匙。
对此,许多真正了解中国的国外企业家和学者都给予了充分的肯定。例如,2009年11月,前美中商会主席詹姆斯·麦格雷戈在接受纽约时报采访时认为:我们(指美国)可以向中国学习的一个重要经验就是要设立目标、制定计划,全力推动整个国家向前走。中国人有五年计划,他们时刻牢记这些目标。又如,世界未来学家约翰·奈斯比特最近在其新作《中国大趋势》(China’s Megatrends)一书中将“规划‘森林’,让‘树木’自由成长”作为中国新体制(指不同于西方国家)崛起的八大支柱之一:“国家的长远目标通过自上而下与自下而上的程序形成,政府制定优先政策和优先发展重点,而人民各尽其责,在保持和谐与秩序的同时允许多样性的存在。”
我最近访问了台湾,在一个经济论坛上以制定“十二五”规划作为案例,详细介绍了它如何实现“民主化”?如何实现“科学化”?又如何实现“制度化”?其大体分为11个步骤:历经了两年半时间的研究制定过程,先民主,后集中;再民主,再集中;现在还只是走到第9步,国务院正在就《国家“十二五”规划纲要(草案)》广泛征求各方意见,从而达到集中民智、反映民意、凝聚民心、提振信心的目的,还没完成这一过程。这个过程并不是什么秘密,等于把中国的决策机制公开化,也就是我们说的“把黑箱变成白箱”。第二天《旺报》就有台湾的学者来抨击和反省台湾的决策机制,其中一个核心观点就是“台湾到了向大陆学习的时候了”。
为什么中国能够交出令世人惊奇的答卷
由美国所引发的国际金融危机给全球经济造成了深重的创伤。不少主要经济体仍然深受其害。而中国几乎是一个例外。危机如同一次全球大考,也是各国应对危机体制的一次重大检验。这里我们选用G20国家的四个主要宏观经济指标来比较:一是经济增长率;二是通货膨胀率;三是失业率;四是财政赤字占GDP比重。
从20个国家的考试成绩看,2009年中国在G20国家中主要宏观经济指标最好,其中经济增速居首位,为9.2%,是为数不多的七个避免经济负增长的国家之一。2009年美国的-2.5%,欧盟国家的-3.9%以及日本的-5.3%,中国比经济增速第二的印度高出了2.7个百分点。
十分讽刺的是,2009年1月美国《时代》周刊幸灾乐祸地预言,“中国已经开始经济衰落,也许将比美国经济还要恶化”,“中国难以继续奇迹”,它“只是个身陷囹圄的大国”。3月2日该杂志还公开预言,2009年中国GDP增长率不会超过4%。但是这一预言很快(仅有10个月)就被事实所击碎,中国在这次全球大考中,率先复苏,实现稳定增长,实现了主要宏观经济目标,交出了一份令世人瞩目和惊奇的“答卷”。而真正经济衰落的却是美国自己,同时中国大大缩小了与美国GDP的相对差距,从危机前的4倍缩小为危机后的2.5倍左右。
为什么中国能够比较成功地应对金融危机呢?有哪些深刻的认识和重要的经验呢?首先,党中央加深了对社会主义市场经济规律的认识,加深了对我国社会主义制度政治优势的认识。其次,正确处理好政府和市场的关系,政府主导和引导,市场驱动和投入为主。2009-2010年政府投资4万亿元,但是带动了10倍以上的非政府投资,两年全社会固定资产投资累计达到50.3万亿元,保证了中国经济高增长。
各国的发展能力和国家能力是不同的,应对同一个国际金融危机的表现也是大为不同的。从中国情况来看:第一,全体中国人的集体学习、灵活应变、用于竞争的发展能力;第二,高效率的国家决策能力;第三,强大的政治动员能力;第四,日益增强的国家财政能力;第四,充分发挥了中央和地方的“两个积极性”。
由美国所发生并出口到全世界的国际金融危机本质上是空前的资本主义危机,中国成功地应对国际金融危机引起美国学者的广泛关注,也引起他们对这一资本主义危机的自我反思。其中最引人注目的是美国学者弗兰西斯·福山(Francis Fukuyama)最近发表文章称赞:中国之所以成功地应对金融危机,是基于她的政治体制能力,能够迅速作出重大的、复杂的决策,并有效地实施决策,至少在经济政策领域是如此。相比较而言,美国却不具有应对危机的体制能力,它变得更加刚性。 在事实面前,这是他对20年前发表的历史终结论的部分自我修正或自我否定。
总之,“中国道路”不仅是一条从未有过的新路,还是一条越来越成功的新路。最好的选择就是:走自己的路,让别人说去吧!


Perché, dal punto di vista politico, la Cina avrà un sicuro successo

Sebbene il sistema politico cinese lasci ancora molto a desiderare, tuttavia esso è in accordo con lo sviluppo e le condizioni attuali del Paese. In particolare viene incontro al tentativo di una sempre maggior internazionalizzazione e può rispondere prontamente a qualsiasi sfida proveniente sia dall’interno che dall’esterno.


Quali sono i segni che dimostrano i punti di forza e di successo del sistema politico cinese?

Non si può dire che al mondo esista un modello di sistema politico perfetto, né si può dire esista un unico modello, piuttosto ogni sistema racchiude in sé diverse tipologie le quali coesistendo si compenetrano, traggono aiuto una dall’altra ed, entrando in conflitto tra loro, infine si annullano a vicenda. Ciò è direttamente collegato ai radicali cambiamenti che hanno interessato la popolazione mondiale e la struttura degli Stati dal 1945-data di conclusione della 2° Guerra Mondiale- in poi: la popolazione è aumentata considerevolmente da 2,4 miliardi ai quasi 7 miliardi (6,8 miliardi) dei nostri giorni, mentre il numero delle Nazioni è slittato da 45 a 193. Se inizialmente  la nascita dei nuovi Stati era da attribuirsi al progressivo isolamento innescato dal fenomeno di sviluppo post-bellico, dal 1990 la principale causa è da ricercarsi nel raggiungimento dell’indipendenza da parte dei Paesi dell’Europa dell’Est, un tempo parte dell’ Ex-Unione Sovietica e della Jugoslavia. Mediamente ogni Paese ha registrato un nuovo calo della popolazione da 53milioni a 35milioni di persone, fattore che ha ridotto le difficoltà di governo e ha reso l’economia più dinamica. Gli effetti della rapida integrazione dell’economia mondiale e dei processi di regionalizzazione e globalizzazione hanno inoltre rafforzato la competizione a livello internazionale, e, in questa corsa, chi rimane indietro è perduto. Il sistema statale di un Paese risulta competitivo se lo è anche in termini di mercato e di sviluppo tecnologico, e non dipende semplicemente dall’efficacia o meno delle sue istituzioni, ma dipende anche dai meriti e dai demeriti dei suoi avversari.
Dal 1945 ad oggi, la popolazione totale della Cina è aumentata da 500 milioni a 1,3 miliardi di abitanti. Da uno stato di generale povertà ha raggiunto una notevole prosperità economica; ha risolto il problema dell’alfabetizzazione e della disunità sociale, trasformandosi da “sick man of East Asia”, “disunita come una manciata di sabbia” quale era, a seconda potenza mondiale. A questo punto occorre chiedersi come potrà adottare un sistema politico valido e come saremo in grado di valutarne il successo da un punto di vista internazionale. Facendo un ulteriore passo avanti proveremo anche che il suo sistema è appropriato ed efficace. Ma su questo punto non potremo affidarci a valutazioni soggettivi, né potremo giudicare sulla base del sistema di valore utilizzato, in passato, dall’Occidente, ma piuttosto dovremo basare il nostro discorso sui dati quantitativi, prendendo i fatti oggettivi come prova.
Il successo o meno del sistema non è un concetto astratto, è al contrario un concetto molto concreto. Non vi sono parametri assoluti per poterlo definire, ma occorre utilizzare “l’analisi concreta di problemi concreti”, “casi concreti” e “indicatori specifici.”  E non sarò io a valutare sulla base di parametri personali, ma, attraverso valutazioni orizzontali, sarà possibile effettuare dei confronti a livello internazionale, evidenziando similitudini e differenze . Pertanto qui sotto tratterò brevemente due aspetti: per prima cosa partendo da una prospettiva di sviluppo di lungo termine del trentennio tra il 1978 e il 2008, effettuerò una comparazione a livello internazionale tra i 100 e più Paesi in via di sviluppo. In seguito, analizzando il periodo degli ultimi tre anni (2008-2010), da una prospettiva di sviluppo di breve termine, darò un quadro della situazione mondiale in base alla risposta data dal G20 alla crisi economica internazionale, per poi spiegare come la Cina, conseguendo i migliori risultati. si sia affermata come “la numero uno”.
Non importa se siano i fatti storici o il confronto internazionale ad evidenziarlo: il sistema politico cinese, sebbene con i suoi limiti, si dimostra il più adatto alle condizioni di base del Paese e al suo stato di sviluppo, e si rivela anche molto efficace nel contesto di una sempre maggior apertura della Cina sia in merito alle questioni interne sia in merito alle dinamiche internazionale, rispondendo alle numerose sfide provenienti dall’interno e dall’esterno dei propri confini. Nella feroce concorrenza internazionale ha mostrato una netta superiorità nel processo di crescita che le dà un vantaggio competitivo senza eguali. Tutto ciò, frutto di un processo durato oltre trent’anni che ha permesso la ricostruzione e la riforma del sistema politico in stile cinese, è da attribuirsi fondamentalmente a tre fattori: 1) una stabilità e una continuità nella successione ottenuta dalla leadership politica attraverso la sistematizzazione, la standardizzazione e regolamentazione delle procedure di trasmissione del potere;  2) una linea ideologica basata “sulla ricerca del vero attraverso i fatti concreti” e “sull’emancipazione del pensiero”; 3) una capacità decisionale, evidenziata dalla politica pubblica, che ha portato ad una maggiore democraticizzazione, scientificizzazione e istituzionalizzazione.

Qual'è il segreto cinese di trent’anni di rapida crescita economica e di sviluppo sociale?

Valutando la situazione internazionale, il miracoloso sviluppo ottenuto dalla Cina non è un fenomeno casuale né può essere attribuito semplicemente alla fortuna: è il vero e proprio cammino naturale (è il “dao”) della sua crescita.
E questa strada non è che sia particolarmente complessa né poi così imprevedibile, ma in realtà è semplice e chiara, e procede in accordo con la natura. Sulla base dei dati forniti dalla Banca Mondiale e dai database del Dipartimento di sviluppo delle Nazioni Unite abbiamo selezionato tre classi di indicatori di più di 100 Paesi: il tasso di crescita annuale del prodotto interno lordo (PIL) di un Paese per evidenziare i risultati della relativa espansione economica; il coefficiente di variazione del PIL, per riflettere la stabilità nel settore macroeconomico; l’innalzamento dell’Indice di sviluppo umano (HID) per riflettere il grado del progresso raggiunto dalla società di un Paese. Analizzando questi parametri abbiamo scoperto che nel periodo di tempo tra il 1978 e il 2008, i 20 sistemi economici ad aver registrato il tasso di crescita più alto sono tutti Paesi in via di sviluppo. Tra questi, 13 hanno messo in atto piani quinquennali e, tra i primi dieci per velocità di crescita economica, otto hanno realizzato progetti di pianificazione di cinque anni. Non si tratta di una “coincidenza” storica né di una “coincidenza internazionale”. Parafrasando Deng Xiaoping: “pianificazione e forze di mercato sono entrambi strumenti di controllo dell'attività economica”, poiché utilizzando 'la mano visibile' del Piano quinquennale e quella 'invisibile' dei meccanismi di mercato, è possibile fornire un buon terreno per gli investimenti e la promozione della crescita economica. Questa è una chiave di lettura che permette di comprendere il “miracolo cinese”.
E su questo punto hanno dato piena conferma molti imprenditori e studiosi stranieri che ben conoscono la Cina. Per esempio, queste sono le parole dell’ex-presidente della Camera di Commercio degli USA, James McGregor, pronunciate in un’intervista rilasciata al New York Times nel novembre 2009: “noi (facendo riferimento agli Stati Uniti) possiamo imparare dall’esperienza cinese a porci obiettivi, stabilire dei programmi per promuovere l’intero Paese ad andare avanti. I cinesi stabiliscono dei piani quinquennali e tengono sempre a mente quali sono gli obiettivi. Un altro esempio ci viene dato dal futurologo di fama mondiale Jhon Naisbitt, il quale nella sua recente opera China’s Megatrend, nella quale afferma che per “pianificare una foresta” bisogna lasciar crescere “gli alberi” spontaneamente, considera il nuovo sistema cinese (diversamente dai Paesi occidentali) uno degli otto pilastri emergenti. L’obiettivo di lunga durata di un Paese prende forma attraverso un processo che agisce dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto: il governo stabilisce una tattica politica e dei punti chiave di sviluppo preferenziali, mentre ogni cittadino fa il possibile per adempiere alle proprie responsabilità e, mantenendo l’armonia e l’ordine, permette alle diversità di coesistere.
Recentemente sono stato a Taiwan dove si è tenuto un forum di economia sugli effetti stabilizzanti dei Piani quinquennali, in cui si spiegava dettagliatamente come realizzare il processo di democratizzazione, scientificizazzione, e istituzionalizzazione dello Stato. Il nucleo centrale del programma era articolato in 11 punti: sperimentato un periodo di studio e progettazione della durata di due anni e mezzo, si entra in un processo che prevede per prima la democrazia e in seguito la centralizzazione, poi di nuovo la democrazia e infine ancora la centralizzazione. Al momento ci troviamo soltanto nella nona fase e il Consiglio di Stato sta sottoponendo all’opinione generale la bozza del XII Piano quinquennale, così da raggiungere l’obiettivo di sintetizzare la conoscenza del popolo, riflettere l’opinione pubblica, unire le aspirazioni dei cittadini, aumentandone e stimolandone la fiducia. Questo processo, che tuttavia ancora non si è concluso, non ha nulla di segreto, equivale a pubblicizzare i meccanismi decisionali della politica cinese che è quello che noi diciamo “far diventare una scatola nera una scatola bianca”. Il giorno successivo, sul giornale Wang bao uno studioso taiwanese ha criticato e analizzato approfonditamente il sistema politico di Taiwan; uno dei punti focali del suo attacco consisteva nella convinzione che “ sia arrivato il momento per Taiwan di imparare dalla Cina continentale”


La risposta cinese alla crisi che ha sconvolto il mondo

La crisi finanziaria internazionale, scatenata dagli Stati Uniti, ha causato un profondo trauma per l’economia globale. Molte economie mature continuano a mostrare segni di sofferenza: la Cina è quasi l’unica a fare eccezione. La crisi rappresenta una prima prova d’esame a livello mondiale, ma è anche un primo test per verificare come ogni singolo Paese è in grado di reagire. Qui effettueremo un paragone avvalendoci dei quattro principali indicatori macroeconomici assunti dalle nazioni del G20. Il primo è il tasso di crescita economica, il secondo è il tasso di inflazione, il terzo è il tasso di disoccupazione e il quarto è il rapporto deficit/PIL.
Dall'esito dei test effettuati sui 20 Paesi membri, risulta che, nel 2009, la Cina ha ottenuto i migliori risultati nel settore macroeconomico e, oltre ad essere prima in assoluto con una tasso di crescita del PIL del 9,2%, è anche uno tra gli unici sette Paesi ad aver scongiurato la recessione economica. Mentre nel 2009 gli Stati Uniti hanno registrato un calo del –2,5%, gli stati dell’Unone Europea del –3,9%, e il Giappone del –5,3%, la Cina, da parte sua, ha superato di 2,7 punti percentuali l'India, seconda classificata per prodotto interno lordo.
Paradossalmente, proprio nel gennaio del 2009 il settimanale statunitense “The Times” aveva predetto, con malcelata compiacenza, che l’economia cinese si stava avviando verso un processo di declino che avrebbe potuto portarla ad una crisi ben peggiore di quella americana: “Non sarà facile per la Cina portare avanti il miracolo economico. E’soltanto una grande nazione in trappola.” Il 2 marzo altre riviste resero note le loro previsioni, pronosticando che nel 2009 il tasso di crescita dell’economia cinese non avrebbe superato il 4%. Ma questo vaticinio fu presto (in soli dieci mesi) smentito dai fatti. Nell’ “esame” in cui oggigiorno sono coinvolti tutti i Paesi, la Cina è la prima ad intraprendere un percorso di ripresa e ad ottenere un trend di crescita costante. Avendo raggiunto il principale obiettivo macroeconomico, ha dato una risposta che ha attratto l’attenzione generale su di sé, suscitando lo stupore di tutti. Al contrario, il vero declino economico è in realtà quello degli Stati Uniti, infatti la Cina è riuscita anche a ridurre la distanza che la separava dall’America. Mentre nel periodo precedente alla crisi il prodotto interno lordo statunitense era 4 volte quello cinese, ora il vantaggio americano sul PIL cinese è ridotto a circa 2 volte e mezzo.
Ma cos’è che ha permesso alla Cina di reagire con discreto successo alla crisi finanziaria? Di quali profonde conoscenze è in possesso e da quali importanti esperienze ha tratto giovamento? Per prima cosa il Comitato centrale ha approfondito la conoscenza delle regole dell’economia di mercato socialista, maturando una più profonda consapevolezza della superiorità politica del socialismo cinese. In secondo luogo,  gestendo correttamente le relazioni tra politica ed economia di mercato, i leader hanno dato massima importanza alla gestione del mercato e agli investimenti. Nel 2009 il governo ha investito 4mila miliardi di yuan, e ha portato gli investimenti non governativi a più di 10 volte tanto: in due anni il totale dei fixed assets ha raggiunto i 50,3 mila yuan, traguardo, questo, che ha assicurato alla Cina una crescita economica esponenziale. La capacità di sviluppo di ogni Paese e le sue capacità statali non sono la stessa cosa, e anche il comportamento tenuto in risposta alla crisi finanziaria internazionale è molto differente. Per quanto riguarda la Cina queste capacità sono: 1) la capacità della collettività cinese di imparare, di adattarsi facilmente alla situazione contingente, e di utilizzare le proprie abilità di sviluppo competitivo. 2) l’ efficienza della politica nazionale 3) la capacità di mobilitazione politica 4) la capacità di rafforzare sempre più le finanze statali 5) la capacità di valorizzare le due parti attive dell’amministrazione statale, quella centrale e quella locale.
La recessione finanziaria internazionale, originata ed esportata dall’America, in tutto il mondo è sostanzialmente una crisi del sistema capitalistico senza precedenti, pertanto la capacità di reazione dimostrata dalla Cina ha richiamato l’attenzione di molti studiosi americani, spingendoli a rivalutare l’effettiva efficacia del capitalismo stesso. Tra questi esponenti di spicco, quello che più ha destato l’attenzione generale è l’americano Francis Fukuyama, il quale, in un recente articolo pubblicato sul Financial Times dal titolo US democracy has little to teach China, ha così elogiato il nostro Paese: “le ragioni per le quali la Cina ha risposto positivamente alla crisi economica sono da ricercare nell’efficienza del suo sistema politico, nella capacità di varare rapidamente importanti e complesse decisioni politiche, nonché di metterle in atto con successo. E questo è vero se non altro per quanto riguarda la politica economica.”  Volendo fare un paragone, gli Stati Uniti non avendo un sistema in grado di reagire alla recessione globale, finiscono per effettuare cambiamenti peggiorativi. “Questo è un estratto delle conclusioni storiche riguardo all'ultimo ventennio pubblicate da Fukuyama. Ora, in base ai fatti contingenti, a ognuno spetta la libera decisione di apportarvi correzioni o di confutarle.
In conclusione, la strada intrapresa dalla Cina non è soltanto un nuovo sentiero mai battuto, ma è anche un cammino che porta ad un successo sempre crescente. La scelta migliore da farsi è quella di seguire la propria via; gli altri facciano quello che vogliono!
(A.C)

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