giovedì 26 gennaio 2012
lunedì 23 gennaio 2012
I fantasmi del 23 gennaio
Il 23 gennaio il popolo cinese, dopo i bagordi della vigilia, dà il benvenuto al 2012. Comincia così un nuovo anno sotto il segno propizio del Drago. Le consuete aspettative di felicità e ricchezza scacciano dalla mente il ricordo di un altro 23 gennaio: quello del 2001 quando Piazza Tiananmen, il centro politico di Pechino, fu funestata dall'autoimmolazioni di cinque persone.
Ad una settimana di distanza, la televisione statale CCTV ha trasmesso il video dell'incidente, nel quale tuttavia il numero delle vittime è stato portato a sette. La minuziosità dei dettagli delle riprese ha suscitato diversi dubbi: come ha fatto il governo ad immortalare in così poco tempo e senza preavviso l'accaduto?
Le telecamere a circuito chiuso hanno mostrato le immagini strazianti della dodicenne Liu Siying- figlia di una delle donne che si è data alle fiamme- gravemente ustionata.
Le autorità hanno veicolato l'incidente per intensificare la stretta sulla Falun Gong, costringendo i cittadini a porre la loro firma contro il movimento. Con le foto di Liu Siying, Pechino ha tentato di fomentare l'opinione pubblica contro la Falun Gong e di giustificarne la repressione violenta messa in atto.
domenica 22 gennaio 2012
La condanna a morte di Wu Ying scuote la Cina
Aveva solo 26 anni quando nel 2007 era stata arrestata per “raccolta fraudolenta di fondi”, a 28 è stata condannata a morte. Wu Ying oggi ha 31 anni e su di lei incombe l'implacabile verdetto della Corte popolare della provincia del Zhejiang, che ha rifiutato il suo ricorso in appello.
Imprenditrice miliardaria ed ex proprietaria del gruppo Zhejiang Bense Holding “con i suoi gravi crimini ha causato enormi perdite per il Paese e per il suo popolo, e pertanto dovrà pagare”, scriveva venerdì il China Daily.
770 milioni di yuan (oltre 122 milioni di dollari) il bottino intascato avanzando false promesse di alti guadagni ad investitori, nel biennio 2005-2007. I molti i debiti lasciati scoperti e i 380 milioni di yuan mai restituiti hanno scatenato la macchina giuridica cinese che- come specificato dal China Daily- “nei casi di raccolta illegale di fondi prevede come massima sanzione la pena di morte”
Ma la notizia ha colto di sorpresa un po' tutti, avvocati difensori della donna in primis. Zhang Yanfeng, legale di Wu ha dichiarato che farà di tutto per ottenere un alleggerimento della pena, in attesa della revisione della Corte suprema del popolo di Pechino a cui, in caso di sentenze di morte, spetta sempre l'ultima parola.
E a quanto pare ad essere rimasta sotto shock non è stata soltanto la difesa della tycoon cinese. Da giorni l'opinione pubblica si interroga sulla decisione presa dall'organo giurisdizionale del Zhejiang. “Normalmente tutti pensano che quando viene emessa una condanna a morte, in seconda istanza ci possa essere una svolta, ma in questo caso il risultato finale è ancora la pena di morte, questo stupisce non poco per il semplice fatto che non si può pagare con la vita un crimine economico”, scriveva giovedì il portale in lingua cinese News163.
Il verdetto della Corte ha instillato nel popolo del web non pochi dubbi: i 380milioni di yuan racimolati illegalmente che fine hanno fatto? Le pratiche di finanziamento e i prestiti concessi erano attività condotte in prima persona o dall'unità lavorativa in generale? Lo scopo perseguito da Wu Ying in definitiva era quello del possesso illegale o del semplice prestito?
Come ha fatto notare lo studioso cinese, Lang Xianping, nei migliaia di casi di corruzione in cui sono stati coinvolti negli ultimi anni funzionari pubblici, le pene capitali sono state molto rare.
Cos'è dunque che ha spinto la giustizia cinese ad accanirsi tanto contro la miliardaria di Jinhua?
Probabilmente a mettere in allerta è stata l'ondata di fallimenti a catena che dall'inizio del 2011 ha colpito le piccole e medie aziende di Wenzhou, proprio nel Zhejiang, dove si parla di ben 230 casi di uomini d'affari costretti alla fuga o al suicidio in seguito alla crisi del credito.
I fallimenti sono il risultato di forti debiti contratti da imprenditori nei confronti di strutture di credito informali o sotterranee le quali spesso concedono prestiti con tassi da usura (che possono raggiungere il 180%) e non esitano a mettere in pratica espedienti da malavita per poter rientrare in possesso delle somme. Il governo provinciale del Zhejiang ha dichiarato che l'entità di questi fallimenti è ben più allarmante di quella causata dalla crisi dei mutui sub-prime americani del 2008.
La società di Wu Ying non è altro che la punta dell'iceberg di un fenomeno che ha ormai messo salde radici nella regione meridionale del Paese. Secondo alcune stime l'89% delle famiglie della zona partecipano a tale struttura creditizia, che è il lascito dello sviluppo della piccola imprenditoria privata della Cina post-maoista, di quello che negli anni '80 prese il nome di “modello Wenzhou”.
Ma non solo. Come prevedibile, la storia di Wu ha finito per riaccendere i riflettori sulla questione pena di morte. Sulla scia delle riforme del diritto penale attuate lo scorso primo maggio, Pechino ha abrogato la pena capitale per tredici reati economici di natura “non violenta”, ma nel caso di finanziamenti illeciti la legge continua ad essere severissima.
Anche il direttore esecutivo della rivista Caijing, sul suo microblog, ha mostrato la propria indignazione verso la sentenza emessa dalla Corte del Zhejiang. “Come bisogna giustiziare Wu Ying allo stesso modo bisogna giustiziare i funzionari corrotti. Nella maggior parte dei casi questi ultimi sono esenti dalla pena di morte, solo che mentre persone come Wu Ying vengono fuori una volta ogni tanto, di quadri corrotti invece ce ne sono in quantità; a questo punto chi è più pericoloso per la società? La stessa clemenza dimostrata verso di loro andrebbe concessa anche alla signorina Wu, e ciò è proprio quanto desidera il popolo, anche se gli esperti non sembrano tenerne conto. Questa è la ragione per la quale Wu Ying si è conquistata l'appoggio della gente comune. L'opinione pubblica può essere di parte, ma alle autorità spetta il dovere di effettuare delle indagini accurate.”
Meno benevolo il giudizio di Wu Qilun, commentatore finanziario, il quale ha sottolineato come la morte dell'imprenditrice cinese sarà di grande insegnamento per tutti. “La sua condanna ha scosso il web, la notizia ha avuto un'ampia eco e molti sono i dubbi che oscurano la vicenda. In sua difesa sono stati chiamati i principi del foro, ma io penso che la mole degli illeciti commessi e il numero delle persone rimaste implicate richieda necessariamente delle misure molto dure. Wu Ying dovrà morire, questo è il prezzo delle sue colpe e sarà anche un avvertimento per tutti gli altri.”
(Pubblicato su Dazebao)
"Sunflower seeds" per la prima volta a New York
M A R Y B O O N E G A L L E R Y
7 4 5 F I F T H A V E N U E N E W Y O R K , N Y 1 0 1 5 1 . 2 1 2 . 7 5 2 . 2 9 2 9
AI WEIWEI
On 7 January 2012 the Mary Boone Gallery will open at its Chelsea location Sunflower
Seeds, an Installation by world-renowned artist and human rights activist AI WEIWEI.
Seen for the first time in New York, Sunflower Seeds, as in the related Installation that
debuted at the Tate Modern in London in October 2010, is a field comprised of millions
(five tons) of hand-painted porcelain sunflower seeds. Each actual-size seed is unique and
intricately hand-formed and painted by artisans in the historic porcelain-producing city of
Jingdezhen in northern Jiangxi, China.
The sunflower, with its destiny to follow the sun, became a common metaphor for The
People during China’s Cultural Revolution. At the same time, the seeds of the flower
provided sustenance at all levels of society, and the ubiquitous discarded husks provided
evidence of an individual’s existence. Ai Weiwei demonstrates that a staggering quantity of
individual seeds may produce a deceptively unified field. The work is a commentary on
social, political and economic issues pertinent to contemporary China: the role of the
individual versus the masses, and China’s long history of labor-intensive production and
export.
Sunflower Seeds is on view at 541 West 24 Street through 4 February 2012. For further
information, please contact Ron Warren at the Gallery, or visit our website
Mary Boone Gallery
venerdì 20 gennaio 2012
Pronostici al 38° parallelo
È passato un mese da quando Kim Jong-Il, il tiranno nordcoreano, ha lasciato questo mondo, ma oltre il 38° parallelo si continua a respirare aria di congetture, timori e speranze. Storia di una morte annunciata, quella del Caro Leader le cui condizioni di salute dal 2008 si erano notevolmente aggravate, e pur tuttavia occultata agli occhi indiscreti dei media per ben 48 ore, come solo l’ultima cortina di ferro ancora presente al mondo può riuscire a fare nell’era dell’informatizzazione.
Poi la notizia diffusa dall’emittente televisiva di Stato, mentre le lacrime sincere della presentatrice vestita a lutto, il cordoglio e la diperazione del popolo stridono con la realtà di un Paese alla deriva e sull’orlo della carestia. Questa l’eredità che l’ex primo uomo di Pyongyang lascia al suo successore il terzogenito Kim Jong-Un, al quale da due anni a questa parte sono state affidate posizioni di responsabilità, contemporaneamente al rafforzamento della figura del cognato Chang Suang Taek, promosso a capo della Commissione nazionale di Difesa.
Il clan dei Kim sembra così essere salvo, mentre garante della stabilità e dell’ordine continuerà ad essere l’esercito, così come lo è sempre stato dalla fondazione della Repubblica Democratica. Eppure sono in molti a riporre seri dubbi sull’adeguatezza del delfino del Caro Leader, un ragazzo non ancora trentenne, riguardo al quale la stampa internazionale ama puntualizzare il “cursus honorum” di stampo occidentale; la formazione scolastica in Svizzera, la passione per il rock e la pallacanestro. Ora tutti gli occhi sono puntati su di lui che assolutamente digiuno di politica e affari di Stato si troverà a traghettare il Paese verso un nuovo difficile equilibrio.
Una situazione non certo nuova, che sembra rievocare i fantasmi di una Corea del Nord primi anni ’90 quando, all’indomani della successione di Kim Jong-Il al padre, un decennio di crisi e carestia vessò il popolo nordcoreano, con stime che parlano di venti milioni di morti. Responsabile numero uno la dissoluzione dell’Unione Sovietica, al tempo principale erogatore di aiuti economici di quello che era già uno degli Stati più ermetici al mondo. Oggi il quadro non è più rassicurante: mentre la pancia del Paese è ridotta alla sussistenza mastodontiche infrastrutture giganteggiano inutilizzate sul suolo nazionale.
Per 17 anni il Caro Leader ha governato la Corea del Nord con il pugno di ferro, ha rafforzato il culto della personalità, istituendo un regime fondato su base familiare. Ora lascia la strada spianata al suo favorito, che affiancato dallo zio e all’esercito impugnerà le redini di Pyongyang tra i dubbi della comunità internazionale e l’indiscussa venerazione dei cittadini che nel proprio leader riconoscono una natura divina; proprio pochi giorni fa è stata diffusa la notizia dei preparativi per l’imbalsamazione delle spoglie mortali di Kim Jong-Il, stessa sorte riservata al suo predecessore, il Grande Leader.
Ma che sia un dio per il suo popolo, potrebbe non bastare laddove complesse relazioni politiche aprono un terreno accidentato per il Brillante Compagno (questo l’appellativo dato a Kim Jong-Un). Un leader manovrabile potrebbe far comodo alla ristretta cerchia di aspiranti al potere (che si esaurisce in qualche familiare o gerarca militare), mentre una risoluzione in tempi brevi è nell’interesse della stessa cricca di oligarchi desiderosi di effettuare la scalata ai vertici istituzionali.
Intanto è opinione diffusa tra gli accademici che il passaggio delle consegne al delfino del Caro Leader non avverrà nell’immediato ma gradualmente, seguendo una prassi già consolidata in passato. L’incognita ancora una volta sarà rappresentata dall’esercito, al quale, come previsto dalla nuova politica songun, spetta un ruolo di primo piano nella società. Dalla tradizionale dottrina juche - nel tempo trasformata da un embrionale “socialismo in un solo paese” verso un nazionalismo autarchico – scivolando verso un regime fortemente militarizzato: questa volta i legami di sangue, potrebbero non essere sufficienti ad assicurare una successione indolore.
A questo punto è lecito chiedersi se il rampollo di Kim Jong-Il – nel settembre 2010 affrettatamente nominato generale dell’esercito e vicepresidente della Commissione militare in seguito all’aggravarsi delle condizioni di salute paterne – sarà effettivamente in grado di tenere a bada i propri generali.
Quanto al popolo, il dolore e la commozione mostrata nei giorni successive alla dipartita “dell’amato dittatore”, potrebbero in realtà celare uno stato di disperazione latente, covato e maturato in anni di fame e privazioni. L’allentamento del controllo sugli organi d’informazione potrebbe essere foriero di pericolosi sviluppi qualora il profumo dei “gelsomini rivoluzionari” riuscisse a raggiungere la penisola coreana, innescando proteste sulla falsariga della Primavera Araba.
E lo sa bene Pechino, dallo scorso febbraio alle prese nel tentativo di reprimere sul nascere qualsiasi tentativo di protesta. La chiusura pressurizzata di Pyongyang per il momento è riuscita a scongiurare rischi di sorta, ma è difficile poter avanzare pronostici sugli sviluppi futuri, soprattutto alla luce di un eventuale indebolimento del regime post Kim Jong-Il.
La morte del Caro Leader è stata improvvisa, ma non del tutto inaspettata. I Paesi più strettamente legati a Pyongyang, per ragioni di vicinanza o per interessi di natura economica e diplomatica (leggi: Corea del Sud, Cina, Giappone e Stati Uniti), avevano sicuramente già provveduto da tempo ad immaginare un ipotetico nuovo scenario senza il tiranno nordcoreano, pianificando a tavolino le reazioni più opportune.
La Cina, da parte sua, ha immediatamente dato il suo placet al nuovo leader, confermando il proprio prezioso sostegno all’alleato nordcoreano. Al decesso di Kim padre, ha fatto seguito il rispettoso pellegrinaggio degli alti papaveri cinesi verso l’ambasciata della Corea del Nord a Pechino, scandito dalla consueta retorica politica, infarcita da una buona dose di ipocrisia.
“Un grande leader e un buon amico del nostro popolo, che ha contribuito notevolmente allo sviluppo del socialismo” le parole di benvenuto rivolte a Kim Jong-Un dal portavoce del ministero degli Esteri cinese hanno lo scopo di preservare gli equilibri consolidati.
Nonostante nel corso del tempo la tensione nell’area abbia raggiunto picchi critici, tuttavia dal 1953 ad oggi la penisola coreana si puo’ dire abbia raggiunto, malgrado tutto, una sua stabilita’. Stabilita’ fortemente auspicata da Pechino, che nel caso di un collasso del regime di Pyongyang, sarebbe costretto a far fronte ad una crisi umanitaria di proporzioni macroscopiche, alimentata dall’esodo di circa 50mila profughi nordcoreani verso le provincie settentrionali del Regno di Mezzo.
Ma non solo. Un vuoto di potere potrebbe lasciare ampio spazio di manovra ai fautori degli armamenti chimici, batteriologici e nucleari; al momento solo voci silenziate, ma che nella prospettiva virtuale di una Pyongyang alla deriva potrebbero riuscire a farsi sentire.
Pechino ha dichiarato di essere preoccupato per il futuro della regione, e pur essendo un interlocutore privilegiato nei rapporti con la nomenklatura nordcoreana, tuttavia, comincia ad avvertire il peso di un alleato sempre più’ scomodo. Se in passato la Corea del Nord veniva vista come un prezioso stato-cuscinetto, capace di ammortizzare l’impatto con una Seul americanizzata, adesso nella più ampia prospettiva di una Cina con un piu’ alto profilo internazionale, l’amicizia con Pyongyang e’ diventata motivo di imbarazzo.
Nel 2010 lo sbarramento d’artiglieria messo in atto da Pyongyang nell’isola del Mar Giallo, Yeonpyeong, ha causato per la prima volta dalla fine della Guerra di Corea (1950-53) nuove vittime tra i civili del Sud. E nonostante le ripetute smentite, su Pyongyang incombe anche l’accusa di un tentativo di affondamento ai danni di una nave da guerra sudcoreana, durante il quale all’inizio di quest’anno morirono 46 marinai.
Lo scenario di un conflitto a fuoco tra le due Coree porrebbe il Dragone davanti alla difficile scelta tra un intervento militare in aiuto dell’alleato- con conseguente degenerazione dei rapporti con Washington e Seul- e una discutibile astensione, che di fatto lascerebbe piena liberta’ di manovra agli Stati Uniti, la cui presenza nell’area viene gia’ avvertita da Pechino come una forte minaccia.
D’altra parte sono in pochi a rincorrere il sogno di una Corea unificata: una prospettiva, questa, sgradita non solo a Seul- che si dovrebbe fare carico di risollevare le sorti della popolazione nordcoreana, affrontando costi economici non indifferenti- ma anche a Washington, che nelle continue frizioni tra le due Coree ha trovato un’ottima giustificazione per piazzare un proprio avamposto in Estremo Oriente. Quanto a Pechino, l’ipotesi di avere come vicino di casa un Paese nazionalista, forte economicamente e politicamente saldo, deve apparire più come un ostacolo alla propia “ascesa pacifica” che come un fattore di stabilità.
E’ pertanto presumibile che un po’ tutti, Cina e Stati Uniti in primis, siano maggiormente propensi ad effettuare un’azione di monitoraggio nella regione il più possibile coordinata, al fine da evitare brusche sterzate. Una strategia fortemente auspicata da ambedue i Paesi, per i quali il 2012 si prospetta come un anno delicato, foriero di importanti rimescolamenti al vertice, con tanto di presidenziali a Washington e cambio di leadership a Pechino.
Al momento il Dragone esercita un’influenza determinante su Pyongyang, il quale, dopo il taglio degli aiuti economici a stelle e strisce, ha dirottato tutte le sue speranze sul potente alleato. Nell’ultimo anno e mezzo Kim Jong-Il si è recato a Pechino ben quattro volte, nonostante la sua riluttanza a varcare i confine del proprio “regno”.
Ma il legame a doppio filo nei confronti del cugino asiatico, vincola la Corea del Nord in maniera ambigua, e non è da escludere che Pyongyang cominci a sentire la propria indipendenza minacciata più dalla Cina che dagli Stati Uniti. Un’ipotesi che fornisce un’interessante chiave di lettura alla progressiva apertura dimostrata dal regime del defunto Caro Leader nei confronti della comunità internazionale: il ripristino dei colloqui a sei potrebbe essere un primo tentativo di dialogo con l’esterno, nella speranza di divincolarsi dall’incombente presenza cinese.
In altre parole la Corea del Nord ha trovato riparo nel grembo di Pechino piu’ per disperazione che per scelta: vistasi sbarrate le porte dalla maggior parte delle potenze mondiali, ha preferito conservare rapporti amichevoli con chi tutt’oggi continua a fungere da megafono per i propri interessi sullo scacchiere internazionale. Pechino riveste il ruolo di mediatore nei rapporti tra Pyongyang e gli altri Paesi coinvolti nei colloqui a sei, volti ad arrestarne la corsa all’atomica. E la morte di Kim Jong-Il è giunta proprio alla vigilia del terzo round dei colloqui bilaterali sul programma nucleare nordcoreano.
In altre parole la Corea del Nord ha trovato riparo nel grembo di Pechino piu’ per disperazione che per scelta: vistasi sbarrate le porte dalla maggior parte delle potenze mondiali, ha preferito conservare rapporti amichevoli con chi tutt’oggi continua a fungere da megafono per i propri interessi sullo scacchiere internazionale. Pechino riveste il ruolo di mediatore nei rapporti tra Pyongyang e gli altri Paesi coinvolti nei colloqui a sei, volti ad arrestarne la corsa all’atomica. E la morte di Kim Jong-Il è giunta proprio alla vigilia del terzo round dei colloqui bilaterali sul programma nucleare nordcoreano.
E’ dal 2003 che le sei potenze interessate (Seoul, Pyongyang, Pechino, Mosca, Tokyo e Washington) tentano di dirimere la questione coreana, incappando in non pochi ostacoli. Dopo una prima interruzione nel 2008, lo scorso maggio, grazie all’intervento cinese, la Corea del Nord era tornata a sedere al tavolo delle trattative.
Ma nonostante i progressi fatti, Pyongyang non accenna ad abbandonare il suo atteggiamento ostile. Proprio la settimana scorsa aveva accusato gli Stati Uniti di “politicizzare” il cibo, promettendo aiuti umanitari e la sospensione delle sanzioni economiche in cambio dell’interruzione dei piani sull’arricchimento dell’uranio. Un punto, quest’ultimo, riguardo al quale l’esercito si è sempre dimostrato fortemente contrario. Secondo il regime comunista Washington dovrebbe consegnare ancora più di 300 mila tonnellate di alimenti, sulla base di quanto promesso nel 2008.
Quest’anno la Corea del Nord si prepara a festeggiare il centenario della nascita del Grande leader, promettendo di migliorare la distribuzione degli alimenti tra la popolazione affamata; il raggiungimento o meno di quest’obiettivo sarà un banco di prova determinante per l’ascesa al potere dell’ultimo dei Kim.
(Scritto per Uno sguardo al femminile)
giovedì 19 gennaio 2012
Tradizionale esodo per il Capodanno cinese, ma qualcosa sta cambiando
Biglietterie prese d'assedio, treni stracolmi e traffico paralizzato. Accade in Cina. Il Capodanno cinese (quest'anno i festeggiamenti cominceranno il 23 gennaio), è la piu lunga delle due “Golden Week” vacanziere, nonché l'unica occasione dell'anno in cui i lavoratori migranti possono fare ritorno ai loro villaggi d'origine per ricongiungersi con i propri familiari.
Le stime per la Festa di Primavera 2012 parlano di un esodo su rotaia di circa 200 milioni di persone, ma se i numeri continuano ad essere all'altezza della tradizione, tuttavia qualcosa sta cambiando.
Con il progressivo sviluppo delle province centrali del Paese, un numero crescente di mingong (lavoratori migranti) non ha più bisogno di allontanarsi da casa per cercare lavoro, scriveva ieri il China Daily.
Le ultime statistiche realizzate nella regione dello Anhui, mostrano che dalla fine del settembre 2011, solo il 10% dei migranti ha dovuto fare ritorno al paese nativo per cominciare una nuova attività, mentre un numero maggiore aveva già trovato un impiego vicino casa.
Lu Weidong, ha 41 anni ed è uno dei rimpatriati. Un tempo contadino di Zhufoan, nello Anhui, appesi ad un chiodo zappa e rastrello, è andato in cerca di fortuna nella lontana metropoli di Shanghai, dove ha esercitato lavori saltuari per piu di 10 anni. Poi tre anni fa ha fatto marcia indietro, è tornato a casa e ha fondato una società per la realizzazione di prodotti in bambù.
“Non ho più bisogno di fare una fila di tre giorni e tre notti per riuscire a comprare un biglietto ferroviario per festeggiare il Capodanno con la mia famiglia” ha raccontato Lu “è così bello lavorare vicino casa e poter prendersi cura dei propri genitori e dei propri figli.
Con una produzione di 500.000 bastoncini di bambù, Lu guadagna un totale di 20 milioni di yuan all’anno (3,17 milioni di dollari), elargendo ai suoi dipendenti stipendi da 3 milioni di yuan.
Gli impiegati ricevono salari mensili di 2.000 yuan, un po' meno di quanto guadagnerebbero nelle grandi città, ma con spese nettamente inferiori.
“Nel complesso i lavoratori riescono a risparmiare circa 10.000 yuan all’anno che se vivessero fuori casa”. Lu ha preso la decisione di tornare al proprio paese cavalcando l'onda delle politiche di incentivazione messe in atto dalle autorità locali. Il governo cittadino ha incoraggiato gli agricoltori a tornare presso i propri villaggi per sfruttare le rigogliose foreste di bambù presenti nella zona.
Chen Hong, vice segretario del governo locale, ha introdotto un nuovo sistema che prevede l'affitto a basso costo di edifici di proprietà dello stato per i migranti che, fatto ritorno a casa, decidono di lanciarsi in nuove attività imprenditoriali.
“Per il primo anno non facciamo pagare nulla alle imprese che affittano i nostri impianti. Il secondo anno il costo sarà equivalente al 50% del canone e negli anni a seguire a circa l’80%, in base ai loro guadagni.” ha spiegato Cheng.
Secondo I dati forniti dal governo di Zhufoan, tra I 28.000 abitanti di età superiore ai 18 anni e in grado di lavorare, più di 20.000 scelgono di rimanere a casa per darsi all’agricoltura o ad altre professioni.
Wang Kaiyu, studioso delle questioni riguardanti i mingong, ha spiegato che sempre più persone preferiscono rimanere nei paesi d'origine, attratte dal rapido sviluppo dell'economia locale nonché dalla prospettiva di poter stare vicino ai propri cari. E i migranti arricchiti dalle loro esperienze nelle grandi citta sono una risorsa importantissima per le province interne della Cina.
Ormai da tempo Pechino sta cercando di convogliare la forza lavoro e gli impianti industriali verso le regioni occidentali; più vicino ai luoghi di provenienza dei lavoratori, ma dove il costo del lavoro e anche più basso.
Ma nonostante gli sforzi messi in atto dal governo cinese, il fascino e le comodità della vita metropolitana continuano ad avere la meglio. Ad inizio settimana l’Ufficio Nazionale di Statistica di Pechino ha conferamto ciò che le proiezioni di alcuni think thank preannunciavano da tempo: per la prima volta nella storia della Cina, più della metà della popolazione vive nelle grandi città 690,79 milioni di cittadini urbanizzati contro i 656,56 milioni ancora residenti nelle zone rurali.
Un sorpasso storico che, trainato dall'esodo di 21 milioni di lavoratori, testimonia ancora una volta come la migrazione interna sia un fenomeno tutt'altro che superato.
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