mercoledì 26 giugno 2013

Palingenesi con caratteristiche cinesi

(Aggiornamento del primo luglio: nuovi dettagli sulla critica di Hu Dehua a Xi Jinping)

No a formalismo, burocratismo, lassismo e stravaganze. La settimana scorsa il presidente cinese Xi Jinping è tornato a strigliare i ranghi del Partito annunciando una campagna anti-stravaganze della durata di un anno che appare come un chiaro prosieguo degli sforzi messi in atto contro la corruzione fin dai primi giorni del suo mandato come Segretario generale del Pcc.

Nella giornata di ieri un ulteriore appello ai venticinque "compagni" del potente Politburo perché assumano l'iniziativa nel "mantenere l'autorità del Comitato centrale del Partito e siano con esso fortemente in accordo quanto a pensiero, politiche e azioni". Non senza esimersi dall'effettuare "critiche amichevoli e oneste, nonché autocritiche per tenere uniti i compagni". Il tutto precedentemente concentrato in uno slogan sibillino decriptato dallo stesso Xi lo scorso 18 giugno in occasione di un meeting di alto livello: "Guarda nello specchio, tieniti in ordine, pulisci il tuo corpo, e cura la malattia".

Nella sua lotta contro "mosche e tigri", ovvero funzionari e quadri a livello locale corrotti, il neo-presidente ha fatto ampio uso di una serie di termini presi in prestito da Mao Zedong, il cui vocabolario sembra essere ancora in auge a Zhongnanhai, il Cremlino cinese. Ma, sebbene la retorica sia simile, in Xi manca l'enfasi verso lo studio e la lettura dei testi teorici tipica dell'era maoista, mentre l'"azione" prevale su tutto, ha spiegato al South China Morning Post Li Chengyan, professore dell'Università di Pechino. Per Russel Leigh del Beijing Center for Chinese Studies, manca il nucleo centrale della strategia del Grande Timoniere: la lotta di classe e l'identificazione di nemici politici, concetti che oggi apparirebbero più che obsoleti e inconciliabili con il mantra delle "tre rappresentatività".

Che quella di Xi non sia una svolta radicale verso l'estrema sinistra -pericolosamente vicina al deposto Bo Xilai- lo dimostrerebbe l'appello con il quale martedì ha invitato i membri del Politburo a studiare la storia del Partito e del Paese al fine di sviluppare ulteriormente il concetto di "socialismo con caratteristiche cinesi", slogan che ha al suo centro riforme di mercato e apertura.

Non è certo la prima volta nella storia del Partito comunista cinese che l'establishment tenta di debellare la corruzione interna. Ancora prima che la Repubblica popolare vedesse la luce, nel 1942, diversi membri del Pcc vennero etichettati come "controrivoluzionari", "traditori" e "spie" nell'ambito di una campagna volta a consolidare la leadership sotto la guida di Mao. Anche allora si parlò di "autocritica" e di "curare le malattie".

Poco dopo la fondazione della Rpc, una seconda stretta si tradusse nell'espulsione di 320mila membri del Partito e nel reclutamento di oltre un milione di nuovi "compagni", mentre tra il 1957 e il 1959 a finire nel tritacarne furono gli elementi di destra, critici verso il modello di collettivismo di stampo sovietico, il leninismo e il marxismo-leninismo. Avvertiti come un minaccia per la dittatura del Partito unico, circa 500mila intellettuali furono perseguitati; alcuni di loro persero la vita prima che la Rivoluzione Culturale terminasse nel 1977.

Ultima in ordine di tempo, l'opera di pulizia lanciata da Deng Xiaoping, l'architetto delle riforme economiche che tra il 1983 e il 1987 si adoperò per sradicare la Banda dei Quattro, la cricca guidata dalla moglie di Mao ai tempi della Rivoluzione Culturale. Un preludio alla "politica della porta aperta". (Fonte: Global Voices)

Xi Jinping ha dunque una lunga serie di precedenti dai quali trarre spunto o allontanarsi. Per il popolo di Weibo, il Twitter cinese, la panacea di tutti i mali risiede nella democrazia, nella partecipazione dei cittadini e nello Stato di diritto. Basta voltare lo sguardo indietro per vedere l'inutilità delle campagne anti-corruzione, artefici di ferite storiche mai rimarginate e incapaci di conservare la moralità del Partito immacolata.

Pechino dovrebbe imparare dagli errori commessi. Esattamente come ha fatto Taiwan con gli eventi del 1947, anno in cui il Guomindang uccise decine di migliaia di manifestanti anti-governo in una sanguinosa resa dei conti. L'incidente, rimasto tabù per decenni, viene oggi commemorato ogni 28 febbraio come festa nazionale. Il consiglio questa volta giunge dai piani alti: Hu Dehua, figlio di quel Hu Yaobang alleato di Xi Zhongxun, il padre di Xi Jinping, e la cui morte innescò le proteste dell''89, si è dimostrato fortemente critico verso le posizioni assunte dal nuovo "timoniere" colpevole di aver affermato all'inizio dell'anno che "la Cina non può utilizzare la sua storia post-riforme per rinnegare quanto accaduto precedentemente". Un assunto che -come si legge in un discorso informale pronunciato da Hu a febbraio e rimbalzato sul web solo di recente- equivale a confermare le accuse con le quali il suo stesso padre fu bollato come "controrivoluzionario" e incarcerato, per poi essere riabilitato soltanto nel 1975.

Secondo l'accademico indipendente Chen Ziming, sarebbero diverse le voci controcorrente ad agitare la fazione dei "principini", gli eredi degli eroi della Rivoluzione comunista, di cui Hu e Xi fanno parte. Tra questi Chen Xiaolu, figlio di Chen Yi che fu vice-ministro sino alla morte (1972) e Ma Xiaoli, figlia di Ma Wenrui ex-politico della provincia dello Shaanxi. Molti allo, stesso tempo, dimostrano incondizionatamente il loro appoggio a chiunque abbia il potere nella speranza di trarre benefici economici. Proprio questi ultimi potrebbero non gradire le manovre di Xi Jinping, sempre più incline a  riconquistare la fiducia delle masse andando a colpire le mele marce e i gruppi d'interesse che in Cina si annidano nelle grandi società di Stato. E' sostanzialmente dalla loro capacità di rinuncia che dipende il corso futuro del Paese.

(Leggi anche: I "cento fiori" di Xi: tra apertura e repressione; In Cina la crisi si chiama corruzione)



venerdì 21 giugno 2013

La lunga marcia (in salita) delle scienziate cinesi


(L'articolo verrà pubblicato su Uno sguardo al femminile di luglio)

Donne nello spazio e nelle profondità degli abissi. E' con grande orgoglio che il 21 giugno l'agenzia di stampa cinese Xinhua ha reso nota una presenza femminile nell'equipaggio del sommergibile d'altura Jiaolong, durante un'immersione nel Mar cinese meridionale. Yang Qunhui, professore associato presso l'Università Tongji di Shanghai, è la prima scienziata donna ad aver partecipato ad una spedizione del "drago d'acqua", questa la traduzione del nome cinese dell'imbarcazione che lo scorso anno aveva battuto il record nazionale scendendo 7.062 metri sotto il livello del mare, nella Fossa delle Marianne.

Appena il giorno prima, l'attenzione dei media cinesi era tutta proiettata verso i cieli, per una lezione di vita nello spazio. Maestra d'eccezione, Wang Yiping, 33 anni e seconda donna a partecipare ad una missione spaziale, ha dato una dimostrazione pratica dell'assenza di gravità dalla navicella Shenzhou- 10, in orbita a 300km di distanza dalla Terra. La diretta, trasmessa dalla televisione di stato CCTV, ha incollato davanti al piccolo schermo oltre 60 milioni di studenti. Wang, che è membro del Partito comunista e ha il grado di maggiore nell'Esercito popolare di liberazione, ha partecipato alla quinta missione con equipaggio umano del Dragone, la più lunga (15 giorni) e ultima in ordine di tempo verso  la realizzazione di una stazione orbitale permanente.

Sono passati dieci anni da quando il "gigante asiatico", nel 2003, ha inviato il suo primo "taikonauta" (come vengono chiamati alle nostre latitudini gli "astronauti" d'oltre Murglia) nello spazio; uno solo da quando il 16 giugno dello scorso anno la pioniera Liu Yang ha tinto per la prima volta di rosa una navicella cinese. Un successo quello di Liu, celebrato non soltanto dai media nazionali ma anche dalla rete: dei 34 milioni di messaggi pubblicati su Weibo riguardo al lancio dello shuttle Shenzhou-9, circa 2,2 milioni contenevano il nome di Liu Yang, mentre alcune ricerche hanno evidenziato per i suoi compagni Liu Wang e Jing Haipeng meno di 100mila visite.
"Ad aver attirato tanta attenzione sull'ultimo viaggio spaziale è stata proprio la presenza di un'astronauta donna. Nei giorni scorsi è diventato un tema caldo di portata nazionale e pertanto coperto ampiamente sia dalla stampa che dai media elettronici" aveva affermato a suo tempo Zhang Jiang, professore di comunicazioni presso la Beijing Foreign Studies University.

A rovinare i festeggiamenti il ricordo ancora fresco di Feng Jianmei, non una scienziata né una celebrità. Una donna come tante, costrette pochi giorni prima ad abortire sebbene al settimo mese perché non in grado di pagare la multa di 40mila yuan (quasi 5mila euro) imposta in Cina a chi vuole avere un secondo figlio. Le inconciliabili contraddizioni di un Paese che studia da superpotenza, con un buono meno in economia e un'insufficienza grave nel rispetto dei diritti umani. Che vorrebbe aprire qualche porta in più al gentil sesso, ma, per il momento, è in grado di lasciare solo qualche spiraglio.

Con "Outline for the Development of Chinese Women 2011-2020", il Consiglio di Stato si è impegnato a raggiungere in un decennio quote rosa del 35% nei settori scientifici e tecnologici, da sempre considerati maschili. Come? Innanzitutto, incentivando l'accesso delle donne ai laboratori nazionali con progetti di ricerca volti alla loro formazione professionale. "Il talento tecnologico femminile è fondamentale per lo sviluppo del Paese" si legge nel documento.

Eppure, nonostante le possibilità di ottenere un dottorato in materie scientifiche siano grossomodo le stesse dei colleghi uomini, le studentesse cinesi incappano in serie difficoltà quando si tratta di trovare lavoro come ricercatrici. "Le donne hanno più doveri familiari rispetto agli uomini, un fattore che le svantaggia in tutti i campi professionali" ha commentato Li Zhenzhen, researcher presso l'Istituto di Politica e Management dell'Accademia cinese di scienze, sottolineando l'urgenza di politiche mirate a rinforzare la presenza femminile nel settore.

La Fondazione nazionale di scienze naturali cinese (NSFC) sembra aver intrapreso questa direzione da quando, nel 2010, ha stabilito massima priorità alle ricercatrici scientifiche che presentano domanda di finanziamento. Il problema, però, sembra non essere esclusivamente circoscritto entro i confini nazionali. Di recente l'Organizzazione internazionale del lavoro (ILO) ha invitato tutti i Paesi ad affrontare la carenza di quote rosa nel settore scientifico-tecnologico, affermando che il gap donne-uomini "costituisce un ostacolo al progresso delle nazioni". "Fermare l'esodo delle donne dalla scienza": titolava così l'Harvard Business Review nel 2008 riportando una percentuale allarmante di fughe femminili dall'area STEM (Science, Technology, Engineering and Math). Ben il 52%.

(Leggi anche: Tutti i media pazzi per Liu Yang)


domenica 16 giugno 2013

A ciascuno i dissidenti suoi


(Aggiornamento del 23 giugno: il caso Chen Guangcheng secondo Perry Link, professore dell'Università di California specializzato in lingua e cultura cinese, su LinkAsia)

(Aggiornamento 21 giugno: secondo un'esclusiva della Reuters, pochi giorni dopo il suo arrivo a New York, Chen Guangcheng ha ricevuto dai suoi supporters -legati a doppio filo alla destra americana- una serie di dispositivi di comunicazione sui quali sarebbero stati installati softwear di spionaggio. Dei "cavalli di Troia per che avrebbero consentito loro di monitorare le sue conversazioni in segreto" li ha definiti Jerome Cohen. D'altra parte, secondo alcune fonti, i dispositivi sarebbero passati per le mani della NYU prima che Chen ne entrasse in possesso. Per capire un po' meglio il ruolo ricoperto dal dissidente cinese nei piani dei repubblicani americani consiglio la lettura di un post di Elizabeth M. Linch, fondatrice di China Law & Policy.)

(Aggiornamento 20 giugno: il Global Times definisce Chen Guangcheng una pedina nel grande gioco diplomatico tra Cina e Stati Uniti)

(Aggiornamento del 18 giugno: anche Pyongyang sfrutta il caso Datagate per bacchettare Washington in merito ai diritti umani. Le Nazioni Uniti a marzo avevano lanciato un'indagine su presunti crimini contro l'umanità in Corea del Nord. Il governo nordcoreano, da parte sua, nega l'esistenza dei campi di prigionia e si rigetta qualsiasi collaborazione nell'inchiesta)

(Aggiornamento del 17 giugno: Chen Guangcheng conferma la richiesta di allontanamento da parte della NYU, sotto pressione di Pechino dalla fine di agosto. Il testo integrale della risposta del dissidente sul WSJ )

Mentre gli Stati Uniti si interrogano sul corso della democrazia americana e i principi costituzionali a stelle e strisce traballano, con il caso Datagate la Cina si riscopre paladina dei diritti umani.

Le rivelazioni scottanti della "gola profonda" Edward Snowden, ex analista della Cia ed ex contractor della National Security Agency (Nsa), hanno gettato l'amministrazione Obama in una crisi di credibilità che Pechino interpreta a proprio favore come una conferma della manifesta ipocrisia di Washington, da anni impegnato a lamentare attacchi cibernetici da parte del Dragone.

Le operazioni globali di hackeraggio della Nsa -stando a quanto rivelato da Snowden al South China Morning Post- sarebbero state oltre 61 mila con centinaia di bersagli a Hong Kong e su territorio cinese. Lo ha raccontato dal suo misterioso rifugio nell'ex colonia britannica, scelta per la sua nota libertà di parola e in quanto base di diverse organizzazione per la difesa dei diritti umani. Una propaggine della Repubblica popolare legata alla mainland sotto la formula "un paese, due sistemi" che le lascia una sostanziale autonomia amministrativa e libertà di iniziativa economica in cambio della rinuncia ad una propria politica estera e di difesa. Ma che pur sempre Cina è.

Nella giornata di sabato attivisti hongkonghesi sono scesi in strada per dimostrare il proprio supporto a Snowden. "Obama e Xi are watching you! No Big Brother State!" recitava uno striscione, facendo riferimento ai nomi del presidente americano e cinese.

Qualora gli stati Uniti cercassero di estradare "la talpa" l'ultima decisione spetterebbe ai tribunali del Porto profumato, come viene anche chiamata l'ex colonia inglese, i quali in passato hanno collaborato strettamente con Washington in merito ad alcune cause penali, fatta eccezione per i "casi politici". Pechino dal canto suo ha il diritto di intervenire nella "regione amministrativa speciale" in casi che rischiano di influenzare la propria "politica estera, la difesa e l'interesse nazionale". Un'ipotesi che, secondo avvocati e diplomatici di Hong Kong, rimane piuttosto improbabile considerata la crescente insofferenza dimostrata dai cittadini dell'isola verso l'ingerenza del governo cinese nelle questioni locali.

Il Global Times, versione pop dell'ufficialissimo Quotidiano del popolo, ha sottolineato come l'opinione pubblica oltre la Muraglia si dimostrerebbe fortemente contraria ad un'ipotesi estradizione. "La Cina deve fare in modo che Hong Kong non diventi l'ultimo posto dove altri ' Snowden' scelgano di andare. Perlomeno, Hong Kong dovrebbe rappresentare un destinazione accettabile per loro" sentenzia il tabloid. Giocando di rimbalzo il web cinese, che ha in Sina Weibo la sua piattaforma di dibattito privilegiata, si domanda con una punta di ironia "quando la Cina avrà un suo Snowden?"

In un paese dove la libertà di parola compare a chiare lettera nella Costituzione, ma viene quotidianamente imbavagliata da una delle più potente macchine censorie del mondo, giovani netizen tentano di sensibilizzare il popolo ad una maggiore responsabilità politica attraverso la rete.
Zhu Ruifeng, autore del successo del cliccatissimo video a luci rosse che ha messo sotto scacco un corrotto funzionario di Chongqing è a modo suo "un brillante giovane idealista" che, proprio come l'ex spia della Cia, ha tentato di portare allo scoperto i lati oscuri del proprio paese in nome della democrazia. Che in Cina continua ad avere peculiari caratteristiche indigene.
Ugualmente, il giornalista Luo Changping ha scelto Weibo per far luce sulla corruzione di Liu Tienan, ex-vice direttore della Commissione nazionale per le Riforme e lo Sviluppo (NDRC), consapevole del fatto che un pezzo investigativo sull'argomento non avrebbe mai visto la luce nel Regno di Mezzo.

Negli ultimi tempi l'opinione pubblica si è scagliata contro la nuova dirigenza di Pechino per aver messo in atto un giro di vite ai danni degli attivisti anti-corruzione, molti dei quali sono finiti agli arresti con l'accusa di "incitamento alla sovversione dello Stato" o di aver organizzato "raduni illegali". Alla vigilia della ricorrenza del massacro di piazza Tian'anmen diversi dissidenti hanno lamentato misure repressive persino più severe rispetto a quelle degli scorsi anni, mentre le madri delle vittime dell'89 hanno agitato il fantasma di un rinnovato maoismo tra le mura di Zhongnanhai, il quartier generale del Partito.

Proprio la pagina buia della storia cinese ha alzato la temperatura tra Washington e Pechino a pochi giorni dal summit informale tra Obama e il presidente della Repubblica popolare Xi Jinping con la richiesta da parte del Dipartimento di Stato americano di dare una volta per tutte spiegazioni sulle morti, le detenzioni e le misteriosi sparizioni seguite all'intervento armato di quel 4 giugno 1989. La risposta secca da parte del portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hong Lei, si è tradotta in un invito ad "accantonare pregiudizi politici e trattare correttamente lo sviluppo della Cina".

Un timido accenno alla questione dei diritti umani ha trovato spazio nel discorso di benvenuto con il quale Obama ha accolto il presidente cinese Xi Jinping nella tenuta californiana di Sunnylands, durante quel weekend "sbottonato" che ha visto i due leader uniti sulla questione nordcoreana e inevitabilmente distanti sul cyber-spionaggio. Mentre lo scandalo del Datagate montava di ora in ora un Obama visibilmente imbarazzato ha potuto avanzare ben poche pretese.

La violazione dei diritti fondamentali dei cittadini americani da parte del "Grande Fratello" e la rivelazione del programma con il quale Washington ha sorvegliato mezzo mondo hanno fornito nuovo materiale a Pechino per rispedire al mittente le annose accuse di pirateria telematica e violazione dei diritti umani. Un argomento, quest'ultimo sul quale la Cina si è ampiamente espressa nel mese di maggio con la pubblicazione del Libro bianco per il 2012, nel quale vengono ostentate una serie di vittorie nel campo del welfare, della sanità e degli standard di vita. A ricordare come il Dragone individui nel diritto alla sopravvivenza e allo sviluppo i due diritti umani fondamentali.

Ufficialmente trincerato dietro un rigoroso "no comment", il governo cinese non ha fatto nulla per impedire che la stampa ufficiale sfruttasse le rivelazioni dell'ex della Cia per sparare una serie di fiammate contro l'altra sponda del Pacifico. Così, a circa una settimana dalla confessione di Snowden, il Quotidiano del Popolo e l'agenzia di stampa statale Xinhua hanno riproposto un editoriale piccato a firma di Xu Peixi, columnist di China.org.cn.

"Prima di tutto il caso Snowden ci offre una rara opportunità di riesaminare l'integrità dei politici americani e il management delle compagnie internet americane dominanti" scrive Xu "appare chiaro che mentre molti di questi individui attaccano verbalmente altre nazioni e persone nel nome della libertà e della democrazia, in realtà, ignorano il degenerare della situazione americana interna".

L'articolo fa poi riferimento a quanto affermato dall'ex segretario di Stato Usa Hillary Clinton, che tempo addietro aveva esortato le aziende mediatiche americane ad "assumere un ruolo proattivo nello sfidare le richieste dei governi stranieri in materia di censura e sorveglianza". A fornire alla Clinton l'occasione per un'imbeccata sulla libertà di internet era stata la lunga querelle tra Google e Pechino, culminata nel 2010 con il ritiro provvisorio del colosso di Mountain View dalla Cina a causa della "sorveglianza" governativa e del "regolare accesso da parte di terzi" agli account Gmail di decine di attivisti per i diritti umani.

Ora che alla luce del caso Prism Google compare tra le aziende colpevoli di aver fornito i dati degli utenti ai Servizi di sicurezza americani, l'eco delle parole dell'ex segretario di Stato suona quanto mai irritante alle orecchie del Dragone. "Possiamo vedere quindi che quando i politici e gli uomini d'affari americani fanno osservazioni accusatorie, i loro occhi sono fissi sui paesi stranieri, mentre vengono chiusi quando si tratta dei propri misfatti" continua l'editoriale sottolineando come "sempre più cinesi capiranno un giorno che la democratizzazione dei media nazionali è completamente diversa da quella che sta avvenendo all'estero".

Con che faccia Obama ha sciorinato la sua retorica sulla libertà della rete agli studenti dell'Università Fudan di Shanghai durante la sua visita del 2009? Come possiamo spiegare la sfida al sistema lanciata da Snowden, da Bob Woodward e Carl Bernstein nell'affaire Watergate, dal padre di Wikileaks Julian Assange e dal soldato Bradley Manning? Xu sembra rispondersi da sé: "Mentre gli attivisti dei diritti umani provenienti dai paesi in via di sviluppo (come sicuramente vengono definiti in Occidente) sono spesso benedetti con un'ampia scelta di nascondigli, oggi ci troviamo davanti al dilemma dei dissidenti occidentali. Per questa ragione la Cina, nonostante non abbia una buona reputazione per via della sua governance di internet, dovrebbe muoversi con coraggio e garantire asilo a Snowden".

Durissimi i toni adoperati dal giornale ufficiale dell'Esercito popolare di liberazione che nella giornata di sabato ha definito le agenzie d'intelligence statunitensi "delinquenti abituali", mentre alcuni giorni fa il China Daily aveva osservato compiaciuto come gli scheletri nell'armadio della Casa Bianca siano usciti allo scoperto proprio nel momento in cui il pressing di Washington sul presunto cyber-spionaggio cinese si faceva più incalzante.

Una coincidenza? Forse. Stando a quanto riportato da Bloomberg, per dissipare ogni dubbio il controspionaggio Usa ha deciso di indagare al fine di stabilire eventuali collegamenti tra Snowden e i servizi segreti del Dragone.

E mentre si rincorrono le ipotesi i dietrologismi si sprecano. La settimana scorsa il New York Post aveva dato in esclusiva la notizia di un presunto allontanamento dagli Stati Uniti del dissidente cieco Chen Guangcheng su pressione del governo cinese. Scintilla scatenante di una (sventata) crisi diplomatica tra Washington e Pechino, culminata in una clamorosa fuga dagli arresti domiciliari fino all'ambasciata americana in Cina, la scorsa primavera Chen era poi riuscito a recarsi nella Grande Mela con un visto di studio che gli ha dato la possibilità di coltivare la propria passione per il diritto presso la NYU.

Ora pare che il dissidente, avvocato autodidatta, lascerà il prestigioso ateneo ma non gli Stati Uniti. Lo assicura il professore di legge Jerome Cohen, al tempo uno degli organizzatori della partenza di Chen verso il Nuovo Continente, che ha smentito tra le righe qualsiasi ipotesi di uno scambio Snowden-Chen Guangcheng tra le due superpotenze. "Nessun rifugiato politico, nemmeno Albert Einstein, ha mai ricevuto un trattamento migliore da un istituto universitario americano di quello garantito a Chen dall'università di New York" ha scandito Cohen.

La domanda sorge spontanea: sarà dunque altrettanto soddisfacente il trattamento riservato dalle autorità cinesi alla "talpa" Snowden qualora Washington ne dovesse chiedere l'estradizione?

(Pubblicato su Frontiere News)



giovedì 6 giugno 2013

"Compagni" per la vita


(Scritto per Uno sguardo al femminile)

"Ci sono tre modi per trasgredire la pietà filiale. Il primo è non avere eredi". La massima dell'antico filosofo Mencio continua a tormentare la comunità gay cinese, sebbene oggi la linea ufficiale del governo nei confronti dell'omosessualità si riassuma nell'ambiguo mantra dei tre no: "Non approvare, non disapprovare e non incoraggiare". Un atteggiamento fumoso che si traduce in una scarsa tutela dei diritti degli omosessuali.

Alla fine degli anni '70, l'inizio della politica di riforma e apertura ha sancito un graduale ammorbidimento delle autorità verso chi avesse gusti sessuali "diversi". Nel 1997 l'omosessualità è stata decriminalizzata, mentre nel 2001 (ad Hong Kong nel 1980) è stata finalmente rimossa dalla lista delle malattie mentali.

La relativa libertà concessa dall'assenza di una morale religiosa viene arginata dalla presenza millenaria di un'etica confuciana salda e pervasiva, mentre la politica del controllo delle nascite aumenta il carico di responsabilità su quell'unico figlio che dovrà perpetuare il lignaggio familiare. Non abbastanza, però, da aver impedito agli omosessuali cinesi di lottare per far valere i propri diritti, raggiungendo negli ultimi anni importanti successi.

Oggi nel Regno di Mezzo il numero dei gay (in cinese tongzhi: "compagno") rimane incerto. Se una ricerca parla di un valore che oscilla tra i 360mila e i 480mila, altre statistiche di Pechino e alcuni studi accademici aggiungono tre zeri portando il computo a circa 15milioni; numeri che si suppone siano comunque ritoccati al ribasso. D'altra parte, secondo quanto affermato dall'attivista Ah Qiang, soltanto il 5% degli omosessuali trova il coraggio di fare coming out in famiglia e sul posto di lavoro, nonostante si stimi che circa il 70% della popolazione sia ormai piuttosto tollerante verso questo tipo di comportamenti. Il 50% si sarebbe detto addirittura favorevole al matrimonio gay, come riporta un sondaggio apparso di recente su Sina.com.

E proprio le nozze omosessuali sono da tempo al centro di un acceso dibattito, dalle nostre parti come in Cina. In tutto il mondo sono 14 i paesi ad averle approvate, ma nella regione Asia-Pacifico soltanto la Nuova Zelanda è riuscita "a dire sì". Sebbene l'opinione pubblica sia ormai piuttosto tollerante, nella Repubblica popolare cinese la legge sul matrimonio riconosce esclusivamente il vincolo tra un uomo e una donna, sbarrando la strada a qualsiasi altra forma di unione civile. Diversi sono stati gli appelli per emendare la normativa in materia. Un precedente storico: il riformista-confuciano Kang Youwei, vissuto a cavallo tra il XIX e il XX sec., e la sua proposta utopistica di un contratto matrimoniale temporaneo della durata di un anno, valido per coppie etero e non, di cui parla nell'opera il "Libro della Grande Unità".

Perché l'utopia diventi realtà, dal 2003 la nota sessuologa all'Accademia di Scienze Sociali, Li Yinhe, propone (invano) alla Conferenza politica consultiva un progetto di legge sul matrimonio gay. Ogni tentativo è caduto nel vuoto, tanto per un riconoscimento a livello nazionale quanto a livello provinciale: l'unione omosessuale non ha fatto breccia nemmeno nell'Assemblea legislativa del Guangdong, alla quale Li si era appellata nel 2010 per un'approvazione dell'emendamento almeno in quella che viene considerata la regione più dinamica e riformista del Paese. Non un no secco, comunque. Chiamato a commentare la proposta dell'attivista, un portavoce governativo ha affermato che "i tempi non sono maturi" per il matrimonio gay “ in Cina, lasciando intendere che Pechino potrebbe dare il proprio placet in un futuro non immediato.

D'altronde, a fine aprile, la trasferta cinese del primo ministro islandese Johanna Sigurdardottir, unico capo di governo al mondo dichiaratamente gay, aveva rinfocolato le polemiche sulla questione a causa della consapevole "dimenticanza" dei media governativi, rimasti silenti sulla presenza al suo fianco della consorte. La coppia lesbica è stata ricevuta con tutti gli onori dal presidente Xi Jinping in seguito alla firma di un ghiotto accordo commerciale. Non pare esserci stato tempo, però, per accogliere l'invito della comunità LGBT cinese, declinato ufficialmente dalla Sigurdardottir a causa di un'agenda troppo fitta. Un'astensione -secondo molti- mirata piuttosto a preservare l'idillio tra i due Paesi, evitando di contrariare l'ospite con questioni spinose.

La società si mobilita
Nel mese di marzo, la Ong di Canton Parents, Families and Friends of Lesbians and Gays (PFLAG) si è fatta portavoce delle richieste di cento genitori di figli omosessuali in occasione della riunione annuale dei legislatori cinesi. Stop alle discriminazioni contro le coppie dello stesso sesso è quanto è stato chiesto per iscritto: diritto di proprietà, adozione ed eredità di beni sono tra i principali nodi da sciogliere.

Lo scorso 17 maggio, la ricorrenza della giornata internazionale contro l'omofobia è stata celebrata in Cina con un ulteriore spinta verso il riconoscimento dei diritti civili degli omosessuali. Dieci avvocati cinesi hanno consegnato una lettera aperta alla Commissione affari legali dell'Assemblea nazionale del popolo (Anp), il parlamento del Dragone, affinché coppie etero e omosessuali possano ottenere uguale trattamento davanti alla legge. Lo stesso giorno, in diverse città del Paese hanno sfilato cortei del "gay pride" non senza intoppi. A Changsha, nello Hunan, un'attivista di diciotto anni è stato arrestato con l'accusa di aver organizzato una manifestazione "illegale", termine con il quale viene bollata qualsiasi iniziativa realizzata senza l'approvazione preventiva della polizia.

In generale è possibile evidenziare due atteggiamenti distinti nei confronti delle unioni gay in Cina, a seconda che si parli di media e dibattito pubblico o di mondo politico. Se la questione omosessualità è ormai ampiamente affrontata anche dai mezzi d'informazione ufficiali, il matrimonio gay viene invece trattato ancora con il contagocce. Così dopo l'ampia eco della cerimonia pubblica tra i signori Lu Zhong e Liu Wangqiang, tenutasi nel Fujian lo scorso autunno e comparsa anche sull'agenzia statale Xinhua, la stampa governativa ha invece optato per il silenzio nel caso delle recenti lettere all'Anp. Non è stata altrettanto solerte quando a gennaio due ragazze di Pechino si sono presentate presso l'Ufficio degli Affari Civili per registrare il matrimonio con tanto di giornalisti al seguito. L'atto aveva solo uno scopo provocatorio, ma la notizia è inevitabilmente filtrata anche sui media nazionali.

Vita da tongqi
Le chiamano tongqi e sono le donne cinesi sposate con uomini omosessuali. Non esistono stime esatte, ma stando a quanto dichiarato da Zhang Beichuan, researcher e sessuologo presso l'università di Qingdao, le tongqi sarebbero circa 10milioni, numeri che salgono a 16milioni se si considerano anche le mogli dei bisex.

Come spiegato da Zhang, circa l'80% degli uomini gay decide di convolare a nozze perché si sente in dovere di tramandare il nome di famiglia. L'alternativa più diffusa consiste nel contrarre un matrimonio pro-forma con un'amica lesbica, in modo da accontentare i sogni matrimoniali dei propri genitori. Chi non riuscisse a trovare un finto partner può comunque affidarsi al sito web chinagayles.com, che provvede ad accoppiare gay e lesbiche alla ricerca di un compagno di facciata.

La questione delle tongqi è uscita allo scoperto lo scorso giungo, quando una ragazza di 31 anni del Sichuan si è suicidata dopo aver scoperto le reali inclinazioni sessuali del proprio marito. 630mila yuan (circa 100mila dollari) è quanto hanno chiesto all'uomo i genitori di lei per aver ingannato la figlia; richiesta, comunque, rigettata dal tribunale locale che ha definito il matrimonio tra i due "giuridicamente legittimo".

Lo scorso gennaio la Prima Corte Intermedia del Popolo di Pechino ha avanzato l'ipotesi di una legislazione che permetta di chiedere l'annullamento del matrimonio a chi scopre di dividere il tetto coniugale con un omosessuale. Un provvedimento che eviterebbe così le lungaggini burocratiche del divorzio. La questione è d'altra parte assai complessa. Se il matrimonio venisse ritenuto nullo non sarebbe più necessario provvedere alla tutela dei diritti e degli interessi della sposa, mette in guardia la rivista economico-finanziaria Caixin. Rimane, poi, da definire se il coniuge eterosessuale abbia diritto o meno ad una quota maggiore dei beni della coppia. Altro punto controverso: l'omosessualità può essere ritenuta una motivazione sufficiente per chiedere il divorzio, dato che -come rileva la Corte- "la cessazione del vincolo affettivo" dovrebbe essere ancora il principale criterio di giudizio?

Per qualcuno il mancato riconoscimento del matrimonio gay rischia di travalicare la questione dei diritti umani universali, arrivando a insidiare persino la stabilità e l'"armonia sociale", termine, quest'ultimo, molto caro alla leadership di Pechino. "Tutti sanno che quando un etero e un omosessuale si sposano questa unione porta gravi problemi sociali, costringendo delle persone a vivere nell'infelicità" è quanto avvertono i genitori-petizionisti nella loro lettera al parlamento "la nostra legge sta dunque cercando di incoraggiare tutto questo?"

Taiwan e Hong Kong
Diversa la situazione a Taiwan, che per Pechino non è altro che una "provincia ribelle". Nell'ottobre del 2012, sull'isola democratica è andato in scena il più imponente "gay pride" d'Asia (oltre 50mila partecipanti), al quale ha preso parte anche il sindaco di Taipei. Sempre lo scorso anno si è tenuta la prima udienza sulle unioni omosessuali, portando qualcuno ad ipotizzare che la Repubblica di Cina potrebbe diventare il primo Paese della regione a legalizzare il matrimonio gay. E se Taiwan è parte integrante della Repubblica popolare -come affermano nella mainland- allora in teoria le coppie omosessuali potrebbero convolare a nozze anche in una "Cina estesa" sulla scia del buon esempio dei cugini oltre lo stretto, suggeriscono i più ottimisti.

Timide aperture anche ad Hong Kong, dove lo scorso mese la Corte d'appello ha dato il semaforo verde alla prima unione tra persone transessuali. Una sentenza storica che entrerà in vigore nell'arco di 12 mesi, il tempo necessario ad apportare le necessarie modifiche alla legge sul matrimonio. Il provvedimento, d'altra parte, non legalizza le nozze omosessuali, viste ancora come un tabù nell'ex-colonia britannica recentemente teatro di accese proteste in chiave anti-gay da parte della comunità cristiana evangelica.

(Leggi anche Essere gay è glorioso)











lunedì 3 giugno 2013

Tian'anmen: una ferita ancora aperta


La società armoniosa. Il punto di vista operaio


Un viaggio nella "fabbrica del mondo" attraverso l'esperienza di chi ha forgiato con il sudore della propria fronte il "miracolo cinese". Un lavoro d'inchiesta a metà tra ricerca scientifica e militanza partecipata. Cina, la società armoniosa. Sfruttamento e resistenza degli operai migranti è un'opera che nasce dalla rielaborazione di sette articoli scritti a quattro o sei mani da alcuni sociologi cinesi, e la cui stesura è stata diretta da Pun Ngai, professore associato di scienze sociali presso la Hong Kong University of Science and Technology. Formatasi al SOAS alla fine degli anni '90, Pun Ngai subisce l'influenza del post-modernismo inglese per poi progressivamente distaccarsene; nel 1996 fonda il Chinese Working Women's Network, una Ong che si batte per assicurare alle lavoratrici migranti cinesi standard di vita migliori.

Anni di interviste e osservazione sul campo con l'occhio attento di chi sa guardare allo sviluppo industriale del Gigante asiatico dal punto di vista operaio. Il background storico: la Terza Rivoluzione Industriale, l'immensa rilocalizzazione del manifatturiero nei Paesi a basso salario. Sullo sfondo: le fabbriche che hanno sostenuto l'iperbolica crescita economica dell'ultimo trentennio cinese, gli stabilimenti della tanto chiacchierata Foxconn, i cantieri edili ai margini dei grandi conglomerati urbani del Sud, i dormitori-prigione in cui viene stipata l'inesauribile (almeno sino ad oggi) manodopera sottopagata.

Protagonisti: i nongmingong, i loro comportamenti soggettivi, le loro aspettative, i loro sogni. 200 milioni di operai contadini che a partire dalla metà degli anni '90 hanno abbandonato le campagne per trasferirsi nelle città costiere della Cina e sperimentare il lavoro salariato, in un processo di proletarizzazione che l'autrice definisce "incompiuto". Un sistema di registrazione abitativa retaggio dell'epoca maoista -e in procinto di essere riformato- l'hukou, vincola ogni individuo al luogo di residenza sbarrando, in caso di trasferimento, l'accesso ad una serie di benefit sociali ed economici. Così che un lavoratore migrante viene privato della possibilità di acquisire lo status di lavoratore urbano, con il risultato che per facilitare la mobilità tra i diversi siti produttivi e massimizzare lo sfruttamento della manodopera è stata incentivata la nascita di immensi dormitori in cui la compressione spazio-temporale disintegra la distinzione tra sfera lavorativa e vita privata. In cui le ore di lavoro standard vengono sforate continuamente durante i picchi di produzione. Soltanto nel campus di Longhua, Shenzhen, della Foxconn, si parla di 430mila operai. Per loro "non c'è futuro come lavoratore in città, ma non ha alcun senso tornare al villaggio".

Ad attrarre l'attenzione di Pun Ngai è sopratutto la seconda generazione di "lavoratori mobili", quelli nati dopo il 1992, affascinati dalla fabbrica come trampolino di lancio verso le città, ma meno inclini ad accettare le condizioni di lavoro loro imposte. Più istruiti, critici e desiderosi di lottare per affermare i propri diritti, ma sostanzialmente rubricati come manodopera dequalificati. Per questi, a differenza dei loro predecessori, non ci sarà un ritorno all'ovile. Lo dimostra l'inaspettata affluenza in fabbrica a seguito del Capodanno cinese, festività alla fine della quale generalmente il 20-30% degli operai non si ripresenta sul posto di lavoro, preferendo rincasare.

Nell'ultimo ventennio lo scarso sviluppo delle aree rurali ha ridotto drasticamente la possibilità di una sussistenza basata sulla terra come avvenuto, invece, per i lavoratori migranti della prima generazione. Eppure, il salario che questi giovani operai ricevono "non basta alla riproduzione quotidiana nel luogo in cui lavorano, costringendo, comunque, molti di loro a tornare nei villaggi di campagna dai quali provengono" spiega l'autrice.

Solo pochi giorni fa, l'Ufficio Nazionale di Statistica ha annunciato che nel 2012 il salario medio dei mingong è cresciuto dell'11,8%, quasi la metà rispetto al 21,2% dell'anno precedente. A ciò va ad aggiungersi una minore propensione verso lo spostamento: il 3,6% ha preferito restare nella provincia d'origine, contro il 2,3% che ha scelto mete più distanti. Un'inversione di tendenza motivata in parte dalla nuova attenzione dimostrata dalle aziende straniere verso le zone dell'entroterra decisamente più "low cost", in parte dalla politica del "Go West" intrapresa da Pechino al fine di rivalutare le regioni arretrate (ma ricche di materie prime) del selvaggio Ovest. E concedere una boccata d'aria al Delta del Fiume delle Perle, la culla del manifatturiero cinese sacrificata sull'altare del "turbocapitalismo".

Per invogliare la migrazione interna verso le zone maggiormente spopolate, all'inizio dell'anno il governo cinese ha provveduto ad innalzare i salari minimi in 23 regioni e diverse aree e città del Paese. Un provvedimento con il quale la leadership spera, tra le altre cose, di accrescere il potere d'acquisto dei cittadini nell'ottica di un paradigma di crescita -in tempi di rallentamento dell'export- sempre più orientato verso i consumi interni. Risultato: aziende straniere in fuga verso nuove "terre promesse" più economicamente vantaggiose, come Vietnam, Bangladesh e altri paesi del Sud Est Asiatico. Negli ultimi anni la crescente scarsità di manodopera cinese, di cui è complice la politica del figlio unico, ha indotto le società d'oltreconfine a corrispondere robusti incentivi salariali per trattenere gli operai nelle proprie fabbriche. Così per molti, il "made in China" non è poi più tanto conveniente.

Gli operai-contadini non sono esattamente una novità nella storia cinese. D'altra parte, è a partire dall'apertura ai mercati internazionali con le riforme fine anni '70 di Deng Xiaoping che assumono un ruolo di primo piano nello sviluppo della Nazione, vedendo contemporaneamente le proprie condizioni di lavoro precipitare in nome di una crescita economica a tappe forzate. Tanto per avere un'idea: dal 2002 la Cina è il primo produttore mondiale di ottanta prodotti differenti, tra i quali lettori dvd, macchine fotografiche, abiti, frigoriferi, condizionatori e motocicli. Nel 2006 i prodotti tecnologici hanno rappresentato il 56% delle esportazioni complessive, piazzando l'export di tecnologia avanzata cinese al secondo posto dopo quella statunitense, mentre nel 2007 il Dragone ha compiuto il sorpasso sul Giappone divenendo il secondo investitore mondiale in sviluppo e ricerca.

"Questi lavoratori migranti che lasciano gli ormeggi in cerca di lavoro salariale sono sempre più giovani" ha commenta durante la presentazione di Cina, la società armoniosa, tenutasi presso L'Università di Roma "La Sapienza", Devi Sacchetto, ricercatore di Sociologia del lavoro, nonché co-curatore del testo italiano "gli studenti delle scuole professionali tra i quindici e i diciotto anni devono lavorare per un periodo che varia dai sei ai dodici mesi in una fabbrica per il proprio apprendistato. Questo dà l'idea della strada che si sta intraprendendo".

Manodopera più giovani ma meno sottomessa. Lo dimostra la nascita sempre più frequente di gruppi di lavoro, piccoli collettivi che operano per cercare di trovare un linguaggio comune e far valere le proprie istanze, lottando contro i sindacati per gestire la forza lavoro. E talvolta ci riescono, come nel caso dei lavoratori portuali di Hong Kong che dopo quaranta giorni di sciopero hanno ottenuto un aumento dello stipendio del 9,8%. In genere si tratta di fiammate improvvise di rabbia che cominciano con una petizione per poi sfociare in vere e proprie serrate.

"Questi nuclei di dimensione ridotta traggono forza dal fatto che gli elementi appartengono alla stessa area d'origine e parlano la stessa lingua" ha spiegato Sacchetto "fanno uso di una retorica di stampo maoista come contro-retorica per opporsi all'individualismo e al capitalismo, in un contesto sociale in cui il primo verbo che occorre imparare è 'arricchirsi'. Nella mobilitazione si raggiunge una coesione irraggiungibile durante le convulse attività lavorative. Spesso le lotte coinvolgono unità produttive locali e le cause all'origine delle vertenze sono generalmente orari di lavoro massacranti, salari inadeguati e condizioni di lavoro precarie. Quest'ultimo punto sembra aver acquisito un peso maggiore negli ultimi anni".

"Sulla carta il governo cinese ha spesso adottato politiche a favore del lavoro, come la legge sul contratto e quella sull'arbitrato, molte di queste normative non sono seriamente implementate sul piano locale, dove gli interessi dei governi locali sono strettamente legati a quelli degli investitori privati" ha dichiarato Pun Ngai in un'intervista comparsa alla fine dello scorso anno su Il Manifesto "i sindacati tradizionali, dal canto loro, non funzionano in modo efficace e non sono presenti quando i lavoratori passano all'azione o avrebbero bisogno di un loro sostegno. I sindacati ufficiali sono assolutamente inefficaci, finché i conflitti sul lavoro non diventano problemi di 'disordine sociale'. In queste situazioni allora il sindacato viene messo sotto pressione per intervenire".

E proprio gli "incidenti di massa" -un eufemismo utilizzato da Pechino per non parlare di "proteste"- sembrano agitare i sonni dei leader cinesi, con le ultime statistiche disponibile che vedono i disordini su territorio nazionale lievitare dai 10mila del 1993 agli 87mila del 2005.

"E' Piuttosto evidente la tendenza del Partito e delle imprese a ostacolare la nascita di una classe operai consapevole" commenta Sacchetto. Quello stesso ceto operaio che, a partire dal 1949, il Partito comunista cinese promosse, almeno sul piano propagandistico, a classe-guida del Paese, e che fino agli anni '70, quando inserito nelle industrie di Stato, poté godere di stipendi persino superiori a quelli dei docenti universitari, con tanto di garanzie accessorie esclusive. Altri tempi e altri Pil.

Verso la metà degli anni '90 sono cominciate a fiorire le prime organizzazione non governative focalizzate sul lavoro con base prevalentemente a Shenzhen, Canton e Pechino. Tali associazioni, che godono del sostegno dei lavoratori, gestiscono attività culturali, si occupano di strategie organizzative, con particolare attenzione al rispetto dei diritti e della sicurezza dei lavoratori. Il loro ruolo assume un'importanza notevole alla luce di un paradosso giuridico che vede la legislazione cinese non riconoscere, ma neppure negare esplicitamente il diritto allo sciopero, relegandolo sostanzialmente in una zona grigia della giurisprudenza.

Particolarmente eclatante in questo senso lo sciopero indetto nel 2010 dai dipendenti della Honda di Foshan, nella provincia del Guangdong, culminato nel pestaggio tra lavoratori e sindacalisti. In questo caso le proteste rischiarono di estendersi pericolosamente arrivando a minacciare la produzione di fabbriche in località differenti. Cosa che accade di rado in Cina, dove i disordini di questo tipo hanno normalmente un'estensione geografica molto limitata. Le contestazioni, che sono state ampiamente (e stranamente) riportate anche dai media nazionali, rientrarono in seguito all'intervento della Guangdong All-China Federation of Trade Union, ramo locale dell'Acftu, l'unica organizzazione ufficiale di sindacati consentita in Cina, intervenuta per aiutare i lavoratori a indire elezioni e organizzare un sindacato a livello di fabbrica.

"Generalmente si può dire che gli scioperi nelle aziende straniere si arricchiscono di connotati quasi nazionalistici, mentre le autorità sono chiaramente più inclini a lasciar correre" ha spiegato Sacchetto. Quando si parla di Cina, proteste operaie e multinazionali estere il richiamo alla Foxconn è quasi immediato. Appena qualche giorno fa, la "fabbrica dei suicidi", il colosso taiwanese dell'elettronica che assemblea prodotti per Apple, Sony e Nokia è tornato sotto i riflettori dopo che altri tre lavoratori si sono tolti la vita. Tutti e tre impiegati nello stabilimento di Zhengzhou, nello Henan.

"Alcuni ritengono che i recenti suicidi siano da attribuire alla 'politica del silenzio', la quale prevede minacce di espulsione per gli operai che parlano durante gli orari di lavoro" ha dichiarato la Ong di New York China Labour Watch, che per prima ha dato la notizia dei decessi. Della Foxconn -costantemente nel mirano della comunità internazionale dall'ondata di suicidi del 2010- Pun Ngai parla ampiamente nel suo libro, scandagliando le ragioni di quel gesto estremo messo in atto dagli operai come forma di resistenza contro una divisione del lavoro rigidissima.

Eppure, non tutti sono così risoluti nel condannare il colosso di Taiwan, che in quanto straniero è facile bersaglio persino delle autorità cinesi, generalmente molto meno occhiute nei confronti delle aziende nazionali. "Ciò che in realtà si dovrebbe chiedere chi osserva i numeri non è perché alla Foxconn ci sono tanti suicidi, ma piuttosto perché ce ne sono così pochi rispetto alla media della Cina e della maggior parte dei paesi occidentali sviluppati" si legge in un articolo comparso poco tempo fa sull'Economic Observer.

Gli standard di lavoro della Foxconn non sarebbero poi così severi, sopratutto se accostati a quanto accade nel mondo della produzione cinese. Alcuni mesi fa la compagnia stessa aveva cercato di migliorare la propria immagine annunciando in pompa magna imminenti elezioni libere per la costituzione di sindacati interni alle proprie fabbriche. Una promessa, fino ad oggi, rimasta disattesa.

(Scritto per China Files)





sabato 1 giugno 2013

"Sogno cinese" vs "sogno americano" in sette punti


Dopo le "tre rappresentatività" di Jiang Zemin e lo "sviluppo scientifico" di Hu Jintao adesso la Cina si trova ad inseguire un "sogno": quello teorizzato dal neo-presidente Xi Jinping non appena assunto l'incarico di Segretario generale del Partito, lo scorso novembre. "La nostra gente ama la vita e si aspetta un sistema educativo migliore, posti di lavoro più stabili e un reddito migliore, standard più alti nell'assistenza sanitaria, condizioni di vita più confortevoli e un'ambiente migliore. Spera che i propri figli possano crescere, lavorare e vivere meglio. Il raggiungimento di una vita bella e di qualità è ciò per cui dobbiamo lottare" dichiarò Xi nel suo discorso d'esordio, ricorrendo con maggior frequenza alla parola "popolo" piuttosto che "Partito".
Dopo soltanto due settimane, però, lo stesso sogno sarebbe diventato "il sogno cinese della rinascita", come scandito durante l'ormai celebre visita al Museo Nazionale in piazza Tiananmen (prima volta che Xi accenna in senso proprio ad una "visione onirica" con caratteristiche cinesi), per poi caricarsi di ulteriori sfumature nazionaliste prima a dicembre, durante la visita alla marina nel Sud del Paese, e poi all'Assemblea Nazionale del Popolo di marzo. "Dobbiamo fare sforzi persistenti per portare avanti con volontà indomabile la grande causa del 'socialismo con caratteristiche cinesi', sforzandoci di raggiungere il 'sogno cinese' di una grande rinascita della Nazione" sentenziò Xi, aggiungendo d'altra parte che "in sintesi, il sogno cinese è il 'sogno del popolo'". 
In pratica, tutto e niente. Proprio la vaghezza dello slogan -secondo l'Economist- permette al nuovo presidente di non deviare dalle linee guida del dodicesimo piano quinquennale, adottato sotto la precedente amministrazione Hu-Wen e al quale Xi rimane blindato almeno fino al terzo plenum del prossimo autunno. Ma permette anche alle persone di "sognare" con la propria testa, aprendo spiragli pericolosi qualora le aspirazioni dei cittadini non coincidano con quelle nutrite dentro i palazzi del potere. Tant'è che per qualcuno sarebbe già giunto il momento di fare un po' di chiarezza, se non altro tra coloro che dovrebbero essere gli artefici di questa visione onirica nazionale. 
Secondo quanto riportato la scorsa settimana dalla Xinhua, Liu Qibao, il nuovo capo della propaganda, ha invitato l'Accademia Cinese delle Scienze Sociali a condurre delle ricerche sul "sogno cinese" e sul "socialismo con caratteristiche cinese", in modo da "fornire supporto accademico per una maggiore fiducia nella via, nelle teorie e nel sistema cinese". Fermo restando che per qualcun'altro, come l'ex ambasciatore cinese all'Onu, Wu Jianmin, la direzione intrapresa da Xi è addirittura lampante: "Basta pensare al discorso di Xi Jinping, alla relazione del Congresso del Partito, per vedere in maniera evidente che si sta parlando a voce alta di riforme politiche (...) Xi Jinping è stato molto chiaro su questo punto". 
Chiaro o meno, sta di fatto, che il dibattito sul "Chinese Dream" continua a tenere banco tanto in patria quanto all'estero. Per tentare di capire in cosa consista questo "sogno cinese" riporto sotto la traduzione di una articolo comparso sulla rivista economica Caijing, nel quale sostanzialmente l'essenza del sogno di Xi Jinping viene ricavata attraverso una comparazione in sette punti con l'unico altro modello di "sogno" mai creato sino ad oggi: quello americano. 

Il "Chinese Dream" consiste nella prosperità del Paese, l'"American Dream", invece, si focalizza sulla ricchezza di ogni individuo. L'obiettivo del "sogno cinese" è rivitalizzare la nazione, quello americano consiste nel successo personale; il primo deve essere realizzato dal popolo cinese stesso, il secondo può avvalersi di talenti e risorse naturali provenienti da altri Paesi. Il "Chinese Dream" consiste nell'armonia e nella felicità comune, l'"American Dream" si basa sulla libertà e sulla felicità dei singoli individui. Durante l'ultima sessione dell'Assemblea Nazionale del Popolo, il presidente Xi Jinping ne ha dato una spiegazione completa; il dibattito si è fatto acceso. Ma per comprendere a fondo cosa sia il "sogno cinese" è necessario dare al popolo cinese "un paio di scarpe fatte su misura": soltanto indossando queste ci si sentirà comodi, leggeri, come se si avessero ali ai piedi. Allora la prospettiva migliore sta nell'effettuare una comparazione con il celebre "paio di scarpe americane", in altre parole: l'"American Dream".

Fino ad oggi, soltanto la Cina e gli Stati Uniti, queste due grandi nazioni, hanno avuto il coraggio di creare un loro "sogno". Non tutti i Paesi hanno i requisiti per farlo. Soltanto quando si ha il destino nelle proprie mani, quando si ha sufficiente spazio d'immaginazione, forza e sicurezza per realizzarlo, allora si è in grado di costruire il proprio sogno. Al contrario, quando il letto di un piccolo Stato si trova a fianco a quello di una grande Nazione, il futuro appare precario e il sonno è tormentato. In queste condizioni, com'è possibile sognare in tranquillità? L'economia dei Paesi poveri di risorse è nelle mani di altri, questo suscita preoccupazioni continue. Com'è possibile dormire profondamente in questo stato?

Per prima cosa ricordiamo ancora una volta quali sono le caratteristiche specifiche del "sogno" cinese e di quello americano.

"Realizzare l'obiettivo di una società relativamente prospera, di un Paese socialista modernizzato, civilizzato, armonioso e democratico; realizzare il "Chinese Dream" di una grande rinascita del popolo cinese consiste proprio nel rendere la Nazione prospera e il popolo felice" (Xi Jinping in chiusura alla dodicesima sessione dell'Anp)

"Il sogno americano di permettere a tutte le classi sociali di trascorrere una vita più prospera e felice è sino ad oggi il più grande contributo che abbiamo dato al mondo a livello ideologico e di benessere sociale" (James Truslow Adams - "The Epic of America")

Inevitabilmente il "sogno cinese" e quello americano sono differenti, per ragioni storiche, culturali, economiche e geografiche. Le differenze e le motivazioni tra i due sono riassumibili in sette punti:

ll sogno cinese risiede nella prosperità della nazione, il sogno americano consiste nella ricchezza di ogni individuo

Comparati alla Cina, gli Usa hanno grandi vantaggi geografici: su tre lati sono circondati dal mare e sono facilmente difendibili dagli attacchi. Dalla loro fondazione hanno avuto un solo despota, in tutta la storia non sono mai stati sottomessi da altri Paesi, al contrario, spesso, di loro iniziativa hanno saccheggiato le risorse di altri Stati. Per questo non hanno mai temuto per la sicurezza nazionale, lasciando il popolo libero di occuparsi del proprio arricchimento.
La Cina, invece, fin dall'antichità è stata tormentata dalla necessità di mantenere stabili le sue aree periferiche, durante tutto il corso della sua storia non ha mai smesso di essere in guerra con i Paesi vicini;  diverse volte è stata conquistata e devastata. Proprio la storia ci insegna che la forza di una Nazione consiste nella garanzia e nel prerequisito di riuscire ad assicurare al popolo una vita tranquilla e felice. Per questo il "sogno cinese" deve porre la forza e la prosperità del Paese al primo posto.

L'obiettivo del "sogno cinese" è lo sviluppo prospero della Nazione, l'obiettivo del "sogno americano" è il successo dei singoli individui.

La Cina è un Paese che racchiude in sé varie etnie, prima tra tutte quella Han, generalmente chiamata "popolo cinese", fin dall'antichità ha sempre proceduto unito in tutte le avversità, tenuto insieme da una  causa comune, nutrendo un sentimento profondo per questa terra. E' opinione comune che una Nazione debole sia facilmente vulnerabile davanti al bullismo di chiunque, che sia disonorevole per ogni cittadino, e che metta vite e beni in pericolo. In queste condizioni come ci può essere felicità?
La situazione nazionale statunitense è molto più complicata di quella cinese: bianchi e neri sono due poli opposti. Per molto tempo le persone di colore hanno subito discriminazioni e oggi, sebbene la legge preveda l'uguaglianza, tuttavia, la discriminazione insita nelle persone non può essere cancellata. Questa piccola cosa rischia di innescare un conflitto interno. Negli Stati Uniti, questo Paese di migranti, la gente non ha un attaccamento alla propria terra, non ha veramente idea di cosa sia una Nazione, ed è naturale possa discutere soltanto di successo personale.

Il "sogno cinese" deve essere realizzato dal popolo cinese, il "sogno americano" può essere realizzato attraverso il talento e le risorse di altri Paesi

Il concetto di "sogno americano" può essere tracciato a partire dalla dichiarazione d'indipendenza, che sottolinea i diritti naturali, tutti hanno il medesimo diritto alla vita, a essere liberi e a ricercare la felicità. Il "sogno americano"; in particolare, sottolinea che non è importante l'origine o la classe sociale, perché tutti -facendo affidamento sulle proprie capacità e le proprie conquiste- hanno le stesse opportunità di successo. Tutto questo ha una notevole presa sui cittadini dei piccoli Paesi europei, caratterizzati da una forte distinzione tra le classi, i quali vengono sedotti e incitati ad andare negli Usa  a tentare la fortuna. Nel corso della storia, spesso gli Stati Uniti si sono avvalsi di persone di altri Paesi per sviluppare la Nazione. Per esempio, in una prima fase fu introdotto un gran numero di schiavi dall'Africa per il lavoro nelle piantagioni e nel XIX secolo la manodopera cinese fu utilizzata per riparare le ferrovie. Oggi messicani e cittadini dell'Europa dell'Est vengono impiegati in ogni tipo di lavoro fisico, mentre i bianchi costituiscono la classe benestante, passano il tempo a giocare a golf godendosi la vita. Ma la Cina è una grande Nazione, che conta 1,3 miliardi di abitanti, e non può affidarsi al talento di grandi masse di stranieri in arrivo da oltreconfine, per questo il Segretario generale del Pcc, Xi Jinping, ha posto l'accento sul fatto che "per realizzare il sogno cinese è necessario che la Cina percorra una propria via", "occorre sviluppare lo spirito cinese" e "concentrare la forza del Paese".

Il "sogno cinese" consiste nell'armonia e nella felicità della collettività, quello americano nella libertà e nella felicità dei singoli individui

Fin dall'antichità, i cinesi hanno subito maturato i concetti di "patria e famiglia", nonché una profonda consapevolezza collettiva, sopratutto sul fatto che "l'armonia porta ricchezza". Se all'interno di una famiglia c'è armonia, e sono tutti in salute allora si raggiungerà anche la felicità personale. Per questo la felicità dei cinesi è intesa in senso collettivo. All'interno della famiglia la felicità è condivisione, così Xi ha utilizzato tre "comunanze" per descrivere la visione di "sogno cinese": condividere l'opportunità di una bella vita, condividere l'opportunità che il sogno diventi realtà, condividere l'opportunità di vedere la propria patria e la propria epoca maturare e progredire insieme".
La cultura europea e americana invece esalta l'individualismo e ricerca l'ottenimento della libertà e della felicità personale.

Il sogno cinese ha un profondo senso storico, il sogno americano è costruito soltanto sull'esperienza pratica

Una parte della sicurezza di sé nella realizzazione del sogno cinese deriva dalla storia. La civiltà cinese ha circa 5000 anni di storia, in molte occasioni è stata prospera e felice, in quelle epoche era il paese più fiorente al mondo. Recentemente la fioritura di serie tv sugli imperatori di queste epoche riflette il fatto che il pubblico ha questa mentalità. In Occidente alcuni Paesi temono l'ascesa impetuosa  della Cina, in parte per ragioni storiche: loro credono che i cinesi possano riacquisire le abilità di un tempo. Un piccolo Paese -che nel suo passato non è mai stato forte- che sbraita provocazioni susciterà negli altri soltanto una risata. Nella frase pronunciata da Xi "raggiungere il sogno della grande rinascita del popolo cinese" basta soltanto considerare la parola "rinascita" per percepire tutto il senso di "ottimismo" e "sicurezza". Di contro, gli Stati Uniti hanno soltanto duecento anni alle loro spalle. Dall'inizio della loro fondazione, sfruttando le risorse naturali e i talenti di altre nazioni, sono progressivamente diventato una "superpotenza", perciò il loro sogno consiste nel continuare a portare avanti ciò che è già realtà, evitando che emergano poteri contrastanti e continuando a forgiare il proprio "sogno americano".

Il "sogno cinese" si basa su un lavoro di gruppo, il "sogno americano" si regge sulla notorietà individuale 

Per realizzare il "sogno cinese" è necessario concentrare gli sforzi di tutti; è necessario che tutti lavorino e si adoperino coscienziosamente, sfruttando l'acutezza e la genialità di ognuno, convogliando l'impegno verso un'unica direzione. Questo sogno si basa sulla conoscenza, sulla forza e sulla saggezza collettiva. In breve, può essere realizzato soltanto facendo affidamento sulla forza di tutta la Nazione. Guardando indietro al passato, non è difficile notare come il popolo cinese sia un popolo brillante, ma è anche un popolo a cui piace tormentarsi, mosso da una tendenza autodistruttiva spesso ha attraversato periodi di massima evoluzione, periodi di sofferenza, arrivando a rischiare che lo sviluppo del Paese si riducesse piuttosto ad un'involuzione. Per questo oggi occorre che la conoscenza collettiva venga diretta verso un unico e chiaro obiettivo. Al contrario gli Stati Uniti, fin dalla loro fondazione, hanno intrapreso la strada del pragmatismo, che consiste semplicemente nella ricerca personale di felicità e ricchezza. In pratica, la loro forza è stata costruita su una serie di successi individuali. Il popolo cinese è in grado di fare grandi cose, ma innanzitutto deve riuscire a unificare la propria coscienza.

Il "sogno cinese" è finalizzato alla gloria nazionale, il "sogno americano" a quella personale

A partire dalla guerra dell'oppio, il territorio nazionale è stato invaso e occupato, il popolo devastato, le persone sono state gettate nella miseria e nella sofferenza, per loro la vita ha perso qualsiasi significato. Ogni trattato umiliante, ogni calamità devastante è stata un trauma per il popolo. Nella storia moderna, quante persone dagli alti ideali hanno versato il proprio sangue semplicemente per l'orgoglio della Nazione, per la sua sicurezza, perché il popolo potesse vivere e lavorare in pace e serenità. "Oggi la nostra Repubblica popolare cinese fiera torreggia nell'estremo est del mondo", ha affermato Xi con voce energica e squillante. Se la Cina non avesse avuto una storia tanto tragica, sarebbe difficile riuscire a comprendere la sete di speranza del popolo cinese. Gli Stati Uniti non hanno provato tale sofferenza, perciò non sono in grado di creare questo tipo di sogno. Con il risultato che il loro sogno è imperniato piuttosto sulla ricchezza, il successo e la scalata sociale di ogni singolo individuo.

人民论坛:中国梦区别于美国梦的七大特征

中国梦是国家的富强,美国梦是个人的富裕

  较之中国,美国具有巨大的地理优势,三面环海,易守难攻,建国伊始就是一霸,历史上从未受到其他国家的侵略征服,倒是常常主动出击攫取他国资源。所以他们一直没有国家安全之忧,人民可以专心做自己发财致富的梦。但是,自古以来,中国周边的环境一直极为险恶,历史上与周边国家的征战从没有停止过,几次被其他民族征服蹂躏。历史的教训告诉我们,国家的富强是人民安居乐业的前提和保障,所以中国梦必须把“国家富强”放在第一位。

  中国梦的目的是民族振兴,美国梦的目的是个人成功

  中国是一个以汉民族为主体的多民族国家,统称为中华民族,自古以来生于兹养于兹,患难与共,休戚相关,对这块热土具有十分深厚的感情。大家有一个共识,民族孱弱,任人欺凌,个人的尊严就会丧失,生命财产得不到保护,哪有幸福可言?美国的民族情况远比中国复杂,黑白两极对立,黑人长期受白人歧视,现在虽然法律上是平等了,但是骨子里的不平等是一时无法消除的,一件小事就可引起内部激烈的民族冲突。美国是个移民国家,人们没有乡土依恋,缺乏民族观念,自然也就只谈个人的成功。

  中国梦必须由中国人自己来实现,美国梦可以利用其他国家的人才资源达到

  “美国梦”的概念可以追溯到《独立宣言》,强调天赋人权,每个人都有同样的生存、自由和追求幸福的权利。“美国梦”特别是强调,不管出身、不论阶级,每个人具有同等靠自己的能力和成就而获得成功的机会。这对那些阶级分明的欧洲小国的人具有极大的吸引力,诱惑他们、鼓励他们来美国冒险。历史上,美国多次利用其他民族的人民来发展自己的国家。比如早期从非洲引进大量黑人搞种植,十九世纪利用中国劳力修铁路,现在又大量吸收墨西哥、东欧的人从事各种各样的体力工作,很多白人成了有闲阶级,整日打高尔夫享清福。然而,中国是一个具有13亿人的大国,不可能靠大量引进外来人才发展自己,所以习总书记才强调“实现中国梦必须走中国道路”,“实现中国梦必须弘扬中国精神”,“实现中国梦必须凝聚中国力量”。

  中国梦是群体的和谐幸福,美国梦是个人的自由和快乐

  中国人自古就有一个“家国”的概念,群体意识一直很浓,讲究的是“家和万事兴”。一个家庭之内,关系和睦,人人安康,自己才能幸福。所以中国人的幸福是群体意识的。在一个家庭内部,幸福是共享的;在一个国家内部,幸福也是共享的。所以,习近平总书记用三个“共同”来描绘中国梦的愿景:“共同享有人生出彩的机会,共同享有梦想成真的机会,共同享有同祖国和时代一起成长与进步的机会”。然而欧美文化则强调的是个人主义,追求的是个人的自由和快乐。

  中国梦具有纵深的历史感,美国梦只有现实的体验

  实现中国梦的自信相当一部分是来自历史。中华民族具有上下五千年的文明史,历史上多次强盛,曾是那个时期世界上最富强的国家。最近这些年帝王连续剧的繁荣,反映的就是大众这种心态。西方一些国家担心中国崛起,其中一部分因素就是来自历史,因为他们相信中国人具有再现历史的能力。一个历史上从没有强盛过的小国家,你吆喝得再厉害,别人也只会把你当做笑话看。习近平总书记这句话“实现中华民族伟大复兴的中国梦”里就用了“复兴”这个词,其中就透露着乐观和自信。然而,美国只有两三百年的历史,自建国起,靠利用其他国家的资源和人才逐渐变成一个超级大国,所以它的梦是把现实延续下去,不让挑战他的力量出现,一直可以做自己的美梦。

  中国梦依赖群策群力,美国梦靠的是个性张扬

  实现中国梦,要凝聚大家的力量,人人给力,踏实勤干,利用每个人的聪明才智,朝一个方向努力。它靠的是集体的意识,集体的力量,集体的智慧。一句话,中国梦要靠全民族强大的合力来实现。纵观历史,不难发现,中华民族是个优秀的民族,但是也是个喜欢折腾的民族,自毁力强大的民族,很多时候是发展一段,折腾一段,致使国家的发展可能不进则退。所以,现在要实现梦想,就必须统一大家的意识,明确一个目标,劲往一处使。然而美国自建国起就走的是一条务实的道路,就是简单追求个人富裕幸福,所以个人成功的合力构成了国家的强大。中国人可以办大事,但首先要统一意识。

  中国梦是为了民族光荣,美国梦是为了个人荣耀

  自鸦片战争以来,领土被侵占,人民被蹂躏,生灵涂炭,民不聊生,一个个丧权辱国的条约,一次次大灾难,这都是民族的创伤。近代史上,多少志士仁人抛头颅洒热血,就是为了民族有尊严,国家有安全,人民可以安居乐业。“今天,我们的人民共和国正以昂扬的姿态屹立在世界东方”,习近平总书记这句话掷地有声。没有这种历史痛的国家是很难理解中国人的这种渴望。美国就没有这种痛,所以它也不会做这种梦,因而,美国梦强调的是个人的富裕、成功和社会地位的提高。

  还要明确一点,美国梦经历变革,中国梦也是动态的。随着社会的进步,人们的期望也会改变,梦想也会有所不同。

  由以上的分析可知,“中国梦”是根据“中国脚”量身定做的“一双鞋”。生活在中国,就专心做自己的梦,通过实干来实现自己的梦想。






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