martedì 6 dicembre 2016

Rimandata la condanna a Trump, Pechino bacchetta Taipei


Continua su Twitter lo scontro verbale tra Trump e Pechino, innescato venerdì scorso dalla breve conversazione telefonica tra il presidente americano in pectore e la leader Taiwanese Tsai Ing-wen. Appena dieci minuti sufficienti a far precipitare il gelo non solo attraverso lo Stretto, ma anche tra le due sponde del Pacifico.

«La Cina ci ha forse chiesto se era OK svalutare la propria moneta (rendendo più difficile la competizione per le nostre aziende), tassare pesantemente i nostri prodotti destinati al loro paese (gli Stati Uniti non lo fanno con i loro) o costruire un enorme complesso militare nel mezzo del Mar Cinese Meridionale? Io non penso!», cinguetta retoricamente il magnate americano sul social network censurato oltre la Muraglia. Poche ore prima il vicepresidente eletto Mike Pence aveva tentato di sgonfiare la carica simbolica della telefonata - la prima tra i capi di Stato di Taiwan e Usa da quando nel 1979 Washington ha stabilito rapporti diplomatici con Pechino - definendola «una tempesta in un bicchiere d'acqua». Durante un'intervista rilasciata all'emittente televisiva ABC nella giornata di domenica, Pence ha descritto l'iniziativa di Tsai come «una chiamata di cortesia da parte di una presidente democraticamente eletta», equiparandola alle dozzine effettuate da altri leader mondiali dallo scorso 8 novembre a oggi. Una toppa peggio del buco, considerando l'utilizzo non fortuito (ma bensì riconfermato ai microfoni di NBC) del termine «presidente»; più o meno un dito in un occhio per Pechino che, negando la statualità di Taiwan, la considera alla stregua di una provincia ribelle da riannettere fin dall'insediamento sull'isola del governo nazionalista nel 1949.

Finora la reazione cinese è stata inaspettatamente composta, nonostante - secondo Yang Lixian, ricercatore dell'Istituto degli Studi taiwanesi presso l'Accademia cinese delle scienze sociali - «la questione taiwanese rimane uno dei dossier più complicati nelle relazioni sino-americane». Sabato scorso, il ministero degli Esteri cinese aveva sporto protesta formale nei confronti degli Stati Uniti affermando che esiste «una sola Cina» di cui l'ex Formosa è parte integrante. Interrogato sulla posizione mantenuta dalla nuova amministrazione americana in proposito, Pence ha lasciato intendere che una linea precisa verrà adottata soltanto una volta ufficializzato l'ingresso di Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio 2017. Gli ultimi tweet del tycoon americano non hanno innescato ulteriori reazioni da parte della leadership di Xi Jinping, che lunedì si è limitata ad annunciare di essere in contatto con il team di transizione e di aver già comunicato chiaramente la propria posizione su quanto accaduto, senza rilasciare ulteriori dettagli.

Toni rilassati anche sulla stampa statale. Mentre il China Daily ha minimizzato l'episodio definendolo un inciampo dovuto «all'inesperienza in politica estera» del nuovo leader americano e del suo entourage, l'agenzia di stampa Xinhua si è prodotta con un benevolo editoriale dal titolo China-U.S. relations need to withstand headwinds, defend common interests. Un messaggio che ricalca l'invito alla collaborazione inoltrato dal presidente cinese nel corso di un primo colloquio telefonico all'indomani della vittoria del biondo imprenditore con il chiaro intento di dissipare le ombre causate dalle minacce anti-Cina con cui Trump ha condito la propria campagna elettorale. Spicca la ventilata imposizione di una tariffa del 45% sul Made in China per punire le politiche commerciali e monetarie «scorrette» del gigante asiatico - un'accusa ripresa anche nei tweet di domenica. Ogni giudizio definitivo sul nuovo inquilino dello Studio Ovale rimarrà in sospeso fino a quando non verranno sciolte le riserve sulla composizione della sua squadra, specie per quanto riguarda gli Esteri. Per il momento, i segnali negativi di una preannunciata nomina a capo del Pentagono del falco James Mattis (aka «Cane Pazzo») risultano contenuti dall'affacciarsi del nome dell'ex ambasciatore americano in Cina, John Huntsman, a Segretario di Stato e quello del governatore dell'Iowa Terry Branstad nel ruolo un tempo svolto da Huntsman. Entrambe figure in grado di ricucire lo strappo, la prima per via dell'esperienza sul campo e la conoscenza del mandarino, la seconda in virtù dei rapporti amichevoli con il presidente cinese risalenti al soggiorno americano di Xi negli anni '80.

A Pechino sembrano chiedersi soprattutto quale sarà la posizione del governo Trump riguardo alla vendita di armi stabilita dal Taiwan Relations Act del 1979, stesso anno della normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra le due sponde del Pacifico. Una questione di cui il neopresidente statunitense si è fatto scudo davanti alle critiche degli ultimi giorni («è interessante che gli Usa vendano armi a Taiwan ma io non possa accettare una telefonata di congratulazioni») e a cui il quotidiano semiufficiale Global Times ha fatto cenno sottolineando la vastità del gap militare tra la Repubblica popolare e quella di Cina, ritenuto incolmabile nonostante l'aiuto a stelle e strisce.

E' infatti Taipei, non Washington, il bersaglio delle accuse più spigolose. Secondo la versione del ministero degli Esteri cinese l'incidente diplomatico nasce da una «piccola bravata» di Tsai, colpevole di aver sinora mantenuto un approccio ambiguo sul consenso del 1992 con cui comunisti e nazionalisti hanno accettato il compromesso di «una sola Cina». Da quando la leader filo-indipendentista ha vinto le elezioni i rapporti tra le due sponde dello Stretto si sono fatti più tesi: le agenzie governative incaricate di gestire i rapporti tra i due governi non si parlano da maggio, mentre il pressing esercitato da Pechino si è tradotto in un'ulteriore isolamento di Taiwan sullo scacchiere internazionali. Probabilmente, nei piani di Tsai, la famigerata telefonata avrebbe dovuto uno: far presente ai cugini della mainland che, nonostante le angherie subite, Taiwan ha ancora dalla sua un potente alleato. Due: far leva sul sentimento anticinese della popolazione taiwanese per risollevare il consenso perso nei primi mesi di governo. Stando agli analisti, verosimilmente l'effetto ottenuto sarà diametralmente opposto a quanto desiderato, perché se per l'amministrazione Xi Jinping l'inesperienza di un presidente eletto è perdonabile, la provocazione di una leader determinata a sfidare la sovranità cinese sull'isola non lo è affatto.

Nella giornata di lunedì Chang Hsiao-yueh, ministro per gli affari cinesi, ha invitato Pechino a valutare la questione con «atteggiamento calmo». «Il governo [taiwanese] riconosce l'importanza dei rapporti [con la Cina] e la presidente ha ripetuto più volte che non ha intenzione di tornare ai vecchi metodi basati sullo scontro...non penso ci fosse l'intenzione di provocare», ha spiegato Chang in conferenza stampa. Un messaggio ribadito dall'ufficio presidenziale che ha confermato la buona fede del gesto, aggiungendo che intrattenere relazioni amichevoli con gli Stati Uniti non preclude a Taipei la possibilità di fare altrettanto con la Repubblica popolare. Pechino, però, non la pensa così.

(Pubblicato su China Files)

domenica 4 dicembre 2016

Weekly News Roundup: Dispatches from the Silk Road Economic Belt


China’s ‘One Belt, One Road’ plan pushing through global headwinds
President Xi Jinping, who is consolidating his power at home, is planning to host a big “One Belt, One Road” summit in China next year, sources close to the central government told the South China Morning Post, adding that the event would match, if not exceed, the scale of this year’s G20 summit in Hangzhou, which attracted 30 state leaders. (SCMP)


Central Asia’s tortured Chinese love affair
On 30 August 2016, a suicide bomber attacked the Chinese embassy in Bishkek. It was the first time since Central Asian independence 25 years ago that Chinese state symbols have been directly targeted. This attack raises a few questions. Is there a growing resentment of China among Central Asian populations? Is this resentment a threat to Chinese interests in Central Asia? And could this change China’s approach in Central Asia or make its presence in the region questionable? (East Asia Forum)

First cargo train from China leaves for Karachi
China and Pakistan have launched a direct rail and sea freight service, with the first cargo train departing from Yunnan, an inland province in southwest China, the official Xinhua news agency reported. The new rail, sea freight service will cut logistics cost, including that of transport, by 50 per cent compared to past services, the news agency reported. (Dawn)

Chinese investor paid $3.3M to buy Ukrainian state-owned bank (UBRD), says local authorities on Wed  China's Bohai Commodity Exchange Co., Ltd. (BOCE) purchased the Ukrainian Bank for Reconstruction and Development (UBRD), localauthorities said Wednesday. (People's Daily)

Turkmenistan launches railway to Afghanistan to boost exports
Turkmenistan opened a railway link to Afghanistan on Monday to boost exports of fuel as the gas-rich but cash-strapped nation seeks to ease its dependence on China and Russia - the volume of gas sales to China, the current main buyer, is limited by pipeline capacity. On the Afghan side, the link goes to the Aqina dry port in the Faryab province, but there are plans to extend it further. The Turkmen government said in a statement the railway would become part of longer link that would eventually connect landlocked Central Asia to China and Southeast Asia. (Reuters)

China dismisses report of military patrols in Afghanistan
China's Defence Ministry on Wednesday dismissed reports Chinese military vehicles were patrolling inside Afghanistan, after an Indian media outlet said Chinese security forces were making regular patrols there. India's WION news outlet this month published pictures on its website showing what it said were likely Chinese security forces patrolling in Afghanistan's far northeastern Little Pamir region, where the country shares a border with China. Chinese Defence Ministry spokesman Yang Yujun dismissed the report. (Reuters)


Police Confiscate Passports in Parts of Xinjiang, in Western China (New York Times)

To Kashgar and beyond in Xinjiang, China’s wild west
From the shouts of the livestock traders in Kashgar’s market to the Kyrgyz yurt we sleep in beneath the remote, majestic Muztagh Ata mountain range in Xinjiang, it’s China - but not as you know it.(SCMP)

CRRC on track to take over Czech firm
China Railway Rolling Stock Corp, the country's largest railway vehicle and equipment manufacturer, is in takeover talks with Czech Republic's Skoda Transportation AS, a move to further increase its market share in Europe's railway markets. CRRC Zhuzhou Electric Locomotive Co, one of CRRC's manufacturers mainly producing electric locomotives, is in charge of the talks to buy a 100 percent stake in Skoda Transportation, the Hunan-based company said on 27 November. The Czech company mainly produces trams, electric locomotives, carriages and electric buses, as well as traction motors or complete drives for traffic systems. If the deal is sealed, this will be the first time the Chinese group has taken over a full-set rail transit equipment manufacturer. People

China vows sound policy for stronger cooperation with Kazakhstan: A senior Chinese official 28 November promised favourable policies to support cooperation with Kazakhstan. Vice Premier Zhang Gaolimade the remarks when co-chairing the China-Kazakhstan Cooperation Committee with Kazakhstan First Deputy Prime Minister Askar Mamin in Beijing. Facilitated by President Xi Jinpingand Kazakh President Nursultan Nazarbayev, the comprehensive strategic partnership between the two countries has been elevated to a new high, said Zhang. People

China slaps new fees on Mongolian exporters amid Dalai Lama row
A major border crossing between China and Mongolia has imposed new fees on commodity shipments between the two countries, amid a diplomatic row sparked by the visit to Ulaanbaatar of the Tibetan spiritual leader the Dalai Lama last week. The crossing at Gashuun Sukhait is used to export copper from the giant Oyu Tolgoi mine run by Rio Tinto, as well as coal from the Tavan Tolgoi mine, which China's state-owned Shenhua Group is currently in the running to develop. The crossing in the Chinese region of Inner Mongolia would charge vehicles a transit fee of 10 yuan ($1.45) each time they pass through the border, and would also impose an additional charge of 8 yuan per tonne for any goods they are delivering, according to a notice issued by local authorities and published by the Mongolian Mining Journal on Wednesday. (Reuters)

Georgia’s Weak Opposition Looks on As Ruling Party Flirts with China
While a split within the United National Movement (UNM) party threatens to sink the Georgian pro-Western opposition into political chaos, the ruling Georgian Dream–Democratic Georgia (GDDG), which enjoys a constitutional supermajority in the parliament, is readying to swiftly reorient Georgia’s foreign policy priorities. One source of potential concern are the security policy implications of the rapidly growing economic presence of the People’s Republic of China (PRC) in Georgia. The South Caucasus country is now firmly in the orbit of Beijing’s Silk Road Economic Belt and Maritime Silk Road projects. Labeled “One Belt, One Road” (OBOR), these strategic transit mega projects are estimated to cost $3–4 trillion over the next thirty years. China is primarily seeking to utilize the Kars–Tbilisi–Baku railway, to be completed in 2017, as its own transport corridor connecting Central Asia to Europe by rail and ferry, thus sidelining Russia. (Jamestown Foundation)





giovedì 1 dicembre 2016

Cina: elogiare Castro, ma non troppo


Lo scorso 26 novembre, a Pechino centinaia di persone, molte avanti con gli anni, hanno ricordato Fidel Castro sfilando davanti all'ambasciata di Cuba, mentre candele virtuali hanno «illuminato» i social media cinesi. Con l'hashtag #卡斯特罗去世 (Castro è morto) il lider maximo è diventato trending topic su Sina Weibo, conquistando oltre 60 milioni di visualizzazioni.

«Sembra che tutti i vecchi amici della Cina stia lentamente scomparendo», scrive un utente alludendo non solo alla scomparsa dell'anziano leader ma anche alla progressiva dispersione del fronte comunista trascinato nell'orbita americana, che tra i nuovi alleati di convenienza annovera persino il vecchio nemico vietnamita. Un altro più sincero, ammettendo di non conoscere molto della vita di Castro, dichiara di sapere «solo che ha creduto nel comunismo e lo ha supportato. E 'rimasto fedele ai suoi ideali, un tipo di perseveranza che forse ci manca. Riposa in pace, Castro! Avrai anche lasciato questo mondo, ma in realtà sei già immortale». Il trasporto è stato tale persino da spingere alcuni a prendere le difese del premier canadese Justin Trudeau, che pur avendo riconosciuto la natura controversa del leader cubano, ne ha tuttavia pubblicamente elogiato il carisma e le doti oratorie creando scompiglio sulla stampa occidentale.

Come scrivevano i media governativi sabato scorso, «Fidel Castro occupa una posizione speciale nei cuori di molte persone in Cina». Risulta quindi comprensibile la mano pesante con cui i censori hanno messo a tacere le sporadiche critiche apparse sul web, e rilevate dal team di Great Fire.org. Lo è meno, almeno apparentemente, lo «sterminio» di gruppi di discussione filo-Castro attivi sul servizio di messaggistica istantanea WeChat. Secondo un anonimo netizen «Salone dell'Ideologia», «La via Costituzionale», «Il Vento e la Pioggia», «L'Oriente sta sorgendo», «Consenso» e «Verso una Repubblica» sono stati chiusi il 29 novembre nell'ambito di un nuovo giro di vite che ha coinvolto anche i gruppi degli attivisti He Weifang, Zhou Xiaozheng e Mao Yushi. Una fonte consultata da Radio Free Asia rivela che a scatenare la mordacchia cinese sarebbe stata proprio l'ondata di commenti positivi nei confronti di Castro. Una mossa che a un primo sguardo mal si accosta ai fiumi di inchiostro spesi dai media cinesi all'annuncio della dolorosa perdita. Come spiegare la stretta delle maglie della censura? Due sono le probabili motivazioni: una di carattere esterno, più direttamente collegata alle relazioni tra i due Paese, un'altra di ordine interno, ovvero relativa alle manie di controllo della leadership cinese.

Cuba è diventa il primo paese dell'America Latina a stringere relazioni diplomatiche con la Cina nel 1960. Generazioni di leader cinesi, da Jiang Zemin a Xi Jinping - noto estimatore del simbolismo marxista-leninista- hanno espresso simpatia personale per il fondatore della Cuba comunista. In virtù della suo approccio pacifico alla risoluzione delle dispute internazionali, nel 2014 Castro è stato persino insignito del Premio Confucio, versione cinese del Nobel per la Pace.

Nella giornata di sabato il presidente cinese Xi Jinping ha inviato un telegramma per piangere la perdita di un «caro compagno e vero amico» del popolo cinese, cui si devono «contributi immortali allo sviluppo del socialismo in tutto il mondo». La televisione di stato cinese ha trasmesso oltre un'ora di filmati storici, evidenziando il carisma di Castro, la sua convinzione ideologica e apparente «invincibilità», denunciando al contempo le operazioni di intelligence architettate dagli Stati Uniti contro di lui e le sanzioni che hanno paralizzato Cuba.

Ma ormai i rapporti istituzionali vengono oliati dagli investimenti a nove zeri iniettati da Pechino - che è ormai il primo creditore nonché il secondo partner commerciale dell'Havana dopo il Venezuela - nel Paese caraibico ben più che dalla complicità ideologica suggellata dalla comune fede rossa. Un punto su cui non vi è sempre stata piena intesa. Al tempo della Guerra Fredda i due regimi si trovarono a parteggiare per blocchi opposti: Cuba da fedele sodale di Mosca -allora ancora ai ferri corti con il governo maoista per alcune divergenze sull'interpretazione del marxismo-leninismo - mentre la Cina cominciava a palesare un certo ammorbidimento nei confronti degli Stati Uniti, preparando il terreno alle riforme economiche che l'avrebbero resa la seconda economia mondiale grazie al compromesso del «socialismo con caratteristiche cinesi».

In un'intervista rilasciata alla giornalista americana Barbara Walters nel maggio 1977, Castro spese parole molto dure nei confronti di Mao Zedong, al quale imputava la colpa di aver «distrutto con i suoi piedi quello che aveva fatto con le proprie mani per molti anni», instaurando un culto della personalità e abusando dei propri poteri. «Un giorno il popolo cinese e il Partito comunista dovranno ammetterlo», sentenziò il lider maximo. Un tentativo di riappacificazione sarebbe stato messo in campo nel 1995 durante la sua prima (tardiva) visita a Pechino, quando Castro omaggiò la salma di Mao in piazza Tian'anmen con tanto di saluto militare. Ma le frizioni con Pechino non si fermano qui. Il defunto leader, infatti, non ha mai nascosto la propria contrarietà al modello cinese basato sul capitalismo di Stato - cui invece parrebbe guardare con interesse il fratello Raul, al potere dal 2008.Ecco che gli elogi del web cinese nei confronti del leader cubano potrebbero essere stati visti come una critica indiretta alle scelte della Cina da Deng Xiaoping in poi.

Come spiega a China Files il noto politologo Kerry Brown, «di solito i censori sono avversi al rischio e, fino a quando dall'alto non viene dettata una linea precisa, preferiscono reprimere piuttosto che finire nei guai». Lo abbiamo già riscontrato con i siti neomaoisti, caduti in disgrazia nonostante le simpatie di Xi Jinping per il Grande Timoniere. «Credo che stavolta a spaventare le autorità sia stata la possibilità di vedere un argomento estero venire strumentalizzato per parlare di questioni nazionali - chiarisce l'esperto - e con Castro, noto per i modi duri nei confronti degli avversari, non è difficile immaginare sarebbero presto spuntati anche commenti sarcastici nei confronti dei funzionari cinesi». Senza considerare le gelosie: «il Partito comunista cinese non potrebbe mai tollerare di vedere celebrare un altro leader modello all'infuori di sé».

(Scritto per China Files)

mercoledì 30 novembre 2016

La stretta sui migranti minaccia il riciclo oltre la Muraglia


«I pechinesi non sarebbero in grado di sopravvivere neanche un solo giorno senza di noi», spiega alla Reuters Yin Xueqiang mentre maneggia mucchi di plastica in una discarica di Pechino. «Chi raccoglierà tutti i rifiuti? Chi si occuperà di riciclare tutto? Pensi che la gente di Pechino sarebbe disposta a fare questo tipo di lavoro?», si lamenta commentando l'ultimatum con cui la pubblica sicurezza ha intimato ai «collezionisti di rifiuti» di abbandonare l'area entro dieci giorni.

Yin ha lasciato la sua città natale nello Henan per cercare un impiego nella capitale una decina di anni fa; da tre lavora in discarica come molti altri migranti (mingong). Una professione che fin'oggi gli ha fruttato tra i 3.000 e i 5.000 yuan al mese, circa 400-600 euro. Ma i tempi stanno cambiando, la metropoli cinese diventa ogni giorno più cara e inospitale nei confronti dei forestieri, considerati un ostacolo al raggiungimento del limite di 23 milioni di abitanti stabilito dalla municipalità di Pechino per il 2020. Un obiettivo che le autorità stanno cercando di inseguire spostando mercati all'ingrosso e scuole professionali per i figli dei mingong nell'hinterland. Il tutto risulta declinato alla Jing-Jin-Ji, la nuova megalopoli che la leadership cinese sta plasmando attraverso l'incorporazione delle municipalità di [Bei]Jing e [Tian]Jin alla provincia circostante dello Hebei (spesso chiamata Ji) con lo scopo di decongestionare il traffico della capitale e ad allentare la pressione esercitata su Pechino dall'arrivo di orde di lavoratori migranti a fronte di risorse insufficienti e strutture d'accoglienza ormai sature.

A distanza di circa tre anni dal suo avvio, il processo tuttavia sembra procede a singhiozzi: secondo recenti dati della Commissione municipale per lo Sviluppo e le Riforme, nei primi nove mesi dell'anno il numero dei residenti nei sei principali distretti della capitale è sceso soltanto di 96mila unità, appena un quarto rispetto al target annuale prefissato dal governo. Ecco che, nei piani di Pechino, la chiusura e la delocalizzazione delle discariche in periferia dovrebbe facilitare il deflusso dei mingong verso aree del Paese meno allettanti ma anche meno affollate. Quel che le autorità sembrano tuttavia sottovalutare è l'apporto imprescindibile della popolazione mobile nello svolgimento di tutte quelle professioni che - come ricordava Yin- i pechinesi non farebbero mai. Lo smistamento della differenziata è certamente tra queste.

Secondo statistiche della World Bank, nel 2004 la Cina è diventata il primo produttore di rifiuti al mondo, affermandosi col tempo anche come una delle mete principali per il trattamento degli scarti americani spediti sull'altra sponda del Pacifico per ottimizzare i costi del viaggio di ritorno delle navi cargo attraccate nei porti statunitensi colme di Made in China. Nell'ex Celeste Impero gran parte della raccolta differenziata viene di fatto affidata agli immigrati delle province più povere e ai pensionati, che separano i rifiuti riciclabili (carta, plastica e metello) dal resto dell'immondizia per rivenderli a società incaricate di riconvertirli. Si tratta di un'industria che oltre la Muraglia impiega più personale di qualsiasi altro settore esclusa l'agricoltura, ovvero tra i 3 e i 5,5 milioni di lavoratori, di cui 200mila nella sola Pechino. Li si vede attraversare la città in bicicletta con rimorchi improvvisati, rovistare nella spazzatura o persino fermare i passanti per prelevare semplicemente una bottiglietta d'acqua.

Negli anni del boom economico, questo esercito di riciclatori informali si è comodamente sistemato in una zona grigia ai margini della legalità (che permette di guadagnare senza pagare tasse), sino a oggi considerata favorevolmente anche dalle autorità come una toppa a costo zero con cui coprire il vuoto lasciato dai servizi pubblici inefficienti e dalla disattenzione dei nuovi consumatori cinesi, nati nella società del benessere e sprovvisti di quell'allergia agli sprechi delle vecchie generazioni vissute prima delle riforme anni '80. Ma spesso i laboratori semi-abusivi (600 nella sola Pechino) finiscono per causare all'ambiente più danni di quelli che dovrebbero evitare: stando ai media di Stato, delle circa 20 tonnellate di bottiglie di plastica destinate al riciclo nella capitale cinese, soltanto il 20 per cento risulta riutilizzato in maniera appropriata. Il resto finisce in stabilimenti sprovvisti dei macchinari adatti, che riversano gli scarti nel più vicino corso d'acqua, andando ad aggravare la contaminazione delle falde acquifere.

Secondo il People's Daily, «nel periodo 2014-2015 l'industria del riciclo ha registrato un calo del 20,1 per cento su base annua», assetandosi sui 514,9 miliardi di yuan (circa 70 miliardi di euro). Il quotidiano ufficiale del Partito comunista spiega che «a causa delle sfavorevoli condizioni economiche e alla limitata vigilanza del governo, il settore sta soffrendo una recessione su larga scala, con ingenti perdite per le aziende coinvolte, mentre molte attività medio-piccole hanno già dovuto chiudere». Nel 2015 le compagnie sopravvissute erano 150mila, 7000 in meno rispetto all'anno prima, mentre Nanqijia, la principale comunità pechinese del riciclo a 45 minuti da piazza Tian'anmen, ha cominciato a sfaldarsi nei mesi successivi alla bolla speculativa sui mercati azionari. Insieme alla mancanza di innovazione, «l'inadeguatezza degli standard industriali sarebbe all'origine della crisi incontrata dal comparto, con esplicito riferimento al coinvolgimento di «lavoratori migranti e disabili, gente con un basso livello di istruzione».

Ma per Joshua Goldstein, docente della University of Southern California nonché studioso dell'industria informale del riciclo fin dagli anni '90, «l'inquinamento è più una scusa di convenienza che la ragione principale dietro alla repressione dei migranti. Così come la decisione di chiudere i mercati per la rivendita del materiale smistato non è soltanto motivata dalla volontà di allontanare i migranti da Pechino», ci spiega. «E' anche un modo per massimizzare gli affitti degli immobili urbani; per assumere il controllo del settore e deviare i profitti verso le imprese a conduzione statale. Non è detto che il giro di vite funzioni. Tentativi analoghi sono stati messi in campo precedentemente senza successo. Ma se questa è la volta buona, non si tratterà solo di lasciare centinaia di migliaia di migranti senza lavoro».

Infatti considerando che entro il 2025 la Cina produrrà circa 1,4 milioni di tonnellate di rifiuti al giorno, l'esclusione dei mingong dal settore - volontaria a causa del rincaro della vita cittadina o indotta sotto il pungolo delle autorità - inevitabilmente spingerà il governo verso l'utilizzo massiccio di altri espedienti meno «verdi» e più invisi alla popolazione, come l'interramento o la combustione dei rifiuti.

«Assisteremo così al proseguimento di un corso insostenibile, mirato a sfruttare l'industria dell'incenerimento nella quale Pechino ha iniettato ingenti investimenti - conclude Goldstein - ma per tenere gli inceneritori accesi occorrerà mantenere massicci flussi di rifiuti urbani, andando quindi in direzione opposta rispetto alla promozione di una riduzione dei rifiuti sbandierata dalle autorità».

(Pubblicato su China Files)


lunedì 28 novembre 2016

Weekly News Roundup: Dispatches from the Silk Road Economic Belt


Xinjiang sets up local committees to better serve religious activities
The requirement for residents to report religious activities to local residential committees in some places in Northwest China's Xinjiang Uyghur Autonomous Region is aimed at assisting with the residents' religious practices, and will be expanded to the whole region, expert said. Xinjiang has established religious committees and residential communities to manage religious practices since September, requiring local residents to report their religious activities or activities attended by religious people, including circumcision, weddings and funerals, La Disheng, a professor at the Party School of the Communist Party of China Xinjiang regional committee, told the Global Times on the 22 November. (GlobalTimes)

Xinjiang officials deny holding ordinary citizens’ passports
Sources from Xinjiang police denied that the government is holding ordinary citizens' passports, noting that the government only holds passports of those who are suspected of having links to terrorism.  A source from Urumqi, capital of Northwest China's Xinjiang Uyghur Autonomous Region, told the Global Times that local police are not holding residents' passports except for those with suspicious connections. (Global Times)

In China’s Xinjiang, Some Uyghurs are Forced Into a Sharecropper’s Life
Some Uyghurs living in China’s Xinjiang are compelled into a type of sharecropper’s existence as they are forced to abandon their children and travel hundreds of miles to find work in the cotton fields as there are no jobs near their homes, RFA’s Uyghur Service has learned. An auxiliary police officer in Guma (Pishan, in Chinese) county, called the shortage of agricultural water and farmland the “biggest problem in our county.” “The local labor force is forced to move other regions such as Aksu (Akesu, in Chinese) and Korla (Kuerle, in Chinese) and even to the bingtuan’s cotton fields in the northern part of Xinjiang because the local farmers have no other income aside from being able sell their physical labor,” said the police officer who spoke on condition of anonymity. (RFA)

Cooperation between SCO, UN of great significance, says SCO Secretary-General 
Deepening cooperation between the Shanghai Cooperation Organization (SCO) and the United Nations is of great significance in countering global terrorism and tackling challenges and threats, SCO chief said on the 22 of November. "Fighting global terrorism is a work without an end," SCO Secretary-General Rashid Alimov told Xinhua in an exclusive interview at the UN headquarters after attending a high-level special event on "the United Nations and the Shanghai Cooperation Organization: Jointly Countering Challenges and Threats" . It is of great significance to deepen cooperative relations between the Regional Anti-terrorism Structure of the SCO and related anti-terrorism agencies within the UN system, he said, noting that "it is also the direction of our future work." (GlobalTimes)

The Countries Building The New Silk Road -- And What They're Winning In The Process
When the Soviet Union fell the political and economic landscape of central Eurasia shattered into a melee of disconnected, dysfunctional shards as 14 new countries suddenly emerged in tandem with a pronounced political and economic vacuum. However, almost as soon as the Soviet Union disintegrated, the countries of Central Asia and the Caucasus began looking for ways to reconnect again. Inspiration for the future was soon taken straight from the pages of history. (Forbes)

China About to Start $35 Billion of Silk Road Plan in Pakistan
More than three quarters of $46 billion of planned Chinese-led investment in Pakistan will be implemented by next year as part of the world’s second-largest economy’s flagship Silk Road plan. “Out of this $46 billion, we have been so far able to energize about $35 billion,” Pakistan’s Planning, Development and Reforms Minister Ahsan Iqbal said in an interview in London. “By energizing I mean these are projects either in advanced implementation or in a stage of financially closing.” (Bloomberg)

China and Russia: Gaming the West

In September 2016, Russia held joint naval manoeuvres in the South China Sea with China, bringing some of its best ships to the party. Two weeks later, China shied away from joining Russia in a veto of yet another Western resolution on Syria at the UN. The discrepancy sums up the extent and the limits of the strategic convergence between both countries. (Ecfr)

Chinese Emb Bishkek is not issuing visas leading to protests damage after terror attack earlier in the year blamed. Domestic drivers-carriers gathered at the Chinese Embassy in Bishkek. Currently, there are about 30 people. They demand issue of visas to China to continue their work.(24Kg)

China-Kazakhstan trade center sees surge in visitors
A China-Kazakhstan trade center received 4.24 million visits from January to October, up 44 percent year-on-year, according to local border inspection authorities. Hu Ruifeng with Horgos City border checkpoint in northwest China's Xinjiang Uygur Autonomous Region, said the China-Kazakhstan International Border Cooperation Center in Horgos saw 23,000 visitors a day during peak time, forcing the staff to offer faster customs clearance. (China.org)

China's Economic and Military Expansion in Tajikistan
Following its economic expansion in Central Asia, China unexpectedly took a step to expand its military dominance in the region. In September 2016, Beijing offered to build 11 new border checkpoints and a new military facility along the Tajikistan-Afghanistan border, which raised some concerns in Russia. Although these moves could position China as a security player in Central Asia, Russian experts seemingly are doubtful about the future of any China-Central Asia military alliance. Notably, Russia has an entrenched presence in the region and its largest foreign military base is located outside the Tajik capital. (The Diplomat)

Kazakhstan university may offer scholarships to Hong Kong students under ‘One Belt, One Road’ The president from a Kazakhstan university has said her institution is considering offering scholarships to Hong Kong students in a bid to strengthen connections with the city under China’s “One Belt, One Road” initiative. Professor Loretta O’Donnell, vice-provost of Kazakhstan’s Nazarbayev University, was speaking at a forum organised by Polytechnic University yesterday on the belt and road policy. (SCMP)

China’s ‘new Silk Road’ could expand Asia’s deserts
China’s massive Asian infrastructure network of proposed new roads and railways, new ports and airports, linking 65 countries to itself must grapple with the same problem as the ancient Silk Road it has been named after. Sand. Deserts present as big a problem along the “Silk Road Economic Belt” and the shores of the “21st Century Marine Silk Road” as when camel caravans ambled across Central Asia in the Tang Dynasty. At a June event in Beijing to mark World Day to Combat Desertification, Yong Liqiang, deputy head of the State Forestry Administration, highlighted the scale of existing desertification, soil degradation and drought in more than 60 of the 65 countries covered by the One Belt, One Road (OBOR) strategy. (China Dialogue

sabato 26 novembre 2016

Facebook torna in Cina "armonizzato"?


«Rendere il mondo più aperto e connesso» può costare un piccolo compromesso. Lo sa bene Facebook che - secondo alcune indiscrezioni rivelate dal New York Times - avrebbe silenziosamente sviluppato un software in grado di far capitolare le resistenze dimostrate dal gigante asiatico con il pallino per la censura. Si tratta di un sistema che permette a parti terze (per esempio, società cinesi) di cancellare i post dai news feed degli utenti in base alla collocazione geografica. Al momento l'azienda americana collabora con diversi governi - quali Mosca, Islamabad e Ankara - per limitare la circolazione di informazioni sensibili sul proprio portale, rilasciando annualmente un resoconto dettagliato sul numero e la natura dei post rimossi; tra il luglio e il dicembre 2015, per esempio, i contenuti censurati sono stati 55mila in circa 20 Paesi. Il nuovo software tuttavia dà pieno potere a soggetti estranei al team di Facebook di evitare che determinati post finiscano nei news feed degli utenti cinesi.

Il prodotto, sulla cui futura implementazione non vi è certezza, non sarebbe stato ancora offerto al regime comunista e rientrerebbe soltanto tra le varie proposte ideate dal colosso di Mark Zuckerberg per facilitare un ritorno oltre la Muraglia. Facebook è stato bandito dal Paese di Mezzo nel 2009 dopo gli scontri etnici andati in scena a Urumqi, capitale della regione autonoma uigura dello Xinjiang. Da allora - come Youtube, Twitter e altri siti ritenuti «pericolosi»- il social network risulta accessibile soltanto con virtual private network (vpn), che permettono di navigare in libertà coprendo la reale identità e localizzazione del computer. Ma Zuckerberg non ha mai nascosto le sue mire cinesi, motivate dalla costante espansione del mercato locale, oggi intorno ai 700 milioni di user.

Oltre ad aver intrapreso numerose viste aldilà della Muraglia - culminate lo scorso marzo nell'incontro con il capo della propaganda Liu Yunshan -, il giovane imprenditore ha in più occasione sfoggiato la sua (migliorabile) conoscenza del mandarino e un'attenta comprensione della sensibilità cinese. Non è passata inosservata l'accortezza con cui, nel ricevere l'ex zar di internet Lu Wei un paio di anni fa, Zuckerberg abbia esposto sulla propria scrivania una copia di The Governance of China, opera edita dal Partito comunista che raccoglie discorsi e pensieri del presidente Xi Jinping. Più di recente, dirigenti del gigante della Silicon Valley hanno presenziato all'ultima World Internet Conference di Wuzhen, occasione utilizzata dalla leadership cinese per promuovere una propria visione di «cybersovranità» volta a contenere «le forze occidentali ostili», che poco si accorda ai principi di apertura e connettività professati da Facebook.

Sforzi, questi, che sinora non hanno addolcito la posizione di Pechino su un eventuale approdo del social network nella Repubblica popolare. Per il momento la cooperazione tra la compagnia americana e la seconda economia mondiale è limitata allo sfruttamento da parte delle aziende cinesi (anche statali) dei servizi pubblicitari messi a disposizione per facilitarne un'espansione all'estero. Un servizio che Facebook offre dai suoi uffici di Hong Kong; quelli presi in affitto a Pechino nel 2014 sono ancora vuoti in mancanza della licenza necessaria all'inizio delle attività. Secondo Bloomberg, anche una volta superate le resistenze delle autorità comuniste, il ritorno di Facebook richiederebbe comunque diversi anni a causa dei regolamenti volti a favorire le società locali.

Da tempo gli analisti puntano il dito contro le sfumature protezionistiche dietro alle manie censoree di Pechino, e grazie alle quali WeChat - che offre servizi analoghi a Facebook- ha raggiunto ormai gli oltre 800 milioni di utenti attivi. L'unica possibilità di successo per l'azienda statunitense consisterebbe dunque nel trovare un partner locale, a cui potenzialmente cedere il controllo delle operazioni in Cina, ipotizzano alcuni analisti interpellati dal New York Times. Sempre che i netizen cinesi abbiano davvero bisogno del social.

D'altronde, nel 2008 quando Facebook provò a lanciare una versione in caratteri riuscì ad attrarre appena 285.000 membri - su una popolazione Internet complessiva di oltre 225 milioni - mentre già allora piattaforme concorrenti, come QQ, totalizzavano decine di milioni di adepti. L'arrivo di WeChat nel 2011 ha definitivamente rivoluzionato lo scenario locale, scavalcando persino Sina Weibo (il Twitter "in salsa di soia") e trasformandosi progressivamente in una piattaforma che offre una variegata gamma di funzioni dalle videochat alle prenotazione taxi passando per i pagamenti online. Difficilmente Facebook riuscirebbe ad accontentare le aspettative dei cinesi senza passare per un massiccio restayling.

Secondo quanto raccontato al quotidiano della Grande Mela da alcuni dipendenti dell'azienda, il software, sviluppato da un team capitanato dal vicepresidente Vaughn Smith, è stato al centro di una riunione interna dello scorso luglio. Al tempo, interrogato sul futuro del social network oltre la Muraglia, Zuckerberg avrebbe risposto pragmaticamente che «per Facebook è meglio partecipare alla conversazione, anche se non si tratta ancora di una conversazione completa». Evitando di confermare le voci di corridoio, dalla società hanno fatto sapere che «stiamo cercando di capire e imparare di più del Paese. Ad ogni modo, non abbiamo ancora stabilito quale sarà il nostro approccio alla Cina. Per il momento la nostra attenzione è concentrata nell'aiutare le imprese e gli sviluppatori cinesi ad espandersi in nuovi mercati esteri tramite la nostra piattaforma ad».

Lo scoop arriva in un periodo particolarmente delicato per la creature di Zuckerberg, accusata recentemente di aver influito sul risultato finale delle presidenziali americane, permettendo la libera circolazione di rumor e notizie infondate.


(Pubblicato su China Files)

lunedì 21 novembre 2016

Weekly News Roundup: Dispatches from the Silk Road Economic Belt


Chinese Ship Opens New Trade Route Via Pakistani Port

Pakistan's top civilian and military leaders traveled to the country's southwest on Sunday to open a new international trade route by seeing off a Chinese ship that's exporting goods to the Middle East and Africa from the newly built Gwadar port. The first convoy of Chinese trucks carrying goods for sale abroad has arrived in Pakistan amid tight security using a road linking Gwadar to China's northwestern Xinjiang region, the government said in a statement. (Bloomberg)

CPEC takes a step forward as violence surges in Balochistan

The China-Pakistan Economic Corridor (CPEC) project reached an important milestone onNovember 13 when cargo from China that was trucked down via the corridor was loaded on to ships at Gwadar port. The ships have since headed off to markets in West Asia and AfricaThis is the first time that trade activity has taken place through CPEC. On Saturday, even as three convoys of trucks converged at the Baloch capital of Quetta en route to Gwadar port, a powerful bomb blast ripped through a Sufi shrine in Balochistan’s Khuzdar district, killing at least 52 people and injuring 102 others. The explosion at the Shah Noorani shrine is believed to be the handiwork of the Islamic State (IS) group, which has claimed responsibility for the attack.(Asia Times)

What Does China’s One Belt, One Road Project Mean For Central Asia?
China’s massive One Belt, One Road (OBOR) project aims to connect the world like never before, using land and sea routes to form trade links across Asia and Europe and down to Africa. It’s an extremely ambitious project that will take many years to realize but already OBOR has many people excited about the economic possibilities to come. Among the billions of people who could benefit immensely from OBOR are the roughly 65 million residents of Central Asia. But being part of OBOR is not necessarily a guarantee for a better future. In February this year, the first cargo train from China arrived in Iran after passing through Kazakhstan and Turkmenistan along new railways in the latter two countries. In September, the first train from China to Afghanistan arrived after crossing through Kazakhstan and Uzbekistan.(Rfl)

Iran inks China military pact while mulling $10 billion Russian arms deal
In another move to bolster the Islamic Republic's military apparatus on Monday, Iran and China signed a deal to enhance cooperation between the two nations. The military agreement between Tehran and Beijing entails increased bilateral training coordination and closer alignment on what the Iranian regime sees as regional security issues. The move represents an “upgrade in long-term military and defense cooperation with China,” Iran's Tasnim New quoted Defense Minister Hossein Dehqan as saying in Tehran alongside his Chinese counterpart, General Chang Wanquan. (The Jerusalem Post)

China shifts gears on building ties with international bodies
Chinese Premier Li Keqiang on 15 November concluded its week-long Eurasian trip with a series of proposals to promote regional cooperation between China and the Central and Eastern European (CEE) countries as well as among members of the Shanghai Cooperation Organization (SCO). Li's proposals mark China's efforts to inject new impetus into regional cooperation, showing the importance China attaches to the role of regional mechanisms as well as its determination to enhance cooperation and safeguard regional peace and stability. Xinhua

The great bargain between Russia and China for Central Asia
With growing domestic economic stagnation in Russia, in the long-term China could still challenge Moscow’s monopoly as a main security guarantor and may gradually increase direct engagement with Central Asian states in military and security spheres. Consequently, this could lead towards a more assertive Chinese policy, where Beijing will frame its own security agenda in the region, rather than following Moscow’s steps. This is particularly important as Chinese investment and capital in the region increases, indicating that China will need to protect its interests.(China in Eurasia)

Chinese language school opens in Kyrgyz capital
A Chinese language school named "Bilim Export" founded by Kyrgyz people who were educated in China has opened here in Kyrgyzstan's capital, one of the founders and the director of the school Daniar Abdykadyrov told Xinhua on 16 November. "I studied in China for two years to receive my master's degree and after graduation, for three years I worked at the same university," Abdykadyrov said. "Therefore I always wanted to open a local Chinese school in which Kyrgyz students can receive quality education like in China," he said. Xinhua

China and CEE Countries Push for Broader Economic Cooperation in Riga
Chinese Prime Minister Li Keqiang’s historic visit to Riga, Latvia, on November 4, marked the opening of a new chapter in relations between Central and Eastern Europe (CEE) and the People’s Republic of China (PRC). During his three-day visit, Li met together with the heads of governments of 16 CEE countries. The summit resulted in a string of far-reaching economic agreements. Notably, officials signed a memorandum of understanding (MoU) on cooperation in the Silk Road economic zone and the 21stCentury Maritime Silk Road initiative. MoUs were also signed regarding cooperation between Chinese and CEE think tanks, on the promotion of cooperation in the field of tourism, as well as cooperation between small- and medium-sized enterprises (Lsm.lv, November 5). (Jamestown Foundation)

Fed up with EU, Erdogan says Turkey could join Shanghai bloc
President Tayyip Erdogan was quoted on Sunday as saying that Turkey did not need to join the European Union "at all costs" and could instead become part of a security bloc dominated by China, Russia and Central Asian nations. NATO member Turkey's prospects of joining the EU look more remote than ever after 11 years of negotiations. European leaders have been critical of its record on democratic freedoms, while Ankara has grown increasingly exasperated by what it sees as Western condescension. (Reuters)


China says would consider Turkey membership of security bloc
China is willing to consider any application from NATO-member Turkey to join a Russian and Chinese-led security bloc, China's Foreign Ministry said on Monday, after Turkish President Tayyip Erdogan said his country could join. (Reuters)

Russia, China Would Like to See Turkey in SCO if It Freezes Links With NATO
President Recep Tayyip Erdogan has suggested that Turkey could become a full member of the Shanghai Cooperation Organization (SCO), a Eurasian security and economic bloc led by Russia and China, but Dr. Emre Ersen told Radio Sputnik that Ankara will firstly have to minimize its relations with NATO to be considered. (Sputnik)

Tianjin FTZ launches China-Europe freight train
A freight train departed a pilot economic zone in the northern coastal city of Tianjin for the first time Monday morning. Loaded with 104 containers of construction materials, it is the first China-Europe freight train to leave the Tianjin Pilot Free Trade Zone (FTZ), and is set to arrive in Minsk, capital of Belarus, around December 4. (Xinhua)












Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...