giovedì 15 dicembre 2016

Caro Trump, le femministe cinesi ti osservano


«Hey Trump, le femministe ti tengono d'occhio». E' il messaggio inequivocabile con cui martedì Zheng Churan si è rivolta su Twitter al nuovo presidente americano. Zheng, o come si fa chiamare sui social Datu («Grande Coniglio»), è una delle cinque ragazze cinesi finite agli arresti nel marzo 2015per aver protestato contro le violenze sessuali, distribuendo volantini sui mezzi pubblici. Vittime di un giro di vite che negli ultimi anni ha colpito trasversalmente la società civile cinese. Le femministe, sottoposte ad abusi fisici e psicologici durante il periodo di detenzione, sono state rilasciate su cauzione il 13 aprile successivo. Ma il caso aveva già catturato l'attenzione delle cancellerie di mezzo mondo e delle associazioni per la difesa dei diritti delle donne. Più tardi Hillary Clinton, nota in Cina per il suo intervento alla quarta Conferenza mondiale sulle donne di Pechino, nel 1995, avrebbe definito il presidente cinese Xi Jinping «senza vergogna» per aver presenziato alla cerimonia tenuta dalle Nazioni Unite per commemorare i vent'anni dalla Conferenza.

Passati i tempi in cui la donna rappresentava «l'altra metà del cielo» (copyright Mao Zedong), in Cina quello delle discriminazione di genere è un problema ancora incombente. Secondo uno studio del World Economic Forum, per il secondo anno di fila il gigante asiatico ha registrato la sproporzione più grave al mondo nelle nascite tra maschi e femmine, evidenziando inoltre un peggioramento complessivo nella parità di genere: in termine di uguaglianza sessuale quest'anno la Cina si è classificata 99esima su 144 paesi, in calo rispetto al 91esimo posto del 2015.

La sconfitta della Clinton alle presidenziali ha di fatto privato le attiviste cinesi di una preziosa «ambasciatrice» nel mondo, aprendo numerosi interrogativi sull'atteggiamento futuro della Casa Bianca nei confronti delle violazioni dei diritti umani oltre la Muraglia. Finito nell'occhio del ciclone per una serie di commenti sessisti - da ultimo un video ricco di commenti volgari pubblicato dalWashington Post poco prima delle elezioni - The Donald non sembra avere le credenziali giuste per assurgersi a difensore dei diritti femminili. E' così che Zheng Churan, inserita dalla BBC nella lista delle donne più influenti del 2016, ha deciso di appellarsi al presidente eletto ancora prima del suo insediamento ufficiale. Lo ha fatto con una lettera. Indirizzo: Trump Tower, New York.

La missiva contiene il risultato di un sondaggio effettuato dalla ragazza a partire da novembre scorso sulla piattaforma di instant messaging WeChat. Nel giro di un mese oltre 10mila rispondenti (sopratutto donne) si sono espressi sul concetto di «cancro dell'uomo etero» (zhínán ái), un termine coniato nel 2014 che in slang significa sostanzialmente «sciovinista». Ovvero «quel tipo di uomo, che in possesso valori morali obsoleti, sarebbe più adatto ad una società cinese arcaica, in particolare per quanto riguarda il modo di parlare e pensare delle donne. Ha uno smodato senso della moda, sta bene con sé stesso e non rispetta le donne». «Come cellule cancerose, il 'cancro dell'uomo etero' si propaga ovunque danneggiando i movimenti femministi e minando l'uguaglianza sociale», spiega Zheng nella lettera.

Sulla base dei risultati raccolti, la giovane femminista ha stilato una top 10 dei principali comportamenti ascrivibile ai soggetti affetti da zhinan ai. «Anche se, qui in Cina, siamo lontane, abbiamo letto notizie riguardanti il tuo costante coinvolgimento nelle discriminazioni di genere e pertanto vogliamo mandarti l'esito del sondaggio in modo da mostrati come si comporta un uomo maschilista, ovvero malato di zhinan ai [...] le persone che guardano le donne dall'alto vero il basso un giorno dovranno rispondere dei loro commenti offensivi e sessisti», si legge nella lettera postata dall'attivista in doppia lingua cinese-inglese su Wechat, mentre una foto della ragazza che regge un pezzo di carta con su scritto «Trump: Feminists are watching you» e due screenshot della classifica arricchiscono il minaccioso tweet di cui sopra.

Nonostante l'impatto esercitato dal caso delle cinque attiviste («Ecco come le femministe cinesi possono ispirare le donne a opporsi a Trump», scriveva tempo fa Leta Hong Fincher, esperta di questioni di genere), difficilmente la sfida di Zheng riuscirà a scuotere il tycoon americano, per il quale debbono sembrare più che sufficienti le scuse forzate con cui ha ritrattato le numerose gaffe misogine. L'obiettivo del nuovo inquilino dello Studio Ovale, sì sa, è «Make America Great Again». Uno slogan che - per la gioia di Pechino - potrebbe tradursi in un maggiore disinteresse verso le questioni interne degli altri Paesi; come il movimento democratico di Hong Kong, «un problema d'altri», secondo quanto dichiarato in un vecchio tweet indirizzato a Barack Obama.

Stando a un editoriale apparso il mese scorso sulle colonne del South China Morning Post a firma di James Woolsey, senior adviser di Trump per la sicurezza nazionale, il presidente in pectore potrebbe abbandonare il tradizionale protagonismo statunitense in materia di diritti umani. Dopo aver analizzato i punti d'attrito tra la politica estera delle due superpotenze, Woolsey avverte che «anche le nostre differenze ideologiche vanno gestite meglio. L'impegno americano nel diffondere la libertà è stabile. Eppure la nostra maggiore conoscenza della complessità del sistema politico e sociale cinese ci dice che cercare di sfidarlo è rischioso. Può non piacerci ma non è detto che si debba necessariamente intervenire. Vedo l'esigenza di un grande compromesso in cui gli Stati Uniti accettino il sistema politico e sociale cinese impegnandosi a non minarlo, mentre la Cina da parte sua ricambi acconsentendo a non stravolgere lo status quo in Asia». Se così sarà nessuna lettera riceverà mai risposta.

(Pubblicato su China Files)

martedì 13 dicembre 2016

Trump vuole negoziare il principio di «una sola Cina»


Perché mai gli Stati Uniti dovrebbero obbedire al principio di «una sola Cina» senza un accordo che stabilisca in cambio concessioni commerciali e di altro tipo? Da bravo uomo di affari Donald Trump sembra voler barattare la questione taiwanese per ottenere qualche vantaggio nei settori in cui finora la leadership cinese è persa meno malleabile. Politiche monetarie, questione nordcoreana e Mar Cinese Meridionale in primis, come lo stesso tycoon ha dichiarato domenica ai microfoni di Fox News.

«Non voglio che la Cina mi comandi», ha spiegato il presidente eletto giustificando la conversazione telefonica avuta con la leader taiwanese (filoindipendentista) Tsai Ing-wen il 2 dicembre contravvenendo al protocollo che vieta al presidente americano di intrattenere contatti diretti con i vertici di Taipei. Un principio valido fin dall'istituzione dei rapporti diplomatici con la Repubblica popolare nel 1979. «E' stata una telefonata cordiale, ma breve. Non accettarla sarebbe stato molto sgarbato», ha chiarito Trump minimizzando l'accaduto.

Ma il piccolo inciampo diplomatico ha sempre più le sembianze di un vero e proprio sgambetto. Nonostante Pechino abbia affrontato la questione con pacatezza inusuale - dirottando le proprie ire contro Taipei, artefice del «tranello», e giustificando l'inesperienza politica dell'imprenditore americano - negli ultimi giorni il tentativo di ricucire lo strappo messo in atto dalla Casa Bianca e dal team di transizione è stato vanificato dallo stesso Trump con una serie di bordate sparate a mezzo stampa e via Twitter. Da ultima la messa in discussione dell'esistenza di «una sola Cina», principio interpretato in maniera diversa sulle due sponde dello Stretto di Formosa, ma che secondo Pechino starebbe a indicare l'appartenenza di Taiwan al Regno di Mezzo alla stregua di una provincia da riannettere anche con l'uso della forza. Una versione sulla quale Washington ha mantenuto una certa ambiguità con la sottoscrizione, tra il '72 e l'82, dei tre comunicati congiunti, nonostante il documento delle «sei assicurazioni» (1982) riaffermi invece la determinazione degli Stati Uniti ad assistere l'isola nel mantenimento della propria capacità difensiva, come previsto dal Taiwan Relations Act del 1979. Da un punto di vista legale, infatti, il governo americano considera lo status di Taiwan «indefinito». Non accetta la sovranità cinese sull'isola, ma allo stesso tempo non riconosce la statualità di Taiwan sullo scacchiere internazionale, avvallando la posizione di Pechino. Un compromesso studiato per tutelare i propri interessi nell'Asia-Pacifico. Proprio nel weekend nuove esercitazioni aeree cinesi nello stretto di Miyako e nel canale di Bashi, a sud dell'ex Formosa, hanno seguito con tempismo svizzero l'approvazione in Senato del National Defense Authorization Act (NDAA), un disegno di legge federale che oltre a includere un aumento di 3,2 miliardi di dollari nella spesa militare, prevede una disposizione per l'istituzione di scambi annuali ai vertici della Difesa di Stati Uniti e Taiwan. Ma la «guerra» sembra ancora un'ipotesi lontana.

Mentre presumibilmente Pechino conterrà la propria collera almeno fino al 20 gennaio (data dell'Inauguration Day), c'è chi crede che Trump stia bluffando per tastare il terreno prima di diventare ufficialmente il 45esimo presidente americano. D'altronde, durante il corso della storia il passaggio del testimone alla Casa Bianca è spesso stato preceduto da un fisiologico periodo di tensione tra le due potenze mondiali, cui ha fatto seguito una lento disgelo. E' successo con Reagan alla vigilia della firma del comunicato congiunto sino-americano del 17 agosto 1982 con cui Washington si è impegnato a ridurre la fornitura bellica a Taipei, e di nuovo con Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama, duri nei confronti di Pechino prima di assumere l'incarico, più propensi al compromesso una volta entrati nello Studio Ovale.

A scanso di equivoci, il portavoce del ministero degli Esteri cinese lunedì ha dichiarato che il riconoscimento di «una sola Cina è il «fondamento politico» dei rapporti bilaterali in assenza del quale «la robusta e stabile crescita delle relazioni sino-americane è fuori discussione». Nel 1980 la Cina contava per l'1 per cento dei commerci americani con l'estero; nel 2015 quel valore è aumentato 125 volte fino a raggiungere quota 627 miliardi di dollari. Secondo un'analisi del Wall Street Journal, un'eventuale guerra commerciale tra le due superpotenze colpirebbe soprattutto la Cina, che vedrebbe penalizzate non solo le proprie esportazioni ma anche i tentativi di fusioni e acquisizioni che sta compiendo negli States. Tuttavia a uscirne ammaccati sarebbero anche alcuni settori chiave dell'economia statunitense particolarmente dipendenti dallo shopping cinese, come l'aerospaziale e l'automotive. Come ha fatto notare Wang Jianlin, presidente del gruppo Wanda nonché uomo più ricco di Cina, «ho investito 10 miliardi di dollari negli Stati Uniti dando lavoro a oltre 20.000 persone. Se qualcosa [con Trump] va storto queste 20.000 persone potrebbero ritrovarsi senza un impiego».

«La politica di una sola Cina, non è qualcosa che può essere negoziato», spiega senza giri di parole il nazionalista Global Times. «Sembra che Trump sappia soltanto fare affari. Pensa che tutto abbia un prezzo. Forse dovrebbe studiare la politica estera con umiltà. In particolare, occorre che impari come funzionano i rapporto tra la Cina e gli Stati Uniti», rimbrotta lo spin-off dell'ufficialissimo People's Daily, mettendo in risalto la facilità con cui l'inesperienza di Trump («ignorante come un bambino») rischia di lasciare ampio spazio ai falchi che lo circondano in qualità di consiglieri. Mentre la scelta del governatore dell'Iowa Terry Branstad - buon amico del presidente Xi Jinping- nel ruolo di ambasciatore americano in Cina potrebbe aiutare a disinnescare le recenti tensioni, non sono passate inosservate alla stampa internazionale le inclinazioni filo-taiwanesi di gran parte degli adviser del tycoon. Mentre il New York Times si è concentrato sui presunti investimenti sull'isola della Trump Hotels (uno dei numerosi conflitti di interessi del biondo magnate in giro per il mondo), la scorsa settimana Politico ha riportato nel dettaglio gli affari controversi di Bob Doyle, repubblicano e consulente del Taiwan Economic and Cultural Representative Office, l'ufficio che funge da ambasciata taiwanese negli States. Secondo tali indiscrezioni (smentite da Taipei), l'ex senatore sarebbe all'opera da mesi per tentare di oliare la partnership statunitense con il vecchio alleato asiatico. Ecco che dietro una semplice telefonata potrebbe esserci molto di più.

(Pubblicato su China Files)

domenica 11 dicembre 2016

Weekly News Roundup: Dispatches from the Silk Road Economic Belt


Xinjiang's Urumqi builds the hub of China-Europe freight trains
As one of the major cities in core area of China's Silk Road Economic Belt, Urumqi, the capital city of Xinjiang, is to build itself as the hub of China-Europe freight trains to provide international freight logistics services for Chinese customers, such as customs declaration and inspection. The first-phrase construction in the hub of China-Europe cargo trains in Urumqi, the capital city of northwest China's Xinjiang Uygur Autonomous Region, was completed in the mid-November with a total investment of 85 million yuan. The second-phrase construction has injected 50 million yuan. After completion, international freights will be assembled and supervised to meet the demands and provide convenience for the clients. (Trader Planet)

China starts $21.8 billion offshore fund amid currency concerns
China's central government has launched a 150 billion yuan ($21.79 billion) fund designed to support investments offshore by Chinese companies as well as the country's so-called new Silk Road initiative. The first phase of the Guotong Fund, capitalized at 70 billion yuan, was registered on Nov. 25 in Hangzhou, according to a statement posted Wednesday on the website of the State-owned Assets Supervision and Administration Commission (SASAC). The statement cited equipment manufacturing as one type of offshore investment the fund might support, and said the new vehicle might take a role in mergers. (Reuters)

Xi'an launches freight train service to Moscow
A freight train service linking Xi'an, capital of northwest China's Shaanxi Province with Moscow, capital of Russia, began operations on the 6 of December. The train of 41 containers mainly carrying consumer durables, left Xi'an at 10:50 a.m. and will pass through Kazakhstan before reaching Moscow, sources with the Xi'an International Trade and Logistics Park said. The trip will take 11 days, compared to the traditional land/sea route, which takes over 45 days. It is the third China-Europe freight train from Xi'an following those to Warsaw and Hamburg. (Xinhua)

Chinese account for 77 percent of foreign labor force in Kyrgyzstan
Some 77 percent of all foreign workers in Kyrgyzstan are Chinese citizens, the press service of the State Migration Service of the country reported on Thursday. During 11 months of 2016, Kyrgyzstan reviewed 2,380 applications to attract foreign labor power to the Kyrgyz Republic, 1,836 of them were approved. Government of Kyrgyzstan established the quota for foreigners in 2016 with 14,490  people and 11,751 foreign experts receiving permits. (Xinhua)

Debts of Kyrgyzstan: all roads lead to China
In 1992, Kyrgyzstan had taken loans for $ 4.9 million. The appetite grew with each passing year, and by 2002 the debt reached $ 1.5 billion, and by September 2016 - $ 3.7 billion.Noteworthy: at the end of 2005 the debt of the Kyrgyz Republic decreased by $ 6.7 million, but then again began to grow rapidly. Kyrgyzstan mainly takes soft loans. There are already $ 2.2 billion of them. The most generous in this group is the Export-Import Bank of China, that has given the country $ 1.4 billion.
According to the Finance Ministry, for the years of independence Kyrgyzstan has taken from the Chinese bank $ 2.86 billion, $ 1,103 billion of which have been spent on roads and $ 983 million- on the energy sector. (Kg24)

'Guizhou, China's new force in Belt and Road Initiative'
Guizhou has become a new force in China's opening-up strategy due to its advantageous location in the Belt and Road Initiative, Foreign Minister Wang Yi said on the 6 of December. Wang made the remarks in an event where the ministry and the Guizhou provincial government showcased the Southwest China province to diplomats from more than 120 countries. The landlocked province, which "has a special position in China's opening-up and history", became an important passage between China and the world more than 2,000 years ago, when China's silk and tea was carried through the Ancient Tea Horse Road and the Southern Silk Road to South Asia, Wang said. (ChinaDaily)

China’s naval base in Pakistan revealed: China’s new global game – analysis: 
Talking to The Express Tribune (Nov 25, 2016) Pakistani naval officers revealed that Chinese naval ships would be deployed at the Gwadar Sea Port to safeguard the port and trade under the China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). A special squadron of four to six ships would be deployed, comprising of both Chinese and Pakistani navies. The ambit of this combined naval force is not only the protection on Gwadar Port, which is designated as a defence entity, but also ensuring security of maritime trade emanating from Pakistan which will have Chinese interests. The Arabian Sea to the African coast, and of course, the Gulf would be its area of operation. (eurasiareview)


Central Asia

Uzbekistan PM wins presidential vote panned by Western monitors
Shavkat Mirziyoyev, long-serving prime minister of Uzbekistan, has become its second president, winning 88.61 percent of the vote in an election on Sunday criticized by Western observers.
"This shows that we are going along the path outlined by the late president (Islam Karimov)," Mirziyoyev told thousands of supporters at a rally. Mirziyoyev, 59, was prime minister from 2003 under Karimov, who died of a stroke in September having run Central Asia's most populous nation with an iron fist for 27 years. He is expected to step down as prime minister but it is unclear when, as there is no precedent for such a transition in the former Soviet republic, which became an independent state in 1991. Diplomatic and business sources say Mirziyoyev secured support for his presidential bid from Uzbekistan's powerful informal clans by agreeing to share power with two other political heavyweights, Deputy Prime Minister Rustam Azimov and security chief Rustam Inoyatov.Diplomats say Mirziyoyev is expected to move Uzbekistan closer to Russia, its Soviet-era overlord. Russian President Vladimir Putin was the first foreign leader to publicly congratulate him on the victory.(Reuters)

Uzbekistan: Reform or Repeat?
Uzbekistan’s 4 December presidential election formally confirmed Shavkat Mirziyoyev in the office he assumed in an acting capacity on 8 September, within days of the death of Islam Karimov. After 25 years of Karimov’s authoritarian rule, however, one of Central Asia’s most repressive states faces challenges that can only be effectively addressed by genuine domestic and foreign policy departures. Mirziyoyev has received positive notices for a few small moves in the past three months, but there is no sign as yet that he intends to alter fundamentally the system he helped shape as prime minister since 2003, a system designed to protect those in power at the expense of the population’s rights.(Crisis Group)

Trump and Nazarbayev’s ‘Miracle’ Chat
Nearly one month after the U.S. presidential election, President-elect Donald Trump has shown little sign of slowing his pre-election predilection for praising foreign strongmen. Not only did Trump, within the first few weeks of the election, speak with Russian President Vladimir Putin more than any other world leader, but, according to readouts from Manila, Trump spoke highly of Filipino President Rodrigo Duterte’s campaign against drug dealers, which has thus far claimed thousands of lives in extrajudicial killings. However, one of Trump’s recent rounds of praise for a foreign autocrat slipped largely under the radar, drowned out by his laughable – and concerning conversation with Pakistani officials. Toward the end of November, Trump finally connected with Kazakhstani President Nursultan Nazarbayev. (The Diplomat)

Atambayev: Russian Troops Should Leave Kyrgyzstan. But No Rush
Kyrgyzstan President Almazbek Atambayev has said that Russia needs to leave its air base that it operates in his country. The demand was vague, and Atambayev has made it several times in the past, but it nevertheless raised alarm in Moscow. Atambayev made the comments during a four-hour press conference on December 1. "In the future, Kyrgyzstan should rely only on its own forces. This has to do with the Russian base. Everyone criticizes me -- Atambayev kicked out the American base and left the Russian one. Keep in mind that there was an agreement on the Russian base, signed on our side by [former president Kurmanbek] Bakiyev, under which ... the military base was supposed to stay for 49 years and then be extended for 25 more. We left it only for 15 years." (Eurasia.net)

Turkmenistan: The regime that throws cigarettes on bonfires
One of the most repressive states in the world is trying to become one of the healthiest. Turkmenistan is promoting fitness and wants to become a smoking-free nation - but when no-one can openly challenge the government's decisions, how healthy can such a campaign be, asks Abdujalil Abdurasulov. (BBC)






venerdì 9 dicembre 2016

China Labor Watch: sfruttamento nelle fabbriche dei giocattoli


Le società coinvolte hanno fatto sapere di aver preso molto seriamente la questione e di aver in programma indagini interne per verificare la veridicità delle accuse. Oltre 100 ore di straordinari al mese, circa tre volte il limite consentito dalle leggi cinesi, stipendi da fame e condizioni ambientali insalubri.

È quanto avverrebbe nelle fabbriche cinesi di giocattoli, secondo un rapporto di China Labor Watch. Le investigazioni – condotte sotto copertura dal team dell’ong americana e corredata da prove fotografiche – hanno coinvolto quattro impianti utilizzati da note multinazionali per produrre giochi per bambini, tra cui Disney, Mattel, Fisher-Price e McDonald’s.

Negli stabilimenti della Foshan Nanhai Diecast Company, in cui vengono assemblati il trenino Thomas (Fisher-Price), le macchinine Hot Wheels (Mattel), i Guardiani della Galassia (Hasbro) e altri articoli destinati ai più piccoli, lo stipendio mensile per un operaio – compresi gli straordinari, tutte le indennità e le detrazioni – è di 214 euro, molto inferiore al salario medio percepito nelle città cinesi di 840 euro.

Stando agli investigatori, molti impiegati nella linea di produzione lavorerebbero a stretto contatto con acetato di isoamile, una sostanza chimica comunemente conosciuta come olio di banana, utilizzata per ammorbidire e sciogliere la plastica, che oltre ad avere un cattivo odore può provocare vertigini e persino la morte, se inalata in grande quantità.

La paga troppo bassa è una costante riscontrata anche in una fabbrica di Chang’an specializzata in bambole e Barbie. Qui lavorano 4200 persone per 1,2 euro l’ora; il salario minimo è di 220 euro, mentre il massimo percepibile sommando gli extra è di 396 euro. Secondo quanto raccontato dai lavoratori, nei periodi più convulsi, specie in estate, gli straordinari superano le 100 ore mensili, quando la legge cinese ne prevederebbe massimo 36. Situazione simile nell’impianto della Combine Will, a Dongguang, dove in 2700 sono impiegati nella produzione di giocattoli per le confezioni dell’Happy Meal (il pasto creato da McDonald’s appositamente per i bambini), pupazzi di Hello Kitty e matite ispirate ai personaggi della DreamWorks, così come presso lo stabilimento della Shenzhen Wei Lee Fung Plastic Products Co., da cui si riforniscono Disney e Fisher Price. Gli stipendi sono rispettivamente di 1,2 e 1,3 euro l’ora.

Uno degli infiltrati di CLW ha affermato di essere stato persino costretto a firmare un documento in cui si dichiarava disposto ad accettare qualsiasi punizione da parte della società. «Ogni giorno gli operai impiegati nelle fabbriche di giocattoli sono sottoposti a un pesante carico di lavoro, in cambio di paghe estremamente basse. Ma anche loro hanno dei figli», spiega Li Qiang, direttore esecutivo dell’ong che si batte per i diritti sul lavoro. «Chi guadagna producendo giocattoli lo fa opprimendo gli interessi dei lavoratori, e questa loro colpa deve essere sottoposta a condanna pubblica e morale. Non possiamo tollerare che i sogni dei bambini si basino sugli incubi dei lavoratori».

Le accuse sono state prese molto seriamente dall’ICTI (International Council of Toy Industries), incaricata di promuovere gli standard di sicurezza internazionale dei giocattoli, che ha promesso «investigazioni approfondite», pur riconoscendo i propri limiti. «La realtà è che, in generale, la stragrande maggioranza delle fabbriche opera oltre i confini della legge cinese, e i limiti legali sono quasi universalmente ignorati», ha dichiarato Mark Robertson, direttore della ICTI Care Foundation. «Noi siamo per la trasparenza. Vogliamo sapere quante ore si lavora nelle fabbriche, in modo da poter essere in grado di assicurare che ogni minuto di lavoro venga retribuito».

Sullo stesso spartito i comunicati rilasciati dalle aziende coinvolte. McDonald’s e Mattel hanno fatto sapere di essere intenzionate a migliorare gli standard ambientali e di lavoro presso i propri fornitori, in tandem con la Fondazione. L’inchiesta di China Labor Watch arriva in un momento particolarmente delicato per le multinazionali operanti in Cina. Lo scorso mese la cessione delle attività cinesi di Coca Cola, Danone e Sony a partner locali ha innescato una nuova ondata di scioperi, in aumento del 20 per cento nel primo semestre del 2016. Il timore è che, per rendere redditivi gli impianti, i nuovi padroni decidano di avviare ristrutturazioni con tagli del personale e abbassamento degli stipendi. Se poi i nuovi padroni sono cinesi, le condizioni di lavoro rischiano di diventare anche peggiori che nelle ditte straniere.

(Scritto per il Fatto quotidiano/China Files)

martedì 6 dicembre 2016

Rimandata la condanna a Trump, Pechino bacchetta Taipei


Continua su Twitter lo scontro verbale tra Trump e Pechino, innescato venerdì scorso dalla breve conversazione telefonica tra il presidente americano in pectore e la leader Taiwanese Tsai Ing-wen. Appena dieci minuti sufficienti a far precipitare il gelo non solo attraverso lo Stretto, ma anche tra le due sponde del Pacifico.

«La Cina ci ha forse chiesto se era OK svalutare la propria moneta (rendendo più difficile la competizione per le nostre aziende), tassare pesantemente i nostri prodotti destinati al loro paese (gli Stati Uniti non lo fanno con i loro) o costruire un enorme complesso militare nel mezzo del Mar Cinese Meridionale? Io non penso!», cinguetta retoricamente il magnate americano sul social network censurato oltre la Muraglia. Poche ore prima il vicepresidente eletto Mike Pence aveva tentato di sgonfiare la carica simbolica della telefonata - la prima tra i capi di Stato di Taiwan e Usa da quando nel 1979 Washington ha stabilito rapporti diplomatici con Pechino - definendola «una tempesta in un bicchiere d'acqua». Durante un'intervista rilasciata all'emittente televisiva ABC nella giornata di domenica, Pence ha descritto l'iniziativa di Tsai come «una chiamata di cortesia da parte di una presidente democraticamente eletta», equiparandola alle dozzine effettuate da altri leader mondiali dallo scorso 8 novembre a oggi. Una toppa peggio del buco, considerando l'utilizzo non fortuito (ma bensì riconfermato ai microfoni di NBC) del termine «presidente»; più o meno un dito in un occhio per Pechino che, negando la statualità di Taiwan, la considera alla stregua di una provincia ribelle da riannettere fin dall'insediamento sull'isola del governo nazionalista nel 1949.

Finora la reazione cinese è stata inaspettatamente composta, nonostante - secondo Yang Lixian, ricercatore dell'Istituto degli Studi taiwanesi presso l'Accademia cinese delle scienze sociali - «la questione taiwanese rimane uno dei dossier più complicati nelle relazioni sino-americane». Sabato scorso, il ministero degli Esteri cinese aveva sporto protesta formale nei confronti degli Stati Uniti affermando che esiste «una sola Cina» di cui l'ex Formosa è parte integrante. Interrogato sulla posizione mantenuta dalla nuova amministrazione americana in proposito, Pence ha lasciato intendere che una linea precisa verrà adottata soltanto una volta ufficializzato l'ingresso di Trump alla Casa Bianca il 20 gennaio 2017. Gli ultimi tweet del tycoon americano non hanno innescato ulteriori reazioni da parte della leadership di Xi Jinping, che lunedì si è limitata ad annunciare di essere in contatto con il team di transizione e di aver già comunicato chiaramente la propria posizione su quanto accaduto, senza rilasciare ulteriori dettagli.

Toni rilassati anche sulla stampa statale. Mentre il China Daily ha minimizzato l'episodio definendolo un inciampo dovuto «all'inesperienza in politica estera» del nuovo leader americano e del suo entourage, l'agenzia di stampa Xinhua si è prodotta con un benevolo editoriale dal titolo China-U.S. relations need to withstand headwinds, defend common interests. Un messaggio che ricalca l'invito alla collaborazione inoltrato dal presidente cinese nel corso di un primo colloquio telefonico all'indomani della vittoria del biondo imprenditore con il chiaro intento di dissipare le ombre causate dalle minacce anti-Cina con cui Trump ha condito la propria campagna elettorale. Spicca la ventilata imposizione di una tariffa del 45% sul Made in China per punire le politiche commerciali e monetarie «scorrette» del gigante asiatico - un'accusa ripresa anche nei tweet di domenica. Ogni giudizio definitivo sul nuovo inquilino dello Studio Ovale rimarrà in sospeso fino a quando non verranno sciolte le riserve sulla composizione della sua squadra, specie per quanto riguarda gli Esteri. Per il momento, i segnali negativi di una preannunciata nomina a capo del Pentagono del falco James Mattis (aka «Cane Pazzo») risultano contenuti dall'affacciarsi del nome dell'ex ambasciatore americano in Cina, John Huntsman, a Segretario di Stato e quello del governatore dell'Iowa Terry Branstad nel ruolo un tempo svolto da Huntsman. Entrambe figure in grado di ricucire lo strappo, la prima per via dell'esperienza sul campo e la conoscenza del mandarino, la seconda in virtù dei rapporti amichevoli con il presidente cinese risalenti al soggiorno americano di Xi negli anni '80.

A Pechino sembrano chiedersi soprattutto quale sarà la posizione del governo Trump riguardo alla vendita di armi stabilita dal Taiwan Relations Act del 1979, stesso anno della normalizzazione delle relazioni diplomatiche tra le due sponde del Pacifico. Una questione di cui il neopresidente statunitense si è fatto scudo davanti alle critiche degli ultimi giorni («è interessante che gli Usa vendano armi a Taiwan ma io non possa accettare una telefonata di congratulazioni») e a cui il quotidiano semiufficiale Global Times ha fatto cenno sottolineando la vastità del gap militare tra la Repubblica popolare e quella di Cina, ritenuto incolmabile nonostante l'aiuto a stelle e strisce.

E' infatti Taipei, non Washington, il bersaglio delle accuse più spigolose. Secondo la versione del ministero degli Esteri cinese l'incidente diplomatico nasce da una «piccola bravata» di Tsai, colpevole di aver sinora mantenuto un approccio ambiguo sul consenso del 1992 con cui comunisti e nazionalisti hanno accettato il compromesso di «una sola Cina». Da quando la leader filo-indipendentista ha vinto le elezioni i rapporti tra le due sponde dello Stretto si sono fatti più tesi: le agenzie governative incaricate di gestire i rapporti tra i due governi non si parlano da maggio, mentre il pressing esercitato da Pechino si è tradotto in un'ulteriore isolamento di Taiwan sullo scacchiere internazionali. Probabilmente, nei piani di Tsai, la famigerata telefonata avrebbe dovuto uno: far presente ai cugini della mainland che, nonostante le angherie subite, Taiwan ha ancora dalla sua un potente alleato. Due: far leva sul sentimento anticinese della popolazione taiwanese per risollevare il consenso perso nei primi mesi di governo. Stando agli analisti, verosimilmente l'effetto ottenuto sarà diametralmente opposto a quanto desiderato, perché se per l'amministrazione Xi Jinping l'inesperienza di un presidente eletto è perdonabile, la provocazione di una leader determinata a sfidare la sovranità cinese sull'isola non lo è affatto.

Nella giornata di lunedì Chang Hsiao-yueh, ministro per gli affari cinesi, ha invitato Pechino a valutare la questione con «atteggiamento calmo». «Il governo [taiwanese] riconosce l'importanza dei rapporti [con la Cina] e la presidente ha ripetuto più volte che non ha intenzione di tornare ai vecchi metodi basati sullo scontro...non penso ci fosse l'intenzione di provocare», ha spiegato Chang in conferenza stampa. Un messaggio ribadito dall'ufficio presidenziale che ha confermato la buona fede del gesto, aggiungendo che intrattenere relazioni amichevoli con gli Stati Uniti non preclude a Taipei la possibilità di fare altrettanto con la Repubblica popolare. Pechino, però, non la pensa così.

(Pubblicato su China Files)

domenica 4 dicembre 2016

Weekly News Roundup: Dispatches from the Silk Road Economic Belt


China’s ‘One Belt, One Road’ plan pushing through global headwinds
President Xi Jinping, who is consolidating his power at home, is planning to host a big “One Belt, One Road” summit in China next year, sources close to the central government told the South China Morning Post, adding that the event would match, if not exceed, the scale of this year’s G20 summit in Hangzhou, which attracted 30 state leaders. (SCMP)


Central Asia’s tortured Chinese love affair
On 30 August 2016, a suicide bomber attacked the Chinese embassy in Bishkek. It was the first time since Central Asian independence 25 years ago that Chinese state symbols have been directly targeted. This attack raises a few questions. Is there a growing resentment of China among Central Asian populations? Is this resentment a threat to Chinese interests in Central Asia? And could this change China’s approach in Central Asia or make its presence in the region questionable? (East Asia Forum)

First cargo train from China leaves for Karachi
China and Pakistan have launched a direct rail and sea freight service, with the first cargo train departing from Yunnan, an inland province in southwest China, the official Xinhua news agency reported. The new rail, sea freight service will cut logistics cost, including that of transport, by 50 per cent compared to past services, the news agency reported. (Dawn)

Chinese investor paid $3.3M to buy Ukrainian state-owned bank (UBRD), says local authorities on Wed  China's Bohai Commodity Exchange Co., Ltd. (BOCE) purchased the Ukrainian Bank for Reconstruction and Development (UBRD), localauthorities said Wednesday. (People's Daily)

Turkmenistan launches railway to Afghanistan to boost exports
Turkmenistan opened a railway link to Afghanistan on Monday to boost exports of fuel as the gas-rich but cash-strapped nation seeks to ease its dependence on China and Russia - the volume of gas sales to China, the current main buyer, is limited by pipeline capacity. On the Afghan side, the link goes to the Aqina dry port in the Faryab province, but there are plans to extend it further. The Turkmen government said in a statement the railway would become part of longer link that would eventually connect landlocked Central Asia to China and Southeast Asia. (Reuters)

China dismisses report of military patrols in Afghanistan
China's Defence Ministry on Wednesday dismissed reports Chinese military vehicles were patrolling inside Afghanistan, after an Indian media outlet said Chinese security forces were making regular patrols there. India's WION news outlet this month published pictures on its website showing what it said were likely Chinese security forces patrolling in Afghanistan's far northeastern Little Pamir region, where the country shares a border with China. Chinese Defence Ministry spokesman Yang Yujun dismissed the report. (Reuters)


Police Confiscate Passports in Parts of Xinjiang, in Western China (New York Times)

To Kashgar and beyond in Xinjiang, China’s wild west
From the shouts of the livestock traders in Kashgar’s market to the Kyrgyz yurt we sleep in beneath the remote, majestic Muztagh Ata mountain range in Xinjiang, it’s China - but not as you know it.(SCMP)

CRRC on track to take over Czech firm
China Railway Rolling Stock Corp, the country's largest railway vehicle and equipment manufacturer, is in takeover talks with Czech Republic's Skoda Transportation AS, a move to further increase its market share in Europe's railway markets. CRRC Zhuzhou Electric Locomotive Co, one of CRRC's manufacturers mainly producing electric locomotives, is in charge of the talks to buy a 100 percent stake in Skoda Transportation, the Hunan-based company said on 27 November. The Czech company mainly produces trams, electric locomotives, carriages and electric buses, as well as traction motors or complete drives for traffic systems. If the deal is sealed, this will be the first time the Chinese group has taken over a full-set rail transit equipment manufacturer. People

China vows sound policy for stronger cooperation with Kazakhstan: A senior Chinese official 28 November promised favourable policies to support cooperation with Kazakhstan. Vice Premier Zhang Gaolimade the remarks when co-chairing the China-Kazakhstan Cooperation Committee with Kazakhstan First Deputy Prime Minister Askar Mamin in Beijing. Facilitated by President Xi Jinpingand Kazakh President Nursultan Nazarbayev, the comprehensive strategic partnership between the two countries has been elevated to a new high, said Zhang. People

China slaps new fees on Mongolian exporters amid Dalai Lama row
A major border crossing between China and Mongolia has imposed new fees on commodity shipments between the two countries, amid a diplomatic row sparked by the visit to Ulaanbaatar of the Tibetan spiritual leader the Dalai Lama last week. The crossing at Gashuun Sukhait is used to export copper from the giant Oyu Tolgoi mine run by Rio Tinto, as well as coal from the Tavan Tolgoi mine, which China's state-owned Shenhua Group is currently in the running to develop. The crossing in the Chinese region of Inner Mongolia would charge vehicles a transit fee of 10 yuan ($1.45) each time they pass through the border, and would also impose an additional charge of 8 yuan per tonne for any goods they are delivering, according to a notice issued by local authorities and published by the Mongolian Mining Journal on Wednesday. (Reuters)

Georgia’s Weak Opposition Looks on As Ruling Party Flirts with China
While a split within the United National Movement (UNM) party threatens to sink the Georgian pro-Western opposition into political chaos, the ruling Georgian Dream–Democratic Georgia (GDDG), which enjoys a constitutional supermajority in the parliament, is readying to swiftly reorient Georgia’s foreign policy priorities. One source of potential concern are the security policy implications of the rapidly growing economic presence of the People’s Republic of China (PRC) in Georgia. The South Caucasus country is now firmly in the orbit of Beijing’s Silk Road Economic Belt and Maritime Silk Road projects. Labeled “One Belt, One Road” (OBOR), these strategic transit mega projects are estimated to cost $3–4 trillion over the next thirty years. China is primarily seeking to utilize the Kars–Tbilisi–Baku railway, to be completed in 2017, as its own transport corridor connecting Central Asia to Europe by rail and ferry, thus sidelining Russia. (Jamestown Foundation)





giovedì 1 dicembre 2016

Cina: elogiare Castro, ma non troppo


Lo scorso 26 novembre, a Pechino centinaia di persone, molte avanti con gli anni, hanno ricordato Fidel Castro sfilando davanti all'ambasciata di Cuba, mentre candele virtuali hanno «illuminato» i social media cinesi. Con l'hashtag #卡斯特罗去世 (Castro è morto) il lider maximo è diventato trending topic su Sina Weibo, conquistando oltre 60 milioni di visualizzazioni.

«Sembra che tutti i vecchi amici della Cina stia lentamente scomparendo», scrive un utente alludendo non solo alla scomparsa dell'anziano leader ma anche alla progressiva dispersione del fronte comunista trascinato nell'orbita americana, che tra i nuovi alleati di convenienza annovera persino il vecchio nemico vietnamita. Un altro più sincero, ammettendo di non conoscere molto della vita di Castro, dichiara di sapere «solo che ha creduto nel comunismo e lo ha supportato. E 'rimasto fedele ai suoi ideali, un tipo di perseveranza che forse ci manca. Riposa in pace, Castro! Avrai anche lasciato questo mondo, ma in realtà sei già immortale». Il trasporto è stato tale persino da spingere alcuni a prendere le difese del premier canadese Justin Trudeau, che pur avendo riconosciuto la natura controversa del leader cubano, ne ha tuttavia pubblicamente elogiato il carisma e le doti oratorie creando scompiglio sulla stampa occidentale.

Come scrivevano i media governativi sabato scorso, «Fidel Castro occupa una posizione speciale nei cuori di molte persone in Cina». Risulta quindi comprensibile la mano pesante con cui i censori hanno messo a tacere le sporadiche critiche apparse sul web, e rilevate dal team di Great Fire.org. Lo è meno, almeno apparentemente, lo «sterminio» di gruppi di discussione filo-Castro attivi sul servizio di messaggistica istantanea WeChat. Secondo un anonimo netizen «Salone dell'Ideologia», «La via Costituzionale», «Il Vento e la Pioggia», «L'Oriente sta sorgendo», «Consenso» e «Verso una Repubblica» sono stati chiusi il 29 novembre nell'ambito di un nuovo giro di vite che ha coinvolto anche i gruppi degli attivisti He Weifang, Zhou Xiaozheng e Mao Yushi. Una fonte consultata da Radio Free Asia rivela che a scatenare la mordacchia cinese sarebbe stata proprio l'ondata di commenti positivi nei confronti di Castro. Una mossa che a un primo sguardo mal si accosta ai fiumi di inchiostro spesi dai media cinesi all'annuncio della dolorosa perdita. Come spiegare la stretta delle maglie della censura? Due sono le probabili motivazioni: una di carattere esterno, più direttamente collegata alle relazioni tra i due Paese, un'altra di ordine interno, ovvero relativa alle manie di controllo della leadership cinese.

Cuba è diventa il primo paese dell'America Latina a stringere relazioni diplomatiche con la Cina nel 1960. Generazioni di leader cinesi, da Jiang Zemin a Xi Jinping - noto estimatore del simbolismo marxista-leninista- hanno espresso simpatia personale per il fondatore della Cuba comunista. In virtù della suo approccio pacifico alla risoluzione delle dispute internazionali, nel 2014 Castro è stato persino insignito del Premio Confucio, versione cinese del Nobel per la Pace.

Nella giornata di sabato il presidente cinese Xi Jinping ha inviato un telegramma per piangere la perdita di un «caro compagno e vero amico» del popolo cinese, cui si devono «contributi immortali allo sviluppo del socialismo in tutto il mondo». La televisione di stato cinese ha trasmesso oltre un'ora di filmati storici, evidenziando il carisma di Castro, la sua convinzione ideologica e apparente «invincibilità», denunciando al contempo le operazioni di intelligence architettate dagli Stati Uniti contro di lui e le sanzioni che hanno paralizzato Cuba.

Ma ormai i rapporti istituzionali vengono oliati dagli investimenti a nove zeri iniettati da Pechino - che è ormai il primo creditore nonché il secondo partner commerciale dell'Havana dopo il Venezuela - nel Paese caraibico ben più che dalla complicità ideologica suggellata dalla comune fede rossa. Un punto su cui non vi è sempre stata piena intesa. Al tempo della Guerra Fredda i due regimi si trovarono a parteggiare per blocchi opposti: Cuba da fedele sodale di Mosca -allora ancora ai ferri corti con il governo maoista per alcune divergenze sull'interpretazione del marxismo-leninismo - mentre la Cina cominciava a palesare un certo ammorbidimento nei confronti degli Stati Uniti, preparando il terreno alle riforme economiche che l'avrebbero resa la seconda economia mondiale grazie al compromesso del «socialismo con caratteristiche cinesi».

In un'intervista rilasciata alla giornalista americana Barbara Walters nel maggio 1977, Castro spese parole molto dure nei confronti di Mao Zedong, al quale imputava la colpa di aver «distrutto con i suoi piedi quello che aveva fatto con le proprie mani per molti anni», instaurando un culto della personalità e abusando dei propri poteri. «Un giorno il popolo cinese e il Partito comunista dovranno ammetterlo», sentenziò il lider maximo. Un tentativo di riappacificazione sarebbe stato messo in campo nel 1995 durante la sua prima (tardiva) visita a Pechino, quando Castro omaggiò la salma di Mao in piazza Tian'anmen con tanto di saluto militare. Ma le frizioni con Pechino non si fermano qui. Il defunto leader, infatti, non ha mai nascosto la propria contrarietà al modello cinese basato sul capitalismo di Stato - cui invece parrebbe guardare con interesse il fratello Raul, al potere dal 2008.Ecco che gli elogi del web cinese nei confronti del leader cubano potrebbero essere stati visti come una critica indiretta alle scelte della Cina da Deng Xiaoping in poi.

Come spiega a China Files il noto politologo Kerry Brown, «di solito i censori sono avversi al rischio e, fino a quando dall'alto non viene dettata una linea precisa, preferiscono reprimere piuttosto che finire nei guai». Lo abbiamo già riscontrato con i siti neomaoisti, caduti in disgrazia nonostante le simpatie di Xi Jinping per il Grande Timoniere. «Credo che stavolta a spaventare le autorità sia stata la possibilità di vedere un argomento estero venire strumentalizzato per parlare di questioni nazionali - chiarisce l'esperto - e con Castro, noto per i modi duri nei confronti degli avversari, non è difficile immaginare sarebbero presto spuntati anche commenti sarcastici nei confronti dei funzionari cinesi». Senza considerare le gelosie: «il Partito comunista cinese non potrebbe mai tollerare di vedere celebrare un altro leader modello all'infuori di sé».

(Scritto per China Files)

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...