mercoledì 15 novembre 2017

Quanto è pericoloso un selfie tra “barbari”



La strada che divide Lanzhou, capitale della provincia centro-settentrionale del Gansu, da Linxia costeggia terrazzamenti agricoli, le sabbiose pendici dell’altopiano del loess e una distesa interminabile di moschee: centinaia di moschee, sormontate da cupole arabeggianti o coperte dai tipici tetti spioventi mutuati dalla tradizione cinese. Poi il pullman comincia a salire e le mezze lune cedono il posto alle variopinte bandiere della preghiera tibetane e alle sommità dorate dei monasteri buddhisti. Appena un centinaio di chilometri separano la “piccola Mecca cinese” dalla nostra destinazione finale. Ma è completamente un’altra Cina quella che ci accoglie a Xiahe, cittadina a 3000 metri sul livello del mare, sede fin dai primi anni del XVIII secolo della più grande struttura buddhista dell’Amdo, una delle tre regioni culturali tibetane oggi collocata fuori dai confini della regione autonoma (TAR), in quello che si è soliti chiamare “Tibet storico”. Un Tibet più tollerante nei confronti dei visitatori stranieri e della libertà di culto di quanto non lo sia Lhasa, epicentro degli scontri tra han (l’etnia maggioritaria cinese) e tibetani che nel 2008 costarono la vita a decine di persone.

Qui i cartelloni propagandistici inneggianti all’armonia interetnica che tappezzano la musulmana Lanzhou vengono sovrastati dai colorati mandala realizzati sul momento nei piccoli laboratori artistici che circondano il monastero di Labrang, il cuore pulsante di Xiahe. Un modesto presidio della polizia, mirato allo smaltimento del traffico più che all’ordine pubblico, ci rammenta che le tensioni etniche registrate negli scorsi anni sono ormai sopite. Tanto da permettere ai negozianti locali di esporre immagini del Dalai Lama — un “secessionista” secondo Pechino — con l’implicito endorsement delle autorità locali.

Percorrendo verso est la Renmin Jie, l’arteria che attraversa la città, fa capolino tra i palazzi una vecchia moschea del XIX secolo pensata per accogliere la comunità musulmana degli hui, qui confluita in seguito all’ondata migratoria in arrivo da Linxia due secoli fa. Sottoposto negli anni a numerose ristrutturazioni, oggi dell’edifico originario non resta che il minareto, mentre ruspe e transenne preannunciano la nascita di un complesso nuovo di zecca.

Discendenti sinizzati dei commercianti arabi giunti nell’ex Celeste Impero lungo l’antica Via della Seta, nel passaggio dall’impero alla repubblica, gli hui si sono prestati al ruolo di intermediari politici e culturali tra i popoli di frontiera, fautori dei grandi movimenti separatisti della storia cinese e il governo centrale. Tutt’oggi vengono considerati la “faccia buona” dell’Islam d’oltre Muraglia in contrapposizione alla problematica etnia turcofona degli uiguri, concentrata nella vicina regione autonoma dello Xinjiang e ritenuta responsabile di una serie di attacchi terroristici avvenuti in varie parti del paese a partire dagli anni ’90. A Xiahe — dove gli hui rappresentano soltanto il 10% della popolazione locale in massima parte tibetana — l’uso del velo per le donne è tollerato laddove nello Xinjiang viene severamente bandito per mezzo di una draconiana legge antiterrorismo, che punta a soffocare qualsiasi velleità secessionista.

Gli annali imperiali, tuttavia, ci raccontano un passato turbolento, inframmezzato da insurrezioni sanguinose. Come fa notare Francesca Rosati in “L’Islam in Cina”, i primi a ribellarsi al governo Qing non furono i turchi musulmani bensì i dungan hui, ovvero i musulmani immigrati nello Xinjiang dalle regioni più interne della Cina a seguito delle rivolte islamiche scoppiate nelle vicine province nordoccidentali, i quali lavoravano come commercianti, contadini e militari. Con 10 milioni di vittime, la rivolta dei dungan (1862–1877) — mirata alla creazione di un Emirato islamico cinese nella valle dell’fiume Giallo e nelle regioni di Gansu, Ningxia e Shaanxi -viene considerata la quarta “guerra civile” più cruenta della storia cinese.

Sebbene, negli ultimi anni, l’attenzione dei media internazionali si sia concentrata soprattutto sui travagliati rapporti tra gli han e le altre 55 minzu (etnie) in cui è divisa la popolazione cinese (di cui ben 10 di religione musulmana), non sempre il rapporto tra le varie minoranze è stato contraddistinto da una solidale resistenza contro la sinizzazione forzata con cui Pechino punta a controllare/omologare le “entità aliene” entro i confini del Regno di Mezzo.

Schermaglie tra “barbari” si fanno risalire fino alla dinastia mongola degli Yuan (1271–1368), quando , i musulmani — definiti da Gengis Khan “schiavi” nonostante il loro riposizionamento al vertice dell’amministrazione in chiave anti-han — furono vittime di crudeli discriminazioni, tanto da decidere di appoggiare la ribellione han che portò alla dissoluzione della dinastia mongola e all’avvento dei Ming (1368–1644).

Frizioni tra musulmani — per ragioni dottrinali ed economiche — sono ben documentate in varie epoche storiche. Un vecchio detto uiguro invita a “proteggere la religione, uccidere gli han e distruggere gli hui” tanto che tutt’oggi le due minoranze islamiche praticano in luoghi di culto differenti.

Il Gansu, con la sua storica posizione lungo le rotte carovaniere verso l’Asia Centrale, è sempre stato territorio di incontro/scontro tra popoli differenti. Stando ai racconti di strada, oggi come all’epoca, l’apparente quiete che regna per le strade di Xiahe è una tregua tutt’altro che granitica.

“In generale, la situazione a Labrang e nel Gannan (Gansu meridionale) è tesa seppur meno che in altre zone della Cina”, spiega al Manifesto Paul Nietupski, coautore di “Muslims in Amdo Tibetan Society: Multidisciplinary Approaches” , “il governo centrale sta cercando di ‘modernizzare’ e ‘standardizzare’ ad ogni costo le identità minoritarie in tutto il paese, talvolta attraverso l’imposizione di un immaginario tradizionale, come nel caso del Tempio di Confucio costruito presso le grotte buddhiste di Yungang”

La presenza musulmana a Xiahe è diventata stabile nel 1854, quando il terzo Jamyang (la massima autorità religiosa a Labrang) concesse ad alcune famiglie hui ed han di prendere dimora presso il monastero. Poi, con la cruenta repressione dei regnanti Qing (1644–1911) contro le rivolte islamiche deflagrata a Linxia nel 1885, il numero dei nuovi arrivati in cerca di rifugio e opportunità di scambi commerciali cominciò a crescere rapidamente. Per i forestieri non fu difficile amalgamarsi alla popolazione autoctona, arrivando persino ad accettare l’autorità del Jamyang con offerte, corvée e la richiesta di benedizioni.

“I musulmani in particolare svolgevano tradizionalmente commerci di pellame e carni, e ricoprivano spesso il ruolo di xiejia, un titolo popolare sin dalla dinastia Ming (1368–1644) nell’ambito del commercio di tè e dei cavalli, poi evoluto durante l’epoca Qing nella più poliedrica funzione di collettore delle tasse sul grano dai tibetani per conto del governo, mediatore di dispute legali tra i tibetani (per i quali la lingua cinese non era intelligibile) e le autorità imperiali, censore della popolazione e delle terre, e infine supervisore dei commerci contro il traffico illegale di merci pregiate”.

I primi sintomi di una crescente ostilità tra tibetani e hui cominciarono ad emergere in seguito all’occupazione del monastero di Labrang (1917) da parte di Ma Qi, comandate musulmano, alleato dei nazionalisti del Guomindang, che assoggettò le tribù locali a colpi di mitragliatrice. L’esploratore austriaco Joseph Rock racconta di come le teste di “giovani donne e bambini” furono utilizzate dai conquistatori islamici per decorare gli accampamenti militari. E’ forse anche per questo che, alla vigilia delle Olimpiadi del 2008, le violenze innescate dalle proteste dei monaci buddisti contro le politiche etniche di Pechino non risparmiarono nemmeno i commercianti hui di Lhasa e la loro moschea, in un tutto contro tutti che trascende la semplicistica retorica han vs minoranze etniche tanto in voga sulla stampa occidentale.

“In generale i tibetani e i musulmani di Xiahe tendono a mescolarsi, in parte perché ciò giova agli affari, in parte perché fare altrimenti è molto illegale”, spiega Nietupski, “storicamente, i tibetani di Xiahe sembrano avere coabitato con i musulmani Linxia meglio che con i musulmani di altre aree del paese. Anche qui, tuttavia, permane una tensione latente tenuta sott’occhi dai governati han. Semplicemente, un conflitto aperto tra musulmani e tibetani non sarebbe tollerato”.

Il confine che separa l’espressione religiosa da quella politica è quantomai sottile. Ultimamente, il crescente interesse per un “Islam universale” ha acceso i riflettori sull’eventualità che prima o poi gli hui — proprio come gli uiguri — possano cominciare a considerarsi prima di tutto musulmani, ponendo la loro ‘cinesità’ in secondo piano. Circa 300 hui vivono nella città sacra di Medina, in Arabia Saudita, mentre recentemente, 200 cinesi di origine centro asiatica (soprattutto uiguri), in Egitto per motivo di studio, sono finiti in custodia su richiesta di Pechino. Intanto, avvisaglie di una crescente islamofobia si fanno strada sul web cinese senza distinzione etnica.

La leadership punta ad edulcorare gli animi promettendo alle regioni occidentali una fetta di quel benessere materiale monopolizzato dalle province costiere nelle ultime tre decadi. Tanto il Gansu quanto il Xinjiang sono al centro del colossale progetto con cui la Cina mira a restaurare una nuova Via della Seta attraverso l’Eurasia a base di infrastrutture e scambi commerciali. Ma perché questo avvenga la stabilità è un prerequisito fondamentale, e poco importa se essa sia spontanea o indotta a forza.

“Han, tibetani, hui e uiguri sono una cosa sola”, sostiene convinto un commerciante uiguro trasferitosi nella città-oasi di Dunhuang, 1000 chilometri a nord di Xiahe, per scappare alla “terribile povertà del Xinjiang”. Un ottimismo difficilmente ravvisabile nelle parole di Arafat, venditore di qiegao, tipico dolce xinjiangnese a base di frutta secca. Me ne offre un pezzo mentre mi racconta di come sia fuggito alle restrizioni imposte nella sua città d’origine: controlli all’ingresso dei centri commerciali e divieto di barba per gli uomini e velo per le donne. Poi armato di smartphone spiaccica la sua faccia alla mia. Ci scambiamo i numeri di telefono per condividere quel buffo selfie. Mentre mi cerca invano su WeChat il suo sguardo si fa corrucciato. “Non ti trova. Non ti può trovare”, spiega un passante han incuriosito dalla mia presenza, “gli uiguri non possono comunicare con l’estero. E’ una questione di sicurezza”. Arafat sembra realizzare come quel nostro curioso incontro rischi di costargli guai seri. Con fare concitato cancella il mio numero, il nostro selfie e qualsiasi prova incriminante di quel bizzarro incontro tra “barbari”.

(Scritto per il manifesto)

lunedì 13 novembre 2017

In Cina e Asia



Se la Tpp diventa CPTPP


La Trans-Pacific Partnership sopravviverà anche senza gli USA ma con un nuovo nome: Comprehensive and Progressive Agreement for the TPP(CPTPP). Il nuovo accordo — che prevede la sospensione di 20 disposizioni, perlopiù riguardanti la proprietà intellettuale — verrà siglato una volta raggiunta l’intesa su quattro aree ancora da definire. Questo, tuttavia, non fermerà Pechino dallo sponsorizzare i suoi accordi multilaterali (leggi: Free Trade Area of the Asia-Pacific e Regional Comprehensive Economic Partnership). Il peso dell’economia cinese renderà innocue le ripercussioni di una possibile finalizzazione della nuova TPP a 11, ha affermato l’ex viceministro del Commercio Wei Jianguo. Come dichiarato da Xi Jinping, la posizione di Pechino continua ad essere favorevole nei confronti della globalizzazione e delle relazioni inclusive a dispetto della spinta protezionistica americana. Il vertice Apec si è concluso sabato con una dichiarazione congiunta in cui si auspica non solo una maggiore apertura dei mercati ma anche una correzione delle “pratiche commerciali sleali”, la sospensione dei sussidi statali e un miglioramento della funzione della World Trade Organisation’s (WTO) nella risoluzione delle controversie — in modo da accontentare le richieste di Trump.

Quanto alla nuova strategia di Washington nella regione, Pechino si è detto tranquillo ma desideroso di apprendere meglio cosa comporta l’insistenza dell’amministrazione Trump nel rinominare l’Asia-Pacifico come “Indo-Pacifico”, un termine utilizzato fin dal 2010 dalla marina indiana che punta a riunire Asia Orientale, Asia meridionale e Sudest asiatico sotto lo stesso ombrello.

Incontri


L’Apec ha inoltre fatto da sfondo ad alcuni incontri bilaterali, tra cui il faccia faccia tra Xi Jinping e il presidente sudcoreano Moon Jae-in declinato all’ufficializzazione della distensione tra i due paesi dopo un anno di gelo. Il sistema antimissile Thaad (vero pomo della discordia) e la ripresa del dialogo con Pyongyang mirato alla denuclearizzazione della penisola coreana sono stati tra i temi toccati dai due. Ugualmente cordiale lo scambio con Shinzo Abe, nel corso del quale i due leader si sono impegnati a sancire “un nuovo inizio” per le relazioni Cina-Giappone, in un momento di tensione per la regione scossa dalle provocazioni nordcoreane. All’offerta di reciproche visite di Stato, tuttavia, ha fatto seguito l’incontro tra il premier nipponico e l’inviato taiwanese James Soong. Il meeting è avvenuto a stretto giro dagli impliciti ammonimenti di Xi riguardo contro il recente riavvicinamento tra Tokyo e Taipei. Ad Abe la possibilità di aggiustare il tiro durante il suo imminente incontro con il premier cinese Li Keqiang, durante il quale con ogni probabilità verrà sollecitata l’organizzazione di un trilaterale con Moon Jae-in entro fine anno.

Un bilancio

Intanto oggi Trump è a Manila dove, a margine del summit Asean, sta avendo colloqui con Turnbull e Abe, cioè Australia e Giappone, i due più fidati alleati degli Stati Uniti nel Pacifico. Ha già detto che farà un bilancio del suo viaggio asiatico mercoledì alla Casa Bianca. Salvo colpi di scena e al netto della retorica con cui probabilmente infiocchetterà la sua spedizione, l’impressione è non ci siano stati grandi cambiamenti sui due dossier che più gli stavano a cuore: Corea del Nord e deficit commerciale. Era abbastanza scontato l’appoggio giapponese alla linea dura verso Pyongyang, perché Abe ha un proprio interesse ad agitare lo spettro nordcoreano per superare la costituzione pacifista del Giappone. Ma in Corea del Sud e Cina, nonostante i grandi cerimoniali, Moon Jae-in e Xi Jinping non si sono accodati alla linea dura di Washington.

A Pechino si sono invece siglati 253 miliardi di dollari di accordi commerciali, un record il cui significato però non va ingigantito: la Cina ama queste cerimonie di firme quando ospita qualche leader straniero, ma spesso si tratta di accordi già siglati precedentemente oppure di memorandum d’intesa che poi possono essere revocati. Si consideri anche che il deficit statunitense con la Cina arriverà a fine anno a una cifra compresa tra i 350 e i 500 miliardi di dollari. Diversa la questione che riguarda la vendita di armamenti, quelli tirano sempre: Trump sarebbe riuscito a piazzare ordini per 69 miliardi in Giappone e si parla di esportazioni anche in Corea del Sud.

Capiremo più a freddo se il presidente statunitense sia riuscito invece a sciogliere la contraddizione tra “America First”, da un lato, e tutela degli interessi degli alleati asiatici, dall’altro. Questi colloqui finali con Australia e Giappone servono anche a quello. Cina e Russia, ma anche Corea del Sud, stanno alla finestra, ma non con le mani in mano: Pechino e Seul hanno già precisato congiuntamente che la questione nordcoreana va risolta pacificamente.

Calma piatta nel Mar cinese meridionale

Corea del Nord, terrorismo, pirateria e crimine transnazionale sono i dossier su cui si soffermeranno i leader dell’Asean durante il vertice in corso a Manila (13–14 novembre). Per il momento nulla è stato detto sul Mar cinese meridionale, teatro di scontro tra Cina e vicini rivieraschi. Ma fonti di GMA News Online pronosticano la ripresa delle negoziazioni per il tanto atteso codice di condotta, di cui un quadro di massima è stato raggiunto lo scorso agosto.

Nel weekend Xi Jinping ha rassicurato Duterte che la Cina lavorerà con i paesi del Sudest asiatico “per salvaguardare la pace, la stabilità e la prosperità nella regione del Mar Cinese Meridionale”. Come precedentemente affermato alla stampa, durante il bilaterale il presidente filippino ha sollevato le preoccupazione dei vari paesi asiatici “su come dovremmo comportarci nei mari che oggi sono militarizzati, col timore che un errore possa sfociare in uno scambio di colpi di arma da fuoco”. Proprio domenica, incontrando il presidente vietnamita Tran Dai Quang ad Hanoi, Trump, che finora si è mantenuto cauto sulla questione — pur moltiplicando le operazioni di libera navigazione nel tratto di mare conteso — si è addirittura offerto come mediatore delle dispute: “Se posso essere d’aiuto a mediare o arbitrare, per favore fatemi sapere”.

L’intelligenza artificiale vera protagonista del Singles’ Day

25,4 miliardi i dollari. E’ il nuovo record totalizzato dall’11/11, il Black Friday cinese organizzato dal colosso dell’e-commerce Alibaba. A metà giornata, il volume di merce scambiata aveva già raggiunto la cifra complessiva totalizzata lo scorso anno: 18 miliardi. Numeri a parte, l’ultima edizione si è distinta sopratutto per il protagonismo delle nuove tecnologie. Dalle consegne per mezzo di robot e droni fino a Tmall Smart Selection, sistema di algoritmi che studiando i comportamenti online dei consumatori è in grado di consigliare ai rivenditori su quale prodotti puntare di più, fino a Dian Xiaomi, la chatbot che interloquisce con i clienti in caso di bisogno. Almeno apparentemente, la progressiva automatizzazione non dovrebbe togliere lavoro a nessuno andando a sopperire piuttosto la carenza di forza lavoro a fronte del vorticoso aumento degli ordini.

Tutto rientra perfettamente nei piani di Pechino. Entro il 2030, l’industria AI cinese dovrebbe raggiungere i 150 miliardi di dollari.

Joint-venture sino-estere per una propaganda più persuasiva

Non solo partnership tra testate statali ed esteri ma anche coproduzioni televisive. Ecco come Pechino sta cercando di trasformare la narrazione del paese asiatico oltremare. L’esempio più lampante è il documentario in tre parti trasmesso da Discovery Channel (in collaborazione con il China Intercontinental Communication Center) “China: Time of Xi”, andato in onda subito dopo la riconferma del presidente cinese alla guida del partito sancita dall’19esimo Congresso. Il programma descrive con ammirazione il nuovo ordine globale tracciato dalla leadership di Xi, con un plauso particolare alla Nuova Via della Seta. Deontologia a parte, la cooperazione è di natura tipicamente win-win: le risorse economiche e la vastità del mercato cinese fanno gola ai media internazionali, che dal canto loro ricompensano Pechino sfoderando uno storytelling più credibile e autorevole rispetto a quello dei mezzi d’informazione locali. Si tratta di una diversificazione rispetto agli usuali strumenti propagandistici: inserti e annunci con cui da anni i media governativi si sono insinuano tra le pagine dei più noti giornali stranieri dal Wall Street Journal al New York Times.

(Pubblicato su China Files)

domenica 12 novembre 2017

Weekly News Roundup: Dispatches from the Silk Road Economic Belt



General Electric, China's Silk Road Fund to launch energy investment platform
General Electric Co and a Chinese state fund set up for the Belt and Road trade initiative plan to jointly establish an energy infrastructure investment platform, China’s government said. The announcement came on the sidelines of a state visit to Beijing by U.S. President Donald Trump, who has been looking to rev up U.S.-China trade. “The two sides will jointly invest in electric power grids, new energy and oil and gas, in countries and regions along the Belt and Road,” SAFE said. (Reuters)

Syria-China diplomatic relations
As the Syrian government regains control over vast swaths of territory from ISIS and with de-escalation zones now established in four areas across the country, China’s cautious economic approach towards Syria seems to be slowly, but decisively, changing, Fadi Esber writes. The reconstruction of Syria will cost hundreds of billions of dollars, and China wants its share of the pie. In July, Beijing announced a US$2 billion dollar plan to build an industrial park in Syria for 150 Chinese companies, although few details about the project were revealed. Then, in August, Chinese companies participated in the 59th Damascus International Fair. That was preceded by a Syria Day Expo organized by the Syrian embassy in Beijing, with hundreds of Chinese specialists in attendance. More revealing, however, about China’s understanding of the situation on the ground – and its intentions to carve out a significant Chinese role in post-conflict Syria – was a recent visit by the Chinese ambassador in Syria to Manin, a small town just north of Damascus. (Asia Times)

Russia, China discuss plans for Harbin-Vladivostok express link
The 380 kilometer project is being costed at US$19 billion. One expert warns, however, that western sanctions Russia may scupper its implementation (atimes)

Opinion: China can cope with any bumps along the way on ‘Belt and Road’
Beijing has long experience dealing with countries involved in its massive trade initiative and the idea that it’s not prepared for problems is misleading, writes Raffaello Pantucci (scmp)
Families of Uyghur Police Officers Among Those Detained in Xinjiang’s KashgarFamily members of ethnic Uyghur security personnel in northwest China’s Xinjiang region, who authorities had previously considered “off limits,” are among those now being detained as part of “stability” measures the officers have been tasked with enforcing, according to sources. (RFA)

China's Xinjiang region closed 112 coal mines by end-October

China's Xinjiang region shut 112 coal mines with an annual capacity of 11.45 million tonnes by the end of October, the official Xinhua news agency reported on Sunday (Nov 12), citing officials from the regional government's energy bureau. (Reuters)


CENTRAL ASIA


Uzbekistan, Tajikistan Power Grids to Reunite in Boon for the Region

In the latest heartening indication of improving energy cooperation in Central Asia, Uzbekistan is pledging to reintegrate its electricity grid with that of Tajikistan.Efforts have over the past decade gone in the other direction, with Uzbekistan and Kazakhstan taking the lead in the late 2000s by pulling out of the Soviet-built regional electricity grid. Eso Sadullayev, head of strategic planning at state-run Uzbekenergo, told Uzbek media that Tashkent has already put the required infrastructure into place to reverse that trend. (eurasianet)

Golden Boy Bishimbaev Goes On Trial In Kazakhstan
Though just 37 years old, Kuandyk Bishimbaev has already been Kazakhstan's deputy minister of industry and trade, deputy chairman of the sovereign wealth fund Samruk-Kazyna, chairman of the national holding company Bayterek, and economy minister.But his current title is court defendant, as his trial got under way on November 7.Bishimbaev is accused of accepting bribes when he was head of Bayterek, but there is far more to this story than allegations of an official engaging in corrupt practices. (rferl)

Central Asia corruption
As the investigation into US President Donald Trump’s alleged ties with Russia gains momentum, separate inquiries are being conducted in Europe and the US into a US$2.9 billion Azerbaijani money laundering operation and slush fund that paid off European politicians and financially benefited the country’s ruling elite for two years, Alan Boyd writes. Former Soviet republics have funneled billions of dollars into lobbying activities since the end of the Cold War in an effort to influence the policies of Western governments, including sanctions imposed against their own corrupt actions.

giovedì 9 novembre 2017

In Cina e Asia



Trump in Cina vale 250 miliardi di dollari

250 miliardi di dollari. A tanto ammontano gli accordi commerciali stretti tra Cina e Stati Uniti a margine della “visita di stato plus”, la prima di un leader straniero dalla fine del 19esimo Congresso del Partito. Si tratta di una delle delegazioni commerciali più fruttuose nella storia dei rapporti bilaterali. I settori interessati spaziano dall’energia alla bioscienza e all’aviazione passando per lo smart manufacturing. Soltanto l’intesa di Sinopec per esplorazioni energetiche in Alaska vale 43 miliardi. Seguono poi i 37 miliardi di Boeing e partner cinesi, l’accordo non vincolante di Qualcomm da 12 miliardi con Xiaomi, OPPO e Vivo, e quello da 3,5 miliardi di General Electric per operazioni di riparazione e forniture di motori, mentre ieri JD.com si era detto pronto ad acquistare 2 miliardi di merci americane, sopratutto carne di manzo e maiale. Le nuove firme dovrebbero servire a livellare la bilancia commerciale tra le due sponde del Pacifico. Negli scorsi giorni The Donald aveva definito i 26,62 miliardi di dollari di surplus accumulati dalla Cina “imbarazzanti”; quest’oggi tuttavia l’inquilino dello Studio Ovale ha attribuito gran parte della responsabilità alle precedenti amministrazioni americane non a Pechino, che ha semplicemente perseguito il meglio per i propri cittadini. Un mercato più aperto alle imprese straniere è quanto promesso in tutta risposta da Xi.

Come anticipato ieri da un funzionario della Casa Bianca, il presidente statunitense ha chiesto che vengano recisi i rapporti finanziari con la Corea del Nord — di cui Pechino è il principale partner commerciale — “perché il tempo si sta rapidamente esaurendo”. Da parte sua Xi ha riaffermato l’importanza di portare avanti il dialogo ad alto livello. Commentando poi lo stato delle relazioni sino-americane, il leader cinese ha parlato di “un nuovo storico punto di partenza”, sottolineando come “il Pacifico sia abbastanza grande” per entrambi i paesi. Tra gli altri temi toccati, vanno ricordate la cooperazione nell’ambito delle Nazioni Unite sul versante terrorismo e peacekeeping, la cybersicurezza e il rimpatrio dei fuggiaschi, sebbene nulla faccia pensare a una soluzione del caso Guo Wengui, che con le sue accuse di corruzione dal suo esilio newyorkese è fonte di imbarazzo per Pechino.

Con l’hashtag #特朗普来了 (Trump è arrivato!) il primo giorno in Cina dell’ex tycoon è stato tra i 3 topic più dibattuti sui social media cinesi. A far impazzire i netizen il video mostrato da Trump a Xi della nipote Arabella intenta a cantare e recitare poesie cinesi, mentre la stampa statale ha dato risalto al tweet compiaciuto di The Donald sull’”indimenticabile” esperienza alla Città Proibita. (ebbene, sì, Trump ha aggirato il Great Firewall). Dopo aver sorseggiato un tè nella sala dei Tesori e aver assistito ad una performance dell’opera di Pechino, Trump è diventato il primo presidente americano a cenare nell’ex residenza imperiale. Apprezzando il suo stile stravagante, il tabloid Global Times ha commentato che “Trump sembra utilizzare un approccio pragmatico nella sua strategia politica con Pechino, e non ha alcun interesse per la diplomazia ideologica. Finora non ha sfruttato la questione dei diritti umani per fare problemi con la Cina, e questo significa che la relazione Cina-USA possono concentrarsi sulle questioni sostanziali”.

Pechino inaugura la superagenzia finanziaria


Mercoledì, Pechino ha lanciato ufficialmente l’atteso Financial Stability and Development Committee, una superagenzia incaricata di supervisionare i regolatori finanziari e i governi locali sotto il cappello del Consiglio di Stato. Diretta dal vicepremier Ma Kai, la Commissione andrà a sostituire il precedente meccanismo di vigilanza — in cui erano coinvolte in tandem People’s Bank of China, la China Banking Regulatory Commission, la China Securities Regulatory Commission e la China Insurance Regulatory Commission — nel controllare la politica monetaria e formulare politiche sulla gestione sistemica dei rischi finanziari. E’ dal crollo delle borse del 2015 che la leadership cinese guarda con preoccupazione al settore. Gli ultimi ammonimenti sono giunti nei giorni scorsi per bocca del direttore della banca centrale Zhou Xiaochuan che ha parlato di un pericolo “contagio”, citando la cupidigia dei governi locali e l’espansione troppo rapida del credito.

Lotta all’inquinamento: lo Hebei taglia un primo traguardo


La provincia dello Hebei, che ospita 10 delle province più inquinate della Cina, ha raggiunto gli obiettivi stabiliti per il periodo 2013–2017 quanto a riduzione delle particelle inquinanti, capacità produttiva di acciaio e consumo di carbone. Secondo quanto riferito dal vicecapo dell’ufficio locale per la protezione ambientale, nei primi 10 mesi dell’anno lo Hebei ha abbassato il livello di PM2.5 a 64 microgrammi per metro cubo (un — 38,5% rispetto al 2013), mentre la capacità produttiva di acciaio a settembre risultava ridotta di 69.9 milioni di tonnellate e l’impiego di carbone di 37,3 milioni di tonnellate, secondo dati del 2016. Altri 6 milioni verranno tagliati entro fine anno. Nel complesso, Pechino punta ad alleggerire l’industria dell’acciaio di 100- 150 milioni di tonnellate entro il 2020. Ma c’è chi come Greenpeace critica l’impegno cinese mettendo in risalto la necessità di spostare l’attenzione dalla capacità produttiva all’output. La produzione di acciaio grezzo dello Hebei è aumentata dell’ 1,9% nei primi tre trimestri del 2017 arrivando a toccare quota 149,75 milioni di tonnellate. A ottobre il ministero della protezione ambientale aveva sottolineato la mancanza di progressi nella lotta all’inquinamento in diverse città dello Hebei, Henan e Shanxi.

Apec: Duterte chiederà spiegazioni sul Mar cinese meridionale

Duterte solleverà la questione della navigazione nelle acque contese del Mar cinese meridionale durante il summit Apec che si terrà in Vietnam (10–11 novembre). Il presidente filippino — impegnato da oltre un anno a ricucire lo strappo causato dalla sentenza del tribunale internazionale dell’Aja — ha spiegato che è giunto il momento per Pechino di chiarire se agli altri paesi asiatici è concesso navigare liberamente nel tratto di mare attraverso cui fluttuano ogni anno circa 3 trilioni di merci. Appena poche ore prima il ministro della Difesa Delfin Lorenzana aveva reso nota l’intenzione di avviare le negoziazioni per l’istituzione di un protocollo militare onde evitare “errori di valutazione” nelle zone contese con Pechino. Sollevando un caso specifico, il funzionario ha raccontato di come l’estate scorsa la guardia costiera cinese, spalleggiata da imbarcazioni militari e pescherecci, abbia cominciato a pattugliare minacciosamente le acque a largo di Thitu Island, nelle Spratly, dove Manila stava costruendo su un banco di sabbia dei ripari per la popolazione locale, contravvenendo a quanto stabilito bilateralmente circa la sospensione di nuove costruzioni sulle isole contese. I lavori sono poi stati interrotti proprio per volere di Duterte.

(Pubblicato su China Files)

lunedì 6 novembre 2017

Weekly News Roundup: Dispatches from the Silk Road Economic Belt


Exclusive: China's CEFC plans its own bank, as Rosneft stake bulks up tradeCEFC China Energy, a privately-owned conglomerate which is buying a stake in Russian state oil firm Rosneft, plans to launch its own bank early next year in a latest step to build financial muscle along with its oil and gas assets, two company executives said. (reuters)

Good China-Russia ties benefit world stability
Russian Prime Minister Dmitry Medvedev's visit to China has further cemented the all-round strategic partnership between the two countries, which was already nothing short of substantial, thanks to their cooperation and exchanges in a wide range of areas. The meeting between Medvedev and Premier Li Keqiang on 31 October and their holding of the 22nd China-Russia Prime Ministers' Regular Meeting on 1 November, the first after the 19th National Congress of the Communist Party of China, showcased the closeness of ties that have been forged through frequent high-level talks. (China Daily)

Serbia torn between EU attraction and China ambitions
Serbia has one of the fastest growing economies in Europe. New highways are being built, more money is being spent on education and it is breaking new ground in the renewable energy, construction and engineering sectors. Serbia’s ability to attract substantial foreign investment, particularly from China, has been vital to this transformation. But this is now at risk. Securing inward investment is vital not just for growth and employment in the country, but to make the judicial, political and economic reforms necessary for Serbia’s accession to the Economic Union. China is bringing new technical expertise and innovation. Yet, rather than embrace a new vision for Europe, the European Union’s scepticism over China threatens to undermine future growth and stability. (FT)

How Competitive Is the Caucasus Train to China?
The Baku-Tbilisi-Kars (BTK) railway opens a new front in competition between the Caucasus club (Azerbaijan, Turkey and Georgia) and Russia; this time, for a prime spot in the Chinese-government-led effort to reinvent an Asia-Europe trade route, the Silk Road. (Eurasianet)


Construction goes smoothly on China-Russia gas pipeline
Construction of two underwater tunnels on the China-Russia East-Route Natural Gas Pipeline is going smoothly, local government said on Thursday.Gas pipelines will be installed in the two tunnels, each 1,139 meters long, connecting Heihe in Heilongjiang Province, and Blagoveshchensk in Russia, the Heihe city government said in a statement. (Xinhua)

Romania targets regional energy power with mega investment plans
Romania has been seeking synergy between its energy strategy and the China-Central and Eastern Europe (CEE) "16+1" cooperation framework, as Bucharest authorities are to host a "16+1" ministerial conference on energy co-operation on Wednesday. The conference, together with a three-day Energy Fair, will be a high-level networking occasion for governments, European Union and Energy Community officials and other relevant national and regional authorities interested and involved in the wider cooperation format with China, as well as a unique opportunity dedicated to companies operating in energy markets of Central and Eastern Europe and China. (Xinhua)

China Development Bank offers Russia transit-route financing
The Primorye-1 and Primorye-2 routes connect China’s northwest provinces with Far East Russian ports (Asia Times)


Quietly, China is reneging on promises to respect minority ethnic languages in its troubled northwest
Although Chinese law protects the rights of Uyghur and Kazakh communities to be educated in their own languages (Uyghur and Kazakh are related to each other and to Turkish; both are unrelated to Chinese), in a recent report translated into English by Luisetta Mudle for Rado Free Asia, Qiao Long and Yang Fan write that authorities in some areas of Xinjiang are enforcing a new directive that prohibits the use of any educational materials in Uyghur or Kazakh in schools. The directive specifies that “the use of all Uyghur and Kazakh-medium textbooks and teaching materials must be terminated across the board,” and orders that those materials “be put away in sealed storage.”Central Asia has been a hotbed of politically motivated language policy recently. Back in April, we reported on strict new regulations on the transportation of books to Tajikistan, which borders Xinjiang. Earlier this month, Kazakhstan’s President Nursultan Nazarbayev made waves when he announced the Kazakh language would cease to be written with the Cyrillic alphabet, and instead adopt the Latin. The government in Xinjiang this summer banned books by Saifuddin Azizi, a transnational revolutionary who traveled with Mao Zedong and served, for a term of more than twenty years, as the first chairman of the Xinjiang Uyghur Autonomous Region. (mhpbooks)



CENTRAL ASIA

Central Asia Is Seen as Breeding Ground of Militancy
(Nyt)

NYC attack: Is Central Asia a 'hotbed for extremism'?
One path of "radicalisation" Central Asians fall victim to is when they become migrant workers in Russia or Turkey, said Alisher Ilkhamov, a research associate at SOAS University of London and programme officer at Open Society Foundations.There, they endure low-paying and dangerous jobs, poor living conditions and isolation from their families and neighbourhoods, Ilkhamov told Al Jazeera. He also blamed the government of Uzbekistan for pursuing policies that force Uzbeks to seek work abroad. "If you look at the statistics of how many people applied for this [diversity] lottery over the past decade, the curve is going sharply up," Ilkhamov said, referring to the visa programme in which Saipov entered the US. "I think [this] indicates a very unhealthy situation from an economic point of view in Uzbekistan, so many people being forced to leave the country," he added. (aljazeera)

Today’s Uzbekistan and Manhattan’s Deadly Truck Attack
Sayfullo Saipov left Uzbekistan in 2010, aged 21 or 22, and entered the U.S. legally on a Diversity Visa Lottery Program. We cannot say with certainty yet when he was radicalised, but both U.S. and Uzbek authorities say it was in the U.S. Others, including Saipov’s Uzbek wife and another Uzbek man, are being questioned by the FBI. It is not clear whether Saipov had any direct contact with the Islamic State (ISIS) or other Central Asians linked to the group, but ISIS, after some delay, claimed responsibility for the attack on 3 November. There is no evidence of any connection to the Islamic Movement of Uzbekistan, a jihadist group that has operated for much of the last fifteen years in Afghanistan and Pakistan. (crisisgroup)

Suppressed at home, some Uzbeks turn to militancy abroad
Pushed by a lack of jobs and strict control of behaviour and dissent, millions of Uzbeks have emigrated in recent years. Hundreds of those joined ISIS in the Middle East, while others turned to religious extremism in their host countries.Sayfullo Saipov, the Uzbek immigrant accused of killing eight people in a truck attack in New York on Tuesday, appears to have taken the latter path, becoming radicalised after struggling with life in the West. (straitstimes)

Kazakhstan’s Secret Billionaires
A massive leak of documents reveals the hidden owners behind Meridian Capital, a major Kazakhstani investment and holding company with interests in oil and gas, real estate, mining, banks, aviation, transportation, and more.For over a decade, Kazakhstan’s most valuable resources – its oil and gas – have been in the hands of one man. Known for little else other than his managerial skill, the unassuming Sauat Mynbayev has negotiated deals on behalf of his government with oil industry executives from across the world. (occrp)

Tajikistan culls foreign-trained clerics over radicalisation
Ex-Soviet Tajikistan has announced that all imams who received their religious training abroad will be sacked, a cull the Central Asian country's governmenthopes will help prevent radicalisation. Around 20 mosque heads "have been brought to justice and convicted for involvement in extremist religious activities, the committee member said. (Afp)

In Cina e Asia



Le priorità di Trump in Asia


Conclusi i cerimoniosi convenevoli, ostentata la solidità della partnership e suggellata l’inusuale fratellanza sul manto erboso del Kasumigaseki country club, al suo secondo e ultimo giorno in Giappone, Trump si è unito al premier Shinzo Abe per decretare la fine della “pazienza strategica” con la Corea del Nord. Di più. I due leader hanno ventilato una risposta concertata per abbattere i missili di Kim Jong-un una volta che Tokyo avrà acquistato nuovi armamenti “made in Usa”.

Come gli analisti si sono affrettati sottolineare, l’agenda di Trump in Asia mostra chiaramente quali sono le priorità del presidente statunitense: le 48 ore riservate al Giappone fanno impallidire le 12 destinate alla Corea del Sud. Complice la chimica che unisce The Donald ad Abe, ma anche la condivisa risolutezza adottata dai due leader conservatori nel trattare con la Corea del Nord a dispetto dell’approccio “soft” del liberale Moon Jae-in, assurto alla guida del Sud con la promessa di una nuova “sunshine policy”. Mentre proprio nel weekend Pyongyang ha chiuso le porte al dialogo — rinnovando la determinazione ad arricchire il proprio arsenale nucleare con scopi difensivi — Seul ha messo in chiaro che la collaborazione con Washington e Tokyo non assumerà i contorni di un’alleanza militare (e il recente riavvicinamento alla Cina sembra rinnovare l’aspirazione a un “ruolo di mezzo”).

A pesare sui rapporti trilaterali ci sono trent’anni di colonizzazione giapponese tra il 1910 e il 1945 e il timore di venire trascinati in guerra dalla retorica bellicista di Trump. Sabato, migliaia di persone hanno manifestato a Seul per protestare contro l’imminente visita del presidente americano, che secondo fonti del Korea JoongAng Daily verrà tenuto lontano dalla zona demilitarizzata proprio per evitare “incidenti”. Intanto, gli altri due alleati pensano di rottamare il quadrilatero India-Usa-Giappone-Australia, sperimentato nel 2007 per circa un anno e lasciato morire a causa delle proteste cinesi per una presunta strategia di “contenimento” ai propri danni. Balza all’occhio l’inclusione dell’India, corteggiata dall’amministrazione Trump proprio in funzione anti-Pechino nell’ambito di una nuova strategia dell’”Indo-Pacifico” in sostituzione del vecchio “Pivot to Asia”. Una nuova tornata di colloqui a quattro potrebbe avvenire a margine dell’East Asia Summit di Manila (13–14 novembre).

Vietato insultare l’inno nazionale. Anche a Hong Kong

In futuro, i cittadini di Hong Kong che insultano la Patria potrebbero rischiare fino a 3 anni di carcere. Nel weekend, il parlamento cinese ha esteso la National Anthem Law — entrata in vigore il 1 ottobre per punire chi sbeffeggia l’inno nazionale cinese — alla Basic Law di Hong Kong, e presto verrà inserita anche alla minicostituzione che regola Macao. Mentre la legge di per sé prevede un massimo di 15 giorni di “detenzione amministrativa”, un emendamento al codice penale cinese introdotto nel weekend minaccia una pena fino a 3 anni di carcere per chi deride l’inno o si macchia di vilipendio alla bandiera. Il portavoce del comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, ha dichiarato sabato in conferenza stampa che ora spetta al governo di Hong Kong adottare una legge locale per adeguarsi in modo tempestivo all’emendamento. In che modo tuttavia non è ben chiaro. La misura sembra rispondere per le mire all’intemperanza della regione amministrativa speciale, sempre più insofferente verso l’ingerenza di Pechino. Negli ultimi anni, tra la tifoseria hongkonghese non sono mancati fischi contro la Marcia dei Volontari in occasione di eventi calcistici.

Xi Jinping chiede “l’assoluta lealtà” dell’esercito
“L’esercito deve seguire il comando di Xi, rispondere ai suo ordini senza temerlo mai”. E’ quanto stabiliscono le nuove linee guida emesse dalla Commissione militare centrale, presieduta proprio da Xi Jinping, che oltre ad essere presidente della Repubblica popolare e Segretario del Partito è anche capo delle forze armate. Da quando un paio di anni fa ha avviato una massiccia ristrutturazione dell’esercito — il più numeroso al mondo — Xi ha riaffermato in più occasioni il pieno controllo seguendo diligentemente quanto affermato da Mao: che “il potere politico nasce dalla canna del fucile”. Proprio domenica la polizia armata (una gendarmeria che svolge funzioni di polizia politica, giudiziaria, amministrativa e di frontiera) ha rilasciato una nuova canzone dal titolo “Essere un bravo soldato per il presidente Xi”, chiaro arrangiamento del motivetto “Essere un bravo soldato per il presidente Mao” in voga tra l’esercito circa cinquantanni fa.

Sempre più donne cinesi assumono le redini degli affari di famiglia

Un cambiamento di vedute, la politica del figlio unico e un percorso di studi più diversificato hanno permesso alla prole femminile di ereditare sempre più spesso la guida delle aziende di famiglia. Con una differenza: normalmente le donne preferiscono continuare le attività tradizionali dell’azienda di famiglia mentre i maschi sono più inclini ad ampliare a nuove forme di business. Secondo il Scmp, proprio il raggiungimento di un trattamento paritario nella successione è da annoverarsi tra i fattori che hanno inciso sul vistoso aumento di miliardarie in Cina, sebbene il gigante asiatico abbia il numero più elevato al mondo di imprenditrici self-made. Stando a Hurun, le 50 cinesi più ricche hanno un patrimonio complessivo di 23,1 miliardi di yuan (3,48 miliardi di dollari), almeno il 50% in più rispetto allo scorso anno.

(Pubblicato su China Files)

sabato 4 novembre 2017

Trump in Cina: più energia e meno hi-tech


sarà molta energia al centro dell’imminente visita di Donald Trump in Cina (8–10 novembre), tappa intermedia di una maratona asiatica che lo porterà in Giappone, Corea del Sud, Vietnam e Filippine. Secondo una lista preliminare visionata dalla stampa internazionale, il presidente americano viaggerà con una delegazione commerciale inusualmente sostanziosa, a conferma della vocazione business dell’ex tycoon. Sarebbero circa 100 le aziende ad aver fatto domanda, ma solo alcune decine (29 secondo Reuters, circa 40 per Bloomberg) quelle ad aver ricevuto il placet del Dipartimento del Commercio. Di queste, soltanto una parte marginale risulta composta da aziende tecnologiche (tra cui Qualcomm) e finanziarie a vantaggio del comparto energetico, delle commodities e dell’agribusiness. Una selezione naturale spiegabile alla luce delle investigazioni commerciali avviate da Washington contro le acquisizioni di Pechino nel comparto delle tecnologie avanzate e dalle recenti norme sulla cybersicurezza adottate dal governo cinese in materia di archiviazione dei dati.

La lista preliminare comprende la multinazionale statunitenseattiva nel settore alimentare Archer Daniels Midland Co(ADM), DowDuPont, General Electrics, SolarReserve, Alaska Gasline Development Corp., e Delfin Midstream, società che opera nel gas naturale liquefatto. In tutto sarebbero ben dieci le compagnie energetiche pronte a fare i bagagli con prospettive di lucrosi accordi commerciali, compresa Cheniere Energy Inc, la società che gestisce l’unico terminal per l’export di gnl di tutti gli Stati Uniti.

Secondo Bloomberg, la maggior parte delle sinergie in corso di contrattazione assumeranno la forma di memorandum d’intesa non vincolanti. Tra questi ci sarebbe un piano d’investimento da 7 miliardi di dollari (e migliaia di nuovi posti di lavoro) di China Petroleum & Chemical Corp (meglio nota come Sinopec) in Texas e nelle Virgin Islands. Ancora in attesa di ricevere l’approvazione di entrambe le amministrazioni, il progetto — che vede la partecipazione di Arclight Capital, con base a Boston, e Freepoitn Commodities LLC, società di trading del Connecticut — dovrebbe includere la costruzione di una pipeline dal giacimento petrolifero di Permian, nel Texas occidentale, fino alla Costa del Golfo per totali 700 miglia (1.126 chilometri), oltre a un impianto di stoccaggio. Sinopec potrebbe inoltre incaricarsi dell’espansione del terminal di Lime Tree, a Saint Croix. Nel 2016, la Cina ha superato gli Usa diventando nuovamente il primo importare di crudo al mondo, mentre lo scorso aprile si è affermata come il primo acquirente di “oro nero” americano scavalcando il Canada.

Se tutto andrà come sperato, una volta rimpatriato, Trump avrà dalla sua una serie di accordi a sostegno di quanto promesso in campagna elettorale: un ritorno di capitali negli Usa e nuovi posti di lavoro per gli americani. Solo la sigla di Sinopec potrebbe riuscire a ridurre il deficit commerciale con Pechino (pari a 347 miliardi nel 2016) di 10 miliardi di dollari l’anno. Negli scorsi giorni, il segretario al Commercio Wilbur Ross — che affiancherà il presidente durante il tour — aveva affermato che The Donald cercherà di concludere accordi commerciali “tangibili” con Pechino, come quelli raggiunti da GE e Boeing a maggio in Arabia Saudita, sebbene questioni come l’accesso al mercato cinese, le tariffe commerciali e la tutela dei diritti di proprietà intellettuale richiederanno più tempo per essere risolte. Cominciando dalle cose facili, venerdì scorso, le due superpotenze hanno raggiunto una prima intesa sul riconoscimento delle reciproche misure di sicurezza per gli aeromobili; un simbolico passo avanti nella promozione dell’industria aeronautica asiatica che, ricambiando, si impegnerà presumibilmente a schiudere le porte alle vendite americane. Ma tra il business a stelle e strisce aleggia la preoccupazione che le nuove intese commerciali finiscano per distogliere l’attenzione da più impellenti soluzioni politiche di lungo respiro. Soprattutto assodata la dipendenza di Washington dall’aiuto cinese sul versante nordcoreano.

Dall’inizio dell’anno, le relazioni bilaterali hanno seguito un andamento ondivago, dall’idilliaco meeting tra Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping a Mar-a-Lago — quando i due presidenti si erano impegnati a raddrizzare la bilancia commerciale nell’ambito di un piano in 100 giorni — fino al deludente U.S. — China Comprehensive Economic Dialogue, tenutosi a Washington nel mese di luglio e terminato senza nemmeno un comunicato congiunto. Di lì a poco l’inquilino della Casa Bianca sarebbe poi ricorso a Twitter per dare libero sfogo al proprio “disappunto” nei confronti dei precedenti leader americani, colpevoli di aver concesso alla Cina di intascarsi centinaia di miliardi di dollari l’anno in scambi commerciali senza fare nulla in cambio per fermare lo sviluppo nucleare della Corea del Nord. Da allora l’altalenante lunaticità di Trump ha permesso a Pechino di ricucire lo strappo grazie alla diligente implementazione delle sanzioni internazionali contro Pyongyang.Ma le frizioni commerciali continuano a minacciare la tutt’altro che granitica partnership sino-americana.

Alla fine dell’estate, la Casa Bianca ha bloccato l’acquisizione di Lattice Semiconductor da parte del fondo d’investimento cinese Canyon Bridge Capital Partners, citando motivazioni legate alla sicurezza nazionale. Appena pochi giorni fa Washington ha imposto nuove tariffe provvisorie, tra il 97 e il 162%, sulle importazioni di fogli di alluminio “made in China” in attesa che il prossimo febbraio venga rilasciato l’esito finale dell’investigazione sul presunto dumping cinese, uno dei tanti accertamenti lanciati recentemente contro il gigante asiatico. Ma, per il senatore democratico Chuck Schumer e altri, si tratterebbe del ruggito di una “tigre di carta”. Stando al New York Times, Schumer si è detto pronto a ostacolare la nomina di candidati chiave nel dipartimento diretto da Ross, a meno che non vengano velocizzati i tempi d’indagine sulla condotta commerciale di Pechino. Qualcosa potrebbe uscire già a giorni. In una recente intervista alla stampa hongkonghese l’ex chief strategist Steve Bannon ha ventilato la possibilità che il risultato dell’indagine sul sospettato furto di proprietà intellettuale (avviata ad agosto) venga ufficializzato prima dell’arrivo di The Donald oltre la Muraglia, così da lasciare il tempo per una soluzione amichevole faccia a faccia. In caso di colpevolezza accertata, sulla base dell’obsoleta “sezione 301” del Trade Act of 1974, Trump sarebbe legittimato a sanzionare la seconda economia mondiale senza nemmeno bisogno di interpellare la Wto.

(Pubblicato su Il Fatto quotidiano online)

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...