martedì 30 ottobre 2012
Cina: "I verdi" alzano la voce
Una nuova vittoria "verde" per i cittadini cinesi. Con un comunicato apparso nel pomeriggio di domenica 28 ottobre sul suo account Weibo, il governo municipale di Ningbo, provincia del Zhejiang, ha detto stop ai lavori per l'ampliamento di un impianto petrolchimico, per il quale il colosso Sinopec aveva stanziato l'equivalente di 8,9 miliardi di dollari.
Da giorni la popolazione locale era impegnata in una strenua resistenza al progetto, ritenuto pericoloso per la salute dei residenti. Alla fine dei lavori la capacità di raffinazione del petrolio avrebbe dovuto raggiungere le 15 milioni di tonnellate, mentre quella di etilene 1,2 milioni di tonnellate l'anno. Ma nonostante le autorità avessero promesso misure di revisione a livello ambientale, il timore per le emissioni di paraxilene (Px) -sostanza utilizzata per la produzione di vernici e plastica con effetti dannosi sul sistema nervoso centrale, fegato e reni- ha spinto la gente di Ningbo a non demordere. Dopo una petizione inoltrata da 200 firmatari al governo della città, le proteste sono sfociate, venerdì 26, in scontri violenti con le forze dell'ordine, le quali hanno risposto utilizzando contro la folla gas lacrimogeni e idranti. Il copione è quello ormai tristemente noto: come in occasione di manifestazioni analoghe, i rimostranti hanno lamentato pestaggi da parte della polizia, diffondendo persino la notizia dell'uccisione di uno studente universitario, subito smentita dalle autorità.
Fisiologica la diffusione di rumors quando media e social network vengono sottoposti al bavaglio del governo. Molte immagini e video pubblicati su Sina Weibo, il Twitter cinese, sono rimasti vittima della censura, mentre la notizia delle proteste è passata in sordina sulla maggior parte degli organi d'informazione ufficiali. Un breve annuncio sulla prima pagina del Ningbo Daily rendeva nota la sospensione del progetto per consentirne "il perfezionamento sulla base di analisi scientifiche", individuando la causa delle rimostranze in un "errore di comunicazione". "I leader si sono impegnati ad "aumentare il rilascio di informazioni (in futuro ndr), in modo da fornire spiegazioni e rimuovere dubbi e preoccupazioni tra le masse" si legge sul quotidiano locale.
Maggiori dettagli sul Qilu Wanbao, testata dello Shandong, particolarmente attento a sottolineare come l'esito della questione rifletta il rispetto delle "autorità per l'opinione pubblica". "Anche se questo problema è stato risolto, occorre capire come sia possibile prevenire in futuro episodi simili" scrive il Qilu Wanbao "A causa del Px, questo genere di incidenti di massa si sono già verificati a Xiamen, Dalian e in altre città ed è impensabile che a Ningbo non ne fossero a conoscenza. Questo evento ha appena ricordato a tutti i dipartimenti governativi la necessità di tenere in considerazione l'opinione pubblica attraverso un processo regolare e senza ostacoli."
Per il China Daily, invece, l'aumento delle proteste ambientaliste evidenzia l'ossessione dei funzionari locali per lo sviluppo economico: " i governi locali sono ancora troppo preoccupati per il prodotto interno lordo" si legge in un editoriale apparso lunedì 29.
Più pungente il Global Times, quotidiano-bulldozer del Partito e costola del People's Daily: "Alcuni dicono che il popolo di Ningbo ha vinto, ma a nostro avviso non ci possono essere vincitori in una situazione come questa, nella quale la resistenza delle masse in strada e nelle piazze decide il destino di un progetto petrolchimico tanto importante. Sembra piuttosto che tutta la Cina ne sia uscita perdente". Alcuni giorni prima il tabloid aveva già preso le parti dei cittadini spiegando come sia necessario investire di più sulla protezione ambientale, innalzando gli standard degli impianti. "Il metodo di approvazione per la costruzione di industrie chimiche pesanti è insostenibile. Questo tipo di conflitti cesserà solo nel momento in cui i progetti riceveranno l'approvazione pubblica".
Che quella di Ningbo non sia una vittoria a pieno titolo sembrano pensarlo anche i manifestanti, i quali hanno reagito con circospezione alla notizia dell'interruzione del progetto multi-miliardario, continuando a portare avanti una timida protesta di fronte agli edifici governativi. "Purtroppo è solo una tattica dilatoria" ha commentato Sha Shi Di Sao Zi, cittadino di Ningbo, sul suo microblog "il governo avvertiva la pressione ed era ansioso di chiudere questa storia. Non è una vittoria per noi".
A pochi giorni dal Diciottesimo Congresso nazionale -che l'8 novembre stabilirà il passaggio del potere ai nuovi leder- il compromesso deve essere sembrato la soluzione più indolore per Pechino, desideroso di mantenere una parvenza di "armonia sociale". Secondo voci circolanti su Weibo, dietro la sospensione dei lavori dell'impianto si nasconderebbe la lunga mano di Zhou Yongkang, lo zar della sicurezza cinese. Negli ultimi anni la nomenklatura cinese ha cercato di prevenire disordini aumentando la spesa per la "conservazione della stabilità", tanto che, ormai, il budget per il weiwen, l'apparato di sicurezza pubblica, ha superato quello destinato all'Esercito.
Dopo un trentennio di sviluppo economico a tappe forzate, l'inquinamento ambientale, negli ultimi anni, sembra essere diventata una preoccupazioni costante per la popolazione. A dimostrarlo sono i numeri crescenti delle "proteste verdi", molte delle quali terminate con un'apparente vittoria dei cittadini. Nel giugno del 2007 una marcia anti-Px mise fine alla costruzione di un impianto chimico tossico nella città di Xiamen. Nel 2008 è stata la volta degli abitanti di Shanghai, scesi in strada contro l'ampliamento del treno a lievitazione magnetica Maglev. Lo stesso anno a Chengdu si manifestò contro un impianto di etilene finanziato dalla PetroChina, mentre a Pechino i residenti dissero no alla più grande discarica di rifiuti della capitale, responsabile di inquinare l'aria con diossine pericolose. E se il 2011 viene ricordato per la chiusura dell'impianto chimico di Dalian -anch'essa in seguito a scontri tra cittadini e polizia- il 2012, ancora prima degli episodi di Ningbo, era già stato caratterizzato da proteste analoghe. Soltanto nel mese di luglio, infatti, le città di Shifang e Qidong sono state a loro volta teatro di agitazioni in chiave ambientalista.
Secondo Yang Chaofei, vice-presidente della Società Cinese per le Scienze Ambientali, tra il 2010 e il 2011, il numero delle "proteste verdi" è aumentato del 120%. In occasione di una conferenza sull'impatto sociale dei problemi ambientali organizzata dal Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo (Npcsc), Yang ha rivelato che i cosiddetti "incidenti di massa" sono cresciuti con una media annua del 29% tra il 1996 e il 2011; 927 quelli ai quali il ministero della Protezione Ambientale ha dovuto far fronte a partire dal 2005, di cui 72 classificati come "di grande rilevanza". Ormai da anni Pechino ha smesso di rilasciare le statistiche ufficiali, dopo che il numero annuo delle proteste violente ha superato la soglia delle 100mila. Ma -secondo Sun Liping, professore di sociologia presso l'Università Qinghua- solo nel 2010, gli incidenti di massa sarebbero stati circa 180mila.
E adesso a preoccupare è sopratutto la rilassatezza della giustizia: un esiguo 1% delle controversie in materia ambientale riesce a raggiunge le aule del tribunale. Come ha messo in evidenza un editoriale comparso recentemente sul Beijing News, urge una revisione della normativa vigente per dare una risposta a chi lamenta la mancanza di disposizioni che permettano di ricevere compensazioni in caso di danni ambientali.
(Scritto per Dazebao)
sabato 27 ottobre 2012
Le ricchezze di Wen tra lotte di potere
Sono bastate 4700 parole al New York Times per mette in mutande la famiglia del premier cinese uscente Wen Jiabao, portando alla luce un patrimonio da almeno 2,7 miliardi di dollari, accumulato attraverso una complessa rete di relazioni poco trasparenti, intessute con figure di spicco del business d'oltre Muraglia. Un altro siluro diretto ai vertici del Partito a soli quattro mesi dallo scoop di Bloomberg sulle fortune dei parenti del presidente in pectore Xi Jinping e a pochi giorni dal fatidico XVIII Congresso, evento che sancirà il passaggio del testimone ai nuovi leader.
Sebbene, secondo le indagini del quotidiano newyorkese, nulla proverebbe una diretta implicazione del primo ministro nelle attività familiari, in pieno scandalo Bo Xilai, il Pcc aveva bisogno di tutto fuorché di altri scheletri nell'armadio. Soprattutto se questi scheletri si trovano nascosti nei lussuosi appartamenti non del perfido ex-segretario di Chongqing, ma bensì dei protetti di "nonno Wen", la faccia buona del Partito, paladino anticorruzione di umili origini e -si vocifera- persino ispiratore di una riabilitazione del movimento di Tian'anmen. Tutt'altra cosa, insomma.
Pechino non l'ha presa bene. Tacciato il NYT di "calunnia", ha accusato il pezzo-bomba di avere motivazioni "non giornalistiche", nascondendosi dietro all'ormai consueto vittimismo. In sintesi: trattasi ancora della solita cospirazione "made in Usa", volta ad arrestare l'avanzata del Dragone sullo scacchiere internazionale e a mettere in cattiva luce il Partito. Copione già visto all'epoca della fuga del dissidente Chen Guangcheng presso l'ambasciata statunitense a Pechino e ormai riproposto sempre più spesso in caso di situazioni imbarazzanti.(link) Questo almeno è ciò che sembrano suggerire le poche e coincise parole di Hong Lei, portavoce del ministero degli Esteri cinese.
Variegata la reazione del popolo del web, scisso tra sdegno, stupore e semi-comprensione. "L'articolo (del NYT ndr) rivela che Wen non era contento degli affari dei suoi familiari, ma che non sapeva come fermarli. Anche se non vi è prova di un illecito a suo carico, come poteva pensare di combattere la corruzione di tutto il sistema se non riusciva a fermare nemmeno quella in casa propria?" si legge in un post su Weibo, sorta di Twitter in salsa di soia. Qualcuno più smaliziato: "In quel gruppo (la leadership ndr) questo è il biglietto per stare al gioco. Se il tuo culo è pulito e la tua famiglia non possiede ingenti beni, non hai le qualifiche per stringere alleanze e fare affari"
Intanto rimane un mistero l'identità della talpa che ha allungato informazioni tanto compromettenti ai "nemici" americani. Chi potrebbe augurarsi la rovina di Wen? Secondo alcuni, il NYT costituirebbe una pedina nelle lotte di potere consumate entro le mura di Zhongnanhai, il Cremlino cinese. A sparare l'ultima bordata sarebbe stata l'ultrasinistra, orfana di Bo Xilai, ma ancora agguerrita e pronta a speronare l'ala più liberale del Pcc, di cui Wen è uno degli esponenti di spicco. Tale tesi viene riproposta da tal @hdonuts in chiusura ad un pezzo comparso ieri su Foreign Policy:
"Kim Jong-il ha utilizzato la lotta contro la corruzione all'ordine del giorno per fare fuori l'opposizione. E' una strategia che accomuna tutti i dittatori e coloro che ambiscono a diventarlo, come Bo Xilai e il suo boss (Zhou Yongkang ?). Quando si parla di paesi in cui governano regimi totalitari, come la Cina e la Corea del Nord, è difficile tracciare il confine tra giusto e sbagliato. Persone crudeli utilizzano la giustizia per mettere in atto malignità ed eliminare i propri rivali. Una guerra discriminatoria alla corruzione non ha mai portato in alcuna regione l'onestà che è invece stata assicurata in Occidente attraverso modifiche del sistema politico. Diamo un'occhiata alla storia. La rivoluzione culturale di Mao, le purghe di Stalin, il genocidio dei Khmer Rossi: tutti coloro che hanno messo in atto i più gravi disastri dei tempi moderni lo hanno fatto in nome della lotta alla corruzione. La mia conclusione è, dunque, che non si farà chiarezza politica accusando in maniera casuale qualche politico di corruzione. Si farà chiarezza, piuttosto, modificando il sistema, che oggi in Cina è campo di battaglia tra due fazioni opposte. Ci sono i maoisti, che cercano di infliggere purghe -come fecero i Khmer Rossi in Cambogia- e i riformisti, che ambiscono a trasformare la mainland in una sorta di Hong Kong. Ma ora i maoisti hanno perso il loro capo (Bo Xilai), mentre i riformisti, sfortunatamente, stanno tentando di eliminare la dottrina di Mao dalla Costituzione. E pertanto sono finti tra le fiamme"
Articoli correlati apparsi sul NYT:
L'impero della famiglia Wen
Come ottenere informazioni finanziarie in Cina (David Barboza spiega come è riuscito a procurarsi il materiale per il pezzo)
mercoledì 24 ottobre 2012
Riforme si riforme no
I natali farebbero ben pensare: il leader in pectore è, infatti, un "principe" dell'aristocrazia rossa. Figlio di Xi Zhongxun, uno dei protagonisti della rivoluzione, epurato da Mao Zedong e noto per essere un liberale. Ha sperimentato sulla propria pelle gli esiti catastrofici della rivoluzione culturale. "Il suo passato di sofferenze lascia immaginare che Xi si distinguerà come il politico dalla parte del popolo. Ed effettivamente la stessa opinione pubblica si aspetta che il vice presidente segua le orme del padre, il quale una volta riabilitato non solo si rese determinante nella realizzazione delle riforme economiche, ma non esitò a manifestare più volte la sua opposizione alla soppressione delle rivolte studentesche di Tian’anmen del 1989" si legge in una sua biografia tradotta parzialmente dal New York Times alcuni mesi fa.
Secondo il quotidiano americano, "diverse persone orbitanti attorno alla figura di Xi stanno sollecitando il Partito ad adottare politiche più liberali per riottenere la legittimità di cui godeva quando era ancora una forza rivoluzionaria. L'espulsione di Bo Xilai, (l'ex segretario di Chongqing ndr) che corteggiò conservatori e maoisti prima di cadere in disgrazia, ha incoraggiato i liberali a richiedere agli attuali leader di adottare cambiamenti sistematici." Proprio questo mese Hu Shuli, influente giornalista cinese, ha condiviso la recente ventata di ottimismo pubblicando sulla sua rivista Caixin un articolo dal titolo Bo Xilai un catalizzatore per le riforme politiche.
Come si evince da un editoriale pubblicato lunedì su Study Times -rivista della Scuola centrale del Pcc- Xi, con il placet dell'ex presidente Jiang Zemin, avrebbe supervisionato una squadra di ricerca per studiare "il modello Singapore", il quale prevede un pensiero e politiche economiche più liberali mantenendo un regime a partito unico. Quello che, utilizzando un ossimoro, viene definito "autoritarismo liberale". Voci incoraggianti circolano tra le stanze del potere -come sostenuto da Wu Si, caporedattore della rivista Yanhuang Chunqiu- circa "un avvio delle riforme politiche" una volta concluso il Congresso.
Suggerimenti, questi, da maneggiare con cautela. Troppa enfasi è stata posta sul riformismo "innato" del futuro numero uno della Repubblica popolare. Non scordiamoci che anche Hu Jintao quando assunse la presidenza nel 2003 fu accolto da aspettative eccessive -col senno di poi- disattese. Che se lo ricordino sopratutto gli analisti occidentali e i cinesi liberali inebriati dall'euforica ricerca di un Gorbaciov d'oltre Muraglia. Dieci anni fa si credette di averlo trovato con Hu. Oggi gli addetti ai lavori sono un po' meno entusiasti, tanto da aver soprannominato gli anni di governo del presidente uscente "il decennio perduto". Alcuni mesi fa un anonimo funzionario del Partito si sarebbe, addirittura, spinto a definire Hu "il peggior leader dal 1949". Volendo essere meno severi: l'unica vera riforma introdotta nel suo periodo di mandato consiste "nell'abolizione delle tasse per i contadini", sottolinea sul suo blog Beniamino Natale, corrispondente per l'Ansa a Pechino "si pensava sarebbe stata seguita da altre, perlomeno dall'abolizione dell' 'hukou', il permesso di residenza inventato dai maoisti per controllare i movimenti di popolazione. Invece, niente."
Alcuni segni
Un segno mette in evidenza come il Pcc non sia poi tanto intenzionato a spingere sul pedale dell'innovazione: l'estromissione di Wang Yang dalla corsa verso il Comitato permanete del Politburo, il Gotha cinese che quest'anno -secondo alcune indiscrezioni- potrebbe essere ridotto da 9 a 7 membri. Stando ad alcune fonti della Reuters, il capo del partito del Guangdong, noto per essere uno "coraggioso, liberale, con una mentalità da leader moderno", non rientrerà nel sancta sanctorum del Partito post Congresso perché considerato "troppo riformista".
Ma, con tutta la prudenza del caso, la Cina di fine 2012 sembra essere molto più denghiana che maoista. Come la stampa internazionale si è affrettata a sottolineare martedì, il mancato riferimento al Grande Timoniere in un recente documento del Politburo -traboccante, invece, di citazioni di Deng Xiaoping e Jiang Zemin- indurrebbe a pensare che sia giunto il momento di scrollarsi di dosso l'eredità scomoda del fondatore della Repubblica popolare, oggi riflesso nell'immagine del corrottissimo Bo Xilai. Una proposta di modifica della costituzione che richiama al "socialismo con caratteristiche cinesi" di Deng -il padre dell'apertura politica ed economica- ma che ignora il pensiero di Mao, è stata interpretata da molti come una stoccata diretta alla Nuova Sinistra, ancora schierata dalla parte del defenestrato Bo. Se sia anche da leggere come una dichiarazione d'intenti (riformisti) è troppo presto per dirlo.
Quali riforme?
Se le riforme arriveranno, difficilmente saranno in senso democratico. L'interesse delle frange riformiste del Pcc è tutto proiettato verso una robusta revisione/manutenzione del "modello Cina": la formula alchemica a base di capitalismo di Stato che negli ultimi 10 anni ha assicurato all'economia del Dragone una crescita a due cifre, ma che ormai ha rivelato tutti i suoi limiti. Da luglio a settembre il Pil della Cina e' sceso al +7,4% contro il +7,6% del secondo trimestre e il +8,1% del primo.
E se le riforme arriveranno, con ogni probabilità a fare le spese saranno i " grandi monopoli", secondo una strada auspicata e tracciata dal premier Wen Jiabao. Sarà, quindi, una riforma delle banche per impedire loro di versare finanziamenti esclusivamente alle aziende statali, incentivando l'ingresso di capitali privati e smembrando i colossi di Stato, colpevoli di ingolfare il sistema economico. Una ristrutturazione, sino ad oggi, fortemente contrastata dal deposto Bo Xilai e da alcuni falchi a lui vicini.
lunedì 22 ottobre 2012
"Nuova Sinistra" contro espulsione Bo Xilai
La "Nuova Sinistra" si schiera ancora a spada tratta dalla parte di Bo Xilai. In una lettera pubblicata sul sito "Cina Rossa" un corposo gruppo di sostenitori dell'ex segretario di Chongqing chiede all'Assemblea Nazionale del Popolo (ANP), sorta di Parlamento cinese, che il loro idolo politico non venga espulso; una mossa questa -secondo i firmatari- discutibile e motivata da interessi politici. Accusato di diversi crimini tra i quali abuso di potere e corruzione, lo scorso 28 settembre Bo era stato interdetto dai pubblichi uffici ed espulso dal Pcc, una decisione che, tuttavia, dovrà essere confermata durante il settimo plenum del 17esimo Comitato centrale del Pcc, previsto per il 1 novembre. Tra il 23 e il 26 di questo mese -riportava la settimana scorsa l'agenzia di stampa Xinhua- il Comitato permanente del Politburo, principale organo decisionale cinese, dovrà "rivedere lo status politico di alcuni membri del Pcc" e decretare l'espulsione di Bo dall'Assemblea Nazionale del Popolo. Tappa obbligata per la rimozione dell'immunità giuridica in previsione del processo penale.
Ma l'estrema sinistra non ci sta e punta il dito contro il "Parlamento" cinese a causa dell'infondatezza delle accuse mosse contro il leader caduto in disgrazia. "Qual'è la ragione dell'espulsione di Bo Xilai? Indagate sui fatti e sulle prove" recita la lettera "Fornite al popolo le prove concrete che Bo Xilai sarà in grado di difendersi in conformità con la legge". Il compito dell'ANP è quello di promulgare e controllare le leggi, evitando di assecondare gli attacchi personali tra fazioni politiche, continuano i sostenitori di Bo.
In particolare i 300 firmatari, accademici e veterani del Pcc in pensione, mettono in discussione le circostanze legate all'omicidio del businessman britannico Neil Heywood, per il quale è stata condannata alla pena di morte sospesa la moglie di Bo Xilai, Gu Kailai, e nel quale sarebbe parzialmente implicato anche l'ex leader di Chongqing. Il procedimento penale a carico della donna lo scorso agosto aveva destato diversi dubbi per la mancanza di prove effettive e la rapidità con il quale si era concluso. "Non è forse una grande buffonata quella che stiamo mettendo in scena davanti al mondo intero, sostenendo di essere un paese in cui vige lo stato di diritto" si chiede la "Nuova Sinistra", sottolineando come non sia stata concessa agli imputati la possibilità di difendersi adeguatamente. Da marzo Bo non è più apparso in pubblico e, sebbene non gli sia stato permesso di rispondere alle accuse mossegli contro, pochi giorni prima della sua sospensione aveva bollato come "sporcizie" e "insensatezze" le voci su di lui e la propria famiglia.
Ma, commenta la Reuters, l'impatto dell'appello dell'ultrasinistra sarà, probabilmente, minimo. Sin dall'inizio dello scandalo legato al clan dei Bo le autorità avevano provveduto a censurare i siti web nostalgici, quali "Utopia" e "Cina Rossa", in quanto apertamente schierati dalla parte del funzionario fresco di epurazione. Negli ultimi tempi il pericolo di un rinnovato maoismo si è affacciato nuovamente alle porte di Zhongnanhai, quartier generale del Partito, in concomitanza con una serie di proteste nazionaliste in chiave anti-nipponica. In occasione della rivendicazione delle isole Diaoyu, contese con il Giappone, tra i manifestanti hanno fatto la comparsa immagini del Grande Timoniere e slogan in favore del rilascio di Bo Xilai. A ribadire come il Nuovo Mao -sino a pochi mesi fa in corsa per uno dei seggi del Comitato permanete del Politburo al prossimo Congresso- goda ancora di una certa popolarità.
Nominato nel 2007 capo del Partito di Chongqing, durante il suo periodo di regno nella megalopoli del sud-ovest Bo Xilai si è distinto per una controversa lotta contro la mafia e un populismo "rosso acceso". Politiche, queste, che lo hanno reso inviso all'ala più riformista del Partito, per la "Nuova Sinistra", vera artefice della sua caduta rovinosa. (Bo Xilai espulso dal Partito, armoniosamente verso il XVIII Congresso).
(Pubblicato su Dazebao)
giovedì 18 ottobre 2012
Ombre cinesi sul Continente nero
Un ragazzo di 16 anni morto sotto i colpi della polizia locale e un altro centinaio di cittadini cinesi finiti in manette. E' il bilancio dell'ultima retata messa in atto dalle autorità del Ghana sulla pista delle miniere d'oro illegali, nei pressi di Kumasi, seconda città del Paese. Solo il mese scorso altri 40 cinesi erano stati arrestati, di cui 38 deportati, in un giro di vite che punta i riflettori su una diaspora che sta assumendo sempre più i connotati della colonizzazione. Tra inchieste su episodi di corruzione miliardari e presunti abusi ai danni dei dipendenti locali da parte dei signorotti cinesi, i segni della tensione tra i due Paesi sono ben visibili e prendono voce attraverso l'insofferenza degli abitanti della zona. "I cinesi hanno distrutto la nostra terra e il nostro fiume, si sono insediati con i loro pick-up e le loro armi, una valanga di armi" commentava lo scorso mese ai microfoni di Bloomberg, Marxwell Owusu, capo di Manso, villaggio nella regione centrale di Ashanti.
Con la crisi dell'Eurozona e l'aumento dei prezzi dell'oro, il Ghana si è trovato a dover far fronte ad un flusso massiccio di piccoli minatori clandestini in arrivo dal Regno di Mezzo, equipaggiati di macchinari che gli abitanti del posto dicono di non potersi permettere. Le operazioni di estrazione stanno alimentando le preoccupazioni per i danni ambientali in Africa, il secondo produttore di oro al mondo, mentre monta la rabbia dei ghanesi per essersi all'improvviso ritrovati nel cortile di casa i bulldozer "made in China". "Il coinvolgimento dei cinesi ha cambiato le dinamiche di sfruttamento su scala ridotta" ha spiegato Toni Aubynn, presidente del Ghana Chamber of Mines, sottolineando come l'impiego di macchinari pesanti abbia avuto un impatto ambientale enorme.
D'altra parte, per quanto incombente, la presenza del Dragone nella Repubblica africana ha innescato scambi virtuosi a nove zeri. Il commercio bilaterale tra i due Paesi è passato dai 2 miliardi del 2010 agli oltre 3 miliardi di dollari dello scorso anno, come si legge sul sito web dell'Ambasciata cinese della capitale Accra.
E se in Ghana Pechino ha messo gli occhi sulle risorse minerarie, in Tanzania la China Communication Construction Company Ltd. (CCCC), colosso cinese di proprietà statale, dal 2001 ad oggi ha firmato accordi per un valore complessivo di 247 milioni di dollari, destinati alla realizzazione di strade, ponti e porti. E lo ha fatto riuscendo ad integrare la propria attività nella società autoctona, assumendo lavoratori locali: ben 3.200 contro i 180 giunti dalla Cina. Una decisione presa -secondo il direttore generale dell'ufficio locale dell'azienda, Pei Yan- a causa delle difficoltà di ambientamento incontrate dagli operai cinesi, nonché al fine di offrire opportunità di lavoro anche alla gente del posto. Perché assumersi la propria responsabilità verso la società locale "è un dovere per le compagnie cinesi" ha sentenziato Shi Yong, rappresentante della Sinohydro Corporation Ltd., attore importante nel mercato dell'energia idroelettrica che ha dato un impiego ad oltre 3600 tanzaniani.
In Tanzania il numero degli imprenditori dell'ex Impero Celeste è schizzato dai 300 del 2002 ai 30.000 del 2012, così da aver indotto alcuni lungimiranti uomini d'affari cinesi a fondare la Chinese Business Chamber of Tanzania, un'organizzazione che oggi conta oltre mille imprenditori e funge da canale tra imprese d'oltre Muraglia e governo locale. Oltre a monitorare la qualità dei prodotti venduti e scongiurare il problema della contraffazione.
Ma non è tutto oro quel che luccica e l'ombra del gigante asiatico proietta in Africa un complesso intreccio di interessi economici, ambizioni espansionistiche e "scopi umanitari". Tanto che oggi la Cina, pur definendosi "il più grande Paese in via di sviluppo", è anche uno dei "principali donatori" nel panorama della cooperazione internazionale. Lo scorso luglio Pechino ha ospitato il quinto Forum On China-Africa Cooperation in occasione del quale il governo cinese ha promesso nuovi prestiti di natura concessionale per 20 milioni di dollari nel corso del prossimo triennio (il doppio rispetto a quanto stanziato durante il Focac del 2009). Ma sebbene non siano stati forniti dettagli sulle condizioni dei finanziamenti, la maggior parte dei prestiti erogati dallo Stato cinese non rispetta le linee guida delineate dall'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), della quale la Cina, per altro, non fa parte. D'altronde -come spiega Africa Report- a poco servirebbero gli aiuti del Dragone per far fronte ad un deficit infrastrutturale che, secondo le stime della Banca Mondiale (BM), richiederebbe 37 miliardi di dollari all'anno per essere colmato.Negli ultimi tempi la "generosità" di Pechino ha richiamato l'attenzione della BM e del Fondo monetario internazionale (Fmi). Proprio nel mese d'aprile, il Fmi fece saltare un accordo da 3 miliardi di dollari tra il Ghana e la China Development Bank, poiché in contrasto con le linee guida che vietano ai Paesi a reddito medio di concedere finanziamenti non concessionali per somme superiori agli 800 milioni di dollari l'anno. Ma c'è dell'altro. Pare che adesso a fare la voce grossa siano proprio i Paesi africani. Oltre all'appello lanciato in occasione del summit dal ministro degli Esteri dello Zambia, favorevole ad un fronte panafricano per strappare accordi più vantaggiosi al Dragone, sempre nel mese di luglio il governo nigeriano si apprestava a rinegoziare i termini del prestito da 980 milioni dollari, concesso dalla China Exim Bank, affinché il tasso d'interesse non superasse il 2%. Primo sintomo di una presenza più solida del Continente nero al tavolo dei negoziati, da sempre dominato dalla Cina.
Secondo un articolo pubblicato alla fine del 2011 sul sito di The Beijing Axis, agenzia leader di consulenza per le imprese, solo il 50% delle società cinesi ha ottenuto appalti nel campo delle infrastrutture attraverso gare pubbliche, mentre il 40% ci è arrivato grazie a prestiti, concessioni e altre vie traverse nelle quali il governo di Pechino ricopre un ruolo chiave. "Gli scambi commerciali tra la Cina e l’Africa -in impennata tra il 2000 e il 2008 (anno in cui hanno superato i 100 miliardi di dollari)- evidenziano uno squilibrio crescente in favore del Dragone", ha commentato Robert Schuman, Research Fellow presso l'Istituto Universitario Europeo, "mentre la struttura dell’interscambio non consente ai Paesi africani di ridurre la propria dipendenza cronica dalle esportazioni di materie prime." Che pesano per circa il 92% del totale.
(Scritto per Ghigliottina.it)
lunedì 15 ottobre 2012
Stelle cinesi "cadono" a Hollywood
Film hollywoodiani dai budget stellari si tingono di esotico. Giusto una pennellata però.
Aggraziate e belle di una bellezza fragile, propria della femminilità orientale, attraversano l'Oceano in cerca di una notorietà planetaria che in patria non otterranno mai. Ma cosa succede se poi alla fine raggiunta la "Mecca del cinema" si trovano a dover ricoprire ruoli marginali?
E' ciò che è capitato a note attrici cinesi, vere dive in Cina, che varcate le porte degli studios americani hanno dovuto scendere a compromessi accettando di fare da comparsa. Il fenomeno non è sfuggito all'attenzione del China Daily, il più noto tra i quotidiani in lingua inglese dell'Impero di Mezzo, che il 29 settembre si è espresso senza mezzi termini sulla questione, titolando Chinese actresses get short shrift in new Hollywood epics. Un pezzo agile per una delle testate più disinvolte dell'artiglieria mediatica cinese, spara senza colpo ferire contro l'industria cinematografica d'oltre Muraglia. E lo fa snocciolando i nomi di alcune delle star cinesi degradate a ruoli accessori. Yu Nan, alias Maggie Chan in The Expendables2, è sicuramente una delle più fortunate, commenta il China Daily. A lei è stato concesso l'onore di apparire nella gang di Sylvester Stallone, ritagliandosi "un giusto spazio di tempo". Ma come unica dotata di cervello tra un ammasso di muscoli, le è stato chiesto di condensare la propria parte in una sola espressione: "quella di disgusto".
Per Xu Qing, il cui nome appare in vetta ai poster di Looper -film del 2012 che vanta nel cast star quali Bruce Willis- è soltanto ottava nei credit, ma rimpiazza la fugace apparizione sullo schermo con una buona dose di glamour. A Li Bingbing, che i più informati sapranno certamente recitare in Resident Evil: Retribution, è andata peggio: solo decima nei credit, con buona pace dei suoi fan. Zhou Xun, un'artista a tuttotondo (attrice, cantante e ambasciatrice Chanel per la Cina), è risultata appena settima nel film Cloud Atlas, presentato al 37esimo Festival Internazionale del Cinema di Toronto e di prossima uscita. A naso difficilmente la sua performance eguaglierà in termini di tempo quella realizzata in Painted Skin:Resurrection, film cinese dell'anno.
Se le belle siniche sono atterrate a Hollywood non lo devono alle loro doti recitative, continua impietoso il China Daily. Una faccia dagli occhi a mandorla serve per attrarre nelle sale il pubblico del Paese più popoloso al mondo, mentre gli investitori cinesi ricorrono sempre più spesso alla formula delle coproduzioni al fine di raccogliere una quota maggiore al box-office nazionale. Risultato ottenibile solo nel caso in cui il cast principale sia composto per un terzo da attori cinesi. Per i film stranieri, d'altra parte, una delle condizioni per ottenere un'ampia distribuzione e una percentuale maggiore di incassi nella Repubblica popolare è la presenza di attori cinesi e il fatto che alcune scene siano girate in Cina. Ma negli esperimenti cinematografici, foraggiati da tycoon di entrambi i Paesi, spesso i capitali cinesi sono nettamente inferiori, tanto che, per la maggior parte, questi film non possono essere considerati coproduzioni, venendo, pertanto, sottoposti al protezionista sistema delle quote.(Occhi puntati a Hollywood: arriva il fondo cofinanziamento)
A tal proposito abbiamo chiesto chiarimenti ad Armando Fumagalli, Professore ordinario di Semiotica e Direttore del Master in Scrittura e Produzione per la Fiction e il Cinema presso l'Università Cattolica di Milano."Direi che evidentemente l'intento delle produzioni di Hollywood è massimizzare i profitti e quindi usano attori o attrici cinesi (come hanno fatto anche qualche volta con le indiane) solo e nella misura in cui serve per 'entrare' in un mercato molto appetitoso (non solo per il presente, ma anche per il futuro) come quello cinese"- ha spiegato Fumagalli- "Ovviamente per le mayor è importante avere attori americani popolari nei ruoli chiave, poi laddove si riesce inseriscono degli stranieri (come fanno spesso anche con attrici francesi, vedi ultimamente Marion Cotillard, peraltro molto brava) che aprano a mercati ulteriori."
Il mondo non è ancora pronto per un film d'azione con un cast a maggioranza cinese ha commentato Zhang Zhao, presidente di Le Vision Pictures, la compagnia che ha investito in The Expendable2. Per le dive di Cina, tuttavia, un'apparizione sui set hollywoodiani, sebbene fugace, fornisce pur sempre un valore aggiunto nella competizione in casa con le connazionali. Così come l'apparire al fianco di superstar americane dà lustro alla propria carriera. Ma non al cinema cinese in toto. Lo pensa Dario Tomasi, critico cinematografico, esperto di cinema orientale nonché professore associato di storia del cinema presso l'Università di Torino, raggiunto da Uno sguardo al femminile per una breve intervista.
"Credo che la strada che il cinema cinese mainstream sta percorrendo - coproduzioni internazionali, grandi budget, scimmiottamento del cinema hollywoodiano - sia una strada che di fatto non lo porterà da nessuna parte" ha spiegato Tomasi, sottolineando come il settore dell'entertainement d'oltre Muraglia dovrebbe fare tesoro della tradizione locale. "Il cinema cinese deve riuscire a puntare le sue forze sulla propria cultura e sulle proprie specificità. Lo dimostra un film come Lanterne rosse che è stato probabilmente il maggior successo internazionale del cinema cinese avendo al suo interno ben poco di hollywoodiano e al contrario molti elementi appartenenti alla cultura autoctona. Anche il cinema che vuole documentare il presente penso debba guardare molto di più al neorealismo italiano che a Hollywood. Il che non vuol dire realizzare film noiosi a tutti i costi – ben vengano suspense e azione – ma film che sappiano, anche in modo avvincenti e spettacolare, raccontare al mondo le contraddizioni della Cina contemporanea (penso allo Yang Li di Blind Shaft e Blind Mountain). Uno spettatore occidentale credo vada a vedere un film cinese per conoscere qualcosa di quella realtà, non per vedere una copia (spesso brutta) del cinema americano. Per quel che riguarda il mercato interno presumo che anche i cinesi – al di là di qualche eccezione – preferiranno i successi hollywoodiani alle loro imitazioni locali (del resto questo è un po’ quel che è accaduto ovunque).Quanto al destino delle attrici cinesi nel cinema hollywoodiano, non mi sembra poi molto diverso da quello che incontrarono le dive italiane quando sbarcarono in America."
(Scritto per Uno sguardo al femminile)
domenica 14 ottobre 2012
Approfondimento sulla riforma giudiziaria in Cina
Alcuni giorni fa l'Ufficio informativo del Consiglio di Stato cinese ha pubblicato un libro bianco sulla riforma giudiziaria che sottolinea i progressi fatti nella salvaguardia della giustizia e, in particolare, dei diritti umani. "Le riforme giudiziarie cinesi mirano al rafforzamento della capacita' degli organi giudiziari di mantenere l'equita' sociale ottimizzando la struttura degli stessi e l'assegnazione delle loro funzioni e dei loro poteri, uniformando gli atti giudiziari, migliorando i procedimenti e incoraggiando una giustizia democratica e il controllo da parte della legge." Oltre ad analizzare il sistema giudiziario cinese e il processo di riforma, il libro bianco mette in rilievo aspetti quali il mantenimento dell'equita' sociale e la salvaguardia della giustizia e dei diritti umani. (AgiChina24)
Xinhua: China issues white paper on jiudicial reform
Ottimo articolo su The Diplomat: Chinese Legal Reform: Game On?
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