sabato 27 ottobre 2012

Le ricchezze di Wen tra lotte di potere


Sono bastate 4700 parole al New York Times per mette in mutande la famiglia del premier cinese uscente Wen Jiabao, portando alla luce un patrimonio da almeno 2,7 miliardi di dollari, accumulato attraverso una complessa rete di relazioni poco trasparenti, intessute con figure di spicco del business d'oltre Muraglia. Un altro siluro diretto ai vertici del Partito a soli quattro mesi dallo scoop di Bloomberg sulle fortune dei parenti del presidente in pectore Xi Jinping e a pochi giorni dal fatidico XVIII Congresso, evento che sancirà il passaggio del testimone ai nuovi leader.

Sebbene, secondo le indagini del quotidiano newyorkese, nulla proverebbe una diretta implicazione del primo ministro nelle attività familiari, in pieno scandalo Bo Xilai, il Pcc aveva bisogno di tutto fuorché di altri scheletri nell'armadio. Soprattutto se questi scheletri si trovano nascosti nei lussuosi appartamenti non del perfido ex-segretario di Chongqing, ma bensì dei protetti di "nonno Wen", la faccia buona del Partito, paladino anticorruzione di umili origini e -si vocifera- persino ispiratore di una riabilitazione del movimento di Tian'anmen. Tutt'altra cosa, insomma.

Pechino non l'ha presa bene. Tacciato il NYT di "calunnia", ha accusato il pezzo-bomba di avere motivazioni "non giornalistiche", nascondendosi dietro all'ormai consueto vittimismo. In sintesi: trattasi ancora della solita cospirazione "made in Usa", volta ad arrestare l'avanzata del Dragone sullo scacchiere internazionale e a mettere in cattiva luce il Partito. Copione già visto all'epoca della fuga del dissidente Chen Guangcheng presso l'ambasciata statunitense a Pechino e ormai riproposto sempre più spesso in caso di situazioni imbarazzanti.(link) Questo almeno è ciò che sembrano suggerire le poche e coincise parole di Hong Lei, portavoce del ministero degli Esteri cinese.

Variegata la reazione del popolo del web, scisso tra sdegno, stupore e semi-comprensione. "L'articolo (del NYT ndr) rivela che Wen non era contento degli affari dei suoi familiari, ma che non sapeva come fermarli. Anche se non vi è prova di un illecito a suo carico, come poteva pensare di combattere la corruzione di tutto il sistema se non riusciva a fermare nemmeno quella in casa propria?" si legge in un post su Weibo, sorta di Twitter in salsa di soia. Qualcuno più smaliziato: "In quel gruppo (la leadership ndr) questo è il biglietto per stare al gioco. Se il tuo culo è pulito e la tua famiglia non possiede ingenti beni, non hai le qualifiche per stringere alleanze e fare affari"

Intanto rimane un mistero l'identità della talpa che ha allungato informazioni tanto compromettenti ai "nemici" americani. Chi potrebbe augurarsi la rovina di Wen? Secondo alcuni, il NYT costituirebbe una pedina nelle lotte di potere consumate entro le mura di Zhongnanhai, il Cremlino cinese. A sparare l'ultima bordata sarebbe stata l'ultrasinistra, orfana di Bo Xilai, ma ancora agguerrita e pronta a speronare l'ala più liberale del Pcc, di cui Wen è uno degli esponenti di spicco. Tale tesi viene riproposta da tal @hdonuts in chiusura ad un pezzo comparso ieri su Foreign Policy:

"Kim Jong-il ha utilizzato la lotta contro la corruzione all'ordine del giorno per fare fuori l'opposizione. E' una strategia che accomuna tutti i dittatori e coloro che ambiscono a diventarlo, come Bo Xilai e il suo boss (Zhou Yongkang ?). Quando si parla di paesi in cui governano regimi totalitari, come la Cina e la Corea del Nord, è difficile tracciare il confine tra giusto e sbagliato. Persone crudeli utilizzano la giustizia per mettere in atto malignità ed eliminare i propri rivali. Una guerra discriminatoria alla corruzione non ha mai portato in alcuna regione l'onestà che è invece stata assicurata in Occidente attraverso modifiche del sistema politico. Diamo un'occhiata alla storia. La rivoluzione culturale di Mao, le purghe di Stalin, il genocidio dei Khmer Rossi: tutti coloro che hanno messo in atto i più gravi disastri dei tempi moderni lo hanno fatto in nome della lotta alla corruzione. La mia conclusione è, dunque, che non si farà chiarezza politica accusando in maniera casuale qualche politico di corruzione. Si farà chiarezza, piuttosto, modificando il sistema, che oggi in Cina è campo di battaglia tra due fazioni opposte. Ci sono i maoisti, che cercano di infliggere purghe -come fecero i Khmer Rossi in Cambogia- e i riformisti, che ambiscono a trasformare la mainland in una sorta di Hong Kong. Ma ora i maoisti hanno perso il loro capo (Bo Xilai), mentre i riformisti, sfortunatamente, stanno tentando di eliminare la dottrina di Mao dalla Costituzione. E pertanto sono finti tra le fiamme"

Articoli correlati apparsi sul NYT:
L'impero della famiglia Wen
Come ottenere informazioni finanziarie in Cina (David Barboza spiega come è riuscito a procurarsi il materiale per il pezzo)


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