giovedì 19 settembre 2013

Pubblicamente colpevoli


(Aggiornato il 6 ottobre)

Più di mezzo secolo fa, Otto Kichheimer, un analista politico molto apprezzato, si chiedeva perché così tante dittature preferiscano condannare i loro nemici in processi “pubblici”, piuttosto che piantargli una pallottola in testa nei meandri di qualche seminterrato, lontano da occhi indiscreti. Anche se oggi è costretto a operare in un contesto molto più trasparente ed esigente rispetto a quello con il quale si sono dovuti confrontare Stalin e i suoi coevi, il Partito comunista cinese sente ancora di dover vestire la gente comune con la 'toga' da giudice, affinché sia il popolo stesso ad emettere una solenne condanna nel nome del governo. Così la legittimità del regime viene rafforzata e l’opinione pubblica trova una valvola di sfogo per i propri sentimenti. Anche quanti hanno dimestichezza con le corti di giustizia fanno semplicemente quello che viene loro ordinato dall’alto: punire il male e accrescere il bene.” (Jerome A. Cohen, China File).

Cosa hanno in comune il re dei narcotrafficanti birmani, un leader in ascesa dalle inclinazioni populiste, un consulente aziendale britannico e un apprezzato commentatore del web dal click facile? Probabilmente poco e niente, se non fosse per il fatto che tutti e quattro, una volta incappati nelle maglie della giustizia cinese, sono stati in qualche modo risucchiati nel tritacarne della propaganda ufficiale che decanta trasparenza, come voluto dal presidente Xi Jinping fin dai primi giorni del suo mandato.

Così abbiamo Naw Kham, il signore della droga giustiziato (quasi) in diretta TV lo scorso marzo per aver assassinato, con la sua gang, 13 pescatori cinesi sul corso del Mekong; Bo Xilai, l’alfiere del maoismo silurato a causa delle sue ambizioni e protagonista del processo più “limpido” della storia del Pcc da quando alla sbarra a comparire fu la vedova del Grande Timoniere. Con tanto di live update sul microblog del tribunale di Jinan -salvo tagliuzzamenti qua e là. E poi Charles Xue (alias Xue Manzi) il businessman sino-americano arrestato formalmente alcuni giorni fa con l’accusa di adescamento di prostitute, comparso pubblicamente davanti alle telecamere della televisione di Stato per ammettere le proprie colpe. Già reo confesso a fine agosto, in settimana ha rinnovato il proprio mea culpa riconoscendo anche di aver abusato della sua notorietà su Internet per diffondere notizie infondate. Una mossa che deve essere piaciuta molto a Zhongnanhai, impegnato in una battaglia sul terreno dei new media culminata in nuovi arresti e in una più stringente campagna anti-rumors. E ancora il detective Peter Humphrey, finito in manette ad agosto, e comparso sul piccolo schermo ammanettato e avvolto nella tipica tunica arancione dei detenuti per riconoscere di aver utilizzato metodi illegali nella raccolta di informazioni. A luglio, invece, a fare autocritica in TV era stato un dirigente della casa farmaceutica GSK, agganciata nel mirino di una maxi-inchiesta anticorruzione.

La gogna pubblica torna di moda in un momento in cui oltre la Muraglia lo spettro di una nuova Rivoluzione Culturale bussa alle porte di attivisti e blasonate voci del web.

Le confessioni sono state a lungo parte fondamentale del sistema giuridico cinese, con frequenti mea culpa da parte di piccoli criminali davanti alle telecamere. Raramente però lo stesso trattamento è stato riservato a figure di spicco del mondo degli affari, scrive la Reuters.

Nonostante un emendamento alla legge di procedura penale cinese -entrato in vigore all'inizio dell'anno- vieti alle autorità  di forzare qualcuno ad autoincriminarsi, le confessioni in Cina continuano ad essere estorte con metodi poco ortodossi. Lo stesso Bo Xilai in sede processuale ha dichiarato di essersi stato sottoposto "ad un'impropria pressione psicologica" durante i suoi sette mesi di detenzione.

Molti scelgono di incassare le accuse nella speranza di ottenere punizioni più miti. Come fatto notare da Eva Pils, docente di legge presso la Chinese University of Hong Kong, al tempo di Mao la funzione dei processi non era tanto quella di determinare se una persona fosse colpevole o meno, quanto piuttosto quella di istruire il popolo. Detto alla cinese, "ammazzare il pollo per spaventare le scimmie".

Oggi sembra che l'ostentazione esasperata con la quale i "nemici dello Stato" vengono spinti a fare ammenda serva anche a persuadere i cittadini sull'efficacia della campagna anti-corruzione lanciata dalla leadership per purificare i ranghi del Partito e riacquisire credibilità tra la popolazione.

Proprio negli ultimi giorni lo stesso Xi Jinping ha supervisionato una serie di sessioni di "critica e autocritica" nello Hebei, la provincia che circonda Pechino, alla quale la CCTV ha riservato 24 minuti di filmati. Il 1 ottobre il South China Morning Post ha raccontato di iniziative simili a Chongqing, nello Yunnan e nello Hunan. Banchetti sontuosi, SUV superaccessoriati e progetti appariscenti sono tra i "peccati" che hanno macchiato l'integrità morale dei funzionari locali, dimentichi dei bisogni dei cittadini comuni.

Il 9 settembre l'agenzia di stampa Xinhua aveva pubblicato una lunga riflessione di Liu Yunshan, membro del Comitato permanente del Politburo, riguardo "la critica e l'autocritica" nella contemporaneità cinese. Si tratta di un discorso tenuto il 1 settembre in occasione dell'apertura della sessione autunnale 2013 della Scuola Centrale del Partito, di cui Liu è direttore. Definite il riflesso dell'epistemologia e della pratica marxista, "critica" e "autocritica" sono i principi fondamentali che regolano la vita politica all'interno dei partiti marxisti, afferma Liu. Su di loro bisogna puntellare la spinta verso la democrazia (intrapartitica, s'intende!), trovando il coraggio di additare gli errori altrui e sopratutto i propri. Sarà la capacità di "giudicare coscienziosamente" a riavvicinare il Partito alle masse. "Servire il popolo è lo scopo essenziale del Pcc, e un rapporto stretto con le masse è la fonte del suo potere".

"Siamo difronte a due questioni differenti, ovvero l'uso di autocritiche al di fuori del processo penale (ad esempio nell'ambito di un procedimento disciplinare di partito) e autocritiche che invece servono come confessioni in effettive accuse di carattere penale" mi ha spiegato Margaret Lewis della Seton Hall Law School, esperta di legge penale cinese e autrice di varie pubblicazioni a riguardo. "Personalmente mi sono occupata più spesso di queste ultime. Anche se non è scritto nel codice di procedura penale, la Cina ha avuto per lungo tempo una politica informale 'di clemenza per chi confessa, severità invece per chi fa resistenza'. E, alla luce dell'elevato numero di condanne, è comprensibile che i criminali sospettati provino almeno a diminuire le accuse a loro carico e a ottenere una sentenza più mite. Allo stesso tempo la spinta di questi ultimi anni è stata quella di ridurre le confessioni estorte, in gran parte per via di imbarazzanti errori giudiziari. Alcune di queste condanne errate hanno fatto molto discutere, come quella ai danni di Zhao Zuohai."

Gentilmente Margaret mi ha inviato un suo studio sull'argomento: Controlling abuse to mantain control







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