venerdì 20 luglio 2018

In Cina e Asia



Pechino mette gli occhi sull’Africa francese


Dopo aver cambiato il volto di infrastrutture e manifatturiero dell’Africa orientale, gli investimenti si stano gradualmente spostando nelle ex colonie francesi. Secondo i dati compilati dalla China Africa Research Initiative presso la Johns Hopkins University, nei primi cinque anni dell’ultimo decennio i prestiti dalla Cina alla Costa d’Avorio sono aumentati del 1400% toccando quota 2,5 miliardi di dollari. Il Senegal segue un percorso analogo con un incremento del 1,268% per un totale di 1,4 miliardi. Memore di quanto avvenuto altrove, tuttavia, questa parte del continente vincola l’ingresso dei capitali cinesi ad alcune misure autodifensive: la lingua sul posto di lavoro è il francese, i materiali utilizzati sono locali, mentre la manodopera cinese coinvolta nei progetti infrastrutturali non può superare il 20% del totale. Il Senegal, insieme a Rwanda e Sud Africa, sarà tappa intermedia dell’imminente missione di Xi Jinping, nel continente per presenziare al vertice dei Brics.

Guerra commerciale: colpite anche le terre rare


L’ultima tornata di tariffe del 10 luglio colpisce una vasta gamma di prodotti. Accanto al pesce e alla carta igienica compaiono anche lo ittrio e lo scandio, due dei 17 elementi noti con il nome ingannevole di “terre rare”. Si tratta di minerali utilizzati in settori sensibili legati all’hi-tech e alla difesa di cui la Cina detiene un semi monopolio data la difficoltà dei processi estrattivi, contando per il 90% delle forniture mondiali. Con il 30% del’import, gli Stati Uniti costituiscono il primo acquirente di terre rare cinesi. Già utilizzate in passato come arma di ritorsione nei contenziosi con i paesi rivali, i preziosi elementi potrebbero subire un rincaro necessario a bilanciare le perdite collegate alle tariffe, mentre esperti del Global Times propongono lo sviluppo di applicazioni sul mercato interno per affrancarsi dall’export.

Il P2P è in crisi


Tra una frode e l’altra, ha raggiunto un valore di 195 miliardi di dollari in meno di un lustro. Ma oggi il nebuloso mondo del P2P (il sistema di pagamenti person-to-person) comincia a mostrare le prime profonde crepe.Nelle prime due settimane di luglio, almeno 57 operatori hanno annunciato la loro chiusura, default o l’inizio di indagini da parte delle autorità. Numeri che seguono gli 80 casi analoghi di giugno, mese record da due anni a questa parte. Ad alto rischio e poco regolamentata, quella cinese è attualmente la più grande industria P2P del mondo, una frazione del sistema del credito ombra da 10 trilioni di dollari che Pechino sta tentando di imbrigliare.

Nuove critiche contro la National Supervisory Commission

Fin da quando è nata la National Supervisory Commission — il nuovo superministero anti-corruzione con più ampi poteri rispetto ai tradizionali organi di supervisione disciplinare — è stata bersagliata dalle critiche degli esperti per l’ampia discrezionalità dei suoi poteri, che le permettono di trattenere un sospettato per sei mesi senza il coinvolgimento di un avvocato difensore. Un recente caso, che ha coinvolto il commentatore politico Chen Jieren e la sua famiglia, dimostra come le indagini della NSC rischiano di essere utilizzate anche dalla polizia per negare l’accesso ai consulenti legali anche in casi non collegati al reato di corruzione.

Nessun commento:

Posta un commento

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...