domenica 17 giugno 2012

Tutti (i media) pazzi per Liu Yang


16 giugno 2012, Jiuquan Satellite Launch Center, Mongolia Interna, Cina. Alle 18.37 ora locale è cominciato il viaggio dello shuttle Shenzhou-9, quarta missioni con equipaggio del Dragone che dovrebbe permettere il primo attracco manuale alla piattaforma spaziale Tiangong-1, entro il 2020 sostituita da una stazione permanente. Nell'equipaggio composto da tre "taikonauti" (da "tai kong" spazio in cinese) anche Liu Yang, prima donna cinese ad andare nello spazio e, da alcuni giorni a questa parte, anche indiscussa "prima donna" sulla stampa nazionale.

Maggiore dell'aeronautica militare cinese, pilota modello e dal 2001 membro del Partito, la 33enne di Linzhou, provincia dello Henan, è una figlia unica dal polso fermo: in quattro anni di addestramento ha rifiutato le visite dei genitori perché -ha dichiarato- "le aquile giovani non possono imparare a volare sotto le ali della loro famiglia". E, allora, chi meglio di lei, imbevuta di patriottismo, per amplificare l'eco dei valori del PCC e allontanare almeno per un po' i riflettori da scandali politici e dagli ultimi intoppi della scricchiolante macchina economica cinese?

I media hanno fatto la loro parte, destinando al lancio di Shenzhou-9 una copertura pari a quella riservata alle Olimpiadi di Pechino 2008 e al primo volo in orbita con equipaggio umano avvenuto nel 2003; missione, quest'ultima, grazie alla quale il gigante asiatico è diventato la terza potenza spaziale dopo Russia e Stati Uniti.
Decine, se non centinaia, di quotidiani nazionali e locali della Cina continentale -tra i quali il China Youth Daily e lo Shanxi Daily- hanno riproposto sulle loro pagine il lancio dello shuttle, mentre il Southern Metropolis News, il Guizhou Business News e il City Evening News hanno corredato i loro articoli di sgargianti immagini immortalanti i tre astronauti.

E se a novembre scorso il viaggio di Shenzhou-8 aveva conquistato l'attenzione di circa 300 giornali del Regno di Mezzo, il lancio di ieri l'ha fatta da protagonista su più di 450 testate, come riportato questa mattina dal South China Morning Post.
La televisione di stato CCTV, così come molte emittenti locali, ha accompagnato le ore subito precedenti alla partenza con programmi speciali sull'argomento, mentre centinaia di canali della mainland hanno trasmesso il decollo in diretta.

Impazzita anche la rete internet: quasi 34 milioni di post hanno invaso la piattaforma di Sina Weibo, il Twitter cinese, in concomitanza con il lancio della navicella cinese.
"Ad aver attirato tanta attenzione sull'ultimo viaggio spaziale è stata proprio la presenza di un'astronauta donna. Nei giorni scorsi è diventato un tema caldo di portata nazionale e pertanto coperto ampiamente sia dalla stampa che dai media elettronici" ha affermato Zhang Jiang, professore di comunicazioni presso la Beijing Foreign Studies University.
Dei 34 milioni di messaggi pubblicati su Weibo riguardo al lancio dello shuttle, circa 2,2 milioni contenevano il nome di Liu Yang, mentre alcune ricerche hanno evidenziato per i suoi compagni Liu Wang e Jing Haipeng meno di 100mila visite.

L'entusiasmo per la nuova missione spaziale è stato veicolato da Pechino al fine di distrarre i cittadini dalla difficile situazione in cui verte il Paese. "Quest'anno per la Cina sono ben poche le buone notizie" -ha proseguito l'accademico- "davanti al rallentamento della crescita economica nazionale le autorità stanno tentando di manovrare questa missione innovativa per fomentare l'opinione pubblica." Ma quanto potrà durare l'effetto inebriante della "Lunga Marcia verso le stelle"? Secondo Zhang, "probabilmente non troppo a lungo."

E così è stato. Mentre parte dell'infosfera si gonfiava di orgoglio patriottico per la nuova avventura spaziale, un'altra metà ricordava la recente storia di Feng Jianmei, costretta lo scorso 2 giugno ad abortire -sebbene al settimo mese di gravidanza- perché non in grado di pagare la multa di 40mila yuan imposta a chi vuole avere un secondo figlio. Una settimana più tardi la foto della donna sul letto d'ospedale con a fianco il feto morto ha fatto il giro della rete, sollevando l'indignazione dei netizen e costando il posto a tre funzionari locali.

Feng e Liu, due donne a confronto, due destini agli antipodi. "Possiamo inviare una taikonauta nello spazio e possiamo anche costringere una donna delle campagne ad abortire al settimo mese di gravidanza," scrive sul Twitter cinese un internauta. "Il netto contrasto tra il destino delle due, la 33enne Liu e la 22enne Feng, è un chiaro esempio dello stato di lacerazione in cui verte il nostro Paese. Gloria e sogni illuminano vergogna e disperazione, tecnologie all'avanguardia coesistono con lo spudorato calpestamento dei cittadini. Missili volano nei cieli mentre la morale sprofonda ai minimi. La nazione si erge verso l'alto mentre il popolo si inginocchia in segno di sottomissione. Questo è il modo in cui i tempi più gloriosi finiscono per collimare con i tempi peggiori."

Solo poco dopo il messaggio sarebbe stato ritwittato dal noto blogger cinese Han Han ai suoi milioni di seguaci, innescando sul web una diatriba di proporzioni virali prima di cadere vittima della cesoia di Pechino.

(Pubblicato su Dazebao)

venerdì 15 giugno 2012

(Un)welcome to Pyongyang. Reportage dalla Corea del Nord Vol°1


Preso atto dell'effetto urticante che potrebbero causare 10 cartelle word sul lettore italiano medio -normalmente insofferente già dopo le prime 500 battute- ho deciso di pubblicare le mie memorie della Corea del Nord a puntate. Il rischio è di capirci poco e niente, ma quelli sono affari vostri.




Da Dandong a Sinuiju. Primi passi nell'ultima cortina di ferro

Dandong, cittadina cinese della provincia del Liaoning, sorge lungo le sponde del fiume Yalu e rappresenta il punto più agevole per chi vuole arrischiare un viaggio nella Corea del Nord.  Collocata in una posizione strategica, permette di attingere alle ricche risorse naturali concentrate nel nord-est della Cina e costituisce una via privilegiata per accedere alle rotte marittime. Lo era anticamente e continua ad esserlo anche oggi. Non eccelle certo in bellezza, ma ha altre doti. Grazie al ruolo che riveste negli scambi commerciali con il Nord Corea, nel 1992 Pechino ha dato l'ok per renderla “Border economic cooperation zone” al fine di promuovere l'import-export con l'altra sponda alla quale è collegata da un robusto ponte di ferro. Il Ponte dell'amicizia sino-coreana, costruito dagli invasori giapponesi alla fine degli anni '30, è affiancato dall'altro storico attraverso il quale i volontari cinesi accorsero in aiuto della Repubblica popolare democratica di Corea (RPDC) durante l'invasione statunitense agli inizi degli anni '50. Di questo non è rimasto che un moncherino, unico sopravvissuto dei bombardamenti americani e assurto oggi a principale attrazione turistica della città. Forse l'unica.
Un incessante via vai di camion ferrati affolla le strade di Dandong confluendo nello spiaziale della dogana, ultimo traguardo per le merci in arrivo dall'altro versante del Yalu e trampolino di lancio per le esportazioni cinesi nella Corea del Nord. Tra un tetris di conteiner e la cappa di smog uomini caricano e scaricano sacchi di varie dimensioni. Carbone importato dal Nord Corea, cemento e cotone sono alcune delle merci che percorrono giornalmente il ponte di ferro, racconta uno dei camionisti di nazionalità cinese. Per quanto riguarda gli alimenti, quelli “vengono regalati da Pechino a Pyongyang e passano per vie governative”.

Gli affari tra le due sponde vengono gestiti principalmente da cinesi han, cinesi di etnia nordcoreana bilingui e nordcoreani doc; questi ultimi riconoscibili per l'immancabile spilletta del Partito dei lavoratori appuntata al petto. La Cina gestisce circa il 40% delle esportazioni del Nord Corea (1,58 dei 4 miliardi di dollari complessivi) mentre il 70% degli scambi bilaterali tra Pechino e Pyongyang avviene proprio attraverso la città di Dandong, le cui importazioni ammontano a 468 milioni di dollari, come riportato dal ministero del Commercio cinese.

La vivacità laboriosa della metropoli cinese stride contro il silente e spoglio versante nordcoreano, che, eccetto per sporadici capannoni, una ruota panoramica pressocchè in disuso e gru rugginose, prosegue monotono sino all'altezza di Shenyang, capoluogo provinciale del Liaoning e meta prediletta dei rifugiati nordcoreani in fuga dalla fame. Di notte una fitta nebbia si solleva dal corso del fiume inghiottendone completamente gli argini, mentre un bagliore sfuocato segnala la presenza di una città: Sinuiju, Regione amministrativa speciale (SAR) creata nel 2002 come testa di ponte per i primi esperimenti capitalistici, è il primo agglomerato urbano della Repubblica popolare democratica di Corea nel quale ci si imbatte arrivando da Dandong.
Un macchinoso controllo alla dogana attende chiunque in possesso di passaporto straniero: pile di documenti riempiono un tavolino sul quale, riversi, quattro funzionari verificano e annotano nomi e numeri. Metodi antidiluviani per il controllo delle valigie, letteralmente svuotate di ogni contenuto. Un occhio particolarmente attento per i dispositivi digitali: pc, lettori MP3, cellulari sulla carta severamente banditi dal territorio nazionale, in pratica vengono parzialmente tollerati (il blocco dei cellulari, secondo i media internazionali inaspritosi nel 2004, sembrerebbe essere stato decisamente allentato). Ma le insidie maggiori, per Pyongyang, si nascondo nascondersi nella carta stampata. Libri di qualsivoglia genere e lingua vengono requisiti e sfogliati accuratamente dai vocabolari alla narrativa, per non parlare delle guide turistiche, in particolare se edite dall'australiana Lonely Planet.
Il proprio passaporto il visitatore lo rivedrà soltanto alla fine del viaggio, privo di qualsiasi visto o timbro nordcoreano che possano comprovare la propria esperienza entro i confini di quella che viene considerata “l'ultima cortina di ferro”.

"Apartheid in salsa coreana"
Uno dei mezzi più folkloristici -forse non dei più comodi- per raggiungere Pyongyang è il treno. Più di 200 chilometri di ferrovia collegano la città di Sinuiju alla capitale nordcoreana per complessive 6 ore di viaggio. Le misure di sicurezza in prossimità delle stazioni si fanno più serrate così come la presenza di funzionari in divisa. Gli stranieri vengono accopagnati in pulman fin sopra alla banchina, scortati dagli accompagnatori coreani dentro alla stazione attraverso un'entrata secondaria e qui rinchiusi con tanto di lucchetto alle porte senza possibilità di uscita. Divieto categorico per le foto. Come allo zoo una lastra di vetro divide la popolazione locale sul marciapiede in attesa del treno da chi dentro, privato della libertà di prendere una boccata d'aria, non può che rubare con lo sguardo scene di vita quotidiana.
Qualsiasi interazione con i cittadini nordcoreani è fuori discussione. In fondo al treno un'apposita carrozza è stata destinata ai turisti: ventilatori sospesi sul soffitto, l'odore intenso degli interni in legno e due icone dei defunti leader Kim Il-Sung e Kim Jong-Il accolgono i passaggeri d'oltre confine in una dimensione anacronistica che sa di stantio.

Secondo un rigido sistema di “apartheid” scene analoghe si ripetono sulla metro di Pyongyang, in cui l'ultimo vagone è off-limit per la popolazione locale. Operativa dall'inizio degli anni '70, la metropolitana della capitale nordcoreana è la più profonda al mondo (oltre 110 metri sotto terra) ed è stata pensata come rifugio in caso di eventuali bombardamenti aerei. La rete è completamente interrata e consta di due linee che si estendono per una dozzina di chilometri ciscuna. I treni fatiscenti sono un lascito della Repubblica democratica tedesca, mentre il modello di riferimento è la sotterranea di Mosca della quale rievoca design, murales e statue ispirate al realismo socialista. Secondo alcune origliature, il governo si sarebbe assicurato l'utilizzo di alcune linee segrete non accessibili ai comuni passeggeri, tanto che un inviato della BBC, giunto a Pyongyang nel 2000 al seguito del Segretario di Stato americano Madeleine Albright, sollevò diversi dubbi sulla sua funzionalità, avanzando l'ipotesi di una messa in scena per turisti volta a smarcarsi dalle frecciate della comunità internazionale che vorrebbe la Corea del Nord affetta da un serio deficit energetico.
L'impressione a caldo non è quella di una recita di massa, che d'altra parte risulterebbe di difficile attuazione dato il massiccio afflusso di passeggeri in transito. Vero è che gli straniero è concesso viaggiare soltanto tra  tra le stazioni Puhŭng e Yŏngwang sotto la supervisione di una guida locale. Ma nulla di strano: essere controllati a vista in Nord Corea è la prassi tanto sotto terra che in superficie.


Il divieto sulle foto, categorico lungo la ferrovia Sinuiju-Pyongyang (scatti rubati durante le 6 interminabili ore di treno mi sono state fatte cancellare con commento stizzito della guida riguardo ai turisti che non rispettano le regole del Paese), è stato progressivamente allentato nel corso del tour.
Non vale lo stesso per la libertà di movimento. Il Yanggakdo International Hotel di Pyongyang è la prigione dorata nella quale vengono di fatto relegati visitatori, uomini d'affari e giornalisti sotto false spoglie di turisti contro i quali la nostra ha lanciato più volte saette acuminate.
Dotato di casinò, quattro ristoranti -di cui uno al 47esimo piano con vista a 360° sulla città- deve ostentare una vasta gamma di comodità per dissuadere i suoi ospiti dall'avventurarsi oltre le colonne d'Ercole; come se la collocazione strategica dell'albergo posto al centro di un'isola galleggiante sul fiume Taedong e un check-point a 100 metri dal portone d'ingresso non fossero sufficienti a placare gli spiriti più avventurieri. Un'Alcatraz a cinque stelle dalla quale non è possibile scappare se non forse a nuoto, con il pericolo di finire nel cucchiaio delle navi scavatrici che giorno e notte sollevano e spostano la sabbia dal fondale agli argini del fiume.

Spese (da) folli
E' bene munirsi di scorte per il lungo viaggio: una legge nazionale vieta agli stranieri di maneggiare il won, la moneta locale. Ergo semaforo rosso per gli acquisti al di fuori dei rarissimi negozi autorizzati alla vendita agli stranieri nei quali è possibile utilizzare esclusivamente euro, yuan cinesi e raramente dollari. Ma non è una gran perdita. A parte ginseng declinato in tutte le sue manifestazioni, pesce secco e l'agiografia completa della famiglia Kim, quanto a souvenir la Corea del Nord non può vantare molto altro. I più coraggiosi, però, potranno appagare il proprio desiderio per l'esotico con una bottiglia di liquore di serpente con la quale magari accompagnare un piatto di carne di cane, usanza gastronomica della penisola coreana continuamente bersagliata dalle critiche degli animalisti.

La fame che non si vede
L'interminabile strada ferrata che collega Sinuiju a Pyongyang si snoda tra un mosaico di campi coltivati e risaie a perdita d'occhio. Fiumi e canali nutrono ed irrigano le terre lungo la costa occidentale. Un quadretto bucolico decisamente inaspettato per un Paese soggetto a calamità naturali e carestie, tutto'ggi ai vertici della classifica mondiale per malnutrizione della popolazione. Buoi e ovini al pascolo, contadini lavorano i campi servendosi per lo più di aratri a mano; più uniche che rare le macchine agricole molte delle quali acquistate dal Dragone, come ci ha spiegato un uomo alla dogana di Dandong.
I villaggi, raccolti entro basse cinta di mura, si distinguono per ordine sfoggiando una dignità che spesso manca alle zone rurali della Cina. Donne, uomini, bambini strappano erbacce, riposano sul prato, giocano a carte, agitano la mano al passaggio del treno sbuffante.
Dov'è la fame lamentata dai migliai di profughi nordcoreani in fuga (secondo alcune stime, 30 al giorno quelli che scappano in Cina)?

Le carestie degli anni '90 causarono un numero imprecisato di vittime che va dai 200 milioni ai 3 miliardi di persone. In un report dello scorso febbraio World Food Programme (WFP) ha evidenziato che 3,5 milioni di nordcoreani hanno immediato bisogno di aiuti alimentari. Secondo recenti stime delle Nazioni Unite un terzo dei bambini sotto i cinque anni d'età soffre di malnutrizione, mentre funzionari della sanità hanno evidenziato un aumento tra il 50% e il 100% dei ricoveri nei reparti pediatrici rispetto allo scorso anno.
Ma per qualcuno i numeri non sono una prova sufficiente e c'è il sospetto che Pyongyang stia calcando la mano allo scopo di spremere fino in fondo i benefattori internazionali e strappare qualche sussidio in più. “In passato i politici nordcoreani erano soliti mentire sulle condizioni economiche del Paese, alimentando voci di carestie” -aveva dichiarato alcuni mesi fa in un'intervista a Tempi.it Andrei Lankov, docente di storia dell'Asia presso l'università sudcoreana di Kookmin- “al mercato nero i prezzi del cibo sono stabili e anche i viaggiatori indipendenti che hanno visitato le parti più remote del paese confermano che le persone stanno meglio del solito. Ovviamente, la maggioranza del popolo resta malnutrita, come da decine e decine di anni a questa parte. Soffrono la fame, ma non al punto da morire per questo.”

Gli stessi nordcoreani ammettono a denti stretti che l'arretratezza delle tecniche di coltivazione e raccolto sono alla base di gran parte dei problemi del Paese. Eppure uno studio del giornale sudcoreano Hankyoreh, pubblicato nel 2007, ha evidenziato negli ultimi anni una crescita stabile della qualità della vita e degli stipendi. Cina e Corea del Sud, che restano i due maggiori contribuenti di aiuti alimentari di Pyongyang, nel 2005 hanno spedito a nord del 38° parallelo 1 milione di tonnellate di alimenti. Pechino, dal canto suo, fornisce tra l'80% e il 90% delle importazioni nordcoreane di petrolio “a prezzi amichevoli”. La politica isolazionista messa in atto da Pyongyang e l'embargo delle nazioni occidentali hanno bloccato il potenziale di crescita del Paese che con giusti incentivi e provvedimenti potrebbe raggiungere il 6-7% annuo, mentre il rubinetto degli aiuti internazionali viene dosato sulla base delle promesse del governo nordcoreano di abbandonare il programma nucleare e sottoscrivere il Trattato di non proliferazione (TNP).

La carenza di cibo è stata considerata uno dei problemi più pressanti durante “l'Ardua Marcia”, periodo che va dal 1995 e il 2000 durante il quale la scomparsa dei principali partner commerciali (Unione Sovietica e Repubblica democratica tedesca in primis) indussero l'allora leader Kim Jong-Il a spronare lo “stato eremita” a rialzarsi in piedi con le sue sole forze, come professato dalla dottrina del Juche. Raggiungere l'autosufficienza nell'agricoltura e nell' industria nazionale, questo il principio cardinale attraverso il quale risollevare le sorti del Paese, prestando attenzione a non cadere nella trappola dell'autarchia e del protezionismo.

Nel 1997 il “Caro leader” (titolo assegnato a Kim Jong-Il) spinse l'Armata Popolare Coreana (KPA) a concentrare i propri sforzi sull'agricoltura. Quell'anno ottenere un buon raccolto non sarebbe stato soltanto un successo economico in grado di alleviare le pene del popolo, ma avrebbe costituito anche una rivincita sugli Stati antisocialisti gravitanti attorno al capitalismo di stampo americano. Il Partito, unitamente al popolo e all'esercito, si doveva dedicare alla coltivazione dei campi assieme alle comunità rurali per raggiungere l'obiettivo dell'autosussitenza al fine di aggirare l'inevitabile rovina che sarebbe scaturita dall'introduzione di capitali stranieri, primo passo verso un tacito assenso all'imperialismo occidentale.
Ma nella ragnatela del paradosso Pyongyang sembra, alla fine, esserci rimasto impigliato, come rivela la spinosa questione degli aiuti alimentari a stelle e strisce barattati a febbraio in cambio di una moratoria sui test missilistici a lungo raggio e sulle attività di arricchimento dell'uranio. Il pacchetto da 250 mila tonnellate e’ stato congelato dopo lo sfoggio di muscoli del governo nordcoreano culminato nel fallimentare lancio del satellite/missile colato a picco nel Mar Giallo poco dopo il decollo lo scorso aprile. Nel 2011 anche l'Unione europea ha allungato la mano alle autorita’ di Pyongyang, inviando circa 10 milioni di euro di sussidi alimentari.

Nulla di questo sembra lontanamente immaginabile osservando la popolazione locale tanto nelle aree rurali quanto nella capitale. Nemmeno l’ombra dei corpi emaciati e degli storpi che affollano il subcontinente indiano o delle raccapriccianti condizioni igeniche di alcuni Paesi del sud-est asiatico.
Qualche dubbio, pero’, sorge constatando la totale mancanza di mercati all’aperto, tipici dell’Estremo Oriente, e il numero esiguo di negozi, per lo piu’ concentrati a Pyongyang e pieni di nulla (chi scrive non ha avvistato nessuno ne’ a Sinuiju ne’ a Kaeson). Per le strade di cibo non ve n’e’ nemmeno l’ombra, solo qualche ghiacciolo stretto come trofeo nelle mani di pochi bambini. Siamo mille miglia lontani dall’opulenza ostentata dalle città della Cina sotto il vessillo del "socialismo con caratteristiche cinesi", ma non manca nemmeno chi puo’ sfoggiare una leggera pancetta.


Gli Arirang show e “l'età dell'innocenza”
"Kim Il-Sung" e "Kim Jong-Il" sono le uniche parole che riuscii a distinguere. Sul palco del Mangyongdae Schoolchildren's Palace di Pyongyang, una bambina alta poco più di un metro, impugnando un microfono recitava con enfasi il discorso di apertura del “children's show”. Il Mangyondae è il più grande dei numerosi palazzi dei bambini di cui è costellata la Corea del Nord; strutture pubbliche dedicate a corsi extra-scolatici (tra le principali attività lezioni di musica, lingue straniere e danza) ed esibizioni di massa. Un'attrazione per i turisti che, in netta maggioranza sui locali, occupano buoni tre quarti della platea. Fu da subito chiaro che quella che ci attendeva non era la solita recita alla quale siamo abituati dalle nostre parti. Una cosa più di ogni altra mi gelò il sangue. La retorica sciorinata da quel bambinetta ricordava in tutto e per tutto il discorso concitato con il quale la presentatrice della tv di Stato, in un bagno di lacrime, annunciò al mondo la scomparsa del “Caro leader” lo scorso 19 dicembre.

Si apre il sipario e parte la musica. Accompagnato da motivetti patriottici -alcuni dei tanti che vengono trasmessi nelle principali piazze della città 24 ore su 24- uno stuolo di bambini tra i sei e i quattordici anni si esibisce in canti scanditi a passo di marcia, balli acrobatici e vere e proprie simulazioni di guerra. Un carro armato di cartone sullo sfondo; i piccoli attori imbracciano fucili di plastica e sparano contro una bandiera sudcoreana, giocando inconsapevoli con una delle ferite più dolorose della storia nazionale: la guerra di Corea.
La commozione sincera di quei bambini - "i re della nazione", come ci ha ripetuto più volte la nostra guida- dovrebbe far riflettere tutti coloro che associano la famiglia dei Kim unicamente al “pallino per il nucleare” e ad un grottesco culto della personalità. Una sottile campagna ideologica forgia fin dall'infanzia cuori patriottici fedeli ai loro leader. La sola costrizione imposta da un regime dittatoriale riuscirebbe a tenere unito un popolo da anni ridotto alla fame?

“Ditelo ai vostri amici che quello che raccontano i media internazionali sul nostro Paese non è vero” -ci ha ripetutamente ammonito durante il soggiorno Lee, la nostra guida nordcoreana- “così come la storia dei diritti umani. Ogni paese ha dei propri standard, non è possibile darne una definizione universale”.

Ma gli Arirang show (questo il nome degli spettacoli infarciti della propaganda nazionale e avviati nel 2000 per celebrare il 90esimo della nascita Kim Il-Sung, "Presidente Eterno" e fondatore della Repubblica democratica popolare di Corea) negli ultimi anni sono finiti al centro di accese critiche. Gli stessi abitanti della capitale hanno mostrato un certo disgusto per quella che viene considerata un'esibizione confezionata a misura di turista, volta a mettere in vetrina i valori socialisti del regime nordcoreano attraverso l'inutile mobilitazione di centinaia di migliaia di cittadini. Nel maggio dell'anno scorso la notizia di un prolungamento delle performance sino al 2015 ha lasciato molti a bocca aperta, increduli di come si possa continuare a tenere in piedi degli spettacoli che in realtà non guarda nessuno.
Ma c'è dell'altro. Secondo quanto riportato da Radio Free Asia, dietro le quinte delle esibizioni si anniderebbero focolai di corruzione. I figli degli alti funzionari del Partito sarebbero esonerati dalle estenuati prove per gli show, mentre gli altri bambini vengono sottoposti a faticose esercitazioni nella calura estiva. Il Partito ha ascoltato. “Gli Arirang Mass Games del 2012 saranno gli ultimi” ha rivelato l'11 giugno l'agenzia di stampa sudcoreana Yonhap.

Inchiodati alla poltrona per un'ora buona, i turisti si lasciano sfuggire qualche risatina e commento sarcastico. Poi si accendono le luci e cala il sipario, mentre l'età dell'innocenza se ne va tra uno scroscio di applausi.


((Un)welcome to Pyongyang. Reportage dalla Corea del Nord Vol.2)


domenica 10 giugno 2012

venerdì 1 giugno 2012

Corruzione e scandali ai vertici del Pcc. Ecco come interviene la legge



Come se il caso Bo Xilai non fosse bastato, a riaccendere i riflettori su sistema legislativo cinese ci ha pensato Liu Zhijun, l’ex ministro delle Ferrovie espulso dal Partito il 28 maggio. Indagato per corruzione 15 mesi fa e finito in una spirale scandalistica dopo l'incidente di Wenzhou, si sarebbe macchiato di “gravi violazioni disciplinari e abuso di potere”, come sentenziato dalla Commissione Centrale per l'Ispezione della Disciplina (CDI).

La decisione dell’organo di controllo del Pcc, ratificata dal Comitato Centrale, e’ stata inoltrata alle autorita’ giudiziarie. Una prassi ormai consolidata in Cina, dove le ipotesi di reato vengono sottoposte al vaglio di due sistemi paralleli. Quando, infatti, il sospettato e’ un funzionario, la questione viene risolta in prima battuta tra le mura di Zhongnanhai –il Cremlino cinese- per poi solo in seguito varcare le aule delle Corti di giustizia.

Ma cio’ che e’ scritto sulla carta raramente viene messo in pratica, e se in teoria i membri del Pcc, dopo il verdetto della CDI, dovrebbero essere consegnati alle autorita’ di polizia e ai tribunali per per venire sottoposti ad un’accusa penale, cio’, di fatto, succede solo di rado, mentre il piu’ delle volte la situazione si estingue all’interno dei palazzi del potere.

Nel suo recente libro “Sovereign Power and Law in China”, Flora Sapio, giurista della Chinese University of Hong Kong, spiega come le regole del Pcc in materia di disciplina “replichino” il diritto penale dello Stato e le altre normative sulla violazione della sicurezza pubblica. Ma con toni meno severi. I reati vengono derubricati a “errori” o “infrazioni minori” che, di conseguenza, non comportano una responsabilità penale. Quando un caso viene girato alla procura o alle forze dell'ordine, il tribunale riceve un “parere formale scritto” che pone le basi per un'azione penale; quasi sempre la sentenza finale stabilisce una sanzione minore o una condanna senza limitazioni della liberta’. Di fatto “gli organi di Partito possono virtualmente eliminare ogni tentativo di giudizio indipendente,” scrive la Sapio.

Per conservare l'integrità del monolite cinese, ai piani alti si preferisce consegnare ai tribunali solo una piccola percentuale dei quadri sottoposti a pene interne. Lo confermano i numeri. Nel 2009 degli oltre 1.300.000 rapporti riguardanti casi di corruzione di funzionari, inoltrati alla Commissione per la Disciplina, solo 140 mila sono stati realmente sottoposti ad indagine, di cui oltre 100 mila risolti con sanzioni interne. Mancano, invece, i dati sulle questioni presentate alle procure, anche se le statistiche per gli anni precedenti evidenziano cifre irrisorie a confronto.

Ma Li Zhijun non è che l'ultimo di una serie di alti membri del Partito, il cui procedimento penale giunge solo a seguito del verdetto rilasciato dagli organi interni. Storie come quella dell'ex ministro delle Ferrovie riempiono di scheletri gli armadi di Zhongnanhai. Nel 2005 il ministro della terra e delle Risorse, Tian Fengshan -deposto dal suo incarico ed espulso dal Pcc un anno prima- è stato condannato all'ergastolo con l'accusa di aver accettato tangenti per il valore di oltre 4 milioni di yuan (più di 500 mila euro) al tempo in cui era governatore della provincia dell'Heilongjiang. Tre anni dopo, nel 2008, è stata la volta di Cheng Liangyu, capo del partito di Shanghai nonché membro del Polituro, rimosso dalla sua posizione e in seguito condannato dalla Corte a 18 anni di reclusione per complicità nel sifonamento di centinaia di milioni di dollari dal fondo pensione della città e per essersi intascato ingenti somme attraverso loschi affari finanziari.

Negli ultimi mesi il caso Bo Xilai ha nuovamente direzionato il microscopio internazionale sul sistema giuridico cinese. Finito nell'occhio del ciclone a causa di uno scandalo multiplo (reati finanziari, spionaggio ai vertici del Partito e un morto in circostanza sospette addensano nubi funeste sulla famiglia Bo), il 10 aprile scorso l'ex leader di Chongqing è stato rimosso dal Comitato Centrale e dal Politburo. Un'indagine per “gravi violazioni della disciplina” è ancora in corso, mentre sono in molti a chiedersi se anche Bo verrà accusato formalmente e processato.

“I coniugi Bo verranno sottoposti ad un processo, ritenuti colpevoli e puniti severamente” aveva affermato tempo fa la giurista della Chinese University of Hong Kong. Qualora il verdetto riserverà per i due la pena capitale, il caso – hanno dichiarato i media statali- testimonierà il fatto che nessuno è al di sopra della giustizia. “La legge e il Partito non tollerano alcuna violazione” scriveva tempo fa l'agenzia di stampa Xinhua.

Jerome Cohen, co-direttore del Us-Asia Law Institute presso l'Università di New York, ritiene che il caso dell'alto funzionario di Chongqing caduto in disgrazia dimostri come “anche le figure politiche più potenti, solitamente al riparo dalle conseguenze della loro cattiva condotta, possano essere perseguiti dalla legge se il loro comportamento è uscito allo scoperto e se i leader più in alto hanno interesse a porre fine alla loro carriera.”

In Cina il Partito trionfa sullo Stato. Il sistema extra-giudiziale -sulla base del quale un sospettato puo’ essere tenuto in isolamento fino a 6 mesi senza poter ricorrere al sostegno di un legale- ha la precedenza assoluta su qualsiasi indagine delle autorità giudiziarie. “Denaro, potere, guanxi (conoscenze personali), non ti possono salvare perchè c'è qualcosa al di sopra di te”- ha affermato la Sapio- “se vai a toccare questo potere, non conta quali siano il tuo status e i tuoi natali, o quanti soldi tu abbia. Sei esattamente come un dissidente politico o il piu’ insignificante tra i comuni criminali. In questo senso tutti sono veramente uguali: ma non davanti alla legge, davanti ad un potere”

La creazione di un sistema legislativo socialista con “caratteristiche cinesi” e’ stata definita da Wu Banguo, presidente del Comitato permanente dell’Assemblea Nazionale del Popolo, la “pietra miliare” dello sviluppo di un corpus giuridico nazionale. Eppure, nonostante la proclamazione dello Stato di diritto, come stabilito dalla Costituzione, le istituzioni giuridiche continuano a rimanere soggette al controllo del Partito. Un concetto reiterato da Zhongnanhai lo scorso marzo, al fine di stemperare le crescenti tensioni causte dalla caduta di Bo Xilai, attraverso l’introduzione di un giuramento forzato al quale ogni avvocato dovrà sottoporsi: “lealta’ al Partito e sostegno del socialismo con caratteristiche cinesi” e’ quanto richiesto da Pechino a chiunque voglia praticare la professione forense nella Repubblica Popolare cinese.

martedì 29 maggio 2012

Nuove restrizioni per il Twitter cinese



(Pubblicato su Dazebao)

Una “censura a punti”, ecco come Sina Weibo, leader cinese nei servizi di microblogging, tenta di mettere a tacere la giungla di rumors e commenti ritenuti offensivi, che affolla il web d’oltre Muraglia.

La nuova strategia del Twitter “in salsa di soia” funziona cosi’: ognuno dei 300 milioni di blogger registrati sulla piattaforma online verra’ provvisto di un “contratto utente” in grado di fornire un credito iniziale di 80 punti. Ad ogni post ritenuto sgradito fara’ seguito la detrazione di un tot di punti, in una proporzione non ancora resa nota nei dettagli (aggiornamenti). Quando il punteggio sarà pari a zero l'account dell' indisciplinto utente verrà cancellato, previo avvertimento raggiunta quota 60. Ma i più diligenti verranno premiati. Se ci si comporta bene per due mesi consecutivi si potrà tornare a 80. E' inoltre possibile accumulare crediti fino a 100 punti collegando l'account al proprio numero di cellulare, 90 inserendo i dati della propria carta di credito.

L'obiettivo è quello di venire incontro ai termini governativi per la censura, particolarmente severa negli ultimi mesi marcati da una serie di scandali politici di risonanza globale. Il nuovo sistema è stato così affiancato da un codice comportamentale in base al quale i netizen dovranno tenersi alla larga da una serie di tematiche particolarmente calde. Finiranno sotto la cesoia di Pechino le critiche alla Costituzione, commenti che mettono a repentaglio l'unità nazionale, rumors e tutto ciò che rientra nella fumosa categoria dei segreti di Stato.

Misure cautelari per azzittire pettegolezzi e voci di corridoio in un periodo particolarmente a rischio. Mentre si accorcia l'attesa per il diciottesimo Congresso del Partito -l'appuntamento più importante nell'agenda del Dragone durante il quale avverrà il ricambio ai vertici della macchina politica cinese- Pechino stringe la morsa su internet.
Negli ultimi mesi le autorità hanno introdotto una serie di regolamenti con lo scopo di tenere a bada il popolo di Weibo, appliccando controlli più massicci. Ed è così che dallo scorso dicembre gli utenti del servizio di microblogging sono stati costretti ad effettuare la registrazione con il loro vero nome, secondo quanto ordinato dalla municipalità di Pechino.

Dal 1998 un accurato sistema di cyber-censura, soprannominato la “Grande Muraglia di fuoco”, provvede a filtrare le parole, bloccando quelle sgradite al governo cinese. Nulla di insormontabile. Il bavaglio imposto dalle autorità è facilmente aggirabile attraverso l'uso di vpn e proxy, mentre il popolo del web ha saputo dare sfogo a tutta la propria creatività coniando parole in codice per smarcarsi dai divieti. Una pratica alla quale il nuovo sistema ideato da Sina vuole mettere fine. Anche l'utilizzo di giochi di assonanze e omofonie (frequentemente un carattere tabù può essere sostituito da un altro avente significato differente ma stessa pronuncia) verranno puniti con una riduzione dei punti.

Tra gli ultimi “incliccabili” l'ex segretario di Chongqing Bo Xilai, rimosso da tutti i suoi incarichi per il coinvolgimento in uno scandalo dalle molte sfaccettature, e Chen Guangcheng, il dissidente sfuggito dagli arresti domiciliari e riparatosi presso l'ambasciata americana a Pechino lo scorso aprile. Commenti e illazioni riguardanti i “due Voldemort” di cui il Partito non vuol sentir parlare  finiscono inevitabilmente nelle maglie della censura.

Il giro di vite sul web rispecchia il nervosismo crescente che serpeggia tra i palazzi del potere, mentre l'avanzata di internet e dei social network sino ad oggi ha offerto ai cittadini una rara opportunità per poter dare voce ai propri pensieri. Più che motivata la costernazione con la quale è stata accolta l'ultima trovata dell'operatore cinese.

“Le nuove norme danno a Sina il potere di bannare qualsiasi notizia ritenuta sensibile” ha commentato un anonimo utente. “La definizione di cosa sia effettivamente 'sensibile' è sempre stata molto vaga e lo sta divenendo sempre di più. Naturalmente oggi la preoccupazione è maggiore date le voci scatenate dall'ultimo scandalo politico, a pochi mesi dal diciottesimo Congresso.”
“Le nuove regole saranno effettive dal 28 maggio. Pertanto dovrò pubblicare le mie opinoni riguardo alla sovranità statale, all'integrità territoriale e ai vari problemi sociali prima di questa data. In futuro mi limiterò a scrivere di cose personali” è quanto si legge in un altro post.

E così, imbavagliate le “chiacchiere” scomode, la compagnia che ha dato vita a Weibo spera di sfuggire alle ire di Pechino. Il fallimentare tentativo di controllare 324 milioni di utenti attraverso il sistema della registrazione obbligatoria, lo scorso mese, aveva spinto le autorità a bloccare il servizio di Sina per tre giorni. Un fuoco di paglia, secondo David Bandursky, curatore di China Media Project; i rischi per il Twitter cinese rimangono limitati.
Se è vero che i microblog sono lo specchio degli umori del popolo è chiaro quanto a Pechino possa tornar comodo darci ogni tanto un'occhiata.

lunedì 28 maggio 2012

Auto-immolazioni contro Pechino anche a Lhasa



La lunga lista di auto-immolazioni tibetane si arricchisce di due nomi: Tobgye Tseten originario della provincia cinese del Gansu e Dargye, residente nella contea di Aba, regione del Sichuan, domenica scorsa si sono dati fuoco davanti al tempio Jokhang, nota meta di pellegrinaggio della città di Lhasa. Tobgye Dargye, l'unico dei due ad essere sopravvissuto, si trova in ospedale e le sue condizioni sarebbero stabili, secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa cinese Xinhua.

La polizia locale è intervenuta tempestivamente spegnendo le fiamme in pochi minuti.
"Hanno usato un tubo dei pompieri per spegnere il fuoco" ha raccontato a Radio Free Asia un testimone oculare, il quale ha specificato che è stato vietato a chiunque l'accesso all'area. "Chi ha tentato di raggiungere il luogo è stato arrestato e portato via, mentre le autorità hanno proceduto alla confisca dei cellulari di tutti coloro si trovavano nei pressi" ha raccontato l'uomo.
Tseten e Dargye, due monaci di età compresa tra i 19 e i 22 anni -come affermato da una fonte anonima- si sarebbero trovati in piazza Barkhor insieme ad altri confratelli per protestare contro il dominio esercitato dal governo cinese sulla regione autonoma del Tibet.
Persone del posto hanno fatto sapere che al momento la città è sotto la stretta sorveglianza della polizia e di forze paramilitari, di vedetta nelle zone turistiche e nei dintorni del palazzo del Potala.

La politica draconiana imposta da Pechino sulla regione ha ispirato molti altri gesti estremi: 37 il totale accertato delle auto-combustioni dal marzo del 2009, 17 i decessi. Quello di domenica è stato il secondo episodio del genere nella "terra dei lama", il primo nella città di Lhasa, mentre la maggior parte delle proteste è avvenuta tra Gansu, Qinghai e Sichuan, provincie cinesi ad alta concentrazione di tibetani. Lo scorso mese un incidente simile è avvenuto a Nuova Delhi dove un uomo si è dato alle fiamme per manifestare contro la visita del presidente Hu Jintao, giunto nella capitale indiana per prendere parte al summit dei BRICS.

Le rimostranze di Tseten e Dargye si sono verificate in concomitanza con la celebrazione del Saka Dawa, mese in cui si tengono i festeggiamenti per la nascita, l'illuminazione e la morte del Buddha. Un periodo di buon auspicio per i tibetani, ma particolarmente a rischio tanto da aver indotto le autorità cinesi ad emettere severe direttive per vietare agli impiegati statali e agli studenti di prendere parte alle attività religiose per l'intero mese.

L'ultimo anno ha visto una netta intensificazione delle manifestazioni anti-cinese, fomentate da episodi di discriminazione e violazioni dei diritti da parte dei funzionari di Pechino ai danni dell'etnia tibetana, da anni in protesta per il riconoscimento di maggiori libertà e per il ritorno del Dalai Lama, in esilio a Dharamsala dal '59.
Sua Santità ha accusato il governo cinese di aver affrontato il problema delle auto-immolazioni attraverso politiche "totalitarie" e "irrealistiche", mentre, da parte sua, Pechino ha bollato i martiri tibetani come terroristi, criminali, emarginati e malati di mente, aizzati a commettere folli gesti dalla loro guida spirituale.

Nel tentativo di tenere sotto controllo i "ribelli", le autorità cinesi hanno messo in atto uno stretto giro di vite che ha condotto alla detenzione di centinaia di monaci; scrittori, artisti e molti tra coloro si sono battuti per l'affermazione dell'identità nazionale tibetana sono finiti dietro le sbarre.



(Leggi anche Tibet. Riti funebri per il Nuova Anno10 marzo 1959,
Capodanno di sangue nel Sichuan)


domenica 27 maggio 2012

"La fabbrica del consenso" cinese: quando la propaganda diventa Pr




In poco piu’ di trent’anni la Cina si e’ scrollata di dosso l’epiteto di “Paese del terzo mondo” e, scalzato il Giappone, ha raggiunto il secondo posto in classifica tra le potenze economiche tallonando da vicino gli Stati Uniti primi della classe. “Deus ex machina” indiscusso di questa prodigiosa scalata, il Partito comunista cinese che, a partire dalla fine dell’era maoista, ha dato inizio ad un processo di restayling volto a ridipingere la propria immagine, dismettendo la divisa rivoluzionaria per vestire i panni del “partito di governo”(sistema mono-partitico permettendo). Ha reagito agilmente alle disastrose politiche anni '50-'60 intraprendendo con successo un processo di riadattamento e modernizzazione là dove altri regimi comunisti si sono scontrati contro irreparabili fallimenti e le blasonate democrazie hanno pericolosamente vacillato.

Il segreto del suo successo risiede in una formula vincente nella quale l’ apologetica di regime si miscela con una buona dose di vis persuasoria. Quella che comunemente viene chiamata propaganda  nel Regno di Mezzo si è evoluta nell'arco di quarant'anni da mera esaltazione del Partito a più accurata e sottile manipolazione degli organi d'informazione.

Il Dipartimento Centrale di Propaganda rappresenta da sempre lo zoccolo duro della macchinosa burocrazia cinese. Da principio caratterizzato da forti influssi sovietici e goebbeliani, verso la metà degli anni '80, ha comincia a guardare con maggior interesse al modello americano delle pubbliche relazioni. In particolar modo, il collasso dell'Unione Sovietica (della quale la politica di Pechino è stato per lungo tempo debitrice) e le proteste di piazza Tian'anmen inducono la leadership cinese a rimettere in discussione la propria strategia di perseguimento della longevità. La panacea per i mali del gigante asiatico -negli anni del trionfo del soft power a stelle e strisce- sembra per ovvie ragioni essere custodita sull'altra sponda del Pacifico.

I concetti di “pubblico”e “pubblicità” subscono fortemente l'influenza dei padri della Rivoluzione americana dall'idea di una democrazia basata sul “continuo scambio di idee tra un pubblico istruito e informato”di Jefferson al muck-raking,termine coniato da Roosevelt per indicare il giornalismo d'inchiesta.
Poi dagli anni '20 le pubbliche relazioni diventano uno strumento utilizzato dal governo statunitense per respingere gli attacchi della stampa sfoggiando un'immagine di sé imbellettata a dovere; la così detta “fabbrica del consenso”che tanto piace a Pechino. Ma la moderna propaganda del regime cinese è per lo più debitrice verso  Walter Lippmann e la sua teoria del modellare l'opinone pubblica attraverso i mass media.

Al tempo di Mao, l'ideologia marxista-leninista marchiava le tecniche di propaganda esplicandosi in un “controllo del pensiero” realizzato attraverso campagne di emulazione d'ispirazione anti-borghese, autocritiche, denunce e mobilitazioni di massa.
I tragici eventi del 1989 hanno indotto i piani alti della politica cinese a sostituire l'obsoleto e scomodo termine “propaganda”con una serie di surrogati più alla moda;“pubblicità” e “pubbliche relazioni”negli anni '90 cominciarono ad essere preferebili.

Il tentativo di makeup del Dragone coinvolge anche la politica estera. Una ricerca dal titolo “National Image Building and Chinese Foreign Policy”, pubblicata nel 2003 da Hongying Wang, professore di scienze politiche presso l'Università di Waterloo, mostra come il gigante asiatico abbia rimpiazziato l'immagine di “leader rivoluzionario” di cui si fregiava ai tempi del Grande Timoniere, con quella di “cooperatore internazionale e grande potenza”plasmata da Deng Xioping, padre delle riforme e della politica di apertura anni '80.


Il XXI secolo, nel bene e nel male, viene ritenuto unanimamente il secolo del Dragone e, mentre la lente d'ingrandimento globale scruta minuziosamente tutto ciò che accade al di là della Grande Muraglia, i falchi del Partito hanno imparato a sorridere alle telecamere: l'ex segretario generale Jiang Zemin, Zhu Rongji premier dal 1998 al 2003, e gli attuali presidente e primo ministro Hu Jintao e Wen Jiabao sono stati tutti indottrinati su come trattare con i media. Per non parlare di Bo Xilai, l'ex-capo del partito di Chongqing, rimosso di recente da tutti i suoi incarichi e al centro di uno scandalo che sta facendo tremare il Partito. Fotogenico e sempre impeccabile, Bo ha messo in piedi una delle più colossali impalcature propagandistiche dalle “tinte rosso forti”: coinvolgimento dei cittadini attraverso canzoni rivoluzionarie e sms con citazioni del libretto rosso, pulizia dei palinsesti televisivi e il divieto di trasmettere messaggi pubblicitari imposto alla rete satellitare della municipalità. Una linea populista collegata alla “Nuova Sinistra” che non è mai andata giù alla coppia Hu-Wen tanto che qualcuno la ritiene complice del suo tracollo. Solo pochi giorni dopo il siluramento dell'ex capo di Chongqing, gli spot pubblicitari hanno fatto nuovamente la loro comparsa sul piccolo shermo.

Il fallimento della tattica basata sul “controllo del pensiero”- in aggiunta al ricco corollario di pratiche maoiste sopra citate- ha portato la classe dirigente cinese a virare verso una nuova filosofia a “basso costo”che consiste principalmente nel puntare il dito contro “le forze esterne”, scaricando la colpa di parte dei propri insuccessi sulle potenze straniere.
Questa modalità nazionalista ha raggiunto punti apicali in concomitanza con il Grande Balzo in Avanti, la strage di Tian'anmen e l'imbarazzante inconveniente che ha stoppato la corsa della torcia olimpica a Parigi nel 2008. La colpa è oltremare, hanno fatto sapere da Pechino, mentre sempre più spesso il governo cinese agita il fantasma del complottismo “made in Occidente”. Comodo quando le cose si mettono male, come nel “caso Chen Guangcheng”, il dissidente che con la sua fuga presso l'ambasciata americana a Pechino ha messo a repentaglio le relazioni tra l'Aquila e il Dragone. Secondo le autorità cinesi l'attivista non è altro che una pedina nelle mani degli Usa con il pllino per i diritti umani.
Il modus operandi adottato da Pechino per dirimire la spinosa questione e la scarsa diplomazia dimostrata dai media statali (le sparate del Global Times contro Washington hanno fatto da sottofondo a tutta la vicenda), secondo molti, hanno assestato un duro colpo al soft-power cinese.

Domare l'informazione e il consenso
“Ogni mezzo immaginabile che trasmette informazioni al popolo cinese ricade sotto la competenza del Dipartimento Centrale di Propaganda”scrive Shambaugh, senior fellow al Center for Northeast Asian Policy Studies (CNAPS), in China's Propaganda System: Institutions, Processes and Efficacy. Il CCPPD rimane ancora uno dei dipartimenti governativi meglio finanziati e più influenti dell'ex Impero Celeste ed “è uno strumento proattivo volto a educare e dare forma alla società”. Sebbene il ruolo e i metodi della propaganda ufficiale siano mutati, il Ministero della Verità -come è stato ribattezzato dal web- continua a rappresentare il cuore del sistema, effettuando un controllo a tappeto su ciò che può essere detto e quando può’ essere detto. L'“applicazione selettiva” e “l'autocensura”sono le due modalità attraverso le quali opera l'occhio di Pechino il quale, tuttavia, lascia un certo margine di libertà alla circolazione di critiche e notizie negative prima di calare la scure, come dimostra la censura a singhiozzo degli ultimi mesi targati Bo Xilai.

L'esempio più lampante viene fornito dall'incidente ferroviario di Wenzhou, avvenuto nel luglio 2011 lungo la linea superveloce di recente inaugurazione (avviata con un anno di anticipo sulla tabella di marcia). In seguito a tale episodio l'opinione pubblica si scagliò contro la corruzione dei funzionari e il disprezzo dimostrato dal governo nei confronti della vita dei cittadini rimasti vittime di una modernizzazione incontrollata.
Dopo alcuni giorni di tolleranza, da Zhongnanhai- roccaforte del Pcc- partì l'ordine rivolto a tutti i giornalisti di fare una cernita delle notizie riportando soltanto quelle in grado di mettere in mostra gli aspetti positivi della vicenda.
Secondo le fonti ufficiali ammontarono a 40 i morti e circa 200 i feriti, ma per l’amministrazione Hu-Wen il costo della sciagura e’ stato molto piu’alto. La linea ad alta velocita’, concepita come il fiore all’occhiello del “socialismo con caratteristiche cinesi” si e’ rivelato una rosa piena di spine, mettendo in vetrina tutte le pecche dell’attuale governo cinese a partire dalla corruzione endemica che serpeggia tra i funzionari del Partito. Il ministero delle Ferrovie e’ finito nell’occhio del ciclone, mentre il giro di vite messo in atto dalla leadership non ha concesso sconti distribuendo licenziamenti e sospensioni a tutti i funzionari implicati.

Dopo i primi giorni di semaforo verde, le maglie della censura hanno cominciato a stringersi: il Dipartimento centrale di propaganda ha richiamato agli ordini i giornalisti dando disposizioni su come trattare la notizia. Le direttive obbligavano a rilasciare esclusivamente il bilancio delle vittime secondo la vulgata del Pcc; a dare enfasi ai risvolti piu’ toccanti della vicenda (donazioni di sangue, servizi di taxi gratuiti ecc..);a non indagare sulle cause che hanno portato all’incidente, limitandosi a utilizzare le informazioni fornite dalle autorita’e a evitare commenti e riflessioni. Il tutto all’insegna del principio “di fronte alle tragedie c’e’grande amore”, come insegnano le lacrime versate da “nonno Wen” ad uso e consumo delle telecamere davanti agli sfollati della nevicata record nel sud della Cina del 2008 cosi’ come in molte altre occasioni. Il Partito e’ vicino alle masse anche nelle disgrazie, ma “non fate domande, non indagate, non commentate”.

La strategia rientra a pieno nel motto “incanalare l’opinione pubblica” inaugurato da Hu Jintao nel 2008 quando, abbandonata la strategia della “repressione ad ogni costo” dopo il disastro mediatico delle rivolte tibetane, ordino’ all’ufficio di Propaganda di risparmiare le notizie seppur negative, a patto di renderle vantaggiose per il Partito (link). Un principio che e’stato messo a punto e ripreso sulla rete di internet con l’introduzione dell’esercito dei 50 centesimi, la truppa di internauti prezzolati incaricati di pubblicare commenti favorevoli al governo in cambio appunto di 50 cent a post.

La longa manus del Ministero della Verita’
Il principale organo d’informazione a cui fa riferimento il CCPPD e’ l’agenzia di stampa statale Xinhua, la cui duplice funzione consiste da una parte nel riportare notizie e divulgare messaggi propagandistici tra il pubblico, dall'altra nell’occuparsi della pubblicazione di informazioni non censurate da far circolare attraverso canali interni tra i quadri del Partito, cosi’ da tenere sempre aggiornati i funzionari su quello che accade entro i confini del Paese.

Il dilemma su come “fabbricare il consenso” ha causato una spaccatura tra gli uomini di Pechino, venuta a galla in seguito alla lettera inoltrata nell'ottobre del 2010 da alcuni veterani del Partito al Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo. Gli illustri firmatari -tra i quali compaiono l’ex segretario di Mao, Li Rui, l’ex direttore del Quotidiano del Popolo, Hu Jiwei e l’ex direttore dell’Amministrazione generale della stampa e dell’editoria, Du Daozheng- mettevano in guardia dalle disastrose ripercussioni politiche e sociali che sarebbero scaturite da una governance restrittiva nei confronti della liberta’di parola.
Il messaggio, seppur rimbalzato contro il muro di gomma della realpolitik cinese, rappresenta comunque un primo campanello d’allarme: una frangia del Partito, consapevole dei limiti dimostrati dalla politica del pugno di ferro, protende verso una maggior apertura.

A fianco alla Xinhua, la televisione di stato CCTV costituisce l’altro braccio armato del Dipartimento della Propaganda, saldamente controllata dal regime e chiusa agli investimenti esteri.
Lo scorso ottobre la sessione plenaria del comitato centrale del Partito ha dato il via alla “wenhua tizhi gaige”, la riforma del sistema culturale che ha stabilito nuovi e più rigidi regolamenti sui palinsesti televisivi con lo scopo di ricondurre la cultura sulla retta via dei dogmi socialisti. Cosi’ una disposizione della Sarft (State administration for radio, film and television), organismo di controllo su televisione, radio e cinema, ha stabilito l’abolizione di spot pubblicitari dalle commedie a puntate della durata di massimo 45 minuti. Un provvedimento che va ad aggiungersi alla campagna di pulizia messa in atto sulle tv satellitari provinciali al fine di limitare i programmi di intrattenimento, fissando un tetto massimo di trasmissione al di sotto del quale i singoli canali si devono mantenere.
Comunque sia, l’avanzata rampante di internet sta mettendo a repentaglio il ruolo egemone dei media mainstream limitando chiaramente il potere di controllo del Partito, gia’ visibilmente in affanno nel tentativo di stare al passo con lo scambio d’informazioni che quotidianamente affolla le piattaforme di microblogging.

Le PR in Cina, alcuni casi esemplari
L’evoluzione delle pubbliche relazioni in Cina è segnata da due  eventi che evidenziano modalità di gestione differenti in cui per comunicare con i media e con il pubblico è stato fatto ricorso all'ars persuasoria e alla manipolazione delle notizie. Il picco più basso delle Pr cinesi viene solitamente associato alla fallimentare gestione mediatica adottata dal Pcc durante l'epidemia di Sars del 2003, quello piu’ alto, al terremoto del Sichuan del 2008 . Quest'ultimo caso ha segnato un svolta nella comunicazione cinese grazie alla copertura massiccia realizzata dai media nazionali:  dettagli, foto e continui aggiornamenti hanno tenuto la popolazione costantemente informata sullo stato delle zone colpite.
Nell'arco di poco meno di un anno, tre sono gli eventi -incidente di Wenzhou compreso- che meglio rispecchiano le varie strategie adoperate dal Partito per controllare l'opinione pubblica, avvenuti tutti a cavallo tra il luglio e l'agosto del 2011. Ognuno di essi ha attirato, in prima battuta, l'attenzione della rete divenendo virale su Weibo -sorta di Twitter “in salsa di soia”- per poi, solo in seguito, venire ripreso dai media governativi.

Censura selettiva per l'industria petrolchimica di Dalian
Il 14 agosto, secondo quanto riportato dalla Reuters, le autorità del nord-est della Cina ordinarono la chiusura immediata dell'impianto petrolchimico Fujia Group di Dalian in seguito alle proteste inscenate da migliaia di persone per la rilocalizzazione della fabbrica, ritenuta causa di una spaventosa fuoriuscita di sostanze tossiche (link).
In questo caso la censura cinese operò in maniera selettiva: la domenica successiva, il motore di ricerca cinese Baidu offriava una lunga lista di notizie riguardanti il trasferimento della fabbrica a causa della sua pericolosità senza tuttavia fare menzione delle manifestazioni. Quanto a Google, i risultati inerenti alle sollevazioni popolari furono resi inacessibili dalla “Grande Muraglia di fuoco”, il filtro online che blocca le parole ritenute da Pechino sensibili.
Sebbene le autorità abbiano subito provveduto a spostare l'impianto, non fu cosa facile riuscire a mettere la museruola ai 12 mila cyber-manifestanti che infervoravano Weibo.

Il caso della Croce Rossa Cinese imbarazza Pechino
Era l'inizio di luglio quando sul Twitter cinese Guo Meimei, una stravagante ventenne, cominciò ad ostentare le proprie ricchezze  pubblicando foto di macchine sportive e identificandosi come “General Commercial Manager della Croce Rossa cinese (RCSC)”. Quest'ultima, un'organizzazione non-governativa approvata da Pechino, risulta completamente slegata dalla Croce Rossa internazionale ed è pertanto in grado di operare senza dover rispondere a particolari criteri di trasparenza.
Aizzata dai sospetti per un nuovo caso di corruzione, la rete scavò a fondo per verificare l'identità della ragazza che si scoprì essere l'amante di un membro della compagnia partner della RCSC,la Boai Asset Management Ltd.
La storia ha finito per gettare nuove ombre sulla ONG cinese, in passato già al centro di alcuni scandali finanziari e guardata con sospetto per l'opacità con la quale gestisce le donazioni (la Croce Rossa cinese è la prima destinataria dei fondi per la popolazione in caso di tragedie e disatri naturali).
Pechino, che di fatto non era coinvolto direttamente nella faccenda, ha dovuto affrontare grandi difficoltà per tenere sotto controllo la situazione. Il “papy” di Guo, dopo aver ammesso la sua relazione adulterina con la giovane, è stato costretto alle dimissioni, ma la reputazione della RCSC ne è uscita irreparabilmente danneggiata. “La Croce Rossa cinese non è una ONG, è stata fondata dal governo e da esso riceve finanziamenti” dichiarò al tempo Wang Ming, direttore del centro ricerche ONG dell'università Tsinghua.

La parola alla stampa 
La settimana scorsa il Beijing Daily, megafono del partito locale della capitale cinese, si è scagliato contro il concetto di “libertà di parola” pubblicando un editoriale dai toni accesi. Principali destinatari dell'invettiva “alcuni giornali e riviste commerciali”colpevoli di calcare la mano sui problemi politico-  sociali più caldi del momento. In particolare il quotidiano di Pechino si è focalizzato sui recenti scandali alimentari, sulla scarsa qualità dei prodotti nazionali e sulla corruzione dei funzionari locali; questioni, queste, riprese dai media in maniera erronea con lo scopo di confezionare notizie in grado di suscitare inutili allarmismi.

La risposta dei colleghi è giunta a stretto giro di posta innescando un dibattito tra gli addetti ai lavori. Tra i primi a replicare è stato il Xinhua Daily Telegraph -testata che fa capo all'agenzia di stampa statale- uscito a sua volta con un editoriale a tema dal titolo “Expert Opinion Helps Calm Food Panic”.“Affrontare i problemi è un primo passo per tentare di risolverli e il lavoro che fanno gli organi d'informazione, riportando le notizie sulla sicurezza alimentare, è un modo per informare l'opinione pubblica e permettere alla società di monitorare ciò che accade nel Paese. E' una cosa che va incoraggiata”. D'altra parte afferma, Ma Changjun, redattore del Southern Metropolis Daily -una delle roccaforti del giornalismo investigativo cinese- qualora anche queste notizie non fossero diffuse attraverso l'infosfera non per questo i fatti cesserebbero di esistere. Certo non sono una creazione dei media, anzi -aggiunge Ma- sono troppo pochi i giornali disposti a riportare informazioni negative. Le malefatte dei quadri del Partito, l'appropriazione indebita di fondi pubblici da parte delle loro mogli, il giro di tangenti che si nasconde dietro i progetti edilizi, sono questioni che non occorre vengano inventate e che i media portano alla luce del sole soltanto in seguito all'avvio di indagini ufficiali.

“Le malattie epidemiche non si diffondono certo perchè le hanno diagnosticate i medici; si diffondono perchè è nella loro natura.”E' compito degli organi mediatici scendere nei dettagli così da scuotere i lettori, da risvegliare la coscenza dei cittadini. “Sono sicuro che in questo modo -prosegue l'editorialista del quotidiano di Canton- verrà incoraggiata la partecipazione del pubblico alla costruzione di una società migliore.”

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...