lunedì 19 novembre 2012

Una "morte dolce" per il Dragone


E' meglio morire in pace o continuare a vivere tra atroci sofferenze? La Cina se lo chiede da circa un ventennio. Da quando nel 1986 il primo caso di eutanasia varcò le aule del tribunale. Da quel momento, quasi ogni anno, proposte di legalizzazione sono state sollevate durante la sessione annuale dell'Assemblea Nazionale del Popolo (NPC), il "parlamento" cinese. E ogni volta, al secco no del legislatore è seguito il pollice verso del ministero della Salute: "La Cina non è ancora pronta per questo". La risposta è sempre la stessa. Dopo che nel 1994, un gruppo di delegati dell'NPC si schierò in supporto della "morte dolce", una legge del 1998 autorizza gli ospedali a praticare l'eutanasia sui malati terminali. Come spiega Zhang Zanning, professore presso la Southeast University di Nanjing, viene diffusamente riconosciuta la possibilità di eseguire l'eutanasia esclusivamente sui pazienti ritenuti incurabili.

Il dibattito, nel corso del tempo, si è fatto via via più acceso. Nel marzo 2007, un caso eclatante scatenò un vespaio di polemiche. Li Yan, 28enne paralizzata dall'età di 4 anni, sottopone la sua storia all'attenzione di una giornalista della televisione di Stato CCTV: Chai Jing. Al tempo i social media avevano già cominciato a rivelare il loro ruolo di megafono del popolo e Chai decide di ospitare il caso di Li sul proprio blog, dando voce al suo dolore. Li, che soffre di distrofia muscolare progressiva, è stanca di combattere e si rivolge all'Assemblea Nazionale del Popolo perché le venga riconosciuto il diritto di staccare la spina. "Amo la vita ma non voglio vivere" scrive la giovane donna. Poi si fa portavoce di tutti i malati disperati e delle famiglie gravate dai costi di cure spesso inefficaci, chiedendo che l'eutanasia venga approvata dalla legge. Dopo il semaforo rosso del Parlamento cinese, la comunità del web si è divisa su Sina.com, il principale fornitore di servizi internet, manifestando in alcuni casi comprensione, in altri dissenso. Uno dei primi episodi in cui il popolo cinese ha lasciato il tradizionale riserbo per riflettere pubblicamente su questioni di carattere etico e morale.

Passano gli anni. E' il 16 marzo 2011 quando Deng Mingjian, 41enne lavoratore migrante di Canton, decide di soddisfare il desiderio della madre paralizzata. Dopo averla curata amorevolmente per circa 20 anni, le somministra del pesticida, come lei stessa gli aveva chiesto più volte. Deng è stato accusato di omicidio dalla corte di Panyu, nel Guangdong, e condannato a tre anni di carcere con sospensione della sentenza di 4 anni. A qualcosa è servito, dunque, l'appello inoltrato alle autorità giudiziarie da 70 persone tra parenti, colleghi e amici, per chiedere una mitigazione della pena. Il noto Twitter cinese, Sina Weibo, si infiamma di commenti appassionati pro e contro l'eutanasia. Per circa la metà dei netizen la "buona morte" andrebbe legalizzata -o quantomeno dovrebbe essere fatta chiarezza sul suo stato giuridico- sopratutto tenuta considerazione delle carenze del sistema sanitario nazionale.

A circa un mese dal caso di Deng, nel maggio 2011, la Corte popolare della contea di Longnan, nella provincia meridionale del Jiangxi, condanna Zhong Yichun, a due anni anni di reclusione per aver assistito il suo amico Zeng Qianxiang nel commettere suicidio. Zhong è accusato di negligenza criminale. Secondo quanto riportato dall'agenzia di stampa statale Xinhua, Zeng, mentalmente disabile aveva chiesto ripetutamente al suo amico di aiutarlo a morire. Poi il gesto finale. Nell'ottobre 2010, dopo aver assunto una dose massiccia di farmaci, si sdraia in un buco scavato nel terreno. Come stabilito tra i due, Zhong procedette a seppellirlo dopo essersi accertato del decesso. Ma il caso è controverso. Secondo il rapporto dell'autopsia, infatti, il ragazzo sarebbe morto per soffocamento e non per overdose. Impugnata inutilmente la sentenza, nell'agosto 2011 il tribunale respinse il ricorso di Zhong, colpevole di non essere stato in grado di verificare se l'amico fosse ancora in vita.

Negligenza o omicidio volontario? L'articolo 232 del Codice penale prevede una pena da tre a dieci anni di reclusione per omicidio intenzionale "se le circostanze sono relativamente minori"; in circostanze gravi, invece, si parla di un minimo di dieci anni fino alla pena di morte. Tuttavia, secondo l'articolo 233, chi causa il decesso di un'altra persona per negligenza dovrà trascorrere dietro le sbarre "soltanto" da tre a sette anni; se le circostanze sono relativamente minori, la sentenza massima è di tre anni, salvo quanto diversamente specificato dal Codice.

Come sottolineato dalla Xinhua nella maggior parte del mondo il suicidio assistito viene ancora considerato omicidio; anche nei paesi in cui l'eutanasia è permessa per legge -come Belgio e Paesi Bassi- sebbene non possa essere perseguito nel caso in cui, secondo i medici, siano soddisfatte determinate condizioni legali. Nel marzo 2011 in India la Corte suprema ha concesso agli ospedali di somministrare l'"eutanasia passiva" ai malati terminali, riconoscendone, per la prima volta, lo stato giuridico.

Sono in molti a ritenere che vi sia un profondo divario di qualità tra i servizi medici e la legislazione della Cina e quelli dei paesi nei quali l'eutanasia è già stata legalizzata. "Nei villaggi, i casi di cancro tra le persone anziane sono aumentati moltissimo negli ultimi anni" commenta su Weibo @39du "non è realistico tenerli negli ospedali per tanto tempo sotto analgesici e altri medicinali. Gridano dal dolore ogni giorno". Per @Fengxingyun "dopo che un cittadino trascorre la propria vita a lavorare per il bene del paese, dovrebbe essergli riconosciuta una garanzia sociale, un sostegno per gli ultimi anni. Non sono tutti funzionari con un reddito generoso".

Il logoramento del sistema sanitario cinese è un fenomeno piuttosto giovane. Prima dell'apertura economica del paese, cominciata alla fine degli anni '70, vi erano i cosiddetti "medici scalzi", i quali fornivano gratis assistenza medica di base anche ai cittadini più poveri. Paradossalmente con il boom economico, tali figure sono scomparse, i costi ospedalieri sono aumentati e ai malati terminali, ormai, non resta che sobbarcarsi tutte le spese. "Non c'è da stupirsi che i cinesi siano tra i più grandi risparmiatori al mondo" commenta @Zhaiyudaren "il conto in banca è tutto ciò che li separa dalle calamità".

Secondo un rapporto pubblicato sul Life Time Newspaper, ad essere favorevoli all'eutanasia sono per lo più i giovani e le persone con un livello di educazione più elevato, mentre un sondaggio effettuato da Health Weekly su centinaia di residenti di Pechino rivela che il 91% dei rispondenti ha espresso il proprio plauso per la "morte dolce" e l'85% si è detto favorevole ad un suo riconoscimento legale.

Per Yan Sanzhong, capo del dipartimento di legge dell'Università Normale del Jiangxi, il Dragone dovrebbe spostarsi gradualmente verso la legalizzazione della "buona morte" analizzando i principi fondamentali del diritto penale cinese. "La Cina deve prima accumulare esperienza giudiziaria nella gestione di casi in materia di eutanasia. La Corte Suprema potrà così avvicinarsi a interpretazioni giudiziarie per, in fine, legalizzare l'eutanasia al momento giusto".

Oggi "la buona morte" è riconosciuta dalla legge in Lussemburgo, Paesi Bassi e Belgio e in alcuni stati degli Usa. Nei Paesi Bassi, i primi a legalizzare l'eutanasia nel 2002, è stato introdotto un servizio a livello nazionale, attivo dal 1 marzo di quest'anno, grazie al al quale è possibile fornire al malato una squadra di valutazione incaricata di eseguire l'eutanasia a domicilio per i richiedenti qualificati.
"Ma è difficile per loro poter stabilire, in tempi brevi, se i pazienti siano veramente incurabili e destinati a soffrire per il resto della loro esistenza" ha spiegato Xu Hongbin, chirurgo dell'Aerospace Central Hospital di Pechino.

Come stabilisce una legge del 1998, in Cina gli ospedali possono interrompere il trattamento medico su pazienti incurabili qualora, l'ammalato, i familiari e i medici abbiano raggiunto un accordo, sulla base dell'evidente inutilità di un accanimento terapeutico. Nel 2006 Zhao Gongmin, ex ricercatore presso l'Accademia Cinese delle Scienze Sociali, ha, in vano, proposto alla Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese (CPPCC) -l'organizzazione incaricata di rappresentare i vari partiti politici della Repubblica Popolare, sotto la direzione del Pcc- la possibilità di testare "la morte dolce" attraverso programmi pilota, in aree selezionate. "Somministrare veleno o medicine letali ad una persona ancora in vita equivale a commettere un omicidio, anche se si tratta di un gesto nato dal desiderio di aiutare qualcuno. La legalizzazione dell'eutanasia per i pazienti, con un piede nelle tomba, è molto più umana" ha commentato Zhao.

Al di là delle motivazioni morali, il governo cinese continua ad avversare la "morte dolce" temendo le conseguenze che potrebbero derivare da un abuso di tale trattamento. Come nel caso dei malati anziani abbandonati dai propri figli. Il rischio è quello di mettere in pratica degli omicidi nel nome di una "morte pacifica", ha spiegato Zhang Zanning. Eppure -pronostica Zhang- potranno essere necessari diversi anni, ma rispetto ai paesi occidentali, in Cina gli ostacoli ad un'approvazione della legge sono inferiori, senza i lacci e i lacciuoli posti dall'ingombrante presenza della religione.

(Scritto per Uno sguardo al femminile)

venerdì 16 novembre 2012

Xi&Co. La nuova leadership del Dragone


Sette. E' il numero dei "magnifici" che siederanno nel Comitato permanente del Politburo, la stanza dei bottoni cinese, per i prossimi anni. Due di loro, Xi Jinping e Li Keqiang -rispettivamente successore del presidente e segretario generale del Pcc Hu Jintao e del Premier Wen Jiabao- rimarranno al potere fino al 2022, mentre per gli altri cinque potrebbe prospettarsi un pensionamento anticipato, tra cinque anni, per sopraggiunti limiti d'età. Wang Qishan, Zhang Dejiang, Yu Zhengsheng, Liu Yunshan e Zhang Gaoli compongono il resto della rosa, ridotta di due membri rispetto alla precedente di nove.
Smentendo le speculazioni degli ultimi giorni, Hu Jintao ha ceduto al suo erede anche la presidenza della Commissione militare centrale, il potente organismo che governa l'Esercito; un fattore che conferisce maggiori poteri a Xi Jinping, consentendogli un più ampio spazio di manovra. Oggi Segretario del Partito e leader delle forze armate, Xi solo a marzo assumerà, ufficialmente, la carica di presidente della Repubblica popolare.

Tecnicamente delineata sul voto dei 205 membri del Comitato Centrale del Pcc durante il XVIII Congresso, la nuova geometria del potere, è, in realtà, il frutto di mesi di accordi e scontri tra le varie fazioni del Partito. Una lotta ai vertici che ha visto Hu Jintao e l'ex presidente Jiang Zemin -solo apparentemente lontano dalla politica attiva- spintonarsi per piazzare i propri uomini in posizioni chiave. Il risultato di questa "battaglia" è un Empireo caratterizzato dalla preponderanza netta di "principini", ovvero gli eredi dei veterani del Partito e, pertanto, abituati ai privilegi del potere, fatta eccezione per quella buia parentesi della Rivoluzione culturale, impietosa verso i rampolli dell'aristocrazia "rossa".

Il numero uno
Lo scorso settembre era sparito nel nulla. Di lui si è detto di tutto, ma mai il Partito ha svelato le ragioni della sua prolungata assenza dalla scena pubblica. Xi Jinping, 59 anni, figlio di Xi Zhongxun (funzionario vicino al riformista Hu Yaobang) sfila ad ampi passi sulla moquette rosso cremisi della Grande Sala del Popolo, poi tiene banco per circa un quarto d'ora, annunciando le sfide per la nuova leadership; corruzione e riforme in primis. Nuovo numero uno, e pur sempre un primus inter pares, come stabilisce la leadership collettiva, frutto dell'epurazione del culto della personalità targata Mao Zedong. Possiede tutte le credenziali per portare avanti le riforma caldeggiate dall'ala liberale del Partito e per anni vagheggiate dal primo ministro uscente Wen Jiabao.
Sono bastate poche battute sul palco del Congresso per mettere in risalto una personalità brillante, ben distante dal grigiore di Hu Jintao. Al suo debutto come Segretario generale del Partito, Xi non cita il marxismo né il pensiero del Grande Timoniere; piuttosto scherza sui 45 minuti di ritardo con i quali ha fatto attendere i giornalisti di mezzo mondo. Tutt'altro stile rispetto al lento ed enfatico scandire di Hu, che dall'inizio del proprio mandato ha ridotto al minimo le sue apparizioni pubbliche. Su quest'ultimo, quando prese il potere dieci anni fa, si erano concentrate le speranze di chi auspicava una sinergia tra riforme politiche e apertura economica. Speranze tramontate in una "decade d'oro", di fatto, soltanto per la stampa ufficiale.

Gli altri cinque
Zhang Dejiang, economista formatosi in Corea del Nord nonché sostituto del deposto boss di Chongqing Bo Xilai, e Wang Qishan, esperto di finanza, sono accoliti di Jiang Zemin. Un fattore che li accomuna a Xi Jinping, leader in pectore dal 2007, il cui destino fu tracciato proprio dal grande vecchio della politica cinese.
E con Yu Zhengsheng e Zhang Gaoli, appartenenti alla cricca di Shanghai -di cui il vecchio presidente è leader- e Liu Yunshan, capo del Dipartimento della Propaganda, in posizione mediana tra Hu Jintao e Jiang Zemin, di fatto, al presidente uscente non resta che un unico alleato diretto nel Comitato permanente: Li Keqiang, successore di Wen Jiabao a capo del governo, uscito dalla Lega della gioventù comunista, il feudo politico di Hu Jintao.

Solo sette
Dopo una settimana, il XVIII Congresso (anche detto Shibada in cinese) si è chiuso con un Comitato permanente del Politburo ridotto da nove a sette membri. Una manovra, questa -secondo gli esperti- volta a garantire maggiore coesione, in un anno di scandali e ingorghi politici. Ma sopratutto in previsione di una nuova epoca, in cui, abbandonati tassi di crescita a due cifre (il terzo trimestre del 2012 si è chiuso con un +7,4%), il Dragone si troverà a dover prendere decisioni rapide per far fronte al rallentamento della macchina economica. E cercare di raggiungere la soglia psicologica dell'8%, ritenuta da Pechino risultato minimo per contenere il problema disoccupazione. A lanciare un'ulteriore sfida è stato proprio Hu Jintao, che nel suo discorso d'apertura ha richiesto alla nuova leadership, entro i prossimi dieci anni, un raddoppio del PIL e del reddito procapite ottenuti nel 2010. Un obiettivo che, alla luce della crisi dell'Eurozona (e l'Ue è il primo partner commerciale del Dragone) richiede un nuovo paradigma di crescita, non più imperniato sulle esportazioni. Ma questo l'amministrazione Hu-Wen sembrava averlo già capito, tanto che nei primi nove mesi del 2012, il 55% della crescita è derivato proprio dai consumi interni

Le sfide per i nuovi leader
Tra i vari nodi al pettine che i "magnifici sette" dovranno sbrogliare, oltre al problema corruzione, compare, il rischio bolla immobiliare e lo strapotere delle quattro grandi banche (Bank of China, Agricultural Bank of China, China Construction Bank e Industrial and Commercial Bank of China) -che bloccano gli investimenti ai privati- e delle società statali che monopolizzano settori chiave, stroncando la concorrenza e ingolfando il sistema. E ancora: l'indebitamento delle amministrazioni locali attraverso il sistema delle Local Investment Companies (LIC) che, nel biennio 2009-2010, hanno ricevuto prestiti dalle banche per l'equivalente di 1282 miliardi di euro, di cui un quinto sarebbe in sofferenza; il gap tra ricchi e poveri e il peggioramento delle condizioni ambientali. Spinosa anche l'agenda estera, con una serie di controversie territoriali che pesano sui rapporti tra Pechino e alcuni paesi rivieraschi della regione Asia-Pacifico, impegnati a rivendicare la propria sovranità su alcune isole nel Mar Cinese Meridionale e Orientale. Meriterebbe una parentesi a parte la questione tibetana, che ha accompagnato tutta la durata del Congresso con una lunga scia di auto-immolazioni contro Pechino: almeno 74 le autocombustioni dal 2009 -10 soltanto tra il 7 e il 15 novembre- per chiedere l'indipendenza del Tibet e il ritorno del Dalai Lama, in esilio dal '59.

Riforme graduali
Alla vigilia del conclave rosso, la Reuters aveva pronosticato per il Grande Diciottesimo un potenziamento della "democrazia intrapartitica" ed elezioni più competitive, con il 20% in più di candidati rispetto al numero dei seggi nel Politburo. Secondo fonti anonime, doveva essere il lascito di Hu Jintao ai nuovi "imperatori"; una svolta storica che, alla luce di quanto, invece, avvenuto, si farà ancora attendere.
Dopo giorni di illazioni circa una possibile rimozione dell'ideologia maoista dallo Statuto del Partito, lo Shibada ha riconfermato l'eredità del padre della Repubblica popolare. Di più. Ha consacrato i concetti di "sviluppo scientifico" e "società armoniosa" cari a Hu Jintao. Alcuni giorni fa lo stesso Xi Jinping, davanti alla delegazioni di Shanghai, aveva ribadito che la Cina "non dovrà copiare i sistemi politici occidentali", continuando a seguire la via del "socialismo con caratteristiche cinesi".

L'equilibrio finale della nuova leadership -priva del riformista Wang Yang dato, per mesi, tra i papabili- pende visibilmente verso il conservatorismo. Una proiezione autorevole sul futuro della Cina: per Sidney Rittenberg, ex confidente di Mao rinchiuso in isolamento per 16 anni, Pechino agirà con cautela. "L'inerzia è formidabile" spiegava lunedì il 91enne americano "vedremo passi avanti ma non cambiamenti sostanziali. Il gioco non può cambiare, Xi non ne ha la forza anche se volesse".

Il dibattito sulle riforme del Dragone, negli ultimi tempi, ha lasciato una scia d'inchiostro sulle principali testate internazionali. Il Wall Street Journal, ad esempio, ha ospitato un lungo botta e risposta tra Cheng Li, analista politico della Brookings Institution, e Minxin Pei, professore di Scienze del Governo presso il Claremont McKenna College. Entrambi concordano sul fatto che, se le riforme arriveranno, saranno il prodotto di pressioni dal basso. Il popolo, esasperato per le ingiustizie sociali, comincerà ad alzare sempre di più la voce fino a quando il Partito non deciderà di ascoltare per evitare una rivoluzione. Ormai da anni Pechino ha smesso di rilasciare le statistiche ufficiali, dopo che il numero annuo delle proteste violente ha superato la soglia delle 100mila. Ma -secondo Sun Liping, professore di sociologia presso l'Università Qinghua- solo nel 2010, gli "incidenti di massa" sarebbero stati circa 180mila.

E se la corruzione ad ogni livello del Partito rappresenta il vero nervo dolente del Dragone, i due esperti non hanno dubbi: è necessario rompere i monopoli di Stato e riformare il sistema bancario, dando maggiori opportunità alle piccole imprese. Una svolta sulla quale, tempo fa, aveva posto l'accento anche Wen Jiabao durante un discorso riportato in esclusiva da China Radio International (CRI). Ma con il Pcc come gruppo d'interesse più potente in Cina, non desta stupore il continuo procrastinare dei leader, poco inclini a rinunciare ai propri privilegi.
Un ruolo chiave nelle riforme dovrà, poi, essere svolto dalla progressiva "apertura" dei media, che peccano di mancata trasparenza: una manovra necessaria per fare ordine sull'internet cinese, vox populi, ma anche fabbrica di dicerie infondate, in quanto unica valvola di sfogo di cui dispongono i cittadini. Distorsione, quest'ultima, che può essere sanata soltanto rendendo i media mainstream un'attendibile fonte d'informazione.

Molte di quelle sopra citate sono questioni sulle quali la vecchia leadership si era già espressa nel corso del suo governo. Ma nell'anno dello scandalo Bo Xilai e del cortocircuito politico più grave dal 1989, il Partito soffre di una profonda crisi di credibilità. E adesso non bastano più le parole, ci vogliono i fatti.

(Scritto per Ghigliottina.it)






domenica 11 novembre 2012

Tu, quoque, Brute fili mi!


Hanno infangato l'immagine del Partito popolando il gossip cinese e adesso minacciano pericolosamente la stabilità del regime. L'oggetto dell'invettiva caustica di Liu Yuan, generale e figlio di Liu Shaoqi, l'ex presidente caduto in disgrazia all'epoca di Mao, sono i "principini"; gli eredi dei leader, cresciuti all'estero, spediti nei più prestigiosi atenei d'oltremare per ricevere una formazione al top e, oggi, tra gli 1,4 milioni di studenti cinesi residenti oltre la Muraglia dalla fine del 2011.

Pronunciate nel mese di febbraio, all'inizio del scandalo che ha coinvolto l'ex segretario di Chongqing Bo Xilai, le affermazioni incendiarie di Liu sono apparse come una chiara dichiarazione di guerra alla corruzione che serpeggia nei palazzi del potere. Anche a costo di puntare il dito contro i grandi nomi dell'amministrazione Hu Jintao-Wen Jiabao. E perché il monito venisse ascoltato, il generale ha fatto appello alla storia recente, agitando il fantasma della primavera araba che tanto spaventa Pechino. A decretare la rovina del dittatore libico Gheddafi -avverte il generale- è stato proprio il suo secondogenito Saif al-Islam; un riformatore traviato dai valori occidentali, ubriaco di democrazia ed educato in quelle stesse università straniere presso le quali oggi si trovano molti "principini". Un destino analogo attende il Partito comunista cinese qualora non sarà in grado di trovare un collante ideologico in grado di giustificare il monopolio del potere che esercita alla luce del sole. Perché l'errore del Rais non è stato il mancato raggiungimento delle riforme democratiche e dello stato di diritto, come molti credono. La sua rovina ha un nome: Saif.

Il discorso di Liu, filtrato attraverso un rapporto interno di Zhu Jidong, funzionario della propaganda, suona come l'ennesima bordata contro l'Ovest. "L'egemonica classe capitalista occidentale ha creato una serie di valori -democrazia, diritti umani, e libertà- che maschera come "valori universali" per fare il lavaggio del cervello ai cittadini cinesi, attraverso organizzazioni non governative, i media e i figli degli alti dirigenti" tuona Liu "è questa cospirazione dell'Occidente la causa principale della guerra ideologica che, attualmente, infuria in Cina e non la naturale evoluzione delle aspirazioni di una società sempre più prospera, pluralista e ben informata".

Ma Liu ne ha per tutti e nel mese di aprile ha messo nuovamente a rischio la propria carriera accusando, senza giri di parole, la corruzione, la disuguaglianza e l'ipocrisia del Partito e dell'Esercito, assediati dal clientelismo e da un "individualismo maligno".

Dalle parti di Zhongnanhai, il Cremlino cinese, gli ammonimenti dell'ambizioso generale non sono stati graditi, tanto che Liu ha terminato in anticipo la propria carriera politica con il ritiro della sua tessera di membro del Congresso. Lasciato fuori dalla lista dei circa 250 membri del presidium del Congresso pubblicata dall'agenzia di stampa statale Xinhua nella giornata di giovedì, Liu sconta, tra le altre cose, la sua vicinanza al silurato Bo Xilai e le inimicizie attiratesi in seguito alla destituzione di Gu Junshan, il suo vice al dipartimento di logistica, implicato in un giro di denaro sporco.

Ma Liu non è una voce fuori dal coro e la sua sparata giunge nell'anno del più grande terremoto politico dai tempi del massacro di Tian'anmen. L'aristocrazia "rossa" finisce sempre più spesso al centro di episodi imbarazzanti. Dall'ormai noto incidente della Ferrari, nel quale lo scorso marzo avrebbe perso la vita il figlio di uno dei protégé del presidente uscente Hu Jintao, Ling Jihua, alla vita dissoluta di Guagua, il rampollo di famiglia Bo, fino ad arrivare alle ricchezze nascoste del leader in pectore Xi Jinping e del premier Wen Jiabao, portate alla luce da una stampa estera sempre più occhiuta verso gli stravizi dei "timonieri" cinesi.

I figli di almeno otto dei nove membri dell'attuale Comitato permanete del Politburo, il vero gotha cinese, hanno studiato o lavorato per lungo tempo oltremare; quelli del quasi-premier Li Keqiang e Wen, si sono formati negli Stati Uniti. Il rampollo del numero tre, Winston Wen, dopo aver calcato i banchi della Northwestern University, ha fondato la società leader nel private-equity, New Horizon Capital, mentre il genero di Hu Jinato, Daniel Mao, ha studiato alla Stanford, lavorato nella Silicon Valley per poi divenire CEO del colosso dell'internet cinese Sina. Li Tong, la figlia del capo della propaganda Li Changchun, laureata alla University of New South Wales, in Australia, oggi ricopre una posizione di rilievo presso la Bank of China. E se -secondo fonti del business cinese- Zhou Bin, rampollo dello zar della Sicurezza Zhou Yongkang, avrebbe studiato in Canada, uno dei figli di Jia Qinglin, numero quattro del Partito, pare abbia vissuto in Australia, mentre sua nipote, Jasmine Li, ha frequentato la prestigiosa Stanford. Per concludere, Xi Mingze, figlia di Xi Jinping, studentessa niente meno che ad Harvard, ma, con un'attenuante: di lei si dice sia molto cauta nei rapporti con il mondo occidentale.

Insomma, la gioventù dorata del Regno di Mezzo guarda al di là della Muraglia. E casa Liu non fa eccezione. Oltre ad un ragazzo mentalmente disabile, infatti, il generale anti-corruzione ha una figlia laureata ad Harvard: Liu Ting, oggi alla presidenza dell'Asia Link Group, società di consulenza per le aziende straniere che vogliono accedere al mercato cinese. Nella seconda economia mondiale il legame perverso tra potere politico e business non risparmia nessuno, mentre l'Occidente, additato come nemico numero uno, esercita un fascino minaccioso sull'élite rossa. E pone gli alti funzionari davanti ad un dilemma spinoso: riuscire a conservare la propria purezza ideologica, pur continuando ad assicurare ai propri figli una vita ai massimi livelli, oggi sembra un obiettivo sempre più irraggiungibile.

(Fonti: Foreign PolicyChina Digital TimesAgiChina24)

venerdì 9 novembre 2012

Il XVIII Congresso del Pcc dalla tribuna del popolo


Tra i fasti della Grande Sala del Popolo e misure di sicurezze rigorosissime, il Diciottesimo Congresso Nazionale del Pcc si sta svolgendo secondo la consueta liturgia del Partito, con un presidente Hu Jintao più "grigio" che mai. Oratore per quasi due ore, giovedì Hu ha tirato le somme degli ultimi dieci anni di governo, tracciando le linee guida per i nuovi leader, in carica sino al 2022.
In Cina il turnover politico non brilla certo per dinamismo se raffrontato alle recenti presidenziali americane, che hanno lasciato col fiato sospeso i cittadini durante il countdown verso la nomina dell'inquilino della Casa Bianca. La nuova geometria interna del Pcc, che verrà resa nota il 15 novembre, è frutto di mesi di conclavi a porte chiuse, intese e scontri tra le varie anime del potere. Tutt'altro che monolitico, il Partito vede la propria stabilità minacciata da crepe profonde. Una lotta al vertice ha lasciato sul campo di battaglia una vittima autorevole: l'ex-segretario di Chongqing, stella nascente della politica cinese e sino a febbraio candidato ad uno dei seggi del comitato permanente del Politburo, il massimo organo decisionale del Dragone. Oggi Bo è in attesa di essere processato per corruzione, abuso di potere e altri crimini.

Ma le dinamiche che si celano dietro il passaggio delle consegne ai nuovi "imperatori" sembrano aver interessato più che altro la stampa d'oltremare e gli addetti ai lavori, mentre in patria hanno suscitato qualche critica sul web, lasciando pressocché indifferenti le masse. O meglio tutti coloro non in possesso di un pc e, pertanto, estranei al fermento intellettuale che, da qualche anno a questa parte, anima la rete internet cinese. Nonostante gli sforzi della televisione di stato CCTV nell'esaltare la fede e l'entusiasmo del popolo nei confronti del Pcc, l'aria che si respira tra le strade pechinesi è ben differente. La vita procede regolarmente, senza particolari tensioni, preoccupazioni o manifestazioni di giubilo tra la gente.

"Perchè mi dovrei interessare al Congresso nazionale?" ha affermato un tassista che chiameremo Zhang. "Tutto quello di cui mi devo preoccupare è fare bene il mio lavoro. Le decisioni dei politici non riguardano le persone comuni come me". Zhang è al volante del suo taxi da più di dieci anni e ciò che più lo tormenta è l'aumento dei prezzi del gas. "Ho lavorato cinque anni per poter comprare due metri quadrati in un appartamento di Pechino" ha spiegato ai microfoni di Want China Times.
Più speranzoso Wu, proprietario di una gioielleria, per il quale il ricambio al vertice porterà una ventata di rinnovamento: "Non seguo molto la politica, ma ripongo grandi speranze in Xi Jinping (il delfino di Hu Jintao ndr). Penso che la Cina si incamminerà nella giusta direzione, verso la democrazia  e la lotta alla corruzione". L'attenzione cresce quando ci si sposta nel settore del business. Yu è un PR executive e di politica sembra capirci qualcosa in più. "Non è stata una transizione indolore con Liu Zhujin (il corrotto ex ministro delle ferrovie), Bo Xilai, Chen Guangcheng (dissidente cieco al centro di un' imbarazzante caso Cina-Usa ndr) e le isole Diaoyu (causa di ostilità con il Giappone ndr). La Cina ha tentato di emulare gli Stati Uniti varando un pacchetto di stimoli economici, ma tutti i soldi sono finiti nelle mani dei funzionari" ha affermato Yu "I prezzi delle case sono insostenibili e in futuro diventeranno un problema enorme. I ricchi sono sempre stati soliti nascondere i loro patrimoni. Ora li ostentano acquistando prodotti di marca e auto sportive. Ho come il sentore che Xi Jinping presto ne avrà le mani piene". Le critiche abbondano anche nella comunità migrante. Wang Jun, un passato da giornalista televisiva in Cina,  adesso vive in Italia da diversi anni e, alle prese con un mutuo, del Congresso non se ne cura. "E' tutto deciso a priori, non ha senso seguirlo. I leader non sono votati dal popolo". Invitata a rilasciare un giudizio sui "timonieri" cinesi non ha dubbi: Hu Jintao è troppo serio, Wen Jiabao (il primo ministro uscente ndr) è falso, Xi Jinping "indefinito". L'unico dotato di carisma -secondo Wang- è proprio Bo Xilai che, grazie ad un volto telegenico e savoir-faire con i media, si è conquistato il titolo di funzionario più "social" di Cina.

Il Congresso a casa
Mentre a piazza Tiananmen, centro politico della capitale, si svolge il "grande diciottesimo", il partito entra nelle case per fare breccia nei cuori dei cittadini, ricordando loro il passato glorioso dei primi anni di vita del comunismo cinese. E lo fa attraverso uno dei suoi più fidati araldi: la televisione. Durante tutta la durata del Congresso, infatti, i canali nazionali intensificheranno la trasmissione di fiction "rosse"; un tempo veicolo propagandistico di punta, ma oggi affetto da un netto calo di audience, sopratutto a causa dello scarso interesse dimostrato dalla generazione post anni '80. In questi giorni solenni, ai giovanissimi non resterà che affidarsi alle serie tv americane, centellinate sul piccolo schermo, ma pur sempre reperibili online. Come riporta la Reuters, proprio in concomitanza con l'apertura del consesso, la CCTV ha proposto una serie da 23 episodi, il cui titolo "Yangshan Zhou" si rifà al nome di un ex funzionario, noto per umiltà e vicinanza alle masse. Un quadro modello, insignito di diversi premi postumi tra i quali il "Touching China".
Ma occorre che il regime riguardi seriamente i palinsesti televisivi se non vuole rischiare di perdere una fetta di pubblico consistente. Il consiglio arriva da diversi esperti tra i quali Xiao Xiao-sui, docente di cultura e teoria dei media presso la Hong Kong Baptist University. Secondo Aegis Media, da gennaio a luglio 2012, gli show patriottici, trasmessi da canali per lo più per un pubblico adulto, hanno registrato un raddoppio dello share. Di contro, canali giovani come, la TV satellitare della provincia dello Hunan, sono stati interessati da un calo dell'80% in concomitanza con la trasmissione delle fiction "rosse". Ora, mentre nelle case genitori e figli si contendono il telecomando, al Partito non resta che scegliere se puntare a ingraziarsi le nuove generazioni o continuare ad adulare i cuori nostalgici.

"Compagni" per interesse
Nonostante gli ultimi scandali abbiano minato la credibilità del Pcc, secondo quanto riportato sul sito cinese di Deutsche Welle, molti ragazzi ambiscono ancora a diventarne membri. Ma non certo per amor patrio o per il fascino dell'ideologia socialista, piuttosto perché essere un bravo "compagno" aiuta a fare carriera. Il Diciottesimo Congresso? Per molti giovani tesserati non ha nulla a che fare con la propria vita. Tre anni fa una ragazza intervistata dall'emittente tedesca - che ha chiesto di rimanere anonima- è entrata nel Pcc con la speranza di riuscire a trovare un lavoro stabile nei grandi conglomerati statali o in qualche agenzia governativa. Come lei molti giovani hanno dichiarato di considerare la politica un valido trampolino di lancio per il futuro. Quanto alla nuova leadership, le ultime generazioni si sono dette poco ottimiste: le riforme tanto attese si faranno ancora aspettare, mentre lo Shibada - nome cinese del consesso "rosso"- annoia i piani bassi del Partito, estromessi dai rituali di potere. E a dirla tutta, anche nella Grande Sala del Popolo si è visto più di qualche sbadiglio.

(Pubblicato su Dazebao)



venerdì 2 novembre 2012

Nuova Cina "Nuovo Mao"?


Nella Nuovissima Cina non c'è più posto per Mao. E' quanto sembrerebbero suggerire alcuni recenti manovre messe in atto ai piani alti del potere proprio alla vigilia del XVIII Congresso del Pcc, l'appuntamento più atteso dell'anno che l'8 novembre sancirà il passaggio delle consegne ai nuovi leader del Dragone.

Come la stampa internazionale si è affrettata a sottolineare, il mancato riferimento al Grande Timoniere in un recente documento del Politburo -traboccante, invece, di citazioni di Deng Xiaoping e dell'ex presidente Jiang Zemin- indurrebbe a pensare che sia giunto il momento di scrollarsi di dosso l'eredità scomoda del fondatore della Repubblica popolare, oggi riflesso nell'immagine del corrottissimo ex-segretario di Chongqing, Bo Xilai. Una proposta di modifica della costituzione che richiama al "socialismo con caratteristiche cinesi" di Deng -il padre dell'apertura politica ed economica- ma che ignora il pensiero di Mao, è stata interpretata da molti come una stoccata diretta all'ultrasinistra, ancora schierata dalla parte del defenestrato Bo.

Ormai le prove generali del Congresso volgono al termine: tra giovedì e domenica, durante il settimo plenum del XVII Comitato centrale del Partito, si continuerà a discutere sui nomi dei nuovi "timonieri". In agenda anche il caso Bo Xilai e una possibile eliminazione del "pensiero di Mao" dallo Statuto del Partito; svolta storica, che se realmente intrapresa, va letta più come un paravento per i giochi di potere, piuttosto che come l'indizio di una spinta riformista.

Ma per Mu Chunshan, giornalista del Diplomat, si tratta di speculazioni prive di fondamento fomentate dalla stampa estera: "Tanto per cominciare, dopo il licenziamento di Bo Xilai e le turbolenze interne al Partito, i leader sono interessati a dare all'esterno l'impressione di un fronte unito. Abbandonando il pensiero di Mao Zedong otterranno l'effetto contrario, ovvero raddoppieranno i dubbi sulla coesione della leadership. Una simile mossa costituirebbe un fattore destabilizzante, creando malcontento tra le forze armate. Qualsiasi cosa si dica del Partito, infatti, l'Esercito popolare di liberazione utilizza ancora l'immagine di Mao come base per la propria legittimità".

Negli ultimi tempi il pericolo di un rinnovato maoismo si è affacciato alle porte di Zhongnanhai, quartier generale del Partito, in concomitanza con una serie di proteste nazionaliste in chiave anti-nipponica. In occasione della rivendicazione delle isole Diaoyu (Senkaku in giapponese), contese con il Giappone, tra i manifestanti hanno fatto la comparsa immagini del Grande Timoniere e slogan in favore del rilascio di Bo Xilai. A ribadire come il "Nuovo Mao" -sino a pochi mesi fa in corsa per uno dei seggi del Comitato permanete del Politburo al prossimo Congresso- goda ancora di una certa popolarità. Fare leva sul nazionalismo può essere molto pericoloso. Pechino lo sa bene. Basta poco perché, da collante ideologico e diversivo per smarcarsi dai recenti scandali ai vertici, si trasformi in un'arma a doppio taglio, capace di fomentare il risentimento nei confronti di quella che viene considerata una leadership troppo debole.

Investito in pieno da un triplice scandalo e a breve processato per corruzione, abuso di potere e altri crimini, Bo si era distinto per le sue politiche populiste condite da un "revival maoista" rosso acceso, poco gradite ai leader uscenti. Tanto che il presidente Hu Jintao, così come il premier Wen Jiabao, non misero mai piede nella metropoli feudo di Bo durante il suo periodo di regno.
A marzo in chiusura dell'Assemblea Nazionale del Popolo -quando i particolari dell'intrigo di Chongqing erano ancora custoditi entro le segrete stanze del potere- proprio Wen tornò a parlare di riforme politiche, invocando una ristrutturazione del sistema per scongiurare disordini di massa e tragedie quali la Rivoluzione culturale. Un chiaro pollice verso nei confronti di Bo Xilai e del modello di governance da lui plasmato.

Interessante notare come la pancia del Paese abbia reagito in maniera variegata alla rovinosa caduta del Nuovo Mao. Secondo quanto riportato in un reportage di China Beat, la classe media locale ha cominciato a mostrare il suo disappunto per l'operato di Bo fin dal 2009, solo due anni dopo l'assunzione del mandato di capo del partito di Chongqing. In particolare intellettuali, scrittori e giornalisti del posto hanno dipinto Bo come un megalomane senza scrupoli, un sovrano al di sopra della legge. Di tutt'altra opinione sono, invece, gli strati più bassi della piramide sociale: casalinghe, pensionati, e tassisti, rimasti immuni dalla campagna anticrimine strumentalizzata da Bo per far fuori i suoi avversari politici. "Le persone sono molto vanitose a Chongqing" ha commentato uno scrittore locale "quello che li ha resi più felici di Bo è che ha ornato la città con nuovi alberi e l'ha resa famosa."
E se Bo continua a piacere a molti, un recente sondaggio effettuato dal sito web iFeng ha messo in evidenza come il 58% dei netizen si sia detto favorevole persino alla Rivoluzione culturale, mentre solo il  42% sarebbe contrario.

Mao per immagini
Come ha sottolineato Geremie Barmé in Shades of Mao, l'immagine del padre della Repubblica popolare continua a rimanere viva nell'immaginario popolare. Persino tra le nuove generazioni. Riabilitata alla fine degli anni '80, la figura di Mao ha raggiunto portata virale con l'esplosione di quella che è stata ribattezzata dai media ufficiali "febbre maoista" (22,95 milioni i ritratti stampati nel 1990 contro le 370 mila copie del 1989). Il tempismo suggerisce una manovra pilotata dall'alto, volta a dare una nuova legittimità al Partito le cui mani grondavano ancora del sangue dei manifestanti di piazza Tian'anmen. Ma non è da sottovalutare nemmeno la riappropriazione dell'immagine dell'ex presidente da parte dei cittadini alla ricerca di un'ancora di salvezza in un periodo di crisi sociale e politica. "Per molti la Rivoluzione è morta. Le promesse utopistiche oggi si presentano sotto diverse spoglie ma lo spettro di Mao non è mai lontano" -recita il documentario sulla Rivoluzione culturale Morning Sun, citato dal sinologo Ivan Franceschini in un articolo pubblicato su Orizzonte Cina alcuni mesi fa- "quando le persone si sentono represse e impotenti, quando il sistema non consente di mettere in atto forme legittime di protesta o difesa, Mao emerge come una possibilità, un campione del diritto a ribellarsi".

Nell'ultima settimana, però, il faccione del Grande Timoniere ha fatto una brutta fine. Una foto postata su internet mostra il giovane dissidente Cao Xiaodong e altri tre ragazzi di Zhengzhou, nello Henan, mentre strappano a metà alcune immagini di Mao. La foto rimbalza sul web e non appena si diffonde la voce che Cao e la sua ragazza sono spariti nel nulla dopo essere stati presi in consegna dalla polizia, il popolo del web protesta emulando il gesto del dissidente e dei suoi amici. Immagini dei leader "dimezzati" si riversano su Twitter accompagnati dall'hashtag #撕八大 (sibada = strappare il grande otto), differente per un solo carattere da #十八大 (shibada), termine che in cinese sta ad indicare il Grande Diciottesimo, ovvero il prossimo Congresso nazionale del Partito. Per qualcuno dietro l'irriverente campagna si nasconderebbe l'archistar attivista Ai Weiwei, ma per la sinistra -che in Cina è rappresentata dai conservatori-  si tratta di uno sgambetto dei riformisti, la destra liberale del Paese che spinge per una maggior apertura; non solo economica, ma anche politica.

(Secondo un articolo pubblicato dal Global Times il 5 novembre, Cao sarebbe stato rilascito venerdì in serata: Fury at torn Mao pics. Ma, come riporta il Telegraph, i quattro sono scappati in un posto nascosto dopo aver subito delle minacce)

(Scritto per Ghigliottina.it)



    (Al Jazeera)   China: Whispers of change





martedì 30 ottobre 2012

Cina: "I verdi" alzano la voce


Una nuova vittoria "verde" per i cittadini cinesi. Con un comunicato apparso nel pomeriggio di domenica  28 ottobre sul suo account Weibo, il governo municipale di Ningbo, provincia del Zhejiang, ha detto stop ai lavori per l'ampliamento di un impianto petrolchimico, per il quale il colosso Sinopec aveva stanziato l'equivalente di 8,9 miliardi di dollari.

Da giorni la popolazione locale era impegnata in una strenua resistenza al progetto, ritenuto pericoloso per la salute dei residenti. Alla fine dei lavori la capacità di raffinazione del petrolio avrebbe dovuto raggiungere le 15 milioni di tonnellate, mentre quella di etilene 1,2 milioni di tonnellate l'anno. Ma nonostante le autorità avessero promesso misure di revisione a livello ambientale, il timore per le emissioni di paraxilene (Px) -sostanza utilizzata per la produzione di vernici e plastica con effetti dannosi sul sistema nervoso centrale, fegato e reni- ha spinto la gente di Ningbo a non demordere. Dopo una petizione inoltrata da 200 firmatari al governo della città, le proteste sono sfociate, venerdì 26, in scontri violenti con le forze dell'ordine, le quali hanno risposto utilizzando contro la folla gas lacrimogeni e idranti. Il copione è quello ormai tristemente noto: come in occasione di manifestazioni analoghe, i rimostranti hanno lamentato pestaggi da parte della polizia, diffondendo persino la notizia dell'uccisione di uno studente universitario, subito smentita dalle autorità.

Fisiologica la diffusione di rumors quando media e social network vengono sottoposti al bavaglio del governo. Molte immagini e video pubblicati su Sina Weibo, il Twitter cinese, sono rimasti vittima della censura, mentre la notizia delle proteste è passata in sordina sulla maggior parte degli organi d'informazione ufficiali. Un breve annuncio sulla prima pagina del Ningbo Daily rendeva nota la sospensione del progetto per consentirne "il perfezionamento sulla base di analisi scientifiche", individuando la causa delle rimostranze in un "errore di comunicazione". "I leader si sono impegnati ad "aumentare il rilascio di informazioni (in futuro ndr), in modo da fornire spiegazioni e rimuovere dubbi e preoccupazioni tra le masse" si legge sul quotidiano locale.

Maggiori dettagli sul Qilu Wanbao, testata dello Shandong, particolarmente attento a sottolineare come l'esito della questione rifletta il rispetto delle "autorità per l'opinione pubblica". "Anche se questo problema è stato risolto, occorre capire come sia possibile prevenire in futuro episodi simili" scrive il Qilu Wanbao "A causa del Px, questo genere di incidenti di massa si sono già verificati a Xiamen, Dalian e in altre città ed è impensabile che a Ningbo non ne fossero a conoscenza. Questo evento ha appena ricordato a tutti i dipartimenti governativi la necessità di tenere in considerazione l'opinione pubblica attraverso un processo regolare e senza ostacoli."

Per il China Daily, invece, l'aumento delle proteste ambientaliste evidenzia l'ossessione dei funzionari locali per lo sviluppo economico: " i governi locali sono ancora troppo preoccupati per il prodotto interno lordo" si legge in un editoriale apparso lunedì 29.

Più pungente il Global Times, quotidiano-bulldozer del Partito e costola del People's Daily: "Alcuni dicono che il popolo di Ningbo ha vinto, ma a nostro avviso non ci possono essere vincitori in una situazione come questa, nella quale la resistenza delle masse in strada e nelle piazze decide il destino di un progetto petrolchimico tanto importante. Sembra piuttosto che tutta la Cina ne sia uscita perdente". Alcuni giorni prima il tabloid aveva già preso le parti dei cittadini spiegando come sia necessario investire di più sulla protezione ambientale, innalzando gli standard degli impianti. "Il metodo di approvazione per la costruzione di industrie chimiche pesanti è insostenibile. Questo tipo di conflitti cesserà solo nel momento in cui i progetti riceveranno l'approvazione pubblica".

Che quella di Ningbo non sia una vittoria a pieno titolo sembrano pensarlo anche i manifestanti, i quali hanno reagito con circospezione alla notizia dell'interruzione del progetto multi-miliardario, continuando a portare avanti una timida protesta di fronte agli edifici governativi. "Purtroppo è solo una tattica dilatoria" ha commentato Sha Shi Di Sao Zi, cittadino di Ningbo, sul suo microblog "il governo avvertiva la pressione ed era ansioso di chiudere questa storia. Non è una vittoria per noi".

A pochi giorni dal Diciottesimo Congresso nazionale -che l'8 novembre stabilirà il passaggio del potere ai nuovi leder- il compromesso deve essere sembrato la soluzione più indolore per Pechino, desideroso di mantenere una parvenza di "armonia sociale". Secondo voci circolanti su Weibo, dietro la sospensione dei lavori dell'impianto si nasconderebbe la lunga mano di Zhou Yongkang, lo zar della sicurezza cinese. Negli ultimi anni la nomenklatura cinese ha cercato di prevenire disordini aumentando la spesa per la "conservazione della stabilità", tanto che, ormai, il budget per il weiwen, l'apparato di sicurezza pubblica, ha superato quello destinato all'Esercito.

Dopo un trentennio di sviluppo economico a tappe forzate, l'inquinamento ambientale, negli ultimi anni, sembra essere diventata una preoccupazioni costante per la popolazione. A dimostrarlo sono i numeri crescenti delle "proteste verdi", molte delle quali terminate con un'apparente vittoria dei cittadini. Nel giugno del 2007 una marcia anti-Px mise fine alla costruzione di un impianto chimico tossico nella città di Xiamen. Nel 2008 è stata la volta degli abitanti di Shanghai, scesi in strada contro l'ampliamento del treno a lievitazione magnetica Maglev. Lo stesso anno a Chengdu si manifestò contro un impianto di etilene finanziato dalla PetroChina, mentre a Pechino i residenti dissero no alla più grande discarica di rifiuti della capitale, responsabile di inquinare l'aria con diossine pericolose. E se il 2011 viene ricordato per la chiusura dell'impianto chimico di Dalian -anch'essa in seguito a scontri tra cittadini e polizia- il 2012, ancora prima degli episodi di Ningbo, era già stato caratterizzato da proteste analoghe. Soltanto nel mese di luglio, infatti, le città di Shifang e Qidong sono state a loro volta teatro di agitazioni in chiave ambientalista.

Secondo Yang Chaofei, vice-presidente della Società Cinese per le Scienze Ambientali, tra il 2010 e il 2011, il numero delle "proteste verdi" è aumentato del 120%. In occasione di una conferenza sull'impatto sociale dei problemi ambientali organizzata dal Comitato permanente dell'Assemblea nazionale del popolo (Npcsc), Yang ha rivelato che i cosiddetti "incidenti di massa" sono cresciuti con una media annua del 29% tra il 1996 e il 2011; 927 quelli ai quali il ministero della Protezione Ambientale ha dovuto far fronte a partire dal 2005, di cui 72 classificati come "di grande rilevanza". Ormai da anni Pechino ha smesso di rilasciare le statistiche ufficiali, dopo che il numero annuo delle proteste violente ha superato la soglia delle 100mila. Ma -secondo Sun Liping, professore di sociologia presso l'Università Qinghua- solo nel 2010, gli incidenti di massa sarebbero stati circa 180mila.

E adesso a preoccupare è sopratutto la rilassatezza della giustizia: un esiguo 1% delle controversie in materia ambientale riesce a raggiunge le aule del tribunale. Come ha messo in evidenza un editoriale comparso recentemente sul Beijing News, urge una revisione della normativa vigente per dare una risposta a chi lamenta la mancanza di disposizioni che permettano di ricevere compensazioni in caso di danni ambientali.

(Scritto per Dazebao)

sabato 27 ottobre 2012

Le ricchezze di Wen tra lotte di potere


Sono bastate 4700 parole al New York Times per mette in mutande la famiglia del premier cinese uscente Wen Jiabao, portando alla luce un patrimonio da almeno 2,7 miliardi di dollari, accumulato attraverso una complessa rete di relazioni poco trasparenti, intessute con figure di spicco del business d'oltre Muraglia. Un altro siluro diretto ai vertici del Partito a soli quattro mesi dallo scoop di Bloomberg sulle fortune dei parenti del presidente in pectore Xi Jinping e a pochi giorni dal fatidico XVIII Congresso, evento che sancirà il passaggio del testimone ai nuovi leader.

Sebbene, secondo le indagini del quotidiano newyorkese, nulla proverebbe una diretta implicazione del primo ministro nelle attività familiari, in pieno scandalo Bo Xilai, il Pcc aveva bisogno di tutto fuorché di altri scheletri nell'armadio. Soprattutto se questi scheletri si trovano nascosti nei lussuosi appartamenti non del perfido ex-segretario di Chongqing, ma bensì dei protetti di "nonno Wen", la faccia buona del Partito, paladino anticorruzione di umili origini e -si vocifera- persino ispiratore di una riabilitazione del movimento di Tian'anmen. Tutt'altra cosa, insomma.

Pechino non l'ha presa bene. Tacciato il NYT di "calunnia", ha accusato il pezzo-bomba di avere motivazioni "non giornalistiche", nascondendosi dietro all'ormai consueto vittimismo. In sintesi: trattasi ancora della solita cospirazione "made in Usa", volta ad arrestare l'avanzata del Dragone sullo scacchiere internazionale e a mettere in cattiva luce il Partito. Copione già visto all'epoca della fuga del dissidente Chen Guangcheng presso l'ambasciata statunitense a Pechino e ormai riproposto sempre più spesso in caso di situazioni imbarazzanti.(link) Questo almeno è ciò che sembrano suggerire le poche e coincise parole di Hong Lei, portavoce del ministero degli Esteri cinese.

Variegata la reazione del popolo del web, scisso tra sdegno, stupore e semi-comprensione. "L'articolo (del NYT ndr) rivela che Wen non era contento degli affari dei suoi familiari, ma che non sapeva come fermarli. Anche se non vi è prova di un illecito a suo carico, come poteva pensare di combattere la corruzione di tutto il sistema se non riusciva a fermare nemmeno quella in casa propria?" si legge in un post su Weibo, sorta di Twitter in salsa di soia. Qualcuno più smaliziato: "In quel gruppo (la leadership ndr) questo è il biglietto per stare al gioco. Se il tuo culo è pulito e la tua famiglia non possiede ingenti beni, non hai le qualifiche per stringere alleanze e fare affari"

Intanto rimane un mistero l'identità della talpa che ha allungato informazioni tanto compromettenti ai "nemici" americani. Chi potrebbe augurarsi la rovina di Wen? Secondo alcuni, il NYT costituirebbe una pedina nelle lotte di potere consumate entro le mura di Zhongnanhai, il Cremlino cinese. A sparare l'ultima bordata sarebbe stata l'ultrasinistra, orfana di Bo Xilai, ma ancora agguerrita e pronta a speronare l'ala più liberale del Pcc, di cui Wen è uno degli esponenti di spicco. Tale tesi viene riproposta da tal @hdonuts in chiusura ad un pezzo comparso ieri su Foreign Policy:

"Kim Jong-il ha utilizzato la lotta contro la corruzione all'ordine del giorno per fare fuori l'opposizione. E' una strategia che accomuna tutti i dittatori e coloro che ambiscono a diventarlo, come Bo Xilai e il suo boss (Zhou Yongkang ?). Quando si parla di paesi in cui governano regimi totalitari, come la Cina e la Corea del Nord, è difficile tracciare il confine tra giusto e sbagliato. Persone crudeli utilizzano la giustizia per mettere in atto malignità ed eliminare i propri rivali. Una guerra discriminatoria alla corruzione non ha mai portato in alcuna regione l'onestà che è invece stata assicurata in Occidente attraverso modifiche del sistema politico. Diamo un'occhiata alla storia. La rivoluzione culturale di Mao, le purghe di Stalin, il genocidio dei Khmer Rossi: tutti coloro che hanno messo in atto i più gravi disastri dei tempi moderni lo hanno fatto in nome della lotta alla corruzione. La mia conclusione è, dunque, che non si farà chiarezza politica accusando in maniera casuale qualche politico di corruzione. Si farà chiarezza, piuttosto, modificando il sistema, che oggi in Cina è campo di battaglia tra due fazioni opposte. Ci sono i maoisti, che cercano di infliggere purghe -come fecero i Khmer Rossi in Cambogia- e i riformisti, che ambiscono a trasformare la mainland in una sorta di Hong Kong. Ma ora i maoisti hanno perso il loro capo (Bo Xilai), mentre i riformisti, sfortunatamente, stanno tentando di eliminare la dottrina di Mao dalla Costituzione. E pertanto sono finti tra le fiamme"

Articoli correlati apparsi sul NYT:
L'impero della famiglia Wen
Come ottenere informazioni finanziarie in Cina (David Barboza spiega come è riuscito a procurarsi il materiale per il pezzo)


Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...