sabato 9 dicembre 2017

Per Pechino, Trump esporta instabilità in Medio Oriente


La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele rischia di innescare un effetto domino in Medio Oriente. E’ quanto pensa Pechino che ieri per bocca del portavoce del ministero degli Esteri ha dichiarato che “la questione sullo status di Gerusalemme è complicata e sensibile. Tutte le parti dovrebbero essere caute per mantenere la pace. Tutte le parti dovrebbero evitare di scuotere le basi a lungo termine per risolvere i problemi palestinesi ed evitare di creare nuove divisioni nella regione “. Geng ha sottolineato come la Cina sia stata tra i primi paesi a riconoscere l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale, fin dal 1988. Pechino ospita una sede diplomatica dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), organizzazione politica e paramilitare palestinese considerata dalla Lega araba legittima “rappresentante del popolo palestinese”, dall’estate del 1974.

Quella con la nazione araba è una partnership che risale al periodo maoista, quando il Grande Timoniere sosteneva i movimenti di liberazione nazionale nel Terzo Mondo, facendosi promotore di gruppi armati quali il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina di ispirazione marxista-leninista. Tanto che, nel 2006, quando Hamas vinse le legislative diventando il governo di fatto nella Striscia di Gaza, Pechino si rifiutò di rubricarlo tra le organizzazioni terroristiche insieme a paesi quali Russia, Iran, Turchia e Qatar.

Con gli anni, tuttavia, l’estinguersi del collante ideologico ha lasciato spazio a calcoli di natura più geostrategica. Come faceva notare tempo fa l’autorevole opinionista cinese Mu Chunshan su The Diplomat, il conflitto israelo-palestinese, in tutta la sua estenuante durata, è stato percepito dalla Repubblica popolare con partecipazione ondivaga. Sotto Mao Zedong e Deng Xiaoping, la Cina ha sostenuto l’Olp con armi e finanziamenti abbracciando la causa rivoluzionaria di Yasser Arafat, definito “un vecchio amico del popolo cinese”. Uno strappo alla regola della “non ingerenza negli affari interni degli altri Stati” che la seconda economia mondiale ha assunto come principio cardine della propria politica estera. Motivazioni di ordine strategico sembrerebbero aver indotto Pechino, una volta tanto, a rinnegare la propria sbandierata neutralità. Alla luce del consenso riscontrato dal governo palestinese dalla Lega Araba, i leader cinesi devono aver considerato la partnership con il governo di Gaza ‘conditio sine qua non’ per allargare la propria influenza in tutto il Medio Oriente, ricco di risorse energetiche.

Questo, tuttavia, non ha impedito al gigante asiatico di avviare contemporaneamente sinergie di natura win-win con Israele, nonostante i suoi legami a doppio filo (militari) con Washington e (commerciali) con Taiwan — una provincia ribelle da riannettere alla mainland secondo Pechino. La Repubblica popolare ha rapporti militari e diplomatici con lo stato ebraico rispettivamente dal 1979 e dal 1992. In soli 5 anni il commercio bilaterale con Israele è passato da 1 miliardo a 11,4 miliardi di dollari e la necessità di incamerare tecnologia — come stabilito dal progetto “Made in China 2025” volto ad emancipare il paese asiatico dal ruolo di fabbrica del mondo — ha fatto triplicare gli investimenti cinesi nel paese soltanto nell’ultimo anno. Il numero degli accordi a coinvolgere almeno un partner cinese sono aumentati del 16% su base annua. E a rendere ancora più ghiotte le prospettive future concorre la crescente reticenza degli Stati Uniti ad accogliere capitali cinesi nella Silicon Valley.

Ma più che i rapporti bilaterali per Pechino conta la stabilità regionale, alla quale la seconda economia mondiale contribuisce con il suo proverbiale pragmatismo; virtù che le permette tanto di fare affari su fronti divergenti (come Iran e Arabia Saudita) quanto di mediare nei teatri di crisi. In Medio Oriente passano le rotte della Nuova Via della Seta, la cintura economica tra Asia ed Europa divenuta cardine della politica estera cinese. Non a caso nel maggio 2013, quando il progetto era in procinto di essere presentato al mondo intero, il presidente cinese Xi Jinping si è fatto promotore di una propria ricetta per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese; un programma in quattro punti rilasciato in occasione della trasferta di Abbas e Netanyahu oltre la Muraglia.

La decisione del nuovo inquilino della Casa Bianca rischia pertanto di rallentare la lunga marcia cinese verso Occidente. Come spesso accade, è la stampa ufficiale a fungere da cassa di risonanza delle opinioni pechinesi. Mentre in una sobria analisi dal titolo “President Trump’s Jerusalem decision likely to undermine regional peace process” l’agenzia di stato Xinhua si sofferma sulla natura politica della decisione di Trump (desideroso di compiacere “l’ala religiosa della sua base conservatrice”), il semiufficiale Global Times non ha freni: la provocazione del leader statunitense “ridurrà in frantumi anni di sforzi diplomatici per la pace tra Palestina e Israele”. Di più. “Assesta un duro colpo al ruolo pacificatore che il governo americano ha giocato per anni nelle relazioni israelo-palestinesi”, fomentando l’insorgere di nuovi movimenti estremisti nel mondo arabo. E’ un’affermazione che, aldilà delle manifeste preoccupazioni, nasconde un velato compiacimento. Autoproclamatosi alfiere della globalizzazione, Pechino osserva il soft power a stelle e strisce sgretolarsi inesorabilmente in aree di importanza strategica.
Non a caso un recente report realizzato congiuntamente dai think tank American Progress e Mercator Institute for China Studiesassocia l’attivismo cinese nel quadrante mediorientale proprio al ripiegamento di Stati Uniti ed Europa.

[Pubblicato su Il Fatto quotidiano online]

giovedì 7 dicembre 2017

In Cina e Asia



Pechino: “la questione sullo status di Gerusalemme è complicata e sensibile”


Le decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele rischia di innescare un effetto domino in Medio Oriente. E’ quanto pensa Pechino che ieri per bocca del portavoce del ministero degli Esteri ha dichiarato che “la questione sullo status di Gerusalemme è complicata e sensibile. Tutte le parti dovrebbero essere caute per mantenere la pace. Tutte le parti dovrebbero evitare di scuotere le basi a lungo termine del processo di risoluzione dei problemi palestinesi ed evitare di creare nuove divisioni nella regione “. Geng ha sottolineato come la Cina riconosca l’istituzione di uno stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale fin dal 1988. Allo stesso tempo il gigante asiatico ha rapporti militari e diplomatici con Israele rispettivamente dal 1979 e dal 1992. In soli 5 anni il commercio bilaterale con lo stato ebraico è passato 1 miliardo agli 11,4 miliardi di dollari del 2016 e la necessità di incamerare tecnologia ha fatto triplicare gli investimenti cinesi nel paese nell’ultimo anno. Ma più che i rapporti bilaterali per Pechino conta la stabilità regionale. In Medio Oriente passano le rotte della Nuova Via della Seta, la cintura tra Asia ed Europa divenuta cardine della politica estera cinese. Non a caso lo scorso luglio, accogliendo il presidente palestinese Mahmoud Abbas, Xi Jinping ha proposto un piano in quattro punti per pacificare le relazioni con Israele. In un’analisi della Xinhuadal titolo President Trump’s Jerusalem decision likely to undermine regional peace process, l’agenzia di stato si sofferma sulla natura politica della decisione di Trump, desideroso di compiacere “l’ala religiosa della sua base conservatrice”.

La Cina nordorientale si prepara a una crisi nucleare


La provincia cinese del Jilin, al confine con la Corea del Nord, sta prendendo molto seriamente le minacce del regime di Pyongyang. Tanto che, mercoledì, il Jilin Daily, il quotidiano locale ufficiale, ha deciso di dedicare una pagina intera per spiegare ai cittadini come difendersi da un attacco nucleare. L’articolo, corredato da fumetti esplicativi, fornisce consigli pratici su come eliminare le scorie radioattive, senza mai citare esplicitamente la Corea del Nord ma piuttosto ricordando il disastro di Hiroshima: dallo spazzolarsi le scarpe con l’acqua al pulirsi le orecchi con il cotone. Considerata la storica alleanza con Pyongyang, si tratta di una rara ammissione di impotenza davanti alle ripetute mosse azzardate di Kim, tornato di recente a minacciare il mondo con un nuovo lancio missilistico. Con lo scopo di minimizzare l’accaduto, il semiufficiale Global Times ha spiegato che, sebbene quella di un attacco nucleare sia un’ipotesi remota, “è naturale che la provincia di Jilin sia più sensibile alla situazione nella penisola coreana, data la sua particolare posizione geografica. È necessario che il giornale provinciale pubblichi informazioni sulle armi nucleari”.

Pyongyang parla di guerra ma non disdegna il dialogo


Non è una questione di se ma di quando. La guerra tra Corea del Nord e Stati Uniti “è un fatto assodato” “l’unica domanda adesso è: quando scoppierà”. Così il ministero degli Esteri nordcoreano ieri ha commentato lo svolgimento delle esercitazioni aeree tra Washington e Seul, che ieri hanno visto anche la partecipazione di un bombardiere americano B-1B. La retorica bellicista, tuttavia, sembra celare l’accondiscendenza a portare avanti un dialogo dietro le quinte. In quelle stesse ore infatti il sottosegretario generale per gli Affari politici dell’Onu, si trovava a nord del 38esimo parallelo — su invito proprio di Pyongyang — per discutere “questioni di reciproco interesse e preoccupazione”. Si tratta della prima visita di un alto funzionario Onu dal 2010. Al suo secondo giorno a Pyongyang, Jeffrey Feltman — in transito dalla Cina — ha incontrato il ministro degli Esteri Ri Yong Ho. La trasferta di Feltman segue di poco quella dell’inviato cinese Song Tao, dopo due anni di assenza, e sembra palesare le preoccupazione della comunità internazionale per la strategia con cui Trump sta rispondendo alla minaccia nordcoreana con altrettante minacce.

Intanto secondo un report dell’Institute for Science and International Security con base a Washington, sarebbero ben 49 i paesi implicati nel dribbling delle sanzioni internazionali contro Pyongyang. Nella lista nera compaiono i soliti Cina, Iran, Myanmar ma anche Francia, Germania e Brasile.

Pechino allenta il divieto sul carbone

Secondo quanto riportato oggi dal People’s Daily, il ministero della protezione ambientale ha diramato una lettera “doppiamente urgente” alle amministrazioni di Pechino, Tianjin, Hebei, Shanxi, Shandong e Henan (aree che vantano l’aria peggiore della Cina) con un messaggio inusuale: nessun divieto sull’utilizzo di carbone ed altri carburanti inquinanti nel caso in cui il processo di conversione verso il gas non sia stato ancora completato. “Il principio numero uno è quello di tenere le persone al caldo nei mesi invernali”, ha spiegato il dicastero, rispondendo alle polemiche innescate dalla crisi energetica che da giorni sta lasciando la popolazione nel nord del paese al freddo e al gelo per colpa delle scorte insufficienti e delle infrastrutture incomplete. La decisione del ministero arriva a stretto giro dall’allarme della China National Petroleum Corp (CNPC), che proprio oggi ha messo in guardia dal rischio di carenze di gas naturale in caso di un calo eccessivo delle temperature. A risentirne, ha spiegato la compagnia petrolifera, saranno in prima battuta le industrie e i residenti urbani, come testimoniano le foto apparse recentemente di studenti costretti a seguire le lezioni all’aperto per attingere al calore dei raggi solari.

Insegnava la “sottomissione femminile”: chiusa scuola nel nord della Cina
Le autorità di Fushun, nella provincia settentrionale del Liaoning, hanno fatto chiudere un controverso istituto femminile dopo la diffusione su internet di alcuni video in cui le studentesse venivano istruite a “tenere chiusa la bocca” e a non reagire quando soggette a violenze. Tra i gli altri consigli dispensati dagli insegnanti quello di non divorziare, ambire a fare carriera o avere rapporti sessuali con più di tre uomini — data la presunta “tossicità” dello sperma. “Qualunque cosa chieda tuo marito, la tua risposta dovrebbe essere: ‘Sì. Subito’”, sentenzia un docente. Secondo il Liaoshen Evening News, i corsi di 7 e 20 giorni prevedevano ogni mattina la sveglia alle 4.30 e otto ore di lavori domestici. Fondata nel 2011 dal gangster “pentito” Kang Jinsheng, la scuola ha attratto decine di migliaia di iscritti desiderosi con corsi tanto sulle “virtù femminili” quanto sulla “pietà filiale”. Ma come spiega un post sull’account Weibo dell’ufficio per l’istruzione di Fushun, “gli insegnamenti dell’istituto sono contrari alla moralità sociale e devono essere immediatamente sospesi”.

Dongguan, dalla prostituzione all’assistenza agli anziani

Fino a qualche anno fa era nota come la “sin city” cinese, ma oggi Dongguan, città-fabbrica nel delta del Fiume delle Perle, sembra voler espiare i vecchi peccati. Lontano è il tempo in cui la città ospitava circa 300mila prostitute, business di ripiego fiorito per controbilanciare le perdite del manifatturiero locale colpito dalla crisi globale. Dopo che nel 2014 un’inchiesta della CCTV ha portato allo scoperto il malaffare, Dongguan si è impegnata a cambiare pelle. E’ così che oggi alcuni degli ex bordelli più noti si sono convertiti in case di riposo per anziani. Al momento Dongguan ha oltre 30 case di cura statali, accessibili tuttavia soltanto ai residenti a basso reddito. Nel 2013, il governo cittadino ha cominciato a corteggiare i privati con incentivi pari a 10mila yuan per posto letto. Hao Xiang Kang Le, uno degli ex 100 “boutique hotel” del sesso, è una delle sei strutture private sorte in città per far fronte al rapido invecchiamento della popolazione. Gli esperti dicono che, in teoria, la Cina necessiterebbe di 13 milioni di operatori sanitari per accudire i circa 40 milioni di anziani non autosufficienti, ma attualmente le case di cura in tutto il paese impiegano meno di 200.000 assistenti.

Seul stanzia oltre 400mila dollari per uccidere Kim


La Corea del Sud ha stanziato per la prima volta un budget interamente dedicato alla cosiddetta “unità di decapitazione”, la task force incaricata di uccidere Kim Jong-un. Secondo quanto annunciato ieri dal ministero della Difesa, Il bilancio per il 2018 comprenderà 340 milioni di won (420.000 dollari) da destinare “all’acquisto di attrezzature per le forze speciali. L’equipaggiamento include un drone suicida, un drone di sorveglianza e una mitragliatrice a granate”. Il 1 dicembre le forze armate sudcoreane hanno lanciato un’unità di decapitazione a livello di brigata, che include circa 1.000 forze speciali incaricate di neutralizzare il sistema di comando e controllo della Corea del Nord in tempo di guerra andando a colpire direttamente Kim e altri alti funzionari. Citando “la triste realtà sulla sicurezza”, Seul ha annunciato che aumenterà la propria spesa militare del 7% il prossimo anno, il balzo più ampio dal 2009.

(Pubblicato su China Files)

martedì 5 dicembre 2017

In Cina e Asia


Apple e Google studiano la “cybersovranità” cinese

Domenica, in apertura all’annuale World Internet Conference di Wuzhen, la Cina è tornata a difendere il concetto di “cybersovranità”, introdotto da Xi Jinping nel 2014, che conferisce a ciascun paese il diritto di regolamentare la propria rete internet. Avendo raggiunto pieno controllo del web nazionale con una nuova legge sulla cybersicurezza, ora Pechino si offre di aiutare la comunità internazionale a fare altrettanto. Ma non chiamiamola censura. Nonostante la necessità di normare i contenuti online, “lo sviluppo del cyberspazio cinese sta entrando in una corsia di sorpasso. . . Le porte della Cina diventeranno sempre più aperte”, ha affermato il capo della propaganda Huang Kunming leggendo una nota autografata del presidente Xi. La conferenza ha inoltre fatto da sfondo al debutto del nuovo ideologo del partito Wang Huining, nominato membro del comitato permanente lo scorso ottobre, che riprendendo il concetto a lui caro di autoritarismo statale ha enfatizzato il ruolo dirigista che il governo deve esercitare nello sviluppo tecnologico del paese. Soprannominato il “Davos dell’internet”, il forum di Wuzhen arriva a pochi giorni dall’accusa di corruzione dell’ex zar della Cyberspace Administration Lu Wei e ha visto per la prima volta la partecipazione di illustri ospiti stranieri quali il chief executive di Apple Tim Cook e il capo di Google Sundar Pichai. Rivolgendosi ai presenti, Cook, che è già al secondo viaggio oltre la Muraglia in due mesi, ha ricordato come Apple ha contribuito alla crescita economica del gigante asiatico facendo guadagnare agli sviluppatori cinesi quasi 17 miliardi di dollari attraverso la vendita di app.

Washington e Seul sfoggiano la loro potenza aerea

Sale la tensione nella penisola coreana con l’inizio delle esercitazioni aereecongiunte tra Washington e Seul, le più imponenti mai realizzate. Vigilant Ace — che proseguirà fino a venerdì — prevede infatti la partecipazione di 12.000 soldati americani e circa 230 velivoli, tra cui sei caccia F-22 Raptor e F-35. Secondo i media sudcoreani, potrebbero essere dispiegati anche bombardieri strategici supersonici B-1B Lancer. Le operazioni, seppur pianificate da tempo, arrivano a pochi giorni dal lancio del missile balistico intercontinentale Hwasong-15, in grado di colpire gli Stati Uniti in qualsiasi punto del loro territorio continentale. Nel weekend Pyongyang ha avvisato che le esercitazioni rischiano di “riacutizzare” la tensione. Per il Comitato della Corea del Nord per la pacifica riunificazione del Paese, Trump è un “pazzo” che sta spingendo “la situazione nella penisola coreana, già grave, sull’orlo della guerra nucleare”. Un’eventualità che ha già indotto il senatore repubblicano Lindsey Graham ha chiedere l’evacuazione dalla penisola delle famiglie del personale militare statunitense.

Pechino caccia i migranti: panico nell’e-commerce


La campagna di pulizia avviata da Pechino — dopo l’incendio del 18 novembre — contro la “popolazione low-end” (ovvero i migranti) sta creando non pochi problemi ai colossi dell’e-commerce cinese Alibaba e JD. Motivo? Innanzitutto, perché nel mettere in sicurezza gli edifici illegali della capitale cinese (spesso un po’ depositi, un po’ laboratori e un po’ abitazioni) le autorità stanno provvedendo a chiudere molti magazzini non in regola. In secondo luogo, perché quei cittadini di classe B non più benvenuti rappresentano il motore del settore logistico; i corriere che recapitano a casa pacchi e pasti a domicilio. Secondo un impiegato, SF Express, il più grande servizio logistico della Cina, ha già visto chiudere 20 dei suoi centri di distribuzione, circa un decimo del totale collocato a Pechino, mentre sei dei 50 colleghi si trovano costretti a dormire nei furgoni dell’azienda con una temperatura di -5° dopo che le loro abitazioni sono state demolite. Alibaba, che nell’ultimo rapporto ha citato la carenza di forza lavoro come un pericolo per il proprio business, ha annunciato che rinnoverà i dormitori dei suoi dipendenti per adeguarli agli standard richiesti dal governo. I disagi nelle consegne — che hanno visto il colosso ZTO ridurre le spedizioni giornaliere dalle tradizionali 100 alle 20 della scorsa settimana — proseguiranno per tutto il mese di dicembre, secondo fonti del settore. Le perdite ammontano a centinaia di milioni di renminbi.

Crisi rohingya: il web birmano si scaglia contro il papa
Ipocrita e Falso. Il giudizio dei netizen birmani nei confronti di papa Francesco — reduce da una lunga maratona in Myanmar e Bangladesh — è precipitato paurosamente da quando il santo padre ha deciso di rompere il silenzio sui “rohingya” una volta arrivato a Dacca. Mentre ancora in Birmania, la comunità cattolica locale, compreso il cardinale Bo, avevano convinto Bergoglio ad astenersi dall’utilizzare pubblicamente il termine “rohingya”, che le autorità di Naypyidaw ritengono descriva erroneamente un’etnia bengalese stabilitasi illegalmente nello stato Rakhine. Di ritorno in Vaticano, tuttavia, il papa ha lasciato intendere di aver sollevato la questione privatamente con Aung San Suu Kyi e i militari. Bergoglio ha inoltre raccontato la commozione provata nell’incontrare un gruppo di rohingya provenienti dai campi profughi del Bangladesh. “È come una lucertola il cui colore è cambiato a causa delle condizioni meteorologiche”, scrive su Facebook Aung Soe Lin commentando il voltafaccia del papa nella crisi dello stato Rakhine. “Più che un leader religioso dovrebbe fare il commerciante o l’intermediario considerato l’uso di parole differenti”, critica un altro. “Il Papa è una persona santa … ma qui (in Myanmar) ha detto una cosa mentre in un altro paese ne ha detta un’altra”, ha scritto l’utente di Facebook Ye Linn Maung,“se amasse davvero la verità dovrebbe sempre sostenere la stessa cosa.” La condotta del Santo Padre in Myanmar è stata oggetto di aspre critiche anche in Occidente, dove i gruppi per la difesa dei diritti umani auspicavano una ferma presa di posizione per mettere fine all’esodo degli sfollati musulmani verso i paesi limitrofi sulla scia delle violenze innescate dalla caccia dell’esercito agli autori degli attacchi armati di agosto.

L’addio alla carriera di Harumafuji e la crisi del sumo

Il 29 novembre Harumafuji, uno dei più grandi campioni di sumo, è stato costretto ad abbandonare la carriera per aver aggredito un collega in un bar. “Mi scuso dal più profondo del mio cuore” ha dichiarato, inchinandosi profondamente per quasi 30 secondi. Il gesto cerimonioso ha lo scopo di riparare alla perdita d’immagine causata allo sport nazionale del Sol Levante dopo una lunga serie di episodi antisportivi. Tutto è cominciato una decina di anni fa, quando un apprendista di 17 anni è morto dopo che i suoi anziani lo avevano picchiato con una bottiglia di birra e una mazza da baseball. Poi è stata la volta degli incontri truccati e delle scommesse illegali con l’implicazione nientemeno che della yakuza, la mafia giapponese. Ma forse il segno più lampante del declino sta nell’estinzione di lottatori nipponici. Infatti, sebbene il sumo sia nato in Giappone circa 2000 anni fa, l’arcipelago stenta a sfornare campioni. Prima che Harumafuji si dimettesse, tre dei principali quattro lottatori provenivano in realtà dalla Mongolia. E a spedire nuove leve verso l’arcipelago ormai sono sopratutto Europa dell’Est, Russia, Hawaii e le Samoa.

(Pubblicato su China Files)

domenica 3 dicembre 2017

Weekly News Roundup: Dispatches from the Silk Road Economic Belt


Italy-China in 18 days: a new rail transport service lunched by the giant Changjiu Logistics

The Chinese giant Changjiu Logistics launched its weekly rail transport service connecting Mortara Integrated Logistics Park (Pavia) and the city of Chengdu. The first freight train from Mortara left yesterday morning and will reach the capital city of Sichuan province within 18 and 22 days. Hopefully, in 2018, 3 or 4 weekly train trips will cover the 10,800 km which divide Lombardy from the “Hi-tech Park” in Chengdu, crossing Poland and Russia. The railroad transport service (a cheaper choice than air transport, and quicker than ship transport service), is part of the Silk Road Economic Belt, one of the programs of the development strategy One Belt One Road Initiative launched by Xi Jinping in 2013. (investorvisa)

China’s charm offensive in Eastern Europe challenges EU cohesion
China works full steam on institutionalizing its cooperation with Eastern Europe, building the 16+1 initiative into a platform for its Belt and Road Initiative. The economic reality lags far behind the announcements, but the promise of Chinese investment and the symbolism of the high-level cooperation between China and Eastern Europe are turning into a stress test for EU cohesion.

Belt and Road Now Leads to Every Central, Eastern European Nation
China’s Belt and Road initiative will expand to include all 16 central and eastern European countries (CEEC), Premier Li Keqiang said on Monday in Budapest, as he announced billions of dollars of financial support for the region.The country will sign agreements with Estonia, Slovenia and Lithuania during Li’s meeting with CEEC leaders to include the three countries in the Belt and Road initiative, he said in a speech at the Sixth Summit of China and Central and Eastern European Countries. (Caixin)

Media exports to nations like Nepal form key pillar of ‘New Silk Road’ charm offensive.
China is bringing its soft power push to countries along the “New Silk Road,” casting television shows and movies as its cultural ambassadors.Beginning next spring, television screens across Nepal are set to light up with episodes of “Ode to Joy,” one of China’s most popular sitcom series. (.sixthtone)

Is Pakistan China's Venezuela?
Beijing's frenzied drive to create a modern Silk Road puts Pakistan front and center, much as Venezuela was once a target of lending by China Development Bank as the nation sought to secure oil supplies.Of the $6 billion to $7 billion of current development projects in Pakistan as part of the China-Pakistan Economic Corridor, Beijing has provided the bulk of financing -- local funding amounts to just $470 million. (Bloomberg)

China Striving to Boost Energy Imports from Turkmenistan
China is expected to be a major presence at the 28th meeting of the Energy Charter Conference, scheduled to be held in the Turkmen capital Ashgabat on November 28-29. Chinese officials are looking to catalyze efforts to secure larger volumes of energy imports from Central Asian suppliers, especially Turkmenistan, and promote projects connected to the $1-trillion Belt and Road infrastructure development initiative. (EURASIANET)

China pledges over $3 billion for CEE investment projects
China will provide funding worth over $3 billion for development and investment projects in Central and Eastern Europe, Chinese Premier Li Keqiang said on Monday. “Under the auspices of China-CEEC interbank association to be inaugurated today, China Development Bank will provide 2 billion euro ($2.39 billion) equivalent of development financial facility,” he said at the sixth Summit of Heads of Government of Central and Eastern European countries and China.“The second stage of China-CEEC investment cooperation fund has been launched with a capitalization of $1 billion, most of which will be channeled to CEE countries,” he added through an interpreter. (Reuters)

Intercontinental rail freight on track to boost China-EU trade

Three years after the first cargo train embarked on its adventure from Yiwu, China’s most famous commodities center, to Madrid, nine routes to Europe have been established for the intercontinental rail freights, which have become a carrier of Sino-European trade and communication.

Hungary launches rail link tender as CEE-China summit starts
Hungary will publish a procurement tender on 27 November for a modernised railway link with Serbian capital Belgrade to ship Chinese goods into Western Europe, Foreign Minister Peter Szijjarto said on 26 November. The tender will be published as politicians from China and Central European countries begin a two-day summit in Budapest, with the participation of 16 prime ministers including Chinese Premier Li Keqiang. (Reuters)

Hungary to invest 100 mln euros in China's central and eastern Europe fund
The Hungarian Export-Import Bank will contribute 100 million euros ($119 million) to China’s government-backed SINO-CEE Fund, which aims to raise a total of 10 billion euros, the fund said. (Reuters)

Kazakhstan Presses China On Problems Reported By Ethnic Kazakhs In Xinjiang
Kazakhstan's Foreign Ministry says it has held talks with Chinese officials regarding "frequent complaints by ethnic Kazakhs about problems they face in the People's Republic of China."
In its November 28 statement, the ministry said that Deputy Foreign Minister Aqylbek Kamaldinov and the Chinese ambassador to Kazakhstan, Zhang Hanhui, discussed the issue in Astana on November 27.The same day, reported problems faced by ethnic Kazakhs in China were discussed by representatives of the consular services of the Kazakh Foreign Ministry and Chinese Embassy, the statement said. (rferl)

Bad terms: Pakistan’s raw deal with China over Gwadar port
As details emerge of agreements reached, it seems likely China will profit and Pakistan will pay. Critics say Pakistan's bureaucrats have blundered. (Asia Times)

China's Belt and Road sparks battle of the breadbaskets

China's regionwide infrastructure drive is quickly proving to be a game changer in the grain trade.
The shift in the landscape was apparent when the Kazakh agriculture minister visited Beijing earlier this month. "Kazakhstan is willing to work with China and cement bilateral cooperation for common agricultural development," Askar Myrzakhmetov, who doubles as deputy prime minister, told Chinese Agriculture Minister Han Changfu on Nov. 7.  (nikkei)

China pushing billions into Iranian economy as Western firms stall
China is financing billions of dollars worth of Chinese-led projects in Iran, making deep inroads into the economy while European competitors struggle to find banks willing to fund their ambitions, Iranian government and industry officials said. (Reuters)

India’s entry into security bloc expected to lessen Beijing’s dominance: analysts
Li Keqiang could face an unfamiliar set of challenges at this week’s Shanghai Cooperation Organisation summit with India and Pakistan as full members (Scmp)


CENTRAL ASIA

Inside the secretive state of Uzbekistan
The BBC was given permission to report from the Republic of Uzbekistan in Central Asia for the first time in over 12 years.Since the death of the authoritarian President Islam Karimov last year, a cautious programme of reform has been carried out in the secretive nation.We asked ordinary Uzbeks how they feel about the changes taking place in their country. (Bbc)

Kyrgyzstan's Outgoing President Pledges to Continue Playing Role in Politics
Kyrgyzstan’s president has in his final press conference before leaving office dangled the prospect that he may run for parliament as the list-topping candidate for the ruling Social Democratic Party, or SDPK.“I don’t plan to become chairman of parliament or the government, or even a member of parliament, but I will be number one,” Almazbek Atambayev said in his most explicit indication so far that he intends to occupy an important role in Kyrgyz political life (eurasianet)

Kyrgyz-Tajik Territorial Disputes Threaten Regional Stability
After gaining their independence a quarter century ago, all of the countries of the post-Soviet space have had to delimit their borders with each other. Most have had conflicts, but all but a few of those have since been resolved. One of the most serious of the remaining border conflicts involves the state border between Kyrgyzstan and Tajikistan as well as the status of an ethnic-Tajik exclave (Borukh) within the borders of the Republic of Kyrgyzstan. Disagreements about the location of the border led to an armed clash three years ago (see EDM, February 11, 2014; May 20, 2014). And now, some incautious language by the outgoing president of Kyrgyzstan threatens to reignite an issue local experts say is “a delayed action mine” that threatens not only the stability of these two countries but also of Central Asia as a whole (News.tj, November 24, 2017).


Kazakhstan: Is New Military Doctrine Response to Russia or the West?

In late September, Kazakhstan adopted its fifth military doctrine. The document outlines a shift in strategic thinking that seems, at least in part, designed to respond to potential threats emanating from Kazakhstan’s neighbor and ally, Russia — even though analysts close to the Kazakhstani government argue that it is the actions of the West that pose the greatest danger to the country’s sovereignty. (Eurasianet)

The Resurgence of Central Asian Connectivity
Can the world’s most dis-integrated region rebuild connectivity from within? (Diplomat)

Can Central Asia’s Poorest States Pay Back Their Debts to China?
Despite concerns, Kyrgyzstan and Tajikistan have, so far, been able to manage debt repayment to China fairly well. (the diplomast)

venerdì 1 dicembre 2017

Trump: “La Cina tagli le forniture di petrolio”



Donald Trump ha chiesto al suo omologo cinese Xi Jinping di sospendere tutte le forniture petrolifere alla Corea del Nord, “passo cruciale nello sforzo del mondo per fermare questo Paese reietto”. Il virgolettato è di Nikki Haley, ambasciatrice americana alle Nazioni Unite, che in una seduta straordinaria convocata dal Consiglio di Sicurezza in risposta all’ultimo test missilistico di Pyongyang ha descritto i contenuti della telefonata avvenuta ieri tra i due leader. “Questa azione avvicina il mondo alla guerra, non lo allontana — ha detto la Haley — anche se è un conflitto che gli Usa non cercano”. E ha quindi specificato: “Se ci sarà una guerra, il regime nordcoreano sarà completamente distrutto”.

“Sappiamo bene che il principale motore della produzione nucleare (della Corea del Nord, ndr) è il petrolio. Con le sanzioni, abbiamo tagliato il 90% del commercio nordcoreano e il 30% del suo petrolio, ma il greggio rimane”, ha detto inoltre la rappresentante diplomatica di Washington, ricordando come nel 2003 la Cina provvedette effettivamente a chiudere i rubinetti del proprio export verso il Regno Eremita, sebbene ufficialmente per un guasto tecnico. Ma a settembre l’idea di un embargo energetico totale era naufragata in seguito alle proteste di Pechino e Mosca, preoccupate per la crisi umanitaria che una tale misura potrebbe innescare con conseguenze avvertibili entro i propri confini nazionali.

Nella giornata di ieri Trump aveva lasciato presagire l’arrivo di nuovi e più duri provvedimenti in un tweet sibillino. Letteralmente: “Ho appena parlato con il presidente cinese XI JINPING riguardo alle azioni provocatorie della Corea del Nord. Ulteriori importanti sanzioni saranno imposte oggi. Questa situazione verrà risolta!”. Qualche dettaglio in più è giunto per bocca del segretario di Stato Rex Tillerson che alla stampa ha anticipato la preparazione di una “lunga lista di ulteriori potenziali sanzioni, alcune delle quali coinvolgono altri istituti finanziari. Il Dipartimento del Tesoro annuncerà quali e quando saranno pronti a espellerli”.

Ufficiosamente, si parla della possibilità di introdurre un blocco navale con cui monitorare, intercettare e imporre restrizioni su ciò che può entrare e uscire dalla Corea del Nord. Ma per Koh Yu-hwan della Dongguk University equivarrebbe a una mezza dichiarazione di guerra. Secondo la Casa Bianca, discutendo con Xi Jinping, Trump ha “enfatizzato la necessità che la Cina utilizzi tutti i mezzi possibili per indurre la Corea del Nord ad abbandonare le provocazioni e a ritornare sul sentiero della denuclearizzazione”.

Pechino, dal canto suo, ritiene di aver già fatto abbastanza (lo scorso mese l’export cinese verso il Nord è precipitato del 16%) e chiede a Washington maggior cautela. Nel farlo, l’ambasciatore cinese alle Nazioni Unite Wu Haitao ha ricordato la formula della “doppia sospensione” proposta da Cina e Russia (congelamento dei test missilistici nordcoreani in cambio dell’interruzione delle esercitazioni militari tra Washignton e Seul), mentre il collega russo ha sottolineato le ripetute provocazioni degli Stati Uniti, dalle manovre militari (compreso il dispiegamento simultaneo di tre portaerei in prossimità della penisola coreana) all’imposizione di sanzioni unilaterali, fino al reinserimento della Corea del Nord nella lista dei paesi sponsor del terrorismo. Misura, quest’ultima, risalente ad appena una settimana fa.

Scendere a compromessi non sembra essere nelle corde del presidente statunitense, che fin dall’inizio del suo mandato ha escluso di poter tollerare una Corea del Nord in grado di minacciare il proprio Paese. Ma tra i corridoi della Casa Bianca non mancano i fautori di un “obiettivo temporaneo più realistico”. Ovvero di un implicita accettazione di una Corea nuclearizzata in cambio della sospensione di nuovi esperimenti atomici e missilistici. Una prospettiva che assume concretezza ora che — stando a Kim Jong-un — Pyongyang ha “finalmente realizzato la grande causa storica del completamento della forza nucleare statale” grazie al lancio del vettore intercontinentale Hwasong-15, il più sofisticato mai testato.

Mentre la porta del dialogo non è ancora del tutto chiusa — rigettando fermamente una negoziazione della propria deterrenza nucleare, il regime di Kim ha esplicitato l’intenzione di affiancare gli Usa al tavolo delle trattative solo una volta raggiunta una posizione paritetica — la possibilità, tuttavia, che un errore di calcolo degeneri in una guerra nucleare ha silenziosamente riavvicinato gli eserciti di Usa e Cina.

Proprio mercoledì, mentre Washington, Seul e Tokyo chiamavano a raccolta il Consiglio di Sicurezza, la National Defence University di Washington ospitava una piattaforma di dialogo tra i generali delle due superpotenze con l’obiettivo di delineare possibili strategie di comunicazione in una generica situazione di crisi. Nulla che faccia esplicitamente riferimento alla Corea del Nord. Ma i colloqui sarebbero stati pianificati poco dopo la partecipazione del generale Joseph Dunford ad una serie di esercitazioni cinesi nei pressi di Shenyang, 190 chilometri dal confine sino-coreano. Da una prospettiva cinese si tratta di un raro cambio di strategia considerata la tradizionale reticenza di Pechino anche soltanto a valutare la possibilità di prendere una posizione antagonista rispetto al vecchio Paese amico nel caso di uno scenario bellico con gli Stati Uniti.

[Pubblicato su Il Fatto quotidiano online]

lunedì 27 novembre 2017

In Cina e Asia 



Il papa in Myanmar per promuovere la pace


E’ cominciata quest’oggi la visita di Bergoglio in Myanmar, la prima di un pontefice nel paese del Sudest asiatico. Il papa incontrerà sia Aung San Suu kyi che il capo dei militari Min Aung Hlaing. Terrà poi due messe a Yangon, mercoledì e giovedì, prima di proseguire per il Bangladesh, dove incontrerà la comunità locale dei rohingya, la minoranza musulmana che vive nel confinante stato Rakhine. Lo stile “anticonvenzionale” di Bergoglio è motivo di apprensione per la comunità cristiana locale preoccupata di poter diventare bersaglio dell’estremismo buddhista, finora concentrato a difendere l’etnia maggioritaria bamar da una presunta sommersione etnica di matrice musulmana. Mentre il Santo Padre ha definito gli sfollati “i nostri fratelli e le nostre sorelle rohingya”, il cardinale Bo di Yangon ha invitato il papa a trattenersi dall’utilizzare il nome rohingya — rigettato dal governo birmano — optando per un anonimo “bengalesi”. In Birmania ci sono circa 650mila cattolici — perlopiù provenienti da stati semiautonomi non ancora del tutto pacificati — di cui 150mila attesi per a Yangon per l’arrivo del pontefice. Storicamente nel Sudest asiatico, il dilagare del nazionalismo buddhista di epoca coloniale ha colpito tanto gli islamici quanto i cristiani, considerati, per le loro idee occidentali, un elemento di instabilità politica. Le criticità del continente e il rapido aumento di cattolici (+9% in cinque anni) hanno spinto Bergoglio a visitare già altri tre paesi asiatici da quando è asceso al soglio pontificio.

Intanto, proprio oggi il quotidiano statale Global New Light of Myanmar ha annunciato che Suu Kyi tornerà presto in Cina, meta da lei scelta come primo viaggio da ministra nel 2015. La visita, che comincerà giovedì e si protrarrà fino al 3 dicembre, conferma la volontà di Naiypydaw di coltivare l’amicizia con Pechino come contraltare alle critiche dell’occidente circa la gestione delle minoranze.

Non si placano le polemiche sugli asili cinesi
Mentre ancora imperversano le polemiche per gli sgomberi dei lavoratorimigranti nella periferia di Pechino, la capitale cinese è stata travolta da un’altra ondata di malcontento. Stavolta però guidata dalla classe media dell’esclusivo distretto di Chaoyang. Nella giornata di sabato, la società RYB Education Inc, quotata a New York, ha annunciato il licenziamento di un’insegnante di 22 anni (ora sotto “detenzione criminale”) e del preside della scuola materna accusata la scorsa settimana di maltrattamenti e abusi sui bambini. Tra le accuse, quella di aver somministrato agli alunni strane pillole, oltre ad averli pungicati con aghi e costretti a svestirsi. Giovedì il governo ha avviato una campagna di verifica a livello nazionale. Quello di Chaoyang, infatti, è soltanto l’ultimo scandalo in ordine di tempo a coinvolgere il settore dell’educazione infantile in Cina. Nel 2015, un’altra struttura del gruppo RYB — che gestisce 1300 asili nido e 500 scuole elementari in oltre 300 città cinesi — con sede nel Jilin era stata colpita da accuse analoghe, mentre solo alcuni giorni fa un asilo di proprietà della nota azienda turistica Ctrip era finito nell’occhio del ciclone per maltrattamenti più lievi. Il problema, dicono gli esperti, sta nelle scarse qualifiche del personale, con circa un quarto degli insegnanti di scuola materna ad avere soltanto un diploma superiore e la metà sprovvista di un certificato adeguato per l’insegnamento all’asilo. Con il miglioramento delle condizioni di vita, oltre Muraglia, la spesa annuale pro-capite per l’istruzione privata è cresciuta rapidamente, passando dai circa 600 yuan ($ 91) del 2006 agli oltre 1.000 yuan dell’anno scorso. La storia dell’asilo di Pechino continua a tenere banco sui social anche per via di rumor su un presunto coinvolgimento di alcuni membri dell’esercito.

Nazionale cinese under-20 lascia la Germania per proteste pro-Tibet

Il tour tedesco della squadra di calcio cinese under-20 è stato sospeso fino a data da definirsi. Lo ha dichiarato ieri la German Football Association dopo che proteste pro-Tibet hanno indotto i giocatori cinesi ad abbandonare il campo durante il primo match. Il 18 novembre, l’incontro contro il TSV Schott Mainz era stato interrotto per 25 minuti quando quattro rifugiati tibetani e due tedeschi del gruppo Tibet-Initiative Germany avevano esposto delle bandiere tibetane inducendo i calciatori ad andarsene. A seguito delle proteste, tre squadre tedesche si sono rifiutate di giocare in Cina, mentre le altre sono state pagate 15.000 euro per partecipare. Il portavoce del ministero degli Esteri cinese Lu Kang ha invitato i padroni di casa tedeschi a mostrare “rispetto reciproco”, affermando che il governo si oppone a qualsiasi “attività separatista, anti-Cina o terrorista”. In tutta risposta Reinhard Grindel, president della German Football Association, ha difeso il diritto alla libertà di espressione aggiungendo che “quando si gioca in Germania bisogna anche affrontare il fatto che chiunque può esprimere la propria opinione.” La squadra della Repubblica popolare, inizialmente attesa sabato scorso a Francoforte, avrebbe dovuto disputare un totale di 16 partite fino a maggio 2018.

Damasco pronta ad attirare investimenti cinesi in cambio di petrolio e scambi in yuan

La Cina è la benvenuta nel processo di ricostruzione nazionale, ora che la Siria è libera dalla minaccia dell’Isis. A dirlo è l’ambasciatore siriano a Pechino Imad Moustapha, che in un’intervista al South China Morning Post spiega come il governo di Assad è pronto a barattare petrolio in cambio di prestiti e a utilizzare lo yuan, negli scambi commerciali tra le due parti, venendo incontro alle ambizioni internazionali della valuta cinese. “Vogliamo siano paesi come la Russia, la Cina, l’India e l’Iran e prendere parte alla ricostruzione”, non quelli che hanno partecipato alla guerra (leggi: Stati Uniti e Turchia). Sebbene Pechino non sia mai intervenuta direttamente nel conflitto, ha più volte esercitato il proprio potere di veto in sede Onu — al fianco di Mosca — per bloccare l’implementazione di nuove sanzioni contro Damasco. Secondo Moustapha, ormai la Siria riceve aziende e delegazioni “quasi giornalmente”: “alcune di loro hanno già firmato diversi contratti mentre altre sono in procinto di firmarli”. Secondo la Banca mondiale, i costi della ricostruzione nazionale ammontano a circa 200 miliardi di dollari. Ma, per Pechino, il paese arabo non costituisce soltanto una fonte di idrocarburi. L’ambasciatore siriano ricorda come l’intelligence di Damasco sia in continuo contatto con la Cina per monitorare il flusso di uiguri in arrivo dal Xinjiang per partecipare al jihad. Stando al diplomatico, sarebbero già circa 5000 in territorio siriano.

L’ombra di Cina e India sulle legislative nepalesi


Domenica, in Nepal, sono cominciate le elezioni per il parlamento nazionale e le assemblee provinciali, le prime da quando è stata approvata la nuova costituzione nonché le prime dal termine della guerra civile che ha contrapposto per dieci anni (1996–2006) i ribelli maoisti del Partito Comunista in lotta per rovesciare la monarchia e le forze governative lealiste. Sulla base di quanto stabilito dal nuovo statuto, non solo alcuni partiti marginali verranno estromessi dai parlamenti, ma sarà anche più difficile costringere un primo ministro al prepensionamento. Una misura dettata dall’esigenza di assicurare una maggiore longevità ai futuri governi: finora nessuno è durato tanto da concludere un intero mandato. Le votazioni — che vedono l’alleanza tra gli ex ribelli maoisti e i comunisti di CNP-e UML fronteggiare la coalizione tra il centrista Partito del Congresso Nepalese e i partiti dell’etnia Madhesi, avranno ripercussioni geopolitiche non indifferenti. Nell’ultimo anno, alla guida di Kathmandu si sono susseguite leadership con ambizioni strategiche differenti, alcune più orientate verso la Cina altre verso l’India, partner storico del paese himalayano. L’interesse di Pechino per il Nepal e le sue risorse idriche si è rafforzato con l’avvio del progetto per una nuova via della seta tra Asia ed Europa — progetto da cui Delhi continua a tenersi lontana. Proprio di recente l’insoluta incertezza di Kathmandu tra i due benefattori, è costata a Pechino l’annullamento di un accordo da 2,5 miliardi per la costruzione di una diga sul fiume Budhi Gandaki.

domenica 26 novembre 2017

Weekly News Roundup: Dispatches from the Silk Road Economic Belt


Russia's Rosneft confirms oil supply deal with China's CEFC
Rosneft had signed an oil supply deal with CEFC China Energy Company Ltd, Russia’s largest oil producer said in a regulatory filing on Monday, confirming a Reuters report last week. (reuters)

Cargo train services launched between Hamburg, central China's Yichang
China launches cargo train service between Yichang of central China's Hubei and Hamburg, Germany on Monday. Carrying fresh oranges, medical gauze and packaging film, the train will be on the road for 17 days. (Xinhua)

China and Pakistan agree to push forward economic corridor plan after dam deal scrapped
Analysts say disputes over individual projects won’t get in the way as officials sign long-term plan for US$57 billion scheme. Officials from both sides were finalising a long-term plan to 2030 for the US$57 billion China-Pakistan Economic Corridor (CPEC) on Tuesday as they wrapped up a Joint Coordination Committee meeting in Islamabad.(scmp)

Five biggest Chinese investments in the Pakistan arm of the Belt and Road Initiative
The US$57 billion second phase of the China-Pakistan Economic Corridor (CPEC) – an ambitious plan to integrate sea and land routes across Eurasia under China’s Belt and Road Initiative – is moving along, guided by a joint cooperation panel’s decisions at an Islamabad forum. (scmp)

Pakistan rejects use of Chinese currency
Pakistan has turned down China’s demand to allow its currency to be used in the Gwadar Free Zone under the China-Pakistan Economic Corridor framework, arguing any such move would compromise its ‘economic sovereignty’(tribune)

Chinese premier's upcoming visit conducive to cooperation with CEE, SCO countries
Chinese Premier Li Keqiang's upcoming visit is of great importance to China's cooperation with the Central and Eastern European (CEE) countries and the Shanghai Cooperation Organization (SCO) countries, officials said here Tuesday. Premier Li will attend the sixth meeting of heads of government of China and CEE countries during his official visit to Hungary from Nov. 26-29, and attend the 16th meeting of the Council of SCO Heads of Government (Prime Ministers) in the Russian city of Sochi from Nov. 30 to Dec. 1. (xinhua)

Chinese company starts construction of Serbian coal-fired power plant
A Chinese company started construction on Monday of a new 350-megawatt unit at Serbia’s second largest coal-fired power plant, the first new electricity capacity in the Balkan country in nearly 30 years.The $613 million project is part of a wider deal between Serbia and China that includes expansion of a nearby coal mine and upgrade of existing capacity in the Kostolac coal-fired plant complex. (Reuters)

China completes border disarmament inspections with four countries
China has completed the last round of inspections for this year on the obligation of border disarmament agreements with Kazakhstan, Kyrgyzstan, Russia and Tajikistan, according to the PLA Daily.The newspaper reported that China and a team representing the other four countries inspected each other's border defense forces in mid-August.In 1996, the five countries signed the Agreement on Confidence-Building in the Military Field Along the Border Areas. In 1997, they signed the Agreement on the Mutual Reduction of Military Forces in the Border Areas. The agreements laid down a foundation for the establishment of the Shanghai Cooperation Organization (SCO). (global times)

China says Shanghai security bloc could soon agree on free trade area
China hopes the Shanghai Cooperation Organisation (SCO) security bloc will soon be able to set up a long-mooted free trade area, a senior Chinese diplomat said on Tuesday ahead of a summit of the grouping in Russia late next week.“We believe that with the efforts of all SCO members, including new members India and Pakistan, the goal of establishing an SCO free trade zone will definitely be achieved before long,” Assistant Chinese Foreign Minister Li Huilai told reporters. (Reuters)

China hints it can rename CPEC if India joins OBOR initiative
The Chinese foreign ministry on Thursday responded to a statement by its ambassador in India, Luo Zhaohui, who recently said Beijing is prepared to rename the China-Pakistan Economic Corridor (CPEC) to address India's concerns+ . The ministry neither endorsed nor denied Luo's statement, suggesting that it was encouraging Luo to negotiate with New Delhi over the issue, while ensuring that it did not upset Islamabad either. (Times of India)

Nepal vote set to favor China over India
As Nepalese begin voting in a general election on Nov. 26, not only will they be determining their government but also which superpower -- China or India -- will gain the upper hand over the small landlocked country. (Nikkei)


China ‘to build third Hualong One nuclear reactor’ in Pakistan
China has signed a deal to build a third nuclear reactor in Pakistan, which wants to get a fifth of its electricity from nuclear by 2030. (SCMP)


Syria courts China for rebuilding push after fall of Islamic State’s strongholds

Ambassador to Beijing says Assad regime open to oil-for-loan deals or yuan-denominated transactions as it seeks to lure businesses. (Scmp)

CENTRAL ASIA

Kyrgyzstan: Notorious High-Ranking Customs Official Fired
A notorious high-ranking customs official in Kyrgyzstan has been fired in a dramatic personnel reshuffle that comes weeks after Kazakhstan complained about the volume of contraband goods flooding in from its southern neighbor.Prime Minister Sapar Isakov signed the order to dismiss Customs Service deputy chairman Rayimbek Matraimov on November 23, noting that the official’s action did not comply with government policies. Matraimov, who is known popularly (and tellingly) by his nickname “Rayim Million,” has long wielded substantial influence in the south of the country, which is a conduit for vast amounts of imported wares arriving from China.Late last month, Kazakhstan’s Prime Minister Bakytzhan Sagintayev accused Kyrgyzstan of acting as a substantial conduit for Chinese-sourced contraband and thereby causing huge financial losses to the Eurasian Economic Union, or EEU, a Moscow-led trade bloc. Failure to properly enforce import tariffs, which are apportioned among bloc members at pre-agreed rates, cost the EEU around $2.7 billion in the first eight months of 2017 alone, Sagintayev asserted. (Eurasianet)

 
How Turkey, Iran, Russia and India are playing the New Silk Roads
A pacified Syria is key to the economic integration of Eurasia through energy and transportation connections. A stable Syria is crucial to all parties involved in Eurasia integration. As Asia Times reported, China has made it clear that a pacified Syria will eventually become a hub of the New Silk Roads, known as the Belt and Road Initiative (BRI) – building on the previous business bonanza of legions of small traders commuting between Yiwu and the Levant. (atimes)

Afghanistan Betting on Transit Corridor to Europe via Caucasus
Eurasia has no shortage of ambitious, difficult-to-implement transit route projects in the works. But even in that crowded field, a $2 billion corridor connecting Afghanistan to Europe via the Caspian Sea and the Caucasus stands out.On November 15, officials from Afghanistan, Turkmenistan, Azerbaijan, Georgia, and Turkey signed an agreement in Ashgabat to build what they called the Lapis Lazuli Corridor. The aim of the agreement is to simplify customs and transportation procedures along the route, giving Afghanistan a new, relatively attractive route to ship its products to Europe. (eurasia)

Opportunities and Challenges Await Kyrgyzstan’s Incoming President
Sooronbai Jeenbekov will be inaugurated as Kyrgyzstan’s fifth president on 24 November, the victor of a tight, unpredictable, contested but ultimately legitimate election. The new leader, a loyal member of the ruling Social Democratic Party of Kyrgyzstan (SDPK), won 54 per cent of the vote and gained a majority in every province but Talas – the home of the defeated main opposition candidate Omurbek Babanov. (Crisi Group)

Iran not to exclude possibility of gas export to Tajikistan
Attraction of investments for the transit of Iranian gas to Tajikistan can be a turning point in improving economic relations between the two countries.This was stated by the Iranian parliament speaker, Ali Larijani, on the sidelines of the 10th plenary meeting of the Asian Parliamentary Assembly (APA), Iranian media outlets reported.Larijani told Vice-Speaker of the Tajikistan’s Parliament Khairiniso Yusufi that investments could be attracted, in particular, for electricity generation and water transfer from Tajikistan to Iran and sending gas from the Islamic Republic to the countries of Central Asia. (azernews)



Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...