sabato 9 dicembre 2017

Per Pechino, Trump esporta instabilità in Medio Oriente


La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele rischia di innescare un effetto domino in Medio Oriente. E’ quanto pensa Pechino che ieri per bocca del portavoce del ministero degli Esteri ha dichiarato che “la questione sullo status di Gerusalemme è complicata e sensibile. Tutte le parti dovrebbero essere caute per mantenere la pace. Tutte le parti dovrebbero evitare di scuotere le basi a lungo termine per risolvere i problemi palestinesi ed evitare di creare nuove divisioni nella regione “. Geng ha sottolineato come la Cina sia stata tra i primi paesi a riconoscere l’istituzione di uno Stato palestinese indipendente con Gerusalemme Est come capitale, fin dal 1988. Pechino ospita una sede diplomatica dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP), organizzazione politica e paramilitare palestinese considerata dalla Lega araba legittima “rappresentante del popolo palestinese”, dall’estate del 1974.

Quella con la nazione araba è una partnership che risale al periodo maoista, quando il Grande Timoniere sosteneva i movimenti di liberazione nazionale nel Terzo Mondo, facendosi promotore di gruppi armati quali il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina di ispirazione marxista-leninista. Tanto che, nel 2006, quando Hamas vinse le legislative diventando il governo di fatto nella Striscia di Gaza, Pechino si rifiutò di rubricarlo tra le organizzazioni terroristiche insieme a paesi quali Russia, Iran, Turchia e Qatar.

Con gli anni, tuttavia, l’estinguersi del collante ideologico ha lasciato spazio a calcoli di natura più geostrategica. Come faceva notare tempo fa l’autorevole opinionista cinese Mu Chunshan su The Diplomat, il conflitto israelo-palestinese, in tutta la sua estenuante durata, è stato percepito dalla Repubblica popolare con partecipazione ondivaga. Sotto Mao Zedong e Deng Xiaoping, la Cina ha sostenuto l’Olp con armi e finanziamenti abbracciando la causa rivoluzionaria di Yasser Arafat, definito “un vecchio amico del popolo cinese”. Uno strappo alla regola della “non ingerenza negli affari interni degli altri Stati” che la seconda economia mondiale ha assunto come principio cardine della propria politica estera. Motivazioni di ordine strategico sembrerebbero aver indotto Pechino, una volta tanto, a rinnegare la propria sbandierata neutralità. Alla luce del consenso riscontrato dal governo palestinese dalla Lega Araba, i leader cinesi devono aver considerato la partnership con il governo di Gaza ‘conditio sine qua non’ per allargare la propria influenza in tutto il Medio Oriente, ricco di risorse energetiche.

Questo, tuttavia, non ha impedito al gigante asiatico di avviare contemporaneamente sinergie di natura win-win con Israele, nonostante i suoi legami a doppio filo (militari) con Washington e (commerciali) con Taiwan — una provincia ribelle da riannettere alla mainland secondo Pechino. La Repubblica popolare ha rapporti militari e diplomatici con lo stato ebraico rispettivamente dal 1979 e dal 1992. In soli 5 anni il commercio bilaterale con Israele è passato da 1 miliardo a 11,4 miliardi di dollari e la necessità di incamerare tecnologia — come stabilito dal progetto “Made in China 2025” volto ad emancipare il paese asiatico dal ruolo di fabbrica del mondo — ha fatto triplicare gli investimenti cinesi nel paese soltanto nell’ultimo anno. Il numero degli accordi a coinvolgere almeno un partner cinese sono aumentati del 16% su base annua. E a rendere ancora più ghiotte le prospettive future concorre la crescente reticenza degli Stati Uniti ad accogliere capitali cinesi nella Silicon Valley.

Ma più che i rapporti bilaterali per Pechino conta la stabilità regionale, alla quale la seconda economia mondiale contribuisce con il suo proverbiale pragmatismo; virtù che le permette tanto di fare affari su fronti divergenti (come Iran e Arabia Saudita) quanto di mediare nei teatri di crisi. In Medio Oriente passano le rotte della Nuova Via della Seta, la cintura economica tra Asia ed Europa divenuta cardine della politica estera cinese. Non a caso nel maggio 2013, quando il progetto era in procinto di essere presentato al mondo intero, il presidente cinese Xi Jinping si è fatto promotore di una propria ricetta per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese; un programma in quattro punti rilasciato in occasione della trasferta di Abbas e Netanyahu oltre la Muraglia.

La decisione del nuovo inquilino della Casa Bianca rischia pertanto di rallentare la lunga marcia cinese verso Occidente. Come spesso accade, è la stampa ufficiale a fungere da cassa di risonanza delle opinioni pechinesi. Mentre in una sobria analisi dal titolo “President Trump’s Jerusalem decision likely to undermine regional peace process” l’agenzia di stato Xinhua si sofferma sulla natura politica della decisione di Trump (desideroso di compiacere “l’ala religiosa della sua base conservatrice”), il semiufficiale Global Times non ha freni: la provocazione del leader statunitense “ridurrà in frantumi anni di sforzi diplomatici per la pace tra Palestina e Israele”. Di più. “Assesta un duro colpo al ruolo pacificatore che il governo americano ha giocato per anni nelle relazioni israelo-palestinesi”, fomentando l’insorgere di nuovi movimenti estremisti nel mondo arabo. E’ un’affermazione che, aldilà delle manifeste preoccupazioni, nasconde un velato compiacimento. Autoproclamatosi alfiere della globalizzazione, Pechino osserva il soft power a stelle e strisce sgretolarsi inesorabilmente in aree di importanza strategica.
Non a caso un recente report realizzato congiuntamente dai think tank American Progress e Mercator Institute for China Studiesassocia l’attivismo cinese nel quadrante mediorientale proprio al ripiegamento di Stati Uniti ed Europa.

[Pubblicato su Il Fatto quotidiano online]

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