mercoledì 25 luglio 2012

Il Rinascimento italiano secondo il Dragone



I grandi del Rinascimento italiano, sino ad aprile, 2013 a Pechino. Lo scorso 6 luglio l’apertura della mostra “Rinascimento a Firenze. Capolavori e protagonisti” ha inaugurato lo “Spazio Italia”, prima area interamente dedicata ad un paese straniero in un museo cinese. E non uno qualunque. Nella cornice di piazza Tian’anmen, per ospitare le opere dei maestri fiorentini e’ stato scelto niente meno che il Museo Nazionale di Cina, il piu’ grande e piu’ visitato complesso museale al mondo, riaperto nel marzo 2011 dopo un laborioso restyiling durato quattro anni.

Il progetto, nato da accordi tra i rispettivi ministeri della Cultura e costato un milione e mezzo di euro, assicurera’ all’arte nostrana un soggiorno pechinese di minimo cinque anni, mentre il Dragone potra’ a sua volta usufruire di uno spazio permanente presso il museo di Palazzo Venezia, nella Citta’ Eterna. Con 67 opere, prese in prestito da 30 musei italiani, l’esposizione si propone come una vetrina di grandi nomi: Leonardo da Vinci, Raffaello e Michelangelo, per citarne alcuni, esporteranno la cultura del Bel Paese promuovendo quei legami virtuosi tra le due Nazioni, divenuti piu’ stretti in seguito alla visita ufficiale del premier Wen Jiabao a Roma, nell’ottobre 2010.

A due settimane dal taglio del nastro, le stime dei Beni e le attivita’ Culturali parlano di una media di 1.600 visitatori al giorno, e attese di due ore per poter ammirare quella che il ministro Lorenzo Ornaghi ha definito “la mostra piu’ importante che l’Italia abbia mai inviato all’estero”. Ma numeri a parte quanto effettivamente l’arte “made in Italy” riesce ad esercitare il proprio appeal su un popolo avvezzo a ben altri canoni estetici?

Lo scorso 9 luglio un episodio imbarazzante aveva messo in evidenza le incomprensioni culturali che possono scaturire dall’incontro tra Occidente e Oriente: gli attributi maschili di capolavori quali il David-Apollo e la Vittoria di Michelangelo non hanno passato il vaglio della China Central Television, che le ha accuratamente oscurate durante uno speciale sulla mostra. Una misura volta ad “evitare che le immagini potessero avere un impatto negativo sulle emozioni dello spettatore”, ha spiegato il regista del documentario all’Oriental Guardian.
In un Paese in cui allusioni sessuali e nudita’ sono tabu’ tanto sul piccolo che sul grande schermo, l’opinione pubblica si e’ divisa tra chi sul web ha espresso solidarieta’ verso le autorita’ e chi si è scagliato contro una censura oltremodo severa.

Se nei primi due giorni la mostra ha totalizzato 5000 visitatori – come dichiarato da Mario Resca,  ex Direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio del Ministero per i Beni culturali- oggi grandi file non se ne vedono, nonostante gli orari proibitivi permettano l'acquisto del biglietto esclusivamente entro le 15.30 (ultimo ingresso ore 16.00).
I più suscettibili al fascino del Rinascimento italiano sembrano essere i giovani nella fascia d'età compresa tra i 18 e i 30 anni. Molti studenti, di cui la maggior parte residente a Pechino e alcune famiglie in viaggio provenienti dalle province vicine. Solo due su gli otto interpellati dicono di essere venuti al National Museum appositamente per vedere la mostra italiana.

Cosa ne pensano i cinesi dell'arte fiorentina?
Incuriositi, un po' confusi, temporeggiano davanti a uno stemma Mediceo in legno policromo e lanciano uno sguardo di sfuggita all'Autoritratto (1506) di Raffaello.
Più di uno dei visitatori ha detto di aver apprezzato “abbastanza” l'esposizione, ma di non essere riuscito a seguire il nesso cronologico tra le opere esposte e le relazioni tra i vari artisti. E diciamocelo, le didascalie stringate “autore- nome dell'opera-data” certo non aiutano.
Difficoltà anche nella lettura dell'iconografia religiosa,con summit di quattro persone per cercare di decifrare Vita dei Santi padri (1447-1454) di Paolo Uccello. I più fortunati dicono di aver studiato qualcosa dell'arte italiana tra i banchi di scuola, ma troppo poco per poter apprezzare a pieno i capolavori esposti. Rarissimi intenditori prendono appunti su un quadernino, altri hanno varcato la soglia di “Spazio Italia” attratti semplicemente dal fascino “esotico: “è qualcosa di diverso dalla nostra arte, è comunque interessante” ha affermato uno dei visitatori. Poi incantato davanti a tre ritratti di Agnolo Bronzino esclama: “hanno tutti gli occhi uguali!”.

Mentre una security rigidissima cerca di mantenere l'ordine, nell'era degli smartphone e dei cellulari ultrapiatti, il “no photo” viene facilmente aggirato da chi, pur di catturare le morbide fattezze della Venere di Botticelli, si fa beffe dei divieti. Quando, però, davanti alla Scapiliata di Leonardo da Vinci gli occhi sono, invece, tutti puntati al soffitto, calamitati dagli schermi luminosi che proiettano scorci di Firenze, è inevitabile porsi qualche domanda. A proposito di domande...”ma poi di quella storia della foglia di fico elettronica posta dalla CCTV sulle varie nudità se ne è più parlato?Avevano detto che l’avrebbero rimossa...”
Silenzio e sguardi vuoti: nei paraggi nessuno ne sa niente.

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