sabato 16 gennaio 2016

Tsainami: la vittoria del DPP


[AGGIORNAMENTI
- 21 gennaio: secondo quanto rivelato dal canale militare della CCTV, recentemente la Cina ha condotto esercitazioni militari a largo di Xiamen, proprio difronte all'isola di Taiwan.
- 18 gennaio: all'indomani delle votazioni, la stampa cinese ha invitato la nuova presidente a "guidare il DPP lontano dalle allucinazioni dell'indipendenza di Taiwan, e a contribuire ad uno sviluppo comune pacifico" tra l'isola e la mainland. Gli analisti hanno fatto notare che, nonostante gli avvertimenti di rito, la reazione di Pechino fin'ora si è rivelata meno velenosa rispetto al 2000, quando ad assumere la leadership era stato Chen Shui-bian, ultimo presidente appartenente al DPP.
- 17 gennaio: Ad urne chiuse, il Taiwan Work Office e il Taiwan Affairs Office, ovvero l'agenzia incaricata di gestire le relazioni con Taiwan, hanno riferito che "continueremo ad attenerci al consenso del 1992 e a opporci a qualsiasi forma di rivendicazione secessionista finalizzata all'indipendenza di Taiwan".
Intanto il nome di Tsai, precedentemente bloccato su Weibo, è riemerso sui social cinesi dopo che la leader del DPP ha dichiarato di non voler "provocare" Pechino. ]

E' una vittoria a valanga quella che vede Tsai Ing-wen, candidata d'opposizione DPP (Democratic Progressive Party) sconfiggere il Kuomintang (KMT), il partito filocinese nazionalista al governo, con il 56,12 per cento dei voti; il risultato più schiacciante mai ottenuto dall'istituzione delle elezioni dirette venti anni fa. Il candidato del KMT Eric Chu, che ha ottenuto solo il 31,04 per cento dei consensi, ha riconosciuto la sconfitta e ha annunciato le proprie dimissioni dalla direzione del partito. Sono invece 1,57 milioni i voti andati a James Soong, del People First Party (PFP), promotore di una "middle way" tra le posizioni indipendentiste di Tsai e quelle pro-Pechino di Chu.

Le lezioni, che hanno chiamato alle urne circa 18 milioni di persone, rappresentano una svolta epocale per l'isola democratica. Tsai, 59 anni, diventa il primo presidente donna della repubblica di Cina (altro nome con cui è nota Taiwan), nonché la prima leader d'Asia a raggiungere la vetta del potere senza avere natali illustri. Senza essere "la figlia di..." o "la moglie di...". Ma una svolta epocale lo è anche per i rapporti oltre lo stretto. E' con preoccupazione che Pechino vede affondare il suo principale punto di riferimento nell'ex Formosa, dopo anni di quasi ininterrotta leadership nazionalista.

Da quando nel 1949 la fine della guerra civile tra i comunisti di Mao e il KMT di Chiang Kai-shek vide questi ultimi riparare da perdenti sull'isola oltre lo Stretto di Formosa, le due leadership hanno governato sotto regime antitetici (di tipo democratico a Taiwan, monopartitico in Cina) raggiungendo nel 1992 un'intesa non priva di criticità: quell'anno Pechino e Taipei si accordarono sul riconoscimento dell'esistenza di "una sola Cina" continuando tuttavia, ognun per sè, a interpretare la formula a proprio piacimento. Fin'oggi l'escamotage ha funzionato: nonostante Pechino continui a considerare l'isola una provincia ribelle, nel 2008 la nomina di Ma Ying-jeou a presidente ha portato segni di distensione tra le due Cine. Lo dimostra lo storico incontro dello scorso novembre tra Ma e il suo omologo cinese Xi Jinping; primo sintomo di una possibile apertura cinese verso un riconoscimento di Taiwan come Stato sovrano.

Ora questo delicato balletto diplomatico rischia di venire capovolto con il passaggio del testimone al DPP, fazione che da sempre fa dell'"indipendenza formale" la propria bandiera, mentre l'erosione del KMT viene confermata dall'altrettanto cattivo risultato alle legislative, che hanno visto i nazionalisti perdere la maggioranza in parlamento, portandosi a casa soltanto 35 dei 113 seggi. 68 i seggi andati al DPP e 5 quelli ottenuti dal neonato New Power Party, promotore delle libertà civili e vicino al Movimento dei Girasoli (vedi sotto). Questo vuol dire che -per la prima volta nella storia- sia il potere esecutivo sia quello legislativo finiranno in mano ai filo-indipendentisti.

"Speriamo che le relazioni nello stretto possano essere pacifiche, che possano progredire e allo stessoun Paese due sistemi".
tempo speriamo possa essere conservato lo status quo da tutte le parti, inclusa la Cina continentale", aveva rassicurato Tsai alla vigilia della vittoria. Ma non è un mistero che, a differenza del suo predecessore, la leader del DPP sia poco incline a tollerare il compromesso racchiuso nel motto "una sola Cina"; principio incontestabile delle relazioni bilaterali, avvertono da Pechino. Né è un mistero che la linea dura di Tsai abbia trovato terreno fertile nell'elettorato insoddisfatto, dopo un anno e mezzo di tensioni. Specie dopo che le vicende nella vicina Hong Kong hanno proiettato ombre inquietanti sulla possibile assimilazione di Taiwan nel modello "

Lontani sono i tempi in cui l'ex Formosa fungeva da porta d'accesso per gli investimenti esteri nella Cina del dopo Mao. Nonostante la firma di oltre 20 accordi e un fiorente giro d'affari nel settore turistico tra le due sponde dello stretto, i timori per una crescente dipendenza economica dalla mainland hanno tirato acqua al mulino dell'opposizione taiwanese. Dagli anni '80 ad oggi, 70mila industrie locali hanno trasferito la loro linea di produzione sulla terraferma, rendendo l'isola il secondo principale investitore nella Repubblica popolare dopo Hong Kong. E ora che i cervelli espatriati ammontano ormai a circa un milione, molti cominciano a soppesare la partnership con il gigante asiatico. Nel 2014, il governo di Taipei è stato costretto ad accantonare un trattato sui servizi dopo che la manifestazione studentesca nota come Sunflower Movement era sfociata nell'occupazione del parlamento. Mentre lo scorso mese ad acuire le frizioni si era aggiunto un nuovo accordo tra Taipei e Washington (legati da una vecchia alleanza risalente alle dinamiche da Guerra Fredda, nonostante dal '79 gli Stati Uniti riconoscano Pechino come legittimo governo della Cina) per la vendita di armi da 1,83 miliardi di dollari. "Speriamo che l'amministrazione del presidente Ma e quella entrante assicurino una transizione graduale e continuino a lavorare al mantenimento della stabilità nella regione", aveva reso noto la Casa Bianca a pochi giorni dalle elezioni.

Eppure sarebbe errato leggere gli esiti delle urne esclusivamente da una prospettiva sinocentrica. Come fa notare sull'Huffington Post J. Michael Cole di Thinking Taiwan Foundation, non tutto ruota intorno al vicino ingombrante. I voti parlano chiaro: è la politica interna a dominare le preoccupazioni dei cittadini. In particolare i bassi salari e gli alti prezzi delle case. "Francamente non penso che le relazioni attraverso lo stretto domineranno l'agenda [di Tsai]", spiega al Guardian Nathan Batto dell'Academia Sinica di Taipei. "Penso che il suo focus principale saranno le questioni domestiche, quindi programmi di welfare sociale, la revisione delle leggi fiscali, probabilmente, l'avvio di una specie di grande riforma giudiziaria e l'attacco al sistema della sicurezza alimentare". Questioni lasciate aperte dal governo di Ma Ying-jeou e dal KTM, impantanato in una crisi di credibilità difficile da sanare con una campagna elettorale morbosamente incentrata sulla Cina.





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