martedì 26 gennaio 2016

La Scimmia fa paura


Mentre l'anno della Scimmia è alle porte, quest'anno per qualcuno le vacanze sono cominciate in anticipo. Il crollo degli ordini e il rallentamento della produzione ha già spinto molte fabbriche ad anticipare la chiusura per il Capodanno cinese, che quest'anno cade l'8 febbraio. Alcune probabilmente non riapriranno più.

E' il ritratto di un'economia in affanno difficilmente riscontrabile nei numeri ottimistici rilasciati dal governo. Nel 2015, la crescita cinese si è mantenuta al 6,9 per cento, il valore più basso dal 1990 quando a pesare sull'economia nazionale erano subentrate le sanzioni occidentali post-Tian'anmen, ma poco al di sotto del 7,4 per cento del 2014 e in linea con le aspettative di Pechino, che punta a promuovere uno sviluppo più sostenibile "a velocità medio-alta". Da un punto di vista puramente numerico, la ricetta sembra funzionare: alle esportazioni deboli si tenta di rispondere pigiando sul pedale di consumi interni e servizi, che per la prima volta sono arrivati a riempire oltre la metà del Pil. Tutto torna, quindi, se il contributo del comparto industriale alla crescita risulta il 10 per cento più basso rispetto al terziario. Ma rimane da accertare la dubbia attendibilità dei dati, specie ora che il capo della National Bureau of Statistics, l'Istat cinese, è indagato per violazioni disciplinari, eufemismo utilizzato dai compagni del Pcc quando si parla di corruzione.

Da Pechino fanno sapere che una crescita del 6,5 per cento basterebbe a evitare scossoni a livello sociale. Secondo il Ministero del Lavoro, il tasso di disoccupazione urbana si è mantenuto piuttosto stabile negli ultimi anni intorno al 4,1 per cento; qualcosa in più stando al National Bureau of Statistics, ovvero il 5,1 per cento, molto meno che nell'Unione Europea e un po' più che negli Stati Uniti. Ma siamo ancora nel nebuloso regno dei numeri. A preoccupare gli analisti sono i fatti. Sopratutto le ripercussioni che la fase di transizione verso il "new normal" sta avendo sulla pancia del paese.

Il rallentamento economico ha già colpito duro le tasche dei lavoratori. Le aziende chiudono, tagliano gli stipendi o si spostano verso lidi più low cost. Secondo il South China Morning Post, ad oggi il 66 per cento dei colletti bianchi non ha ricevuto il bonus di fine anno, contro il 61,2 per cento del 2014. Mentre a Dongguan, nella culla del manifatturiero cinese,  tra aprile e settembre  almeno otto dirigenti si sono dati alla macchia lasciando senza stipendio 2500 lavoratori per un totale di 13 milioni di yuan di debiti (1,8 milioni di euro). A ciò si aggiunga l'ondata di licenziamenti sulla scia delle misure anti-inquinamento che hanno portato alla chiusura di miniere e acciaierie nella "cintura di ruggine", la punta estrema della Cina nordorientale; l'area maggiormente interessata dal processo di ristrutturazione delle "zombie companies" le società statali (SOEs) improduttive che Pechino ha fin'oggi foraggiato proprio per scongiurarne il fallimento e le conseguenze ad esso annesse. Decine di milioni di persone sono rimaste senza lavoro quando negli anni '90 le SOEs "soviet-style" furono sottoposte a un primo corposo sfoltimento. Memore dei disagi, stavolta il governo cinese spera di metterci una pezza con l'istituzione di fondi "salvagente" per facilitare il reinserimento di quanti rimarranno senza lavoro dopo il taglio nel settore minerario e siderurgico. Ma permangono molti dubbi sull'efficacia delle misure adottate.

Ad essere esposti sono sopratutto i lavoratori non qualificati, difficilmente ricollocabili all'interno del nuovo paradigma di crescita (il "new normal") trainato dall'innovazione. Lin Yanling, professore del China Institute of Industrial Relations di Pechino, ritiene che soltanto un 20 per cento dei lavoratori al momento si trovi in una posizione solida, mentre l'altro 80 per cento risulta più vulnerabile davanti al rallentamento dell'economia. Con il rischio che ora a pagare le spese sarà proprio chi ha costruito il miracolo cinese macinando turni di lavoro estenuanti nelle fabbriche del Fiume del Delta delle Perle o rischiando la vita nelle miniere di carbone nel nordovest della Cina.

Mentre Pechino promette di integrare i mingong (i lavoratori migranti) nel tessuto cittadino, facilitando l'acquisizione dell'hukou urbano (il permesso di residenza che dà accesso ai diritti di base) sopratutto nelle città medio-piccole, nelle megalopoli il sistema prevede ancora un rilassamento selettivo -per non dire discriminatorio- delle norme esclusivamente a favore di lavoratori qualificati, laureati, ed expat di ritorno. In Cina si contano circa 270 milioni di migranti, ma solo il 10 per cento è coperto dall'assicurazione contro la disoccupazione, stando ai dati della National Bureau of Statistics.

Nel 2015, le agenzie governative competenti hanno ricevuto 4815 denunce da parte dei mingong riguardanti perlopiù sforbiciate in busta paga o il mancato pagamento dello stipendio, divenuto quest'ultimo reato con l'emendamento del Codice Penale nel 2011. Tali casi hanno registrato un'impennata su base annua del 34 per cento nei primi tre trimestri del 2015, evidenziando uno spostamento dal settore edile (per sua natura tradizionalmente più soggetto a ritardi nella consegna degli stipendi previsti spesso solo alla conclusione dei lavori) al manifatturiero colpito da una sovrapproduzione che si sta traducendo in licenziamenti e riduzione dei compensi. Il periodo è quantomai sensibile considerato l'usuale moltiplicarsi di dispute sul lavoro alla vigilia del Capodanno cinese, ovvero quando i migranti battono cassa prima di tornare al villaggio natio per trascorrere le vacanze in famiglia. Il ministero delle Risorse Umane e della Sicurezza Sociale ha fatto sapere che i governi locali condurranno degli accertamenti per verificare che tutti siano entrati in possesso di quanto dovuto prima dei festeggiamenti previsti per il prossimo mese.

Se per i mingong è una questione di sopravvivenza, altrettanto lo è per Pechino e il suo Partito comunista, ora che il tacito patto "benessere economico in cambio di stabilità" evidenzia le prime crepe. Secondo le statistiche della ONG hongkonghese China Labour Bulletin, lo scorso anno si sono registrati 2774 "incidenti di massa" collegati al mondo del lavoro, il doppio rispetto al 2014, di cui la cifra record di 422 soltanto nel mese di dicembre. Tra questi oltre due terzi sono imputabili alla mancata paga del salario. Appena lo scorso mese un mingong ha dato fuoco ad un autobus nella provincia nordoccidentale del Ningxia per dare sfogo alla propria rabbia scaturita da una disputa finanziaria con un contractor.

E' così che recentemente il Consiglio di Stato, l'esecutivo cinese, ha emesso delle nuove linee guida in cui viene fissato il raggiungimento entro il 2020 di un regime di regolamentazione in grado di "mantenere sostanzialmente sotto controllo il problema delle mancate retribuzioni". Come spiegano alcuni esperti al Wall Street Journal, il documento appare più ambizioso rispetto alle direttive diramate in passato e ha lo scopo di responsabilizzare il datore di lavoro. Riuscirà Pechino a passare dalle parole ai fatti?

Senza dubbio se ci riuscirà lo farà a modo suo. Il nuovo anno si è aperto con l'arresto di quattro attivisti noti per il loro impegno nella difesa dei diritti dei mingong. Ultimo atto di una campagna volta a ingabbiare la società civile all'interno di uno stato di diritto "con caratteristiche cinesi" coadiuvato dall'alto. Anche nell'era della "nuova normalità" la mobilitazione grass-roots rimane uno "sport estremo". Un esempio: mentre per avvocati e dissidenti tintinnavano le manette, un migrante è stato nominato per la prima volta vicepresidente della All-China Federation of Trade Unions, l'unico sindacato ufficialmente riconosciuto nella Repubblica popolare rigorosamente sotto il controllo dello Stato.

(Pubblicato su Gli Italiani)




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