venerdì 14 ottobre 2016

Rassegna: Dispacci dalla Silk Road Economic Belt


Il viceministro degli Esteri cinesi Li Baodong ha affermato che la Cina appoggia la Russia nelle questioni internazionali più importanti, compresi i dossier Siria e Afghanistan. I due paesi continuano a collaborare all'interno del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, di cui sono gli unici due mebri permanenti non occidentali. Sabato 8 ottobre l'ambasciatore cinese al palazzo di vetro ha espresso rammarico per la mancata approvazione delle risoluzione proposta da Mosca per mettere fine al conflitto siriano. (RT)

Sebbene il governo cinese abbia cominciato a redarre una legge sull'industria halal nel 2002, la Cina è ancora sprovvista di una normativa che abbia valenza nazionale. L'idea è deragliata nuovamente durante l'ultima Assemblea nazionale del popolo. Il fatto è che le frange più conservative temono che assecondare le richieste delle minoranze musulmane possano un giorno portare alla legalizzazione della sharia in Cina. Intanto a livello locale si tenta di regolamentare il settore. Recentemente le autorità dello Xinjiang hanno introdotto una legge antiterrorismo che mir a punire chi "sovraccarica" le norme sull'halal. (Economist)

Dire che la Nuova Via della Seta è un prodotto di Xi Jinping è vero a metà. Il progetto è stato invocato a gran voce dai vari leader centroasiatici fin dagli anni '90. Peraltro, treni merci tra Cina ed Europa viaggiano dai primi anni 2000. (Forbes)

Per la prima volta residenti di Baramulla, nello stato federato indiano del Jammu e Kashmir, hanno sventolato bandiere cinesi (e pakistane) in protesta contro la morte del miliziano Burhan Wani di Hizbul Mujahideen, ucciso dalla sicurezza indiana durante un'operazione antiterrosimo nel luglio scorso. (India Express) Intanto, sui social indiani è partita la campagna #BoycottChinaProducts in risposta all'appoggia dimostrato da Pechino al Pakistan in sede Onu con l'imposizione del veto al riconoscimento del ribelle pakistano Masood Azhar come terrorista. La campagna risulta parzialmente incoraggiata dal Bharatiya Janata Party di Modi. (SCMP)

Pechino ha varato un piano quinquennale per lo sviluppo del China Railway Express fino in Europa. Il programma mira a velocizzare le pratiche doganali e a migliorare le infrastrutture lungo la rotta. Ormai sono 39 le linee ferroviarie che collegano città cinesi e europee. (Reuters)

Nel villaggio di Bianjiang, nella provincia dello Heilongjiang, 300 residenti discendono dai russi fuggiti dalle purghe sovietiche e dalla carestia degli anni '30-'40. Eppure, nonostante del loro origini straniere, queste persone risultano registrate come etnia han da quando durante la Rivoluzione culturale la loro provenienza è diventata motivo di sospetti in Cina. Molti hanno deciso di unirsi in matrimonio a gente del posto affinché i propri figli perdessero il più possibile le loro caratteristiche russe. Quanti hanno deciso invece di non chiedere la cittadinanza cinese si trovano tuttora senza assistenza sanitaria. La situazione al confine sino-russo è ben diversa da quella riscontrabile a Yili (Xinjiang) dove vive l'altra comunità russa cinese. Qui, al contrario, i discendenti dei sovietici sono riusciti a conservare la propria identità nel corso degli anni. (Sixht Tone)

Nel mese di settembre il volume del trasporto merci su rotaia ha mostrato segnali di ripresa, grazie al giro di vite lanciato da Pechino sui veicoli (su gomma) sovraccarichi. China Railway Corp. ha registrato un aumento del 4,6 per cento nel volume dei carichi, prima volta in oltre due anni che la crescita prosegue per più mesi di fila. A Urumqi, nel Xinjinag ricco di carbone, i volumi del trasporto merci è aumentato del 24,5 per cento, il valore più alto tra tutte le sussidiarie di CRC. (Caixin)

I contatti tra la Cina e l'Europa sono antecedenti alla via della seta e risalgono alla prima dinastia cinese, quella dell'imperatore Qing Shi Huangdi. Secondo un nuovo studio, il celeberrimo esercito di terracotta di Xi'an sarebbe ispirato alla scultura greca e addirittura artisti balcanici avrebbero insegnat le loro tecniche ai cinesi. (BBC)

Nonostante l'accordo sul nucleare iraniano abbia allentato la stretta imposta dalle sanzioni, la reticenza tutt'ora dimostrata dalle compagnie occidentali nell'avvio di nuovi progetti continua a spingere l'Iran tra le braccia di Pechino. Questo sopratutto perché le clearing bank occidentali temono di contravvenire alle sanzioni ancora in vigore concedendo finanziamenti. "La Cina sa che Teheran non ha altre alternative". Ormai i commerci tra il gigante asiatico e l'Iran sono pari a cinque volte il volume scambiato tra Iran e Unione europea nel 2014. A gennaio Xi Jinping è diventato il primo leader mondiale a visitare il paese dopo la sospensione delle sanzioni. Tuttavia le pressioni esercitate dagli Stati Uniti, con cui Pechino tenta di mantenere cordiali rapporti nonostante le frizioni, hanno innescato più volte una ritirata delle aziende cinesi. Inoltre il laissez-faire dell'ex presidente Ahmadinejad è stato sostituito dal rigore di Rouhani, più incline verso una strategia multivettoriale volta a scongiurare un'eccessiva dipendenza cinese. (Bloomberg)

Secondo la stampa turkmena, lo sviluppo della ferrovia China-Kazakhstan-Turkmenistan-Iran è in mani cinesi. La rotta è lunga 10mila chilometri e può essere compiuta per esteso in due settimane. (Trend)

giovedì 13 ottobre 2016

Duterte e gli angeli della morte


«Non siamo cattive persone. Siamo angeli della morte incaricati di riportare le anime impure in cielo». Protetto dall’anonimato, un alto funzionario della polizia filippina (PNP) confida al Guardian il ruolo svolto dalle forze dell’ordine nella lotta al crimine, responsabile di oltre 3.600 morti dallo scorso 1 luglio, ovvero da quando Rodrigo Duterte ha assunto ufficialmente l’incarico di presidente. Nel retro di un postribolo di Manila, l’uomo, che appartiene a uno dei dieci team speciali (ognuno composto da sedici membri) istituiti recentemente per colpire tossici, trafficanti e criminali, descrive nei minimi dettagli il modus operandi della polizia e il sistema con cui i cadaveri vengono fatti sparire. «Neutralizzare i parassiti» è il termine preferito dagli addetti ai lavori per descrivere la lunga scia di uccisioni.

Non si tratta di uccidere per piacere. Un obiettivo più elevato, non distante dal patriottismo, spinge i funzionari ad eseguire gli ordini. Ordini che vengono da molto in alto, spiega l’uomo responsabile in prima persona di 87 esecuzioni. Mentre insinuazioni sul ruolo svolto da Duterte si sono rincorse per mesi, è la prima volta che a tracciare un nesso tra le migliaia di morti e il governo è un membro delle forze dell’ordine direttamente coinvolto. Ufficialmente, secondo la PNP, delle 3.600 uccisioni portate a termine sinora, 1.375 sarebbero stata eseguite durante operazioni di polizia, 2.233 e più da ignoti vigilantes, ovvero criminali, signori della droga e altri fuorilegge impegnati una resa dei conti trasversale. La fonte del Guardian parla di una tripartizione degli incarichi: oltre alla polizia e agli ignoti «giustizieri», ci sono poi gli «squadroni della morte» altamente addestrati, la categoria più minacciosa, stando ai racconti particolareggiati dell’insider, che ricorda perfettamente il giorno in cui i sui superiori annunciarono l’inizio della una nuova «strategia».

La «neutralizzazione» funziona con un meccanismo a cascata. I leader dei team operativi ricevono una lista di obiettivi comprensivi di foto e dossier sui criminali da identificare. Poi uno o due membri della squadra si recano presso l’abitazione dei sospettati per effettuare accertamenti sul presunto coinvolgimento in attività illegali. «Così li studiamo e decidiamo in caso se portare a compimento la nostra giustizia. Ovviamente è il governo che ci ordina di farlo», spiega la fonte, che aggiunge: «Non ci limitiamo a uccidere per piacere, ma se riteniamo di avere a che fare con un criminale incallito che si guadagna da vivere come un parassita a discapito degli altri, non abbiamo pietà. Gli somministriamo la peggiore delle fini».

Gli angeli della morte operano di notte incappucciati e vestiti completamente di nero. In due-tre minuti identificano il bersaglio e lo freddano sul posto. Veloci, precisi e lontano da occhi indiscreti. Poi si sbarazzano del corpo, abbandonandolo in una città vicina o sotto a un ponte. Talvolta legano attorno alla testa un cartello in modo da identificare il cadavere come «pusher» al fine di disincentivare ulteriori investigazioni giornalistiche. Sebbene il Guardian sia stato in grado di confermare l’identità della fonte, il racconto non trova conferma in alcuna ricostruzione indipendente. Ma basta ad affilare gli strali avvelenati che da tre mesi colpiscono Duterte di pari passo con la moltiplicazioni di immagini splatter apparse sulla stampa locale.

Appena assunto il potere il «Giustiziere» – come è stato ribattezzato il presidente filippino – si è dato sei mesi per debellare il narcotraffico dall’arcipelago del Sudest asiatico. Un obiettivo perseguito attraverso l’estensione a livello nazionale del «modello Davao», il metodo controverso con cui Duterte ha amministrato l’omonima città per diversi anni tra il 1988 e il 2016, e che implica la concessione di ampie libertà alle forze dell’ordine, compresa l’amnistia per i poliziotti finiti «dalla parte sbagliata della legge» per portare a compimento la loro missione.

Già nel 2009, Human Rights Watch aveva espresso la propria preoccupazione per la campagna anticrimine, pubblicando il rapporto You Can Die At Any Time con la speranza di ispirare più approfondite indagini sull’operato dell’ex sindaco. Ma da allora nessun progresso è stato fatto. Al sopraggiungere di una recente testimonianza sulle esecuzioni extragiudiziali presentata davanti al Senato, a settembre il nuovo numero uno della PNP, Ronald dela Rosa, – ex capo della polizia di Davao promosso al nuovo incarico da Duterte stesso – ha categoricamente negato l’esistenza degli «squadroni della morte» e di un’alleanza informale tra vigilantes e forze dell’ordine, bollandoli come «invenzioni dei media». Una versione che finora non è bastata a zittire le condanne della comunità internazionale. Nazioni Unite, Stati Uniti e associazioni per la difesa dei diritti umani hanno reso note le proprie preoccupazioni per «il clima di illegalità» che avviluppa il paese asiatico, già reso instabile dalle annose minacce dei separatisti islamici che scuotono le province meridionali.

Ma, tra un inciampo e l’altro, la difesa della campagna antidroga sta costringendo il neo-presidente filippino a equilibrismi diplomatici di rischiosa esecuzione. Replicando agli ammonimenti di Barack Obama con ingiurie pressoché quotidiane, Duterte parrebbe intenzionato a coltivare rapporti strategici con potenze regionali storicamente meno amiche ma più funzionali in tempi di realpolitik. Anche a costo di «rivedere» la storica alleanza con Washington, Manila comincia a strizzare l’occhio al gigante della porta accanto e secondo partner commerciale, la Cina, al fine di ricucire lo strappo causato dalla precedente amministrazione con la richiesta al Tribunale internazionale dell’Aja di dirimere le questioni sulla sovranità nel Mar cinese meridionale. E poi c’è la Russia, a cui le Filippine guardano – scambi virtuosi a parte – come prezioso fornitore di armi. Accomunati da una certa avversione per le paternali moralistiche di Washington, è improbabile che Pechino e Mosca mettano in discussione le politiche poco ortodosse con cui Duterte mira a fare ordine in casa propria.

Al contrario, prendendo atto del fatto che il narcotraffico rappresenta un problema anche nella Repubblica popolare – principale hub per la produzione e l’esportazione di meth e altre droghe sintetiche nel resto dell’Asia fino in Europa – il regime cinese ha espresso il proprio endorsement al «Giustiziere». Alla fine di settembre il ministero degli Esteri cinese ha dichiarato in un comunicato che «la Cina sostiene (Duterte) ed è pronta a cooperare con le Filippine per formulare un piano congiunto nella lotta alle droghe». E il sostegno non arriva soltanto dal gigante asiatico. Secondo un sondaggio della Pulse Asia Research, Duterte gode ancora dell’approvazione di ben il 91 per cento della popolazione filippina.

(Pubblicato su Il Fatto quotidiano/China Files)

mercoledì 12 ottobre 2016

Ai cinesi d'oltre Pacifico piace Trump


Mentre le affermazioni sessiste pronunciate da Donald Trump (qui il video dello scandalo) continuano a dividere il partito e l'elettorato repubblicano, le provocazioni del tycoon americano conquistano a sorpresa una fetta della popolazione normalmente poco interessata ai pirotecnici teatrini della politica a stelle e strisce: negli ultimi tempi la comunità sino-americana, specie quella emigrata sull'altra sponda del Pacifico negli ultimi vent'anni, ha mostrato un certo entusiasmo per l'eterodossia con cui Trump sta conducendo la sua campagna elettorale rigorosamente all'insegna del politically incorrect.

In controtendenza rispetto alle preferenze dei cinesi ancora nella mainland, per la maggior parte favorevoli a una vittoria di Hillary Clinton. Sono ormai oltre 200 i gruppi spuntati sull'app WeChat in sostegno al candidato repubblicano, di cui alcuni organizzati su base territoriale (ovvero a seconda dello Stato o della città di residenza degli utenti), altri su base professionale. Con oltre 1000 membri Chinese Americans for Trump si impone fermamente come una delle piattaforme privilegiate tra gli expat cinesi più impegnati, mantenendo costanti rapporti con lo staff dell'imprenditore e il partito. Come spiega al South China Morning Post Grace Su, imprenditrice emigrata negli Usa dodici anni fa e coordinatrice del movimento sino-americano filo-Trump, la «passione» dei connazionali per il biondo tycoon è cosa recente. Secondo un rapporto del Pew Research Centre, la metà degli americani asiatici simpatizza per i democratici, mentre solo il 28 per cento si identifica come repubblicano, segnando un calo rispetto al 50 per cento del 1992.

D'altronde nota è la retorica populista con cui l'imprenditore ha per mesi tentato di far leva sull'elettorato americano promettendo tolleranza zero verso le politiche monetarie e commerciali attuate da Pechino a scapito degli Usa, sebbene domenica a dominare il secondo dibattito tra Trump e Hillary Clinton siano state piuttosto le accuse incrociate tra i due; soltanto quattro le menzioni dedicate al gigante asiatico (contro le 12 del primo faccia a faccia), in riferimento sopratutto agli effetti nefasti esercitati dalla sovrapproduzione delle acciaierie cinesi sul mercato del lavoro statunitense.

Entrambi i duelli tv sono stati censurati nella mainland, dove i media di Stato si sono limitati a ironizzare sugli scandali che nell'ultimo anno hanno travolto i due contendenti alla presidenza americana. Ciononostante, alcune tendenze conservatrici repubblicane - mixate all'impopolarità delle politiche messe in campo da Obama in economia, sicurezza nazionale e immigrazione - stanno dirottando la diaspora cinese verso gli avversari della Clinton.

Grace Su imputa la brusca virata al malcontento innescato la scorsa primavera dalla condanna per omicidio colposo del poliziotto di origine cinese Peter Liang, accusato della morte di un uomo di colore durante una sparatoria andata in scena a New York nel 2004. Una sentenza che i sino-americani considerano motivata dal crescente razzismo nei confronti della comunità cinese, che negli ultimi anni si è tradotto in una revisione delle quote di accesso all'università penalizzante nei confronti degli americani di origine asiatica. Una categoria che ha ormai superato numericamente quella degli ispanici.

È dunque piaciuto il pragmatismo con cui Trump, messe da parte le sue abituali stoccate xenofobe, si è detto pronto a combattere i crimini contro le minoranze etniche. «Stiamo assistendo ad un aumento dei reati e delle violenze culturali contro i sino-americani. È per questo che il 12 ottobre protesteremo a Washington insieme ad altre comunità, come quella degli africani», ha spiegato Su. Da sempre le barriere linguistiche e culturali ostacolano la partecipazione cinese alle dinamiche locali. Nel 2012 i voti degli americani asiatici hanno contato soltanto per il 2,9 per cento del totale, evidenziando tuttavia un netto aumento rispetto all'1,7 per cento del 1996.Secondo Cliff Li, membro del neonato Asian Pacific American Advisory Committee e direttore esecutivo del National Committee of Asian American Republicans, ad affascinare le nuove generazioni di immigrati cinesi è proprio lo stile anticonvenzionale di Trump, in grado di attrarre elettori normalmente poco favorevoli all'agenda repubblicana. Dello stesso parere Gal Luft, direttore dell'Institute for the Analysis of Global Security di Potomac, Maryland, che prevede un maggior supporto tra gli americani asiatici.

Discriminazioni etniche a parte, «il motivo è che Trump incarna il successo professionale in cui le persone ambiziose e laboriose possono immedesimarsi».

(Pubblicato su China Files)

martedì 11 ottobre 2016

Arte e corruzione in Cina


Circa 1200 ritratti su sfondo rosa, il colore dei biglietti da 100 yuan, il taglio più grande in circolazione oltre la Muraglia. Al posto del volto rubicondo di Mao si susseguono gli sguardi vitrei di alcuni funzionari corrotti. Era il 2011 e l’artista Zhang Bingjian pennellava la decadenza tra i ranghi del Partito comunista cinese in un’installazione dal titolo Hall of Fame: un’opera senza fine, così come senza fine pare essere il numero dei quadri finiti nelle maglie dell’anticorruzione da quando Xi Jinping ha assunto la guida del Paese un anno più tardi – 740.000 ad oggi.

Da allora l’arte ha talvolta potenziato le retrovie della denuncia sociale, talvolta ha finito per schierarsi dalla parte dei “cattivi”. Il rallentamento di settori tradizionalmente permeabili alla speculazione e l’intensificarsi dei controlli sulle spese pazze della nomenklatura hanno trasformato l’arte in una sobria forma d’investimento per quei nuovi ricchi poco inclini a sperimentare i rischi dei mercati azionari. Ma anche in uno strumento di «corruzione elegante» (yahui) con cui adulare le frange più depravate del Partito. Dalla pregevole calligrafia allungata al superiore in alternativa alle costose bottiglie di Moutai, fino alle aste truccate in combutta con i cupidi funzionari al fine di gonfiare il valore dei pezzi. E a poco è servito scoperchiare casi eclatanti come quello che ha visto l’ex vicecapo della polizia di Chongqing, Wen Qiang, finire al patibolo per i crimini commessi. Certo, lì c’erano di mezzo corruzione e rese dei conti tra faide politiche nella Ghotam City cinese: ma anche una collezione da oltre 100 reperti non dichiarati, tra cui fini statuette in avorio e la testa di un Buddha in pietra.

Gli introiti delle case d’asta hanno riportato una crescita del 900 per cento rispetto al 2003. Non male per un paese che fino a non molti anni fa condannava il collezionismo come degenerazione borghese.

Secondo l’European Fine Art Market, nel 2011 il mercato cinese dell’arte ha raggiunto la sua massima espansione per un valore pari a 19,5 miliardi di dollari, il 30 per cento del settore a livello mondiale. Gli introiti delle case d’asta hanno riportato una crescita del 900 per cento rispetto al 2003: 8,9 miliardi contro gli 8,1 miliardi degli Stati Uniti. Non male per un paese che fino a non molti anni fa condannava il collezionismo come degenerazione borghese. Nonostante una prima liberalizzazione agli inizi degli anni ’90, è soltanto intorno al 2004, con l’aumento dei redditi e la nascita di una classe media urbana, che il mercato dell’arte ha cominciato a girare a pieno regime. Nel 2013 si contavano 350 case d’asta – di cui le due principali Poly International Auction e China Guardian loscamente prossime all’élite «rossa» – mentre più di 20 programmi televisivi fornivano consigli agli aspiranti collezionisti su come riconoscere gli antichi cimeli dalle patacche. Si moltiplicavano le spedizioni patriottiche dei collezionisti nel Vecchio e Nuovo Continente per riportare le opere cinesi nella mainland, con tanto di furti nei musei.

C’è da giurarci che non era questo che intendeva Xi Jinping quando un paio d’anni fa, in un discorso celebrato in pompa magna dai media statali, auspicava la rinascita di un’arte al servizio del popolo cinese, marxista eppure scevra da eccessive contaminazioni occidentali. Sembra invece andare incontro alle attese del regime la rinnovata reverenza per i maestri del ‘500 e i loro seguaci moderni, declinazione retrò del nazionalismo «rosso» che rimbalza dai comunicati ufficiali ai social network. In un momento in cui la leadership spinge per spostare il baricentro del proprio appeal dalla mera superiorità economica ad una più sofisticata offensiva culturale, per Pechino anche l’arte diventa una questione di soft power. Gli esiti, tuttavia, non sono sempre quelli sperati, e capita spesso che a passare sotto il martelletto del battitore sia un’opera spuria.


L’imitazione dei classici (lin mo) è una pratica consolidata, che ha visto nei secoli tramandare il gusto per la riproduzione fedele di pitture, ceramiche e giade di alta qualità. Secondo uno studio della società Artron ripreso dal New York Times, per appagare l’insaziabile richiesta del mercato interno, oltre 250mila persone in 20 città cinesi sono coinvolte nella produzione e nella vendita di falsi. Tanto che si stima che circa la metà delle creazioni del longevo pittore Qi Baishi finite all’asta siano in realtà copie, così come lo sono l’80 per cento dei lotti battuti presso case d’asta di piccola e media
grandezza.

Le conseguenze più evidenti spaziano da scandali di alto profilo (spicca la chiusura, nel 2013, di un
museo privato nello Hebei contenente 40.000 reperti quasi tutti contraffatti) a un’impasse negli acquisti. Lo dimostra il numero di pezzi venduti dai grossisti di opere d’arte e rimasti a impolverarsi nei magazzini dopo che la dubbia autenticità si è tradotta nel mancato pagamento da parte dell’acquirente: una sorte toccata al 57 per cento delle opere battute all’asta lo scorso anno, stando alle cifre fornite di recente da Arts Economics. Ma non a quelle rese disponibili dalle case d’asta stesse, che spesso riportano le transazioni abortite come felicemente concluse al fine di surriscaldare il mercato e far lievitare i prezzi.

Tra il 2008 e il 2011, il governo ha revocato o sospeso la licenza a 150 grossisti a causa di una serie di irregolarità tra cui proprio la vendita di falsi. Tutta colpa dell’inadeguatezza del corpo normativo, dicono gli esperti. L’attuale legge che disciplina il settore risale al 1997 e non tiene conto, tra le altre cose, del proliferare di piattaforme online operanti senza supervisione e che, in barba alla Cultural Relics Protection Law, mettono in vendita persino oggetti sottoposti a restrizione.

Nell’ambito di un tentativo di regolamentazione, lo scorso anno la britannica Sotheby’s è diventata la prima compagnia straniera a ricevere il placet della China Auctioneers Association e del Department of Circulation Industry Development, facente capo al ministero del Commercio. Un privilegio accolto con l’eloquente commento “saremo più che contenti di vedere in Cina un mercato delle aste più aperto, trasparente, regolamentato e diversificato, dove la competizione avviene nell’ambito di regole giuste e imparziali». Sotheby’s, che ha avviato la sua prima causa per un mancato pagamento nel 2006, nel mese di luglio ha ceduto il 13,5 per cento delle proprie azioni a Taikang Life, uno delle principali compagnie assicurative della Repubblica popolare, istituita nientemeno che dal nipote acquisito di Mao Zedong, Cheng Dongshen che, guarda un po’, è anche fondatore di China Guardian.

Negli ultimi dieci anni, i procedimenti giudiziari innescati da irregolarità durante le aste sono aumentati esponenzialmente, tanto nella Cina continentale quanto a Hong Kong. Ma a raffreddare il mercato cinese non sono soltanto gli inciampi legali e la circolazione di falsi. Secondo l’ultimo rapporto rilasciato dall’European Fine Art Fair lo scorso marzo, l’ex Impero Celeste ha ceduto il secondo posto alla Gran Bretagna dopo aver riportato un crollo delle vendite del 23 per cento nel 2015. Gli Stati Uniti, di contro, continuano a fare la parte del leone contando per il 43 per cento del mercato globale. Le cause del sorpasso britannico – come sintetizza ai microfoni del South China Morning Post Clare McAndrew di Art Economics – sono sostanzialmente quattro: crescita economica ai minimi da 25 anni, volatilità delle borse, incessante guerra alle stravaganze nel Partito e un’erosione della disponibilità di opere di alta qualità.

È dello stesso parere Oscar Ho, critico d’arte e professore associato presso la Chinese University of Hong Kong, che mi conferma la traiettoria discendente del settore, tra tangenti e riciclaggio di denaro sporco: «Stime esatte non ne abbiamo, sono pratiche ben note ma portate avanti sotto banco. C’è chi ritiene rappresentino la maggior parte delle transazioni. Alcuni atteggiamenti dubbi avvengono allo scoperto, come l’usanza da parte dei curatori di prendere una commissione o addirittura una percentuale sul numero dei pezzi come ricompensa per il loro lavoro. Altre sono accuratamente nascoste. Regalare a qualcuno un’opera d’arte che non vale nulla e poi metterla all’asta per pagarla un prezzo elevato è una forma di corruzione molto comune. Quindi, sì, indubbiamente il giro di vite sulle mazzette è alla base del rallentamento del mercato cinese. La campagna aniticorruzione ha macchiato la reputazione del collezionismo d’arte inibendo l’accesso al mercato da parte della middle class più giovane».

Risultato: sempre più amatori optano per acquistare sull’altra sponda del Pacifico. Ed ecco che le vendite negli States continuano a lievitare.

(Pubblicato su China Files/The Towner)

lunedì 10 ottobre 2016

Rassegna: Dispacci dalla Silk Road Economic Belt


La Georgia si candida a diventare principale snodo commerciale del Caucaso meridionale, con l'obiettivo di aprire una rotta alternativa a quella più settentrionale (e più battuta) passante per il Kazakistan. Epicentro delle ambizioni di Tbilisi è Anaklia, dove è in corso la costruzione di un porto di acque profonde sul Mar Nero in grado da fungere da porta di ingresso all'Europa per le merci cinesi e viceversa. Il progetto è nelle mani del consorzio georgiano-americano Anaklia Development Consortium, che ha i diritti di sfruttamento sull'area per 49 anni. Trattandosi di una rotta terrestre, e pertanto più costosa di un trasporto marittimo, lo scalo è pensato sopratutto per il passaggio di prodotti high-end in grado di ammortizzare la spesa. Il costo totale del progetto è di un po' più di 2,5 miliardi di dollari e verrà realizzato nell'arco di 25-40 anni. (Forbes)

L'ambasciatore afgano alle Nazioni Unite ha chiesto aiuto alla Cina per fermare il supporto ai talebani fornito dal Pakistan. Saikal ha inoltre fatto notare come la "Terra dei puri" sia rifugio per i membri dell'East Turkestan Movement fuggiti dal Xinjiang. (SCMP)

Secondo la stampa indiana, la decisione di Pechino di bloccare un affluente del fiume Brahmaputra per facilitare la costruzione di un progetto idroelettrico in Tibet va letta attraverso il prisma delle frizioni tra Delhi e Islamabad. Il fiume passa attraverso territori dove India e Cina si sono scontrate militarmente. Così, oltre ad essere un modo per tentare di sfidare il controllo indiano sull'Arunchal Pradesh (che Pechino rivendica con il nome di "piccolo Tibet"), la chiusura dei rubinetti potrebbe essere interpretata come una riposta alla minaccia indiana di abrogare l'Indus Waters Treaty, una delle varie misure di ritorsione con cui Delhi sta pensando di punire il Pakistan per il suo presunto sostegno ai ribelli del Kashmir. (First Post)

Politics or profits along the “Silk Road”: what drives Chinese farms in Tajikistan and helps them thrive? Irna Hofman, dell'Università di Leiden indaga le modalità con cui le grandi e piccole imprese cinesi investono in Tajikistan, specie nel settore agricolo. A differenza di quanto si pensa Hofman rileva che ad operare in tale settore sono sopratutto aziende private spinte da meccanismo di porfitto (Taylor & Francis Online)

A un mese dall'attentato all'ambasciata cinese di Bishkek non è ancora ben chiaro come siano andate le cose. Almeno tre delle 11 persone sospettate dai servizi kirghisi hanno dichiarato la loro innocenza. Il presunto finanziatore è tornato spontaneamente dalla Turchia per sostenere la propria estraneità ai fatti. L'identità dell'uomo (uiguro ma con passaporto tagico, secondo Bishkek) rimane ancora un mistero, così come il presunto apporto russo, a cui ha fatto riferimento il Federal Security Service di Mosca. (Eurasianet)

L'Asia Development Bank starebbe facendo pressione affinché la costruzione della strada Bishkek - Kara-Balta venga portata a termine dalla China Railway N.5 Engineering Group Co. LTD, una società già finita nell'occhio del ciclone in Polonia per cattiva gestione in un progetto infrastrutturale. (24KG News)

L'aumento dei costi per la sicurezza sta minando l'efficienza del progetto Cina-Pakistan. Il tabloid non ventila l'ipotesi di un'interruzione del progetto, ma fa notare che Pechino probabilmente si guarderà bene di concentrarsi troppo sulla regione. "Non sarebbe saggio mettere tutte le uova nello stesso paniere. La Cina dovrebbe considerare l'dea di rafforzare la cooperazione economica con i paesi del Sudest asiatico" dove vi è un deficit infrastrutturale e una maggiore stabilità. (Global Times) .
Sono passati 13 anni da quando Delhi ha accettato di investire nello sviluppo del porto iraniano di Chabahar, eppure il progetto è rimasto lettera morta, sopratutto a causa della burocrazia indiana. Una volta completato il porto di Chabahar renderà superflui gli scali nei paesi degli Emirati arabi, dove al momento le merci vengono imbarcate su navi più piccole. Da un punto di vista strategico, il porto non soltanto libererebbe Tehran dal collo di bottiglia dello stretto di Hormuz in caso di tensioni regionali, ma costituirebbe per Delhi un contro altare al corridoio economico Cina-Pakistan. (Bloomberg)

Il presidente bielorusso Lukashenka cerca di combattere la recessione rafforzando la partnership con Pechino. (Jamestown Foundation)

mercoledì 5 ottobre 2016

Nordcoreane vendute in Cina come spose


Combattute tra i sensi di colpa per aver abbandonato i propri figli in Cina e il timore di venire emarginate nel loro nuovo paese di adozione, la Corea del Sud, per lungo tempo sono rimaste in un riservato silenzio. Ora vogliono raccontare la loro storia al mondo affinché nessun’altra donna patisca in futuro la loro stessa sorte. Tra l’8 e il 18 ottobre quattro disertrici nordcoreane si recheranno negli Stati Uniti per chiedere aiuto alle Nazioni Unite. Parleranno a nome delle migliaia di connazionali che per fuggire dalla povertà della Corea del Nord hanno accettato di sposare uomini cinesi, ma che dopo essersi fatte una vita (ai margini della legalità) in Cina si sono trovate costrette a scappare in Corea del Sud, chi per sfuggire dagli abusi familiari, chi per scongiurare un rimpatrio forzato da parte di Pechino. Anche a costo di lasciarsi alle spalle i propri figli.

Kim, 35 anni, ha sentito il suo cuore «andare in pezzi» quando ha salutato per l’ultima volta la sua figlioletta al tempo di soli 4 anni. Dieci anni fa la ragazza ha lasciato la cittadina di Longjing, nel nordest della Repubblica popolare. Oggi vive in Corea del Sud, dove si è risposata e ha avuto altri due bambini, ma non ha mai smesso di pensare sommessamente alla prima nata. La vergogna per il suo controverso passato l’ha portata a tenere nascosto il suo dramma famigliare anche una volta stabilitasi al Sud, mentre l’impossibilità di tornare in Cina per cercare la sua vecchia famiglia è motivo di grande frustrazione. Kim infatti rischierebbe l’espulsione come avviene per la maggior parte dei disertori nordcoreani pizzicati a varcare illegalmente il confine sino-coreano. Per Pechino il matrimonio consuetudinario contratto dalle fuggiasche non ha alcun valore, e il tentativo di ricongiungimento con la famiglia cinese viene visto come un «problema individuale» piuttosto che come una questione degna dell’interesse internazionale.

«Nulla può aiutarci, né la legge sudcoreana, né la legge cinese e nemmeno quella nordcoreana», spiega ad Associated Press Kim Jungah, che dopo aver abbandonato i propri bambini oltre la Muraglia, si è trasferita a sud del 38esimo parallelo dove è diventata un’attivista. È lei che guiderà la minidelegazione diretta a Washington e New York il prossimo mese. Quello del traffico delle spose nordcoreane è un business decollato negli anni ’90, quando una terribile carestia colpì il Regno eremita, facendo centinaia di migliaia di morti. Ma che ancora ben si adatta alla carenza di donne che affligge la società cinese, specialmente nelle zone rurali dove la compravendita di mogli in arrivo dal Sudest asiatico è pratica anche ben più nota. I clienti sono soprattutto contadini scapoli o vedovi avanti con gli anni e in condizioni economiche non sufficientemente brillanti da renderli un buon partito.

Fino a qualche anno fa, le nordcoreane venivano perlopiù adescate dai contrabbandieri cinesi di etnia coreana con promesse di cibo e lavoro. Altre volte venivano persino rapite e, nel caso delle più giovani e piacenti, rivendute a bar, karaoke e bordelli. Secondo una testimonianza del 2007 il prezzo variava a seconda dell’età e dell’aspetto fisico. Per le migliori si poteva arrivare a 20mila yuan, quasi 3000 dollari. «I trafficanti non vedevano le donne come esseri umani ma come merce», racconta ad Associated Press Park Kyung-hwa, scappata dalle mani dei contrabbandieri nel 2000 dopo un primo tentativo di fuga punito con 20 minuti di bastonate. Nel corso del tempo, tuttavia, è cresciuto il numero di donne disposte a svendersi con la speranza di trovare oltreconfine condizioni di vita migliori sotto la protezione di un marito cinese. E anche se negli ultimi anni la compravendita di spose nordcoreane è diminuita, si stima siano migliaia quelle ancora nell’ex Celeste Impero, di cui la maggior parte illegalmente.


(Pubblicato su China Files/Il Fatto quotidiano online)

sabato 1 ottobre 2016

Dal Fmi avvertimenti contro una Cina destabilizzante



Senza le dovute riforme, la Cina rischia di destabilizzare l'economia globale. A lanciare l'allarme è il Fondo monetario internazionale, che nel consueto rapporto trimestrale (World Economic Outlook) pubblicato lunedì invita Pechino a stabilizzare il proprio mercato finanziario per scongiurare il verificarsi di un effetto spillover, termine con cui in economichese si definisce la diffusione di una situazioni di squilibrio da un mercato all'altro. Un avvertimento che acquista significato alla vigilia dell'ingresso ufficiale (1 ottobre) dello yuan nei diritti speciali di prelievo, moneta ‘virtuale’ basata su un paniere di valute con cui Pechino gradirebbe rimpiazzare l'egemonia del dollaro nelle transazioni internazionali. Si tratta di fatto di un riconoscimento simbolico che l'istituto vorrebbe ripagato con maggiori responsabilità da parte della seconda economia mondiale. E soprattutto con più trasparenza nei processi di policy making (qualcuno forse ricorderà quando a inizio anno Pechino cominciò di punto in bianco a regolare il renminbi sulla base di un paniere di 13 valute piuttosto che unicamente sul biglietto verde, mandando nel pallone gli economisti).

Rievocando il tracollo delle borse dell'agosto 2015 e le oscillazioni registrate dallo yuan nell'ultimo anno, l'istituto diretto da Christine Lagarde auspica una piena liberalizzazione del tasso di cambio entro il 2018, salvo concedere a Pechino la possibilità di intervenire per prevenire un'eccessiva volatilità nel breve periodo. Quindi, apertura del conto capitale sì ma gradualmente, ché se la crescita economica del Dragone è stata stabile negli ultimi tre decenni (nonostante la crisi asiatica del 1997-98) lo si deve non solo alla solidità dei suoi fondamentali, ma anche alla riuscita gestione da parte del governo dei flussi di capitale oltrefrontiera.

Secondo Alfred Schipke, rappresentante del Fmi in Cina, una transizione «irregolare o incompleta» oltre la Muraglia rischierebbe di esacerbare gli effetti negativi a livello mondiale, soprattutto nei mercati emergenti. Oltre alle questioni valutarie, il rapporto aggiunge ai nodi gordiani la ristrutturazione delle imprese statali, la gestione dei crediti deteriorati, lo shadow banking e l'impennata dei prezzi immobiliari nelle città medio-grandi.

Mentre l'istituto si dice relativamente «ottimista» sul breve periodo - definendo la possibilità di unhard landing «improbabile» grazie alle adeguate riserve in valuta estera - la crescita del debito getta tinte fosche sul futuro. Stando a recenti dati della Bank for International Settlements, nei primi tre mesi dell'anno la distanza tra il credito della Cina e il suo Pil - misura che analizza l’ammontare del debito rispetto alla crescita annuale di un'economia - ha raggiunto il 30,1%, mentre il debito corporate(quello delle imprese) si aggirerebbe intorno al 145 % del Pil. Tanto che secondo Nomura, dall'inizio della crisi globale (2008) a oggi le aziende cinesi hanno più che addoppiato la percentuale del reddito utilizzato per la ristrutturazione del debito portandola al 20 per cento, il valore più alto al mondo. Numeri che Schipke definisce ancora sotto controllo ma che richiedono una valutazione qualitativa in modo da differenziare le passività «buone» da quelle «cattive».

Sulla mancata implementazione del deleveraging (riduzione del livello di indebitamento delle istituzioni finanziarie) si è espresso anche Huang Yiping, adviser della banca centrale che sul China Daily parla di high leverage trap, ovvero agli ostacoli che gli aggiustamenti sul breve periodo provocano alla risoluzione di problemi di più lungo respiro. Proprio in questi giorni, in occasione di un forum presso la Peking University, l'economista Huang Yiping ha lamentato l'inefficacia delle misure finora messe in campo, evidenziando l'estrema facilità con la quale le aziende di Stato hanno accesso agevolato al credito bancario, pur non essendo in grado di ripianare il debito contratto. Un parere pesante come il piombo fuso se a pronunciarlo è il padre del termine «Likonomics», la ricetta economica - a base di riforme strutturali, consumi interni, deleveraging e stop agli stimoli - con cui il premier Li Keqiang punterebbe a risanare l'economia cinese. Il condizionale è d'obbligo considerando l'intramontabile appeal del vecchio modello trainato dagli investimenti, che negli ultimi mesi sembrerebbe aver indispettito perfino il presidente Xi Jinping.

Analizzando i dati rilasciati martedì dall'Ufficio Nazionale di Statistica, la società di consulenza China Beige Book International mette in evidenza la sostanziale dipendenza della crescita dai vecchi catalizzatori, profitti industriali (ai massimi da tre anni) e real estate (che però non è omogeneo in tutto il paese), mentre i servizi rallentano e le vendite al dettaglio perdono fette di mercato a vantaggio dell'e-commerce.

Proprio la ristrutturazione del paradigma di crescita cinese viene citata dal Fmi tra i principali fattori di «contagio» oltreconfine. Una Cina consumption-led, secondo l'istituto con sede a Washington, avrà inevitabili ripercussioni sui partner commerciali, specie quelli che basano la propria economia sull'export di materie prime, di cui per trentanni l'economia investment-driven dell'ex Celeste Impero è stata ghiotta. Si consiglia quindi «l'utilizzo di ammortizzatori dove possibile, ma anche di piani di assestamento».

Una minore domanda cinese colpirà i paesi esportatori di materiali grezzi (come Australia e Brasile) e i fornitori asiatici di prodotti semi-finiti, mentre le nazioni dell'area euro - esportatrici di beni d'investimento (impianti, macchinari e attrezzature) - risentiranno il colpo di coda molto più di quei paesi votati all'export di beni di consumo. Chi ne uscirà vincitore - predice il rapporto - saranno gli importatori di commodity come gli Stati uniti, che gioveranno del calo dei prezzi guidato dalla contrazione della domanda cinese. E poi naturalmente tutti quei paesi del Sudest asiatico che, ricchi di manodopera a basso costo, stanno progressivamente strappando alla Cina il titolo di «fabbrica del mondo».

In un ultimo cenno agli effetti deleteri delle politiche protezionistiche, il Fondo evidenzia infine il potenziale positivo dei fenomeni migratori. Partendo da un'analisi della Cina - dove un incremento dell'1% dei lavoratori migranti può portare a una crescita del Pil del 2% - gli economisti dell'Fmi rintracciano un «legame positivo» fra performance economica e migranti, soprattutto per i paesi soggetti a un maggior invecchiamento della popolazione, che così «possono rafforzare il mercato del lavoro».

(Pubblicato su China Files)

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...