venerdì 27 giugno 2014

La Repubblica popolare dell'acciaio


In tempi di rallentamento economico e lotta all'inquinamento a vedersela peggio sono cementifici e acciaierie, i responsabili numero uno delle nubi grigie che ammantano la Cina. Adeguarsi alle nuove normative ambientali potrebbe comportare un aumento dei costi del 10-20% per le fabbriche inquinanti costrette a controllare scrupolosamente le emissioni di anidride solforosa, polvere sottili, metalli pesanti e diossine. Molte sono già state costrette a chiudere, per altre si profila un futuro a tinte foschissime, ora che Pechino ha dimostrato di voler ripulire il settore eliminando i carrozzoni improduttivi nemici dell'ambiente. Anche a costo di tollerare qualche default, purché controllato.

Il Governo sta colpendo duro sopratutto nelle zone più contaminate, che neanche a dirlo sono proprio i centri dell'industria pesante cinese: in particolare le municipalità di Pechino e Tianjin, nonché la provincia nord-orientale dello Hebei che vanta una produzione annua di acciaio di 70 milioni di tonnellate. Entro il 2017 il Dragone conta di ridurre i livelli di PM2,5 di quest'area del 25%, un obiettivo raggiungibile soltanto perseguendo una massiccia riduzione della dipendenza dal carbone, fonte energetica per eccellenza del Paese e nutriente principale del siderurgico cinese.

Il settore dell'acciaio viene generalmente considerato termometro dello stato di salute dell'economia del Paese. Debole per tutto il periodo delle due guerre, in rapida ascesa con l'avvio delle riforme anni '80, e letteralmente in volo con l'ingresso del gigante asiatico nella World Trade Organization (WTO). Il recente appetito della Repubblica popolare per il manifatturiero (sopratutto automotive, elettronica di consumo e settore edile) ha ulteriormente surriscaldato un settore che, ancora prima del cambio di Secolo, rischiava di sfuggire di mano, dominato com'era dai colossi di Stato (Baosteel, Angang Steel Company e Tangshan per citarne alcuni), grandi gruppi appartenenti alle autorità centrali e ai poteri locali attraverso quote di partecipazione.

Sebbene arginata con un consistente pacchetto di stimoli, la crisi finanziaria mondiale non ha risparmiato nemmeno Pechino; oggi il mercato dell'acciaio si trova a fronteggiare un crollo verticale dei profitti del 98% rispetto allo scorso anno. I prezzi del minerale ferroso sono precipitati di oltre il 20% quest'anno a causa del surplus delle forniture globali e della frenata della domanda dalla Cina, principale consumatore nonché produttore della lega a livello mondiale (il Dragone contribuisce ai depositi globali per un 47%). Nel 3013 la produzione cinese ha raggiunto la quota record di 779 milioni di tonnellate e, secondo stime di 'Bloomberg', per quest'anno l'aumento dovrebbe essere del 3,8% a 809 milioni, superando la domanda che, con un + 3,3%, si attesterebbe sulle 752 milioni di tonnellate.

Dall'inizio dell'anno, a riportare perdite sono state ben l'80% delle acciaierie private e diverse imprese statali; soltanto nella città di Tangshan,170 chilometri a est della capitale, 199 fabbriche si sono viste interrompere le forniture elettriche perché non in regola con gli standard ambientali. E la situazione minaccia di perdurare senza previsione di miglioramenti per i prossimi tre o quattro anni, avverte Xu Zhongbo di Beijing Metal Consulting. (Segue su L'Indro)

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