sabato 21 giugno 2014

Tutte le sfumature della partnership Cina-UE


La guerra dei dazi non ha scalfito la partnership strategica tra la seconda economia del mondo e l'Unione Europea. Nonostante le accuse che vogliono le imprese di Stato cinesi avvalersi di sussidi sleali e facile accesso ai capitali, per via del cordone ombelicale che le lega al Governo di Pechino, il commercio bilaterale ha superato i 590 miliardi di dollari l'anno. L'UE si è confermata per il decimo anno di fila il principale mercato di sbocco per le merci cinesi, mentre la Cina è ancora la seconda destinazione per le esportazioni dai 28 Paesi membri, dopo gli Stati Uniti. Nell'aria fluttua un accordo di libero scambio tra Unione Europea e gigante asiatico, fortemente auspicato dalla Gran Bretagna, ma sul quale Bruxelles procede con maggior cautela, evidenziando la scarsa coesione che caratterizza il blocco. Come ci diceva tempo fa Maurizio Scarpari, docente di lingua cinese presso la Ca' Foscari di Venezia: "Ormai la partita si gioca a livello di G2, tra Cina e Stati Uniti; l'Europa non è ancora un interlocutore credibile e continuerà a non esserlo finché non raggiungerà una coesione politica ed economica effettiva".

Fino a oggi, infatti, Pechino ha sempre riconosciuto in Berlino il principale interlocutore europeo, ripartendo i propri partner su un podio che vede la Germania in cima e a seguire Francia e Gran Bretagna. Nel 2012, gli scambi bilaterali tra la seconda economia al mondo e la prima economia europea hanno raggiunto i 144 miliardi di euro.

Da mesi, i leader europei sono impegnati in un delicato corteggiamento diplomatico, cominciato a novembre dopo il Terzo Plenum del Partito, evento che ha sancito l'inizio di riforme epocali per la Repubblica popolare; nello stesso mese per la prima volta la capitale cinese ha ospitato l'UE-China Summit, primo incontro tra i nuovi timonieri e i pesi massimi europei. Lo scorso dicembre, il Premier britannico David Cameron è giunto a Pechino con una truppa di imprenditori al seguito. Soltanto alcuni giorni fa, il Primo Ministro cinese Li Keqiang ha ricambiato volando a Londra per l'ultimazione di accordi del valore di 14 miliardi di sterline (17,5 miliardi di euro). A marzo la Francia ha messo a segno un'intesa per operazioni commerciali da 18 miliardi di euro, in occasione di un corposo tour europeo che ha visto il Presidente cinese Xi Jinping toccare anche Olanda, Germania e Belgio. Durante la trasferta il numero uno di Pechino ha sottolineato l'"intimità culturale" che lega la culla della civiltà orientale e quella occidentale. Da ultimi, la missione di Matteo Renzi oltre la Muraglia, valutato dagli esperti un gran successo a giudicare dall'affluenza di capi di grandi aziende cinesi al primo Business Forum Italia-Cina, e il viaggio di Li Keqiang in Grecia, dove il colosso della logistica cinese Cosco lavora da alcuni anni allo sviluppo del porto del Pireo, d'importanza strategica per la sua posizione come porta d'accesso all'Europa e ai Balcani.

La pubblicazione, nel mese di aprile, del dossier sulle politiche cinesi relative all'UE parrebbe testimoniare un interessamento non riservato a qualsiasi partner economico. Alcune questione rendono la liaison con Bruxelles particolarmente preziosa per il gigante asiatico. Da una parte, Pechino teme di svegliarsi un giorno commercialmente isolato dal raggiungimento di un'intesa tra Unione Europea e Stati Uniti per la partnership euro-atlantica (TTIP). Dall'altra, l'assenza di particolari punti di frizione con le Nazioni europee (diritti umani a parte) fanno di Bruxelles un prezioso sodale per controbilanciare lo strapotere americano e svincolarsi da una quasi-alleanza claustrofobica con Mosca. Nessuno dei Paesi europei ha avanzato mire espansionistiche in Oriente; fattore che non guasta in un momento in cui la Cina -già impegnata in dispute per la sovranità di alcune aree contese con i vicini asiatici- avverte con fastidio l'avanzata opprimente del Pivot to Asia americano. In meno di un anno, sia Xi che Li si sono recati in Germania, Paese al quale la dirigenza cinese guarda con simpatia per l'umiltà con la quale ha saputo riconoscere gli errori commessi sotto il Nazismo. Un mea culpa che Pechino pretende anche da parte del Giappone, nemico storico del Dragone e a sua volta autore di efferatezze ancora vive nella memoria del popolo cinese, a partire dallo "stupro di Nanchino".

Dunque, Europa come asso nella manica su svariati fronti. Eppure, è bene ricordare che durante il primo anno dell'amministrazione Xi-Li il Vecchio Continente non era rientrato tra le priorità dell'agenda estera del neo-presidente, il quale aveva invece dato la precedenza a Russia, Africa e America Latina. Una scelta che il 'Diplomat' attribuisce alla valenza politica (più che economica) dei viaggi istituzionali del numero uno di Pechino, come conferma il meeting informale tenuto con Obama nel giugno 2013. Africa e America Latina rientrerebbero in una sfera più strettamente diplomatica in virtù dei sussidi e dei progetti infrastrutturali con i quali il gigante asiatico tenta di scrollarsi di dosso l'epiteto di neo-colonizzatore dei Paesi in via di sviluppo. Qualcosa di più sottile di un'operazione commerciale tout court. Di contro, la partnership con l'UE è ancora di tipo strettamente economico e, pertanto, rientra nel raggio d'azione del Capo di Governo. Lo evidenzia il fatto che, su tre trasferte compiute lo scorso anno da Li Keqiang, due sono avvenute in territorio europeo.

Lo scorso novembre, a una settimana dal summit con i Paesi UE, il Primo Ministro aveva partecipato al CCEE (China-Central and Eastern Europe leader's meeting), in occasione del quale ha espresso il desiderio di vedere gli scambi con l'Europa centrale e orientale raddoppiare entro il 2018. Un'area geografica, questa, considerata fondamentale per la realizzazione di una nuova "Via della Seta"; una cintura economica che, tagliando di netto l'Eurasia -nei piani di Xi Jinping- collegherà l'ex Impero Celeste al "vicinato più esteso". Di cui il Vecchio Continente non può non fare parte. (Scritto per Uno sguardo al femminile)








Nessun commento:

Posta un commento

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...