lunedì 2 maggio 2016

Cresce il business cinese del vino di tigre


Ogni giorno alle 14,30 un triste teatrino risveglia il decadente Parco degli orsi e delle tigri Xiongsen di Guilin, nella provincia meridionale cinese del Guangxi. Svogliati felini si esibiscono in acrobazie davanti ad un’arena pressoché vuota prima di essere rispediti in gabbie arrugginite. Segue un inframmezzo di scimmie cicliste e capre equilibriste tra i timidi applausi del pubblico.

In trent’anni di attività, mai lo Xiongsen Bear and Tiger Park fu meno popolare di adesso. Questo non sembra scoraggiare Zhou Weisen, il tycoon proprietario del parco, in procinto di trasferire baracca e burattini in un posto a otto chilometri dall’attuale e circa tre volte più grande. Se infatti il numero dei visitatori continua a precipitare, lo stesso non si può dire per le tigri ospitate nella riserva. Con oltre 1.800 esemplari, il parco Xiongsen vanta la popolazione di tigri in cattività più numerosa al mondo. Secondo recenti stime, i felini ancora allo stato brado sono in tutto solo 3.890.

Va da sé che i biglietti strappati all’ingresso (da 40 yuan ciascuno, circa 4,5 euro) non basterebbero nemmeno a nutrire una piccola parte degli animali presenti. E infatti mentre il circo rimane l’attività di facciata, a 300 chilometri da Guilin, nelle poco battute campagne del Guangxi, una fabbrica fa «buon uso» delle carcasse dei felini rimasti vittima di zuffe tra consimili o semplicemente morti di vecchiaia. Qui le ossa delle tigri vengono messe in grandi otri e lasciate a macerare nel vino di riso fino a otto anni. Quel che ne esce fuori è un liquore tonificante che molto piace alla classe media cinese, disposta a pagare tra i 320 e i 4.000 yuan per mezzo litro. Nonostante il sapore amaro, si dice curi i reumatismi e abbia proprietà afrodisiache. È il top sul mercato cinese.

Mentre il «nettare» di Xiongsen è facilmente acquistabile su Alibaba, la principale piattaforma di e-commerce cinese, buona parte della produzione raggiunge i grandi alberghi e viene servita durante i sontuosi banchetti, finiti recentemente nel mirino della campagna anticorruzione con cui la leadership cinese spera di ripulire il Partito comunista dagli elementi corrotti.

Il Parco Xiongsen non è nuovo alle cronache. Già nel 2007 un’inchiesta del South China Morning Post (tornato recentemente sul posto) aveva provveduto a rimestare nei torbidi affari del signor Zhou. Al tempo la riserva di Guilin macinava centinaia di visitatori al giorno e offriva uno show splatter in cui vitellini vivi venivano dati in pasto ai felini davanti a una nutrita folla di famigliole. Una volta terminato lo spettacolo, quanti dotati di uno stomaco sufficiente forte potevano assaggiare una serie di prelibatezze locali servite nel ristorante della riserva. Il menù includeva carne di leone (380 yuan a porzione) e di tigre (480 yuan) nonché zampe di orso (7200 yuan).

L’inchiesta sollevò un polverone mediatico tanto da costringere alla chiusura sia il ristorante sia lo shop del parco, specializzato nella vendita del vino di tigre in folcloristiche bottiglie a forma di felino. Anche la statale CCTV, nel 2014, si unì al coro di critiche dedicando a Xiongsen un reportage velenoso che ha indotto lo staff del parco a rafforzare i controlli sui visitatori, specie se stranieri.

Un inconveniente che, tuttavia, non sembra aver intimidito il losco giro d’affari. Oltre a Guilin, anche Harbin, nel nordest del Paese, dal 1986 vanta – con il placet delle autorità – una riserva di tigri che ha ormai raggiunto gli oltre 1.000 esemplari. Mentre per la prima volta in 25 anni Pechino si appresta a rivedere la legge sulla protezione della fauna selvatica, secondo il Guardian, sono grossomodo 200 le strutture di questo tipo presenti in Cina per un totale di 5.000-6.000 animali.

Mentre, infatti, l’allevamento dei felini per la commercializzazione di alcune parti risulta vietato ai sensi della Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione (Cites) – di cui Pechino è firmataria – tuttavia, il governo cinese ha concesso una deroga per quanto riguarda l’allevamento in cattività difendendone l’importanza nella lotta contro il bracconaggio di esemplari allo stato brado.

E’ così che per soddisfare l’insaziabile appetito cinese per il pregiato liquore, – ma senza dare troppo nell’occhio – pare che il business si stia rapidamente espandendo nel Sud-est Asiatico, con un parco sorto proprio in una zona economica speciale al confine tra la Repubblica popolare e il Laos.

(Pubblicato su il Fatto Quotidiano/China Files)

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