domenica 2 marzo 2014

L'11 settembre cinese


Nella serata di sabato, una decina di uomini vestiti di nero, con il volto coperto e armati di coltelli hanno aggredito diversi passanti presso la stazione ferroviaria di Kunming, capitale dello Yunnan. L'attacco si è concluso con un bagno di sangue: almeno 33 i morti e 130 i feriti. Nella mattinata di domenica le autorità della città meridionale hanno fatto sapere che "le prove dimostrano che e' stata opera di forze separatiste dello Xinjiang", ovvero di quella regione del Far West cinese, in cui nel luglio 2009 una rivolta coinvolse almeno mille uiguri, minoranza etnica turcofona e di religione islamica. Iniziata come una protesta, ma degenerata in violenti attacchi contro gli Han con 197 morti, secondo le stime del governo.

Negli ultimi 12 mesi sono stati almeno 200 gli episodi violenti nello Xinjiang, bollati dalle autorità come 'attacchi terroristici'. Non voglio entrare nel merito di quali siano le motivazioni a spingere i 'terroristi uiguri' al massacro; accuse di repressione da parte de governo comunista nella provincia occidentale sono ormai note, sopratutto per quanto concerne le pratiche religiose islamiche. Ma mi sembra opportuno sottolineare alcuni elementi che differenziano notevolmente le violenze avvenute nello Xingjiang dal massacro di Kunming. Tanto per cominciare, i disordini del 2009 sono stati innescati da una disputa tra un uiguro e un Han; un episodio circoscritto di natura preminentemente 'etnica', poi degenerato in proteste e violenze di massa, ma sempre riguardante la difficile convivenza tra i due gruppi etnici. Gli attacchi alle stazioni di polizia susseguitisi nell'ultimo anno sono stati ugualmente imputati all'insofferenza per le politiche repressive adottate dai funzionari locali nei confronti degli usi e costumi xinjianesi, e quindi finalizzati a colpire un obiettivo ben preciso. Una specie di resa dei conti.

Quello di Kunming è piuttosto un episodio di violenza gratuita, un tentativo di seminare il panico andando a colpire alla cieca persone innocenti. Rilevante la meta prescelta, per l'appunto una città che dista oltre 2900 chilometri da Kashgar (una delle principali città dello Xinjiang), sebbene è il caso di ricordare che lo Yunnan, melting pot di gruppi etnici, ospita 1 milione di musulmani. Lo scorso autunno anche la lontana Pechino aveva fatto da sfondo a un episodio simile scala minore, quando un SUV si era schiantato in piazza Tian'anmen proprio sotto il ritratto di Mao Zedong. In entrambi gli episodi, la mancanza di una motivazione precisa, farebbe pensare ad un atto dimostrativo svincolato da cause contingenti: un vero e proprio 'attentato terroristico'. Nel luglio 2008, poco prima delle Olimpiadi ospitate dalla capitale cinese, il Turkestan Islamic Party (lo stesso gruppo terroristico che Pechino ha accusato dell'ultima dimostrazione di Kunming e di piazza Tian'anmen) rilasciò un video nel quale affermava di aver compiuto attentati dinamitardi sugli autobus di Kunming, rivendicando inoltre la paternità di un episodio simile avvenuto a Shanghai due mesi prima. Le autorità cinesi smentirono tutto, negando un collegamento tra le esplosioni nello Yunnan e il terrorismo islamico.

Per quanto di base possa esserci sempre una componente etnica, e l'implicazione dell'organizzazione separatista East Turkestan Islamic Movement non è stata provata, rimane il fatto che il fenomeno terrorismo sembra ormai avere preso piede in Cina. E come fanno notare i vari attivisti uiguri, le violenze invece che diminuire sembrano essersi addirittura intensificate da quando Pechino ha aumentato i controlli nello Xinjiang, culminati nell'arresto del professore/attivista uiguro Ilham Tohti. Il che sembrerebbe evidenziare l'incapacità del governo di mantenere la stabilità, e non più soltanto nella regione autonoma, ma anche nel resto del Paese. La leadership sembra saperlo bene, lo dimostrano le nuove misure introdotte negli ultimi mesi, dall'istituzione di un Commissione per la sicurezza nazionale, presieduta dallo stesso presidente Xi Jinping, alla possibile istituzione -per la prima volta in Cina- di una vera e propria legge antiterrorismo -al momento Pechino tratta i vari casi collegati al Xinjiang in base al diritto penale, ma sono molti a lamentare l'inadeguatezza del corpo normativo di fronte alla recente ondata di terrore. A ciò si aggiunge lo sforzo messo in atto a livello internazionale durante gli ultimi incontri che hanno coinvolto alti funzionari cinesi e i leader dei Paesi dell'Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) e non solo. Il governo cinese tende a negare che le aggressioni degli ultimi mesi abbiano una matrice etnica, puntando il dito contro i gruppi terroristici che hanno le loro basi d'addestramento in Paesi limitrofi come Pakistan e Afghanistan.

Osservazione finale: gli ultimi attacchi al di fuori fuori della regione occidentale sono stati sferrati in concomitanza con alcuni appuntamenti dell'agenda politica cinese particolarmente sensibili. L'incidente di Tian'anmen è avvenuto a pochi giorni dal Terzo Plenum del Partito, il massacro di Kunming alla vigilia dei lavori dell'Assemblea nazionale del popolo, il parlamento cinese. Forse non del tutto a torto, l'agenzia di stampa Xinhua si è spinta a definire la strage di sabato sera 'l'11 settembre della Cina'.

Cronologia degli episodi violenti correlati allo Xinjiang dal 2009 a oggi

(Leggi anche Terroristi disperati)


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