mercoledì 26 marzo 2014

Proteste e democrazia


«Questa non è la democrazia che vogliamo in Cina». Weibo, il Twitter cinese, tituba davanti al movimento 'occupy il Parlamento' promosso dagli studenti taiwanesi per bloccare l'approvazione di un discusso accordo commerciale tra Pechino e Taipei. Le immagini delle proteste rimbalzate sull'internet cinese hanno spinto certuni ad accostare i fatti taiwanesi agli anni bui, quando nella Repubblica popolare imperversavano le Guardie Rosse. E' bastato vedere alcuni ragazzi vandalizzare la targa sul Parlamento per riportare alla mente le barbarie della Rivoluzione Culturale, di recente parzialmente 'riabilitata' dal lungo oblio è sempre più spesso argomento di discussione tra i cinesi giovani e meno giovani.

Ma prima brevemente i fatti: nella serata di martedì alcune centinaia di studenti ha preso d'assedio l'edifico in cui si riunisce lo Yuan Legislativo, l'organo legislativo di cui il Partito nazionalista (Guomindang) detiene la maggioranza relativa dei seggi. Il casus belli risiede in un patto sui servizi, follow-up dell'Accordo di cooperazione economica siglato dai due Paesi nel 2010, che stabilisce l'apertura agli investimenti taiwanesi di oltre 80 comparti del settore terziario, mentre la Repubblica di Cina dovrebbe facilitare l'ingresso di capitali taiwanesi in 64 ambiti, tra i quali il commercio, le telecomunicazioni, la sanità, la finanza e i trasporti. Ma che -stando a quanto lamenta l'opposizione taiwanese- finirebbe per penalizzare le piccole aziende e strangolare l'economia dell'isola, legata a doppio filo alla mainland da quando la presidenza è stata assunta dal nazionalista Ma Ying-jeou nel 2008. Per il Guomindang l'accordo favorirà la creazione di 12mila posti di lavoro e costituirebbe, tra le altre cose, una precondizione necessaria affinché Taiwan possa entrare a far parte della controversa Trans-Pacific Partnership, il progetto di liberalizzazione degli scambi commerciali tra Paesi aderenti sponsorizzato da Barack Obama. (Segue su L'Indro)

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