giovedì 1 dicembre 2011

Il futuro è il Pacifico 2

Graduale ma significativo riavvicinamento tra Stati Uniti e Myanmar; la visita del Segretario di Stato americano Hillary Clinton sancisce una nuova svolta storica dopo il congelamento dei rapporti tra i due paesi iniziato nel 1955, grosso modo in concomitanza con la presa del potere da parte dei generali birmani. L'ex first lady, tra oggi e domani, incontrerà il presidente Thein Sein e la leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi, probabilmente, per affrontare la questione delle sanzioni economiche che USA e UE applicano alla Birmania dagli anni '90, in risposta alla repressione del movimento democratico. Le recenti misure distensive introdotte dal nuovo governo civile- tra le quali scarcerazione di circa 300 prigionieri politici e ammorbidimento della censura mediatica-hanno indotto l'ex giunta militare a richiederne la rimozione.

La visita nel Myanmar della Clinton acquista ancora maggior peso alla luce degli ultimi forum multilaterali nella regione Asia-Pacifico: il 17 novembre scorso si è tenuto a Bali il summit dell'ASEAN, l’Associazione delle Nazioni del sudest asiatico e dell’East Asia Summit (Eas), al quale per la prima volta hanno preso parte anche Russia e Stati Uniti. L'incontro si è concluso con la conferma che nel 2014 sarà proprio il Myanmar ad assumere la presidenza dell'Association of South-East Asian Nations.

(leggi anche:Il futuro è il Pacifico)



Clinton in Birmania, svolta storica

Si sono avvicinati gradualmente negli ultimi due anni: un regime ansioso di recuperare credibilità internazionale e un’America timorosa di aver regalato un territorio strategico al rivale cinese. Con la visita di Hillary Clinton, iniziata ieri, il dialogo tra Usa e Birmania diventa ufficiale e corona un periodo in cui le riforme introdotte dal nuovo governo civile fanno sperare in un inizio di vero cambiamento nel Paese, facendolo uscire da un isolamento durato mezzo secolo. L'ex first lady - il primo segretario di stato di Washington a visitare la Birmania dal 1955 - tra oggi e domani incontrerà il presidente Thein Sein e poi Aung San Suu Kyi, nonché altri esponenti dell’opposizione.

È probabile che la visita si concluda senza annunci rivoluzionari: le attese sono per il reinsediamento di un ambasciatore americano e un allentamento delle restrizioni ai viaggi degli alti funzionari birmani. La questione principale sul tavolo è quella delle sanzioni economiche che Usa e Ue applicano alla Birmania dagli Anni 90, in risposta alla repressione del movimento democratico dopo le rivolte del 1988. Il governo subentrato all’ex giunta militare le vorrebbe rimosse, e ritiene che le aperture degli ultimi mesi - tra cui la liberazione di 300 prigionieri politici e una riduzione della censura mediatica - meritino tale premio.

(continua su La Stampa)

martedì 29 novembre 2011

Attacco NATO, Cina: "Il Pakistan non si tocca"

"La Cina continuerà a sostenere gli sforzi del Pakistan per salvaguardare l'indipendenza nazionale, la sovranità e l'integrità territoriale". Un mix di preoccupazione, sdegno e irrequietudine. Questi i toni della conversazione telefonica tra il ministro degli Esteri cinese Yang Jiechi e il suo omologo pakistano Hina Rabbani Khar, a seguito dell'attacco sferrato sabato mattina dalle forze della NATO- di stanza in Afghanistan- in una zona di frontiera, nel nord ovest del Pakistan. Yang ha affermato che Pechino è "rimasto molto scosso dall'incidente"- il quale ha causato la morte di 24 soldati pakistani e il ferimento di altri 13- rimarcando come tutti i paesi e le organizzazioni internazionali dovrebbero rispettare più seriamente il governo di Islamabad.
Secondo quanto dichiarato dall'Alleanza Atlantica l'incidente è stato "tragico e non intenzionale"

Atmosfera tesa anche sull'altra sponda del Pacifico. Le dichiarazioni rilasciate dal dipartimento di Stato USA rivelano grandi preoccupazioni per le ripercussioni che l'episodio potrebbe avere sui rapporti tra Stati Uniti e Pakistan. Il portavoce del dipartimento, Mark Toner, ha invitato Islamabad a non disertare la conferenza di Bonn sul futuro dell'Afghanistan, in agenda per la prossima settimana.

Più articolato e orientato verso gli effetti sociali che potrebbero scaturire dalla mossa del braccio armato delle Nazioni Unite, invece, il commento di Paul Bhatti, Consigliere Speciale del Primo Ministro per gli Affari delle Minoranze e presidente della All Pakistan Minorities Alliance (APMA): "Il raid della NATO è grave perché può compromettere la lotta al terrorismo ma anche l'armonia interreligiosa, il dialogo interculturale, e la pace nel nostro paese. Tocca inoltre la sovranità, l'indipendenza e l'integrità territoriale della nostra patria. Come consigliere del Primo Ministro e come Presidente dell’APMA sono scioccato e, a nome della comunità cristiana, esprimo solidarietà e cordoglio alle famiglie dei soldati, assicurando preghiere per il pronto recupero dei feriti".

La tensione nel paese rimane altissima, mentre manifestazioni antioccidentali agitano gran parte delle città.

Il 17 novembre scorso il People's Daily aveva dato la notizia dell'inizio di una serie di esercitazioni congiunte che avrebbe coinvolto 260 soldati cinesi più i 230 messi a disposizione dall'alleato pakistano. L'addestramento, della durata di due settimane, ha incluso tecniche e procedure atte ad affrontare situazioni di conflitto di bassa intensità, e ha avuto lo scopo di implementare lo scambio reciproco di esperienze e informazioni attraverso un variegato programma di formazione. Si è trattato del quarto episodio di collaborazione militare sino-pakistana volto a combattere le minacce terroristiche.

Da trent'anni a questa parte i rapporti strategici tra Pechino e Islamabad si sono progressivamente rafforzati, alimentati dai numerosi legami economici, commerciali, energetici e militari, nonché dal graduale allontanamento pakistano dagli Stati Uniti. Il deterioramento dei rapporti tra Washington e il Pakistan ha raggiunto l'apice dopo la rivendicazione statunitense dell'uccisione di Osama Bin Laden, alla fine di maggio. Al tempo fu proprio la Cina il primo paese a difendere il rispetto dell'integrità territoriale di Islamabad, ripagata dopo poche settimane dalla visita del Primo Ministro Gilani. Il Pakistan avrebbe inoltre concesso ai militari cinesi di visionare i resti del velivolo statunitense di tecnologia Stealth impiegato da Washington in territorio pakistano.

D'altra parte le relazioni con il Islamabad rappresentano un elemento di vitale importanza per gli interessi statunitensi in Afghanistan, in primis per la posizione strategica dei territori pakistani, unico punto di accesso via mare per le truppe e i rifornimenti militari americani e della NATO, nonché testa di ponte per la penetrazione in Eurasia. Il porto di Karachi è uno snodo fondamentale per l'arrivo e l'invio di truppe che in seguito vengono fatte penetrare all'interno su strada. Ma gli Stati Uniti stanno già vagliando vie d'accesso alternative attraverso l'Asia Centrale, e l'Uzbekistan è uno dei possibili candidati in quanto permetterebbe il passaggio dei rifornimenti militari in arrivo dal porto di Riga, in Lettonia.

Allo stesso tempo Islamabad sta cercando progressivamente di allentare il nodo che lo lega a Washington, puntando a potenziare le sue relazioni con gli altri vicini naturali Russia, Iran e Cina. Forte della sua importanza geopolitica e delle simpatie dimostrate dal Dragone, sta manifestando chiare inclinazioni filo-cinesi, sopratutto alla luce della sospensione degli aiuti economici statunitensi, unitamente all'esaurirsi degli approvvigionamenti bellici a stelle e strisce. I rapporti tra Stati Uniti e Pakistan sono giunti ad un minimo storico.

Dal canto suo Pechino guarda con grande interesse ad Islamabad in quanto ricchissimo serbatoio di risorse energetiche. Importante fornitore di gas naturale e petrolio -il rafforzamento del porto di Gwadar permetterebbe il passaggio degli oleodotti e dei gasdotti provenienti dall'Iran- il Pakistan è anche una meta potenziale di vasti progetti infrastrutturali: assi viari e pipeline lo collegherebbero alla provincia autonoma del Xingjiang.  Ed è già sulla carta la costruzione di una serie di collegamenti stradali e ferroviari tra Kashagar e Abbotabad e tra la città del Xingjiang e Havelian.

A coronare la storia d'amore tra la Cina e Islamabad la comune avversione verso l'India la quale, con il suo recente attivismo nel Mar Cinese Meridionale a fianco del Vietnam, sta infastidendo notevolmente il Dragone. E' dagli anni '80-'90 che Pechino e Pakistan sono legati da un'alleanza militare e nucleare, nata in reazione all'avvio dei primi test atomici condotti da Delhi nel 1974; oggi più del 40% delle esportazioni militari cinesi sono destinati proprio ad Islamabad.

E se il collasso economico degli Stati Uniti ha indotto il Pakistan a scorgere nel Dragone un valido sostituto, tuttavia, l'attività di cellule terroristiche- con base nei campi di addestramento pakistani- nella regione autonoma del Xingjiang rischia di incrinare il rapporto idilliaco tra i due paesi. La sospensione dei bombardamenti americani nell'area nord-occidentale del Pakistan- secondo la Cina- potrebbe aiutare ad ammansire i gruppi collegati all'estremismo islamico, ma i colpi di testa di Islamabad e la corsa al nucleare in chiave anti-indiana cominciano ad irritare seriamente Pechino.

domenica 27 novembre 2011

Donne cambogiane in lotta contro le espropriazioni forzate

Espropriazioni forzate, percosse e reclusioni: le donne cambogiane sono le prime vittime del progresso economico del Paese. Secondo un rapporto pubblicato giovedì scorso dalla sede londinese di Amnesty International, in Cambogia le donne sono in prima linea nella lotta contro gli sfratti; molte hanno assunto la guida della loro comunità per protestare contro il governo a causa della violazione dei propri diritti, e spesso il loro attivismo si è scontrato contro il pugno di ferro delle autorità.

"Gli sgomberi forzati violano i trattati internazionali sulla difesa dei diritti umani e minano la stabilità della famiglia"- ha affermato Donna Guest, vicedirettrice di Amnesty International per la regione Asia-Pacifico -"nei casi in cui l'espropriazione sia inevitabile, il governo dovrebbe dialogare con la popolazione colpita per assicurare compensazioni e abitazioni sostitutive".

Decine di migliaia di cambogiani sono stati sfrattati, sia nelle campagne che nelle città. Nella zona del lago Boeung Kak 20.000 persone hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni- o sono in procinto di farlo- da quando nel 2007 una società di sviluppo commerciale ha ottenuto una concessione di novantanove anni sull'area. E nonostante le rassicurazioni del Primo Ministro Hun Sen volte a tranquillizzare gli 800 "superstiti" in possesso di titoli di proprietà, nessuno nella zona dorme più sonni tranquilli.

Vanny, 31 anni, residente nei pressi del lago, è una delle paladine dei diritti delle famiglie cambogiane; a causa del suo attivismo è stata recentemente accusata di diffamazione dalla municipalità di Phnom Penh. Ma nonostante il suo coraggioso intervento, le ruspe non hanno avuto pietà: lo scorso 16 settembre otto case lungo le sponde del Boeung Kak sono state rase al suolo, lasciando i proprietari senza un tetto sotto il quale dormire.

Hoy Mai, madre 48enne della provincia nord-occidentale di Oddar Meanchey, era incinta di cinque mesi quando nel 2009 la sua abitazione fu data alle fiamme per fare spazio ad una nuova azienda; una delle 150 case fagocitate dall'insaziabile voracità dei buldozer. In seguito, dopo essersi recata da Hun Sen per protestare contro lo sfratto, Mai fu messa in manette con l'accusa di aver violato la legge di compensazione forestale. Dopo tre giorni di prigionia, alimentandosi di solo riso avariato, diede alla luce un  figlio che continuò ad allattare dietro le sbarre per due mesi. La donna fu rilasciata nel giugno 2010 dopo aver sottoscritto un accordo per cedere i diritti sulla sua terra in cambio di un'abitazione sostitutiva. Oggi Mai ha otto figli ma nessuna casa di sua proprietà.

Il problema della terra è una piaga che affligge il popolo cambogiano dalla metà degli anni '70, quando il regime dei Khmer Rossi ordinò evacuazioni su vasta scala e trasferimenti di massa. Quest'operazione causò una notevole confusione in materia di diritti fondiari, e quando, dopo dieci anni di guerra civile, i rifugiati fecero ritorno nelle loro terre d'origine, la nascita di comunità di squatter fu inevitabile.

Ogni anno sono 30.000 le persone costrette a lasciare gli ormeggi, lanciandosi in un futuro incerto per far spazio a nuovi progetti minerari e agricoli, o a pianificazioni immobiliari. Gli sgomberi forzati spesso comportano la perdita di beni e mezzi di sussistenza, minacciando il benessere fisico e mentale del nucleo familiare. I soggetti sottoposti a trasferimenti coatti vengono spediti in aree remote, rischiando di perdere l'accesso all'istruzione e ai servizi sanitari. E la situazione è resa ancora più complessa dalla frequente assenza di una figura maschile in casa: gli uomini, lontani per lunghi periodi in cerca di lavoro, lasciano le mogli ad affrontare il problema da sole.

"Il distacco dal proprio focolare e dalla comunità d'origine è un'esperienza traumatica per chiunque- ha affermato Donna Guest- "ma le donne, ricoprendo il ruolo di protettrici delle loro case, si trovano ad assumere un onere oltremodo gravoso."

A.C

(Fonte: Radio Free Asia)

sabato 26 novembre 2011

Laogai "by night": dai lavori forzati all'estrazione di "oro virtuale"

Correva l'anno 1906 quando il governo imperiale sancì formalmente l'abolizione del sistema schiavistico- la legge fu resa effettiva il 31 gennaio 1910- ora, a più di un secolo di distanza, in Cina i lavori forzati continuano ad essere una realtà: "i laogai sono la schiavitù del Ventunesimo secolo"- afferma un recente video pubblicato dall'emittente televisiva Al Jazeera- e a braccetto con la pena di morte, rappresentano una delle tante peculiarità della "giustizia con caratteristiche cinesi".

In procinto di crollare nel 2007 sotto le pressioni esercitate dall'Onu, il sistema dei campi di lavoro continua rimanere in piedi sostenuto dai pilastri di una legge consenziente e puntellato su un'opinione pubblica spesso accondiscendente. Jiang Ming'an, professore di giurisprudenza della Peking University, ha definito i laogai "una bottiglia di medicinale, il cui contenuto può essere sostituito mentre la bottiglia rimane sempre la stessa; un'importante mezzo che permette di punire piccoli facinorosi senza dover ricorrere alle Corti".

Un'eredità dell'epoca maoista, quella dei lager cinesi, che facendo molto comodo anche alla Nuova Cina, tarda a scomparire, forte della connivenza delle autorità che nel sistema dei campi di rieducazione hanno trovato una "gallina dalle uova d'oro". Oltre alle note prigioni-aziende produttrici nel settore agroalimentare (link), lo scorso maggio il Guardian aveva portato alla luce nuovi retroscena grazie alla testimonianza di un ex detenuto.

Di giorno impegnato a spaccare rocce e scavare trincee in una miniera del nord-est della Cina, di notte inchiodato davanti ad un computer: Liu Dali (nome fittizio), 56 anni, reduce del "laogai" di Jixi (Heilonjiang), dopo una giornata di lavori forzati veniva costretto ad estrarre "oro virtuale" per più di dodici ore no stop; e come lui altri 300 prigionieri. Al calare del sole i detenuti  si trasformavano in accaniti giocatori di videogiochi multiplayer- World Warcraft in primis- con l'obiettivo di accumulare valuta on-line (armi, crediti, livelli ecc..) rivenduta, in seguito, dalle guardie carcerarie a giocatori incalliti in cambio di moneta sonante. "I boss dei lager hanno guadagnato più attraverso il "gold farming"- questo il termine coniato per indicare l'attività notturna dei reclusi- "che dal lavoro forzato" ha dichiarato Liu al quotidiano britannico. "Ho sentito dire che potevano ottenere dai 5000 ai 6000 yuan (500-650 euro) al giorno. Noi invece non abbiamo visto un soldo."

I computer non venivano mai spenti e qualora la quota assegnata non fosse stata raggiunta, gli inadempienti erano sottoposti a violenze fisiche. Lavoro "virtuale", ma punizioni più che reali. "Se non riuscivo ad accumulare i crediti imposti, mi spedivano nel dormitorio, mi costringevano ad alzare le braccia per poi percuotermi con dei tubi di plastica."

Il business delle valute on-line ormai ha preso piede in ogni angolo della Cina e, valicando la Grande Muraglia, è sfuggito al controllo dei produttori di videogiochi. Un traffico alimentato dalla voracità dei giocatori, disponibili a sborsare denaro tangibile pur di accaparrarsi i tanto agognati crediti. E non solo. C'è anche chi non ha esitato a ricorrere al furto: proprio lo scorso aprile la Corte della provincia centrale del Sichuan ha processato un giocatore che aveva rubato 3000 yuan (355 euro circa) di valute.

Secondo il China Internet Center, nel 2008 nel Regno di Mezzo il commercio incentrato sul "gold farming" ha fruttato più di 1 miliardo di euro, e il numero degli acquirenti è in continuo aumento. Ben l'80% dei produttori di cyber-assets opera in Cina, per un totale di circa 100mila lavoratori.
Nel 2009 il governo centrale tentò di regolamentare la vendita dei crediti virtuali limitandone la liceità alle sole imprese in possesso di apposite licenze, ma Liu è convinto che la pratica del "gold farming" sia tutt'oggi collegata al sistema schiavistico dei laogai.

I numeri non lasciano spazio ai dubbi: da "fabbrica del mondo" a "fabbrica di beni virtuali", la "Cina dei record" ha ottenuto un nuovo, tutt'altro che encomiabile, primato.

A.C

giovedì 24 novembre 2011

Timide spinte riformiste dal Guangdong

L'ex segretario generale del Pcc, Zhao Ziyang, parla con gli studenti, 19 mag.1989

Mentre, in procinto di passare il testimone ai leader della quinta generazione, la cerchia di Hu Jintao ha condotto l'ultima sessione plenaria del diciassettesimo comitato centrale del Pcc all'insegna della chiusura e di un più serrato controllo nei confronti del sistema culturale, dal Guangdong arrivano timidi messaggi di riforma. Il Southern Metropolis News, giornale che ha sede nel polmone industriale della Cina, si fa portavoce delle speranze dell'ala più liberale del Partito riportando le parole di Pan Dongsheng, assistente dell'ex segretario provinciale Ren Zhongyi. Pan, citando il suo maestro, magnifica i successi ottenuti dal Guangdong, attribuendone l'indiscusso merito a Hu Yaobang e Zhao Ziyang, i due ex segretari dell'era Deng Xiaoping che caddero in disgrazia; il primo per non aver saputo fronteggiare agli albori i movimenti democratici, in seguito, sfociati nelle proteste di piazza Tiananmen, il secondo per aver avviato i dialoghi con gli studenti "ribelli".

Agli occhi più attenti, l'articolo del Southern Metropolis News è apparso come un messaggio di speranza indirizzato ai futuri dirigenti del Partito. L'editoriale, infatti, è affiancato da una foto del 1980 nella quale Ren Zhongyi stringe la mano a Xi Zhongxun, anch'egli esponente della corrente riformista, nonché padre del quasi indiscusso futuro Grande Timoniere, Xi Jinping. Tra le righe, dunque, un chiaro invito al figlio perché segua le orme paterne.

Nel fare questa mossa azzardata, la testata del Guangdong- come osservato da Xiao Jian, direttore dello Hunan Daily- deve aver avuto le spalle ben coperte. Qualche indiscrezione sul vento di cambiamento che investirà la linea politica a partire dal congresso del prossimo anno potrebbe aver dato coraggio agli arditi autori.

Fonti: China Files ; Radio Free Asia

lunedì 21 novembre 2011

La nudità è pornografia?

La nudità è pornografia? In Cina, a quanto pare, si, e se ad essere implicato è il famoso artista-dissidente Ai Weiwei, posare nudi può anche diventare un crimine.

Dopo aver pagato gli 8,25 milioni di yuan (961mila euro) necessari ad avviare il processo legale contro l'accusa di evasione fiscale, venerdì scorso l'archistar ha annunciato che il pugno di ferro delle autorità si è ora abbattuto sul suo assistente Zhao Zhao, indagato per aver "diffuso pornografia online". Al centro dell'inchiesta, una foto, scattata l'anno scorso da Zhao, che ritrae Ai insieme a quattro donne, tutti in nudo integrale. "One Tiger, Eight Breasts", questo è il titolo dell'istantanea incriminata, nata durante un servizio fotografico; in quell'occasione "ci siamo chiesti perché non fare delle foto di nudo, tutti hanno acconsentito. Le abbiamo fatte e messe su internet; poi ce ne siamo dimenticati" ha spiegato l'artista.

In realtà l'accusa di pornografia era già stata avanzata prima dell'estate, in seguito all'arresto di Ai, avvenuto in prima battuta senza alcun capo d'accusa. Ma, al tempo, la cosa non fu presa sul serio perché- come sottolineò l'artista- "la nudità non è pornografia".

Secondo quanto dichiarato dall'assistente del dissidente cinese durante un'intervista rilasciata a Gillian Wong di AP, le autorità hanno già preso la loro decisione: l'immagine, ritraente l'archistar e le quattro donne nude, è "oscena". "La polizia ha affermato che la fotografia trasmette messaggi osceni"- ha raccontato Zhao-"allora io ho risposto che a me non pareva affatto. Ma tanto loro ormai ne sono convinti, sebbene non sia stata ancora avanzata nessuna accusa". Al momento l'indagine sembra essere limitata all'assistente dell'artista, ma sono in molti a ritenere che si tratti dell'ennesimo strascico della campagna anti-Ai Weiwei, portata avanti dal governo cinese da sette mesi a questa parte.

"I loro sforzi sino ad oggi sono stati vani, come nel caso delle imposte; pertanto ora stanno cercando di perseguire il loro obiettivo per vie traverse"- ha affermato Zhao- "Stanno risollevando la questione e continueranno a farlo anche in futuro".

Intanto è ancora una volta Internet a prendere le difese dell'artista (link). Se il mese scorso il popolo del web aveva mostrato la propria solidarietà verso il dissidente cieco Chen Guancheng, pubblicando in rete alcune foto con gli occhi coperti (Chen Guancheng: quando l'amore diventa dissenso), questa volta gli internauti si sono mostrati agli obiettivi senza veli. Molti di questi scatti osè, pubblicati sul sito "Listen Chinese Government, Nudity is not Pornography", hanno per protagonisti diversi nomi noti della "Cina irriverente": tra questi, Zuola, il quale ha posato come David di Michelangelo; Tufuwuguan, autore di un'immagine che lo immortala di spalle, mentre guarda le montagne, con le natiche nude in primo piano, e Wen Yunchao, il quale ha pubblicato una sua foto "vestito" soltanto di un'effige di Caonima, a coprire i gioielli di famiglia.

Che sia pornografia o meno, "One Tiger, Eight Breasts" rappresenta, comunque, una provocazione sufficiente a destare l'indignazione di Pechino; a maggior ragione in un momento in cui da Zhongnanhai soffia vento di "riforma culturale". L'ultima sessione plenaria del diciassettesimo comitato centrale del Pcc, svoltasi a metà ottobre, durante la quale ha preso vita un documento dal titolo "Approfondire la riforma del sistema culturale, promuovere il grande sviluppo e la prosperità della cultura socialista", ha decretato l'inizio di una campagna di "ripulitura" degli organi d'informazione con lo scopo di innalzarne i livelli di moralità. Nel mirino, in particolare, Internet e i microblog- piattaforme privilegiate per esprimere il malcontento popolare e accusate dalle autorità di diffondere rumors- nonché i palinsesti televisivi, sottoposti ad un nuovo regolamento, emesso dall'Amministrazione statale per la radio, i film e la televisione (Sarft) e in vigore dal 2012, il quale stabilisce un numero massimo di programmi di intrattenimento trasmissibili per canale.

Più sorveglianza online e controllo sulle false notizie; più moralità e buongusto in tv, quindi. E se di questa stretta inferta all'infosfera è rimasta vittima anche la pubblicità scandalo di Benetton-in Cina l'immagine di Hu Jintao che bacia sulla bocca Barack Obama è stata prontamente sottoposta a censura- tanto più il giudizio delle autorità sarà spietato nei confronti delle foto "oscene" dell'irriverente Ai Weiwei.

domenica 20 novembre 2011

Il futuro è il Pacifico

"Per gli Stati Uniti il Ventunesimo secolo è il secolo del Pacifico": parola di Hillary Clinton. Con queste premesse il segretario di Stato Usa ha aperto il summit APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation) tenutosi la scorsa settimana ad Honolulu, vertice conclusosi con il raggiunto accordo tra  i 21 paesi membri di dare vita al TPP (Trans Pacific Partnership), trattato che sancisce l'abbassamento delle tariffe doganali e la nascita della più vasta zona di libero scambio del mondo; un'area che con un bacino di 800 milioni di consumatori, raccoglie il 40 % dell'economia mondiale. Nato nel 2005 come partnership di natura esclusivamente economica tra Brunei, Cile, Nuova Zelanda e Singapore, il TPP è giunto ad una svolta fondamentale nel 2008 con l'ingresso degli Stati Uniti, seguiti a ruota da una serie di altre nazioni della regione. Grande esclusa, invece, la Cina, che sebbene per bocca del presidente Hu Jintao si sia dichiarata favorevole alla promozione degli obiettivi prefissati dal TPP, dall'East Asia Free Tread Area (zona di libero scambio nata dall'accordo tra i leader dell'ASEAN) e dall'East Asia Free Comprehensive Economic Partnership (accordo tra i 16 paesi membri dell'East Asia Summit), d'altra parte non può non sospettare-e come darle torto-che il nuovo accordo rappresenti una manovra a tenaglia volta ad accerchiarla.

Ma il summit APEC è stato solo il primo dei due incontri settimanali che hanno visto protagonisti i paesi asiatici. Proprio ieri, a Bali, si è svolto il sesto vertice dell'ASEAN (l'associazione che riunisce gli Stati del sudest asiatico) al margine del quale, venerdì scorso, si era tenuto un incontro fuori programma tra il presidente americano Barack Obama e il premier cinese Wen Jiabao. Ancora una volta i due leader politici si sono trovati a discutere del contenzioso che agita il Mar Cinese Meridionale, specchio d'acqua sul quale hanno messo gli occhi Brunei, Filippine, Malesia, Taiwan e Vietnam, suscitando così l'ira del Dragone che ne rivendica la totale sovranità. Oggetto della discordia le isole Paracel e Spratley, un pugno di scogli disabitati, ma Eldorado di risorse energetiche. E mentre Obama continuava la sua trasferta asiatica con una tappa australiana, Clinton, in visita nelle Filippine, ribadiva l'appoggio americano in favore di Manila condannando il comportamento intimidatorio adottato dalla Cina ai danni delle imbarcazioni filippine e vietnamite (Il Mar Cinese Meridionale come nuovo nodo geopolitico).

Ma non è tutto. Sempre durante questa settimana di fuoco, gli Stati Uniti hanno ribadito il loro attivismo nel'area Asia-Pacifico, annunciando il dislocamento di una task force marittima in Australia, che si prevede nel 2016 conterà ben 2500 soldati. (Aumento militare Usa nel Pacifico, il gelo di Pechino)

Insomma, gli interessi a stelle e strisce sono tutti proiettati ad est, mentre lo stesso Paese di Mezzo, data la precarietà dei mercati europei, insegue nuove vie del business puntando sempre di più sulla partnership con i vari vicini asiatici.

In altre parole il futuro è nel Pacifico. Ma che cosa ne è del Vecchio Continente ora che il "Secolo Atlantico" sembra essere giunto alla fine? Che ruolo gioca l'Italia in questa partita tutta asiatica?

Roberto Tofani, giornalista residente ad Hanoi, esperto di sudest asiatico e appassionato viaggiatore, ne parla in quello che, a mio parere, è un ottimo articolo.

"Se in Asia si decide il futuro globale, da noi si ritorna all'antico"

"Se 'la Cina sta guardando con interesse e preoccupazione a quanto accade in Italia', come scrive Capozzoli nel suo blog, in sud est Asia l'interesse non sembra essere della stessa portata. Del resto, il ruolo politico-economico dei dieci Paesi dell'Associazione delle Nazioni del sudest asiatico (ASEAN - Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam) non è in alcun modo paragonabile a quello dell'ingombrante vicino. Di Italia, quindi, da queste parti se ne parla veramente poco. E in quelle rare occasioni, lo si fa attraverso agenzie di stampa europee e clique già noti.


Eppure in alcuni paesi come il Vietnam, ad esempio, ancora godiamo di una certa credibilità e fascino, che ci potrebbero garantire rapporti duraturi e privilegiati. Questo se solo avessimo mostrato un interesse istituzionale e non esclusivamente legato a quello di gradi gruppi privati. In sud est Asia il nostro Paese è stato assente per anni. Troppi. Il governo Berlusconi ha platealmente scelto l'asse Mosca-Tripoli, facendo anche le fortune di aziende con partecipazione statale come l'Eni, snobbando totalmente una parte di mondo che già da oltre un decennio è il centro di numerosi interessi, non solo economici. Nonostante tutto, però, il ministro Giulio Tremonti ha provato comunque a bussare alle porte dell'Impero, con il risultato che tutti conosciamo..."

Segue su:Linkiesta

Hukou e controllo sociale

Quando nel 2012 mi trasferii a Pechino per lavoro, il più apprezzabile tra i tanti privilegi di expat non era quello di avere l’ufficio ad...